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Intervista col filosofo Alfonso Maurizio Iacono
Cultura e politica

Intervista col filosofo Alfonso Maurizio Iacono

sabato 15 gennaio 2005.
 
«Viviamo in un mondo ancora molto carico di ideologia. L’eccesso di evidenza delle cose non ci fa vedere quelle più importanti». Ce lo ha detto Alfonso Maurizio Iacono, ordinario di storia della filosofia politica nell’università di Pisa e preside di facoltà. Lo abbiamo intervistato di recente, proseguendo la nostra serie di dialoghi coi filosofi. Ci è sembrato molto utile raccogliere l’opinione di uno dei maggiori pensatori italiani. Iacono ha studiato molto il fenomeno della naturalizzazione, al quale ha dedicato, fra l’altro, un libro, Autonomia, potere, minorità, edito da Feltrinelli, in cui parla, in fondo, degli ostacoli alla libertà individuale. Nelle nostre pagine, ci si occupa di pregiudizi e mentalità repressive, condizionamenti e vincoli, dai quali dipende il grave disagio sociale della città, soprattutto dei più giovani. Che cosa è la naturalizzazione? Iacono ha spiegato che «è quel processo per cui, ad un certo punto, l’irrazionale o l’anormale diventa ben accetto in termini generali, indispensabile, immutabile, ovvio, scontato». È così, nella nostra città? Il grafico e designer Paolo Venturini osservò, tempo addietro, che «le panchine, qui, sono in discesa» e che, «spesso, anche i monumenti simbolici, come quello ai lavoratori e agli emigrati, sono talmente brutti da non suscitare alcuno scalpore». Non è l’aspetto in sé a determinare una situazione simile. Piuttosto, è una mentalità diffusa, strutturatasi negli anni, per la quale le grandi contraddizioni - le ingerenze dei docenti nel privato degli studenti, ad esempio -, gli scandali in materia sanitaria o d’assistenza sociale e la squallida monotonia quotidiana appaiono come normali e insormontabili. «Sono, addirittura, dei valori interiorizzati, qualcosa di cui non si può né si deve fare a meno» - ha precisato Iacono. Se mettiamo assieme i contributi del filosofo agrigentino con quelli di Gianni Vattimo, viene fuori un messaggio interessante. Vattimo ha sottolineato la frequente e cieca adesione, tante volte, ai dettami della Chiesa, in materia sessuale. Il padre del pensiero debole ne ha analizzato la posizione ufficiale riguardo alla contraccezione e alla necessità, per la salvezza, di professare il credo cattolico. «Non si può permettere, pur di mantenere la coerenza con la dottrina, che dilaghino le malattie. Proibire l’uso del preservativo è inconcepibile, oggi». E, più avanti: «Se Dio ci ama, come Padre, con tutto se stesso, non si può sostenere che, dopo la morte, accolga soltanto i cattolici». Dal canto suo, Iacono ha espressamente invitato a «mantenere alto il livello della critica», a «mantenere in tensione il rapporto fra etica e politica». Ma torniamo alla naturalizzazione. Si tratta di capire se ciò che nella nostra società è considerato valore assoluto, può ritenersi veramente tale. Ci fermiamo soltanto sulla scuola. Di solito, nei vari istituti, raramente si interviene ad affrontare argomenti di stringente attualità, anche in campo strettamente locale. Oggi, i professori sono impegnati, spesso, a ultimare i previsti programmi ministeriali e a effettuare le verifiche di rito, per la determinazione dei crediti o dei debiti scolastici. Riferendosi a espressioni analoghe, Alfonso Iacono ha detto: «È importante capire che queste parole del gergo bancario ed economico rappresentano delle metafore e che, quindi, come tali vanno interpretate». In sostanza, l’individuazione del punteggio, soprattutto oggi, dice nulla sull’effettivo valore dell’intelligenza e della persona. Il fatto che nelle classi non si discuta né si attui un’ampia politica culturale è in relazione col dovere-valore del programma. Così, gli studenti sanno nulla di fecondazione medicalmente assistita, eugenetica, embarghi disumani, grigiore esistenziale beckettiano, utopie borgesiane, politica internazionale. In sintesi, la scuola - con le dovute eccezioni - non stimola alla contemporainetà e alla responsabilità quotidiana, perché considera etico soltanto svolgere gli autori classici, gli autori di sempre. Questo va a discapito del senso critico e della costruzione di una coscienza autonoma. Per esempio, e tanto per proporre qualcosa di concreto, nelle scuole si potrebbe discutere sulle pubblicazioni locali, si potrebbero commentare anche gli argomenti trattati dal nostro giornale. Bisogna finirla di sentirsi sempre toccati in prima persona e tirarsi indietro quando si è invitati a partecipare attivamente a un processo di ingegneria sociale, attraverso il confronto e l’opinione. Bisogna cercarli e promuoverli sempre i momenti di crescita culturale, quindi, sociale. E non bisogna avere pregiudizi. Banalmente, il Mondo è aperto. M. COSTANZA BARBERIO

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