Editoriale

Roma, agende rosse, occorre un audace passo in avanti : dialogo, linea politica e impegno per lavoro, scuola e sanità

vendredi 27 novembre 2009.
 

La manifestazione delle agende rosse è andata molto bene. Tanti, a Roma, il 26 settembre.

Ragazzi e meno giovani hanno risposto all’appello di Salvatore Borsellino, uomo straordinario, che nella capitale ha voluto riproporre il raduno dello scorso 19 luglio a Palermo, per la verità su via d’Amelio (1992) e le stragi collegate. Debole e immobile lo Stato, i cui assetti dipendono dai rapporti di quegli anni con la mafia.

Oggi è difficile ravvivare le piazze, nell’indifferenza e sfiducia generale. Intanto perché sostituite dagli spazi virtuali ; dell’eguaglianza digitale, bella ma anche apparente e pericolosa. Soprattutto c’è la crisi : mancano i soldi, che servono per spostarsi, partecipare, reagire.

Presente a Roma, ho contribuito come gli altri. Dovevamo esserci, alimentare l’impegno di Palermo, dimostrare che la memoria è attiva, che non sta nelle parate e non cede alla pedagogia della tv (lezioni istituzionali di piduisti, statistiche incontrollate, stupidità naturale, bellezza finta e vuota).

La politica è a un bivio cruciale, l’Italia smembrata e repressa. Dunque, mai come oggi, la società civile, di cui bisogna discutere seriamente, può permettersi il silenzio e la delega.

Il punto, mentre inizia a vedersi quella "bellezza del fresco profumo di libertà" indicata da Paolo Borsellino, è che i movimenti sono spesso solitari e confusi, disorganizzati.

Fin qui, il denominatore comune del "popolo delle agende rosse" è stato un senso puro di legalità e giustizia ; in un Paese governato, sigle a parte, da profittatori, affaristi e maharajah. A livello centrale e periferico, dentro i palazzi dei colli e nei municipi spersi e degradati ; Petilia Policastro, Rocca di Neto, Isola Capo Rizzuto o Amantea, per offrire esempi pratici, periferici, d’un dramma collettivo inavvertito.

Finora, ci siamo ritrovati nei cortei. Con striscioni, megafoni, motti e spirito civici, sostenendo a ragione una magistratura ammanettata, scorporata, spaventata e massacrata ; prima uccisa col tritolo, poi col terrore e la propaganda, i due strumenti del totalitarismo applicato.

Abbiamo seguito un percorso. In modo spontaneo, per esigenza di democrazia, la quale non esiste più se, come ricordava Leonardo Sciascia, la Costituzione è tecnicamente di carta.

Allo scetticismo intransigente può bastare, a riprova, la mera constatazione di come nasce il Parlamento e, assieme, l’urlo flaccido d’un precariato sconfitto e agonizzante ; sgretolato il fondamento della Repubblica, il lavoro. La sovranità popolare s’è dissolta perché oggi è cultura l’inganno, l’effimero, lo spasso, mentre l’intelligenza è confinata e oscurata con rigore scientifico.

Ho l’impressione, però, che anche noi non siamo abbastanza resistenti rispetto allo stordimento del sistema, che non è soltanto apparati e strutture di potere.

Il sistema è un modo di pensare e vivere, un linguaggio dominante, un metodo di orientamento e ordinamento sociale.

Lo dico nella speranza di fornire uno spunto di riflessione, perché il prossimo appuntamento non ci veda sguarniti.

Non c’è rivoluzione senza utopia, senza bussola, senza meta. Senza fiducia.

Dovremmo anche essere capaci di sostituire l’attuale classe dirigente, di assumerci la responsabilità d’una sfida al di là della denuncia e della contestazione, che, seguendo Chomsky, riconosco come necessarie.

Dovremmo fare un passo avanti. Certo è indispensabile informare, sensibilizzare, aggregare, combattere le mafie, istituzionalizzate e armate. Occorre riattivare speranze ed energie civili, ma è bene iniziare a parlarci, superando certe divisioni interne e la tentazione di individualismi e protagonismi, insensati quanto dannosi.

Attorno a un nucleo di princìpi, valori e ideali, occorre costruire un progetto politico. Vero e fattibile.

La mia proposta è che il nostro impegno per la legalità e la giustizia si articoli nella pratica ; che l’eredità di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Scopelliti e gli altri servitori dello Stato, che ricordiamo per moralità e coraggio, si concretizzi in un’iniziativa politica dal basso. Il che implica una direzione.

Dobbiamo essere capaci di produrre una cultura del rispetto delle regole, della tolleranza, della solidarietà. Dobbiamo scegliere che mondo vogliamo. Non ci bastano solo i riferimenti ideali(stici), che costituiscono il paradigma comune e il punto di partenza d’una condivisione nobilmente politica.

Credo che non si possa e debba disperdere quanto sin qui costruito con sacrifici, rischi, rinunce, bellezza morale e spirituale.

Ritengo che una splendida testimonianza di vita, altruismo e ingegneria sociale l’abbia data proprio Salvatore Borsellino ; girando l’Italia a proprie spese, coinvolgendo le nuove generazioni, ascoltandole, responsabilizzandole.

Forse è giunto il momento di coordinarci maggiormente e di darci una linea, di affrontare pure questioni ed emergenze direttamente connesse alla giustizia e alla democrazia, per cui ci battiamo ogni giorno.

Non può esserci democrazia se il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione e il diritto alla salute sono compr(om)essi, subordinati a volontà oligopolistiche e teocratiche.

Io vorrei che come antimafia civile ci prodigassimo, per esempio, anche per i precari della scuola, colpita da licenziamenti ingiusti, inaccettabili, spacciati per buoni nella situazione attuale. Mi piacerebbe che ci impegnassimo per la sanità pubblica, la libertà di cura, la dignità della vita.

E vorrei che guardassimo al Sud, lontano dall’Italia ; alla Calabria, la mia terra, la terra degli avvelenamenti, delle scorie, dei rifiuti, della ’ndrangheta e dei ricatti per l’occupazione. Dimenticata, scaricata, complicata. Un inferno in ombra, un modello di speculazione e rovina, perversione e asservimento. Nonostante le buone volontà, che ci sono, e la sana ribellione di chi parla e documenta, lavora e non si piega.

Emiliano Morrone


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