FREUD, FACHINELLI, E LA MENTE ACCOGLIENTE. «Al momento di diventare sciamani, si dice, gli uomini cambiano sesso. È così posta in rilievo la profondità del mutamento necessario. Il femminile come atteggiamento recettivo non abolisce però il maschile, gli propone un mutamento parallelo» (E. Fachinelli, La mente estatica, 1989).

LA PSICOANALISI, IL LETTINO DI MISS FREUD, E LA LEZIONE DI FACHINELLI NEGATA E IGNORATA. Un’inchiesta di Vera Schiavazzi, una riflessione di Michela Marzano, e un nota in premessa - a c. di Federico La Sala

Sulla carta, dal 1989, tutti sono uguali: laureati in medicina e in psicologia possono frequentare per 4 anni una delle scuole riconosciute di psicoterapia, poi un tirocinio e un esame (...)
venerdì 3 giugno 2011.
 

Premessa sul tema (cliccare sul titolo, per andare al testo):


La psicoterapia è appannaggio delle donne, in Italia e non solo. Sono più sensibili. Ma dipende anche dal tipo di professione, che rende poco

Sul lettino di Miss Freud

La psiche curata dalle donne

-  Tra vent’anni la psicoterapia sarà appannaggio esclusivamente femminile. Lo dicono i numeri che già oggi registrano il 94% di psicologhe sotto i 29 anni. -Una svolta dovuta alla capacità di gestire meglio la vita interiore. Ma anche alla scarsa redditività della professione
-  Si tratta di una tendenza mondiale e non solo italiana, un vero e proprio terremoto confermato dai colleghi maschi
-  "Noi crediamo che il sesso del terapeuta non abbia importanza per la cura, ma va considerato ciò che pensa il paziente"

di Vera Schiavazzi (la Repubblica, 31.05.2011)

Tra vent’anni, sarà impossibile raccontare i propri guai, dal divorzio all’impotenza, dallo stress sul lavoro ai fantasmi sessuali, a uno psicoterapeuta maschio. Lo dicono i numeri (il 94 per cento degli psicologi sotto i 29 anni è femmina), lo dice la tendenza mondiale (anche negli Stati Uniti le cose vanno così) e lo ammettono i protagonisti, impegnati ad analizzare il terremoto - non solo femminile - che negli ultimi anni ha investito tutto il mondo del disagio psicologico, dal lettino freudiano di un tempo alle terapie brevi o brevissime di oggi.

"È vero - dice Vittorio Lingiardi, psichiatra e docente, autore con altri colleghi di un libro appena pubblicato per Raffaello Cortina sulla "svolta" della psicoanalisi in Italia - spesso è difficile trovare un bravo collega maschio al quale inviare un paziente che per la sua storia o i suoi problemi vorrebbe una persona del suo stesso sesso. Questo dipende dall’aumento delle donne in questo campo, dalla loro bravura e più in generale da una certa "femminilizzazione" del nostro mestiere. Il punto di vista delle donne ha avuto molto peso nella storia recente della psicoterapia, e per gli uomini è più difficile affrontare la propria vita interiore». Ma Lingiardi aggiunge: «In generale, noi pensiamo che il sesso del terapeuta non abbia rilevanza nel successo della cura. Ma il punto di vista del paziente va tenuto in considerazione».

È un tema, quello del possibile disagio nei confronti di chi sta di fronte a noi e dovrebbe curare la nostra anima, o almeno i nostri sintomi, che secondo alcuni andrebbe affrontato fin dalla prima seduta. «Io invito sempre i pazienti a farlo, e trovo giusto che loro se lo chiedano - dice Silvana Quadrino, psicoterapeuta e fondatrice dell’Istituto Change - Possono esserci elementi nella storia personale e nei problemi per i quali ciascuno ricorre a una terapia che suggeriscono una soluzione piuttosto che un’altra. Ed è giusto parlarne, anche tra colleghi».

All’Ordine nazionale degli Psicologi, dove ogni anno si registra l’ondata di nuove iscritte, l’analisi è più prosaica: «Le psicoterapeute aumentano così come le donne medico o le infermiere, si tratta di un lavoro di cura che è più facilmente scelto dalle donne - dice il consigliere Raffaele Felaco - Si tratta, anche, di un lavoro dove si guadagna poco, specialmente in tempi di crisi come questi, e a dimostrarlo c’è il crollo dei contributi che ognuno versa alla nostra cassa previdenziale. È normale che i maschi siano attratti da maggiori prospettive di guadagno».

Fino a quando la psicoterapia era, soprattutto, l’analisi classica, freudiana e junghiana in primo luogo, lunga e costosa, basata su sedute frequenti prolungate per anni, in effetti, i terapeuti maschi erano numerosi e autorevoli. Ora di quel dotto esercito è rimasta una qualificata retroguardia, mentre l’onda rosa invade il mondo delle terapie cognitive e comportamentali, di chi vuole curare il sintomo piuttosto che l’anima, di chi non cerca di frugare a mani nude nell’inconscio altrui ma preferisce piuttosto offrire un aiuto spiccio e concreto, e proprio per questo criticatissimo dai "veri" analisti.

Sulla carta, dal 1989, tutti sono uguali: laureati in medicina e in psicologia possono frequentare per 4 anni una delle scuole riconosciute di psicoterapia, poi un tirocinio e un esame, e infine iscriversi nei due elenchi tenuti dai rispettivi Ordini.

Anche un nome famoso della psicoanalisi italiana, Luigi Zoja (a lungo alla guida della società scientifica che riunisce gli junghiani, e tra poco in libreria per Bollati Boringhieri con "Al di là delle intenzioni. Etica e analisi", riconosce alla teoria dei bassi guadagni qualche dignità: «Proprio come in medicina, a mano a mano che la piramide allarga la propria base entra un numero maggiore di donne, e in prospettiva la professione potrebbe diventare femminile tanto quanto lo è stato l’insegnamento. Il mondo italiano risente del proprio provincialismo e maschilismo, ma anche negli Stati Uniti, da tempo, le donne sono maggioranza nel nostro lavoro. La mentalità puritana e rigorosa degli americani ha individuato così il rimedio agli esempi storici di abuso del terapeuta sulla paziente. In verità il genere sessuale del terapeuta dovrebbe essere indifferente rispetto alla riuscita del percorso, così come i possibili abusi possono avvenire in tutte le direzioni. Noi pensiamo che chi fa questo lavoro dovrebbe avere un sufficiente equilibrio e una preparazione abbastanza solida da evitare qualunque disagio al paziente».

«Noi psicoterapeuti dovremmo essere come gli angeli, senza sesso - ironizza Vera Slepoj, una delle più note e autorevoli psicoterapeute italiane, autrice di testi come "Le ferite delle donne", ma anche psicologa di squadre di calcio come il Palermo - In generale dunque bisognerebbe affermare che il sesso del terapeuta non ha alcuna importanza. Ma naturalmente questo può avvenire soltanto se il lavoro su se stessi è stato fatto fino in fondo e se si è capaci di escludere qualunque forma seduttiva, dal maschio che cura verso la paziente e viceversa. Le celebri storie del passato, da Freud in giù, non possono più influenzare la realtà di oggi».

Slepoj, però, spinge il giudizio più in là: «Centinaia di giovani donne studiano psicologia e diventano terapeute perché sono interessate alla propria conflittualità, al desiderio di curare se stessi o gli altri. È importante distinguere tra questi due bisogni, e non lasciarsi tentare dall’onnipotenza di chi cura, un’inclinazione tipicamente femminile».

La psicoterapeuta che siede di fronte al paziente, dunque, non dev’essere né mamma né fidanzata, né sorella né amante, o - almeno - non deve esserlo di più di quanto non facciano i colleghi maschi alle prese con fantasie e fantasmi delle pazienti femmine. Per curare un uomo bisogna conoscerlo bene, studiarne i limiti e le timidezze, dice Vera Slepoj.

Altrimenti, è facile trovarsi davanti a un muro di silenzio, lo stesso che spinge moltissimi maschi a non iniziare neppure una terapia: «Imprigionato nella dinamica del potere, l’uomo ha immiserito anche il proprio corpo, rinchiudendolo in una separatezza che ha atrofizzato le sue capacità di relazione», spiega Stefano Ciccone, biologo, autore di "Essere maschi" per Rosenberg & Sellier.

Ma è davvero così difficile trovare un brav’uomo, e soprattutto un bravo psicologo, come ha titolato pochi giorni fa il New York Times alle prese con le lamentele dei propri lettori che dopo la difficile scelta di iniziare un percorso di sostegno psicologico o di analisi si ritrovavano circondati da un mondo di sole donne? No, assicura il presidente dell’Ordine degli Psicologi italiani, Luigi Palma: «Il vero problema è un altro, cioè la mancanza di servizi pubblici in grado di rispondere alla domanda crescente di cure. È vero che le donne crescono molto nella nostra categoria, ma non al punto da costituire un problema, anzi, sono una risorsa. Il fatto è che gli italiani non dispongono delle risorse economiche, e spesso anche delle conoscenze necessarie, per rivolgersi a terapie qualificate». Non servono più maschi, insomma, ma soltanto più professionisti, di qualunque sesso e pagati dal servizio sanitario pubblico, per curare nevrosi e paure di 60 milioni di italiani.


Il sesso dell’analista conta, ma fino a un certo punto

Gli stereotipi e il ruolo della fiducia

di Michela Marzano (la Repubblica, 31.05.2011)

GLI hanno insegnato a tenersi tutto dentro. Non si fa. Non si mostra. Soprattutto non si dice. Gli hanno spiegato che per essere un "vero uomo" deve sempre mostrarsi sicuro di sé e forte. E che le proprie debolezze e le proprie fragilità non le deve confidare proprio a nessuno. Certo, quando le cose vanno veramente male, si può scherzare con gli amici. Al limite, si può anche domandare un consiglio. Tanto tra uomini ci si capisce...

Ma andarne a parlare con una donna, è tutta un’altra cosa! Come si fa a dirle che ci si sveglia la notte strangolati dall’angoscia, che la mattina si fa fatica ad alzarsi per andare al lavoro, che il senso della vita sfugge, che quello che si è vissuto da bambini continua a tormentarci? Eppure gli uomini che stanno male sono tanti. E sono sempre più numerose le donne che decidono di diventare terapeute. Che fare allora? Abbandonare gli atavici pregiudizi sulla virilità e sull’inferiorità delle donne e cercare un aiuto femminile, o rinunciare ancora prima di aver provato, perché di una donna non ci si può fidare?

È difficile cominciare una psicoterapia. Per chiunque. Anche quando si sta veramente male. Perché, nonostante tutto, c’è sempre la tentazione di credere che ce la si può fare da soli. Che non serve a nulla andare a raccontare i fatti propri a qualcun altro e che, con uno sforzo di volontà, ci si deve poter rimettere in piedi.

Non è facile ammettere che qualcosa possa un giorno sfuggire al proprio controllo e che, talvolta, ci sia bisogno di rimettersi completamente in discussione. Tanto più che, durante una psicoterapia, tutto può accadere. Soprattutto rendersi conto che si è imboccata una strada cieca e che ci si è incastrati, fin da piccoli, in dinamiche familiari complesse e tortuose. È allora che interviene la figura dell’analista, angelo tutelare dei propri segreti più reconditi, che dovrebbe poterci aiutare a ricominciare tutto da capo. Ma come fare se non ci si fida?

Quando si comincia una psicoterapia, spesso si arriva con una serie infinita di "perché" cui si vorrebbe avere una risposta il più velocemente possibile. Solo che, strada facendo, ci si rende conto che alcune risposte non arriveranno mai. E che il ruolo del terapeuta è soprattutto quello di prenderci per la mano e accompagnarci in un lungo viaggio all’interno di noi stessi.

È per questo che ci si deve poter fidare della persona cui si affidano le proprie angosce, i propri dubbi, i propri tormenti. Ed è per questo che è tanto difficile "guarire". Perché quella che quasi tutti chiamano guarigione, in realtà, è un cambiamento talvolta impercettibile del proprio modo di osservare il mondo. Anche se è proprio questo cambiamento che può poi aiutarci a non riprodurre sempre gli stessi errori.

Allora è inutile dire che il sesso del terapeuta o dell’analista non conta. Non perché le competenze o le capacità abbiano un sesso, ma perché quando si comincia una psicoterapia si proiettano sull’analista tutta una serie di fantasmi e di aspettative che dipendono necessariamente anche dal sesso di colui o di colei con cui si parla. È il famoso gioco del transfert e del contro-transfert.

Quando nella relazione analitica "accade" qualcosa che va oltre la semplice comunicazione razionale. Quando ci si rende conto che è proprio perché si ha fiducia nella persona che ci sta di fronte che ci lascia andare, si capiscono le dinamiche ingarbugliate da cui non si riesce ad uscire da soli e si cerca di cambiare.

Non esistono regole universalmente valide. Non è vero che per una donna sia sempre meglio una terapeuta e che per uomo, invece, sarebbe meglio un altro uomo. Tutto dipende da quello che si vuole "riparare" o anche semplicemente "capire". Certo, bisognerebbe poter avere la scelta. Ed è un peccato che siamo sempre meno gli uomini che decidano di fare i terapeuti.

Ma è assurdo credere che una terapeuta non vada bene per uomo, solo perché si tratta di una donna. Pensarlo, significa solo essere prigionieri degli stereotipi. Quegli stessi stereotipi che talvolta sono all’origine del malessere che si cerca di sormontare. Quegli stessi stereotipi che troppo a lungo hanno impedito agli uomini di riconoscere le proprie debolezze, di domandare un aiuto, e eventualmente di imparare a stare meglio con se stessi. Come chiunque. Visto che ognuno di noi, nella vita, deve prima o poi fare i conti con la propria interiorità, ammettere di non essere onnipotente e accettare di convivere con le proprie fragilità.


SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:

CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE.


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