Dibattito

"Intellettuali di Calabria, dove siete ?". Da un articolo di Giovanni Schiava su www.girodivite.it, l’apertura di un dibattito sulla domanda. Risponde Emiliano Morrone. La Voce di Fiore invita a discuterne in rete, chiamando in causa anche gli allievi del suo laboratorio giornalistico permanente

samedi 6 mai 2006.
 

Intellettuali di Calabria, dove siete ?

"Gli intellettuali calabresi sono stati sempre dei professorini assorti tra le scartoffie impolverate intenti a riesumare i cadaveri di un passato mediocre..."

di Giovanni Schiava

Fino agli anni Settanta, anche per una spinta marxista, l’intellettuale si sentiva obbligato ad intervenire in questioni di vita pubblica indicando, a suo modo, la giusta via che la società e i suoi governanti avrebbero dovuto seguire. Questo modo di fare non era solo un’abitudine sollecitata dal marxismo, ma è sempre esistito, almeno fin dai tempi del filosofo greco Platone (quasi 2500 anni fa). Anzi, più vicini al nostro tempo, nel ‘700, gli intellettuali illuministi intesero la cultura, quella che si fa e si studia sui libri, come un servizio dovuto al popolo, perché lo si aiuti a sollevarsi dallo stato di ignoranza. Non si trattava di una “crociata” della cultura per la cultura, ma di una guerra degli uomini più aperti di coscienza (illuminati) contro lo “stato di minorità intellettuale” di tutti gli uomini della terra, o quasi, che li rendeva facili vittime dei soverchiatori, spregevoli della dignità umana. Ebbene, mi domando io, quanto c’entra tutto ciò con la vita intellettuale calabrese ? Ho l’impressione che in Calabria l’intellettuale verace, quello che pensa e scrive per rivoltare sin dalle viscere la stasi cronica di un popolo, non sia mai esistito. Anzi non è un’impressione, è una certezza.

D’altronde cosa c’è da aspettarsi da una regione che negli ultimi duemila anni non ha mai avuto uomini (per non parlare di donne !) che hanno fatto la Storia, o la Letteratura, o la Filosofia, o l’Arte ? Vi prego, non affacendatevi a fare certi nomi, come Tommaso Campanella o, venendo in qua con i tempi, Alvaro, Repaci, Cilea... Tutta gente che ha potuto affinare il proprio talento fuori dai confini calabresi, dove c’era vero scambio culturale. E se c’è stato qualche profeta in patria è stato l’eccezione che conferma la regola. Tutto questo perché ? Un popolo incapace di “produrre” grandi personaggi, è un popolo che non ha niente di grande da dare ai suoi figli. E’ una povertà di spirito che taglia trasversalmente tutta la storia della Calabria degli ultimi duemila anni. Siamo un popolo che non ha mai detto o fatto qualcosa di grande, perché non siamo stati grandi. Chi ha voluto la grandezza l’ha dovuta cercare altrove.

Gli intellettuali calabresi sono stati sempre dei professorini assorti tra le scartoffie impolverate intenti a riesumare i cadaveri di un passato mediocre, senza mai farsi carico dell’impegno di criticare il nulla che ci ha circondati e rimboccarsi le maniche per diventare illuministi. Noi calabresi, forse unici in Europa, non abbiamo mai conosciuto l’Illuminismo. I nostri professori, o dottori, si sono sempre sentiti superiori e distaccati dal popolo, fatto di gente ignorante e infima che non può capire la cultura. Ma questi professorini hanno sempre stagnato in una cultura plasmata solo da tardivi colpi di coda che giungevano dalle regioni più fervide d’Europa, tant’è che in Calabria, dopo duecento anni, deve ancora arrivare l’Illuminismo.

Eppure sono ottimista, sento una maggiore presenza di uomini e donne che in qualche modo possono farci recuperare il tempo perduto.

da www.girodivite.it

Caro Schiava,

il suo scritto è suggestivo e giustamente offensivo. Lo condivido in parte. Credo che dicendo dell’incapacità della Calabria di produrre affermazioni nelle arti intenda provocare una legittima - e auspicabile - discussione sulla paura che ne caratterizza gli ambienti dotti. O definibili tali, sulla base di elementi puramente convenzionali. Diversamente, non approvo le argomentazioni sull’inutilità di citare Campanella e gli altri. Io, essendo, ormai, fermo gioachimista, avrei mentovato l’abate di spirito profetico, per celebrare - e dimostrare - la grandezza (potenziale) della nostra terra. Le sue riflessioni sono onestissime, sul piano intellettuale. Purtroppo, gli spazi debiti certi personaggi li hanno trovati altrove, fuori delle mura domestiche. Il problema, forse, riguarda la conflittualità interna che esiste in Calabria : il godere del supposto insuccesso del prossimo e l’avversarne la circolazione delle idee e dei progetti. E’ certamente vero che la Calabria mortifica lo spirito dei suoi artisti e dei suoi intellettuali, che tende ad espellere le menti migliori e che la figura dell’oppositore critico non è affatto usuale, in regione. Credo che ciò debba imputarsi a un preciso - e datato - progetto politico, volto all’uniformazione delle coscienze e alla tenuta dello statu quo. La mafia parte anche da questo. Un esempio su tutti, visto che mi è più vicino. Quando Vattimo si candidò come sindaco di San Giovanni in Fiore fu trattato in modo indicibile. La sinistra giocò, per screditarlo, sulla sua dichiarata omosessualità. I preti lo considerarono il diavolo venuto da Torino per deviare i giovani. Gli "intellettuali" ne domandarono la conversione al localismo ontologico del posto. Circa il credito a progetti culturali d’ampia portata, la invito a verificare le scelte dell’amministrazione regionale di Chiaravalloti e quelle dell’esecutivo di Loiero. Per non parlare del passato. Pur essendo territorio vergine, la Calabria non vuole investire sulle novità né sostenere idee di sviluppo glocali, da attuare per via artistica e culturale. Se c’è una certa emancipazione culturale, non si può promettere di raddoppiare il numero dei forestali né di presentare al governo centrale progetti d’assistenza temporanea a masse che non vogliono lavorare. Si è formata, ormai, una mentalità per cui etica ed estetica non possono vivere in quanto contrarie al dominio mafioso. Io sono solo uno sciocco idealista. Nel 2004, fondai un giornale, "la Voce di Fiore", dedito alla denuncia di questa situazione e alla proposta di un’alternativa culturale e politica. Il risultato è che sono partito dalla Calabria e che, a distanza di tempo, continuo a combattere contro l’inefficienza e gli abusi della pubblica amministrazione e della politica, attraverso articoli, lettere alle istituzioni, mozioni consiliari e operazioni culturali. A oggi, tutto è rimasto, però, tale e quale.

Cordialmente, assai cordialmente.

Emiliano Morrone


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