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L’ITALIA, LA SPERANZA, L’ENCICLICA DEL PAPA, BENIGNI, BERLUSCONI, VELTRONI, E I FILOSOFI. Tempi moderni. Un commento di Furio Colombo - a cura di pfls

domenica 2 dicembre 2007.
 

[...] In un periodo della storia in cui 31 Stati americani vietano per legge l’insegnamento dell’evoluzionismo darwiniano, il presidente degli Stati Uniti proibisce - come in Italia - l’uso dei fondi pubblici per le ricerche sulle cellule staminali, mentre aumenta - ci dicono lo stesso giorno, gli stessi giornali e telegiornali - il contagio dell’Aids nel mondo, lo stesso mondo in cui la stessa Chiesa e lo stesso Papa vietano come immorale l’uso dei preservativi, ci può dire il professor Reale dove, quando si imbatte nella «scienza come idolo»? C’è mai stata dopo Galileo, un’epoca in cui religione e opportunismo politico si sono battuti insieme così accanitamente per frenare, umiliare, accantonare la scienza? [...]


Tempi moderni

di Furio Colombo *

Bello, e ricco di cose nuove il tempo in cui il Papa, capo della Chiesa di Roma, ti parla di speranza, il Dalai Lama sta per venire a Roma a raccontare la sua speranza di poter tornare a vivere con la sua religione nella sua terra, e intanto nella stessa città due leader politici opposti e rivali si incontrano per concordare che insulti, diffamazioni, aggressioni, controllo arbitrario delle notizie non sono la politica ma una deformazione pericolosa da abbandonare subito.

Bello. Ricco di cose nuove. Ma non è ciò che è accaduto in questi giorni. Il Dalai Lama, come sapete, nonostante la sua parte di fede e di speranza non lo vuole vedere nessuno perché una potenza economica ha fatto sapere a tutti i poteri, spirituali, politici e aziendali di non provarci neanche. E tutti i poteri spirituali, politici e aziendali hanno realisticamente accettato.

Il Papa ha aperto un grande dibattito ad un livello molto alto: fare o sperare? La scienza è solo insufficiente a nutrire l’immenso impulso a volere, cercare, aspettare di più, o è anche la negazione del di più (la speranza) e dunque pericolosa? La medicina e la preghiera sono da usare insieme, come sussurrava una volta il cappellano negli ospedali, o la medicina (per esempio il preservativo) è in sè un male? Il dibattito è (sarebbe) grandioso perché grandioso è il tema. Ma non c’è alcun dibattito.

La complessa lettera del Papa viene fatta spiegare a vescovi-teologi nei telegiornali. Sono vescovi colti e predicatori efficaci. Ma sono anche una grande lastra di pietra che blocca ogni tentativo di dialogo, conferma, certifica. Impossibile non ricordare la raccomandazione, da autorità benevola ma anche da esperto intellettuale, quando ha affidato alla critica il suo libro su Gesù dicendo «naturalmente siete liberi di criticare». Le critiche ci sono state, se ricordo bene con la cautela e il rispetto dovuto non tanto a un Papa quanto a un accademico accreditato tra i suoi pari (credenti e non credenti). Ma quel libro è entrato in biblioteche e scaffali di diversissime case come un testo di cui tener conto nel mondo della cultura.

Questa volta è diverso. Certo, il tema è di insegnamento al vertice della Chiesa cattolica. Ma come dare senso, interpretazione nello spazio (tutto lo spazio, non solo la Chiesa e i fedeli) e in relazione al peso anche secolare e politico di ciò che dice il Papa?

Inginocchiarsi al passaggio dell’Enciclica testimonia della scrupolosa osservanza e disciplina di chi esegue prontamente l’atto di omaggio. Ma non offre una parola, un contributo, una osservazione, uno spunto di pensiero diverso, l’impronta di un mondo libero a cui importa discutere ciò che - proprio perché conta molto - merita di essere discusso. Penso al breve commento (50 secondi) affidato a Silvia Ronchey nel corso del Tg3 (ore 19.00 del 30 novembre). Ha colto di sorpresa, iniziando con la parola «reazionario». Ha detto, giocando anche sulla immagine femminile che autorizza una apparente leggerezza: «Deliziosamente reazionaria l’Enciclica del Papa». Segue, da storica, da competente, una recensione breve e benevola. Ma la definizione iniziale, che può anche essere intesa come lode, resta in sospeso. Non c’è e non seguirà dibattito, assecondando il famoso timore del miglior cinema di costume italiano («il dibattito no!»). Il dibattito segue la mattina dopo (1 dicembre) dalle pagine del Corriere della Sera, dove il filosofo Giovanni Reale, debitamente schierato, anzi scelto perché schierato, solennemente afferma: «Semmai c’è del reazionario in certe critiche». Il tal modo getta tutto il suo peso - che è rilevante anche per i non specialisti - sull’unico guizzo di vita, presenza, ascolto da svegli - con cui Silvia Ronchey ha proposto inutilmente di prendere sul serio una Enciclica papale. Come si farebbe nel mondo della cultura, con un autore a cui si presta attenzione e rispetto.

«Chi pensa che questo sia un atteggiamento contro la scienza e la ragione non ha capito nulla. Il Papa non condanna la ragione né la scienza né la libertà. Quella del Papa è una critica alla scienza che si fa idolo e cade nello scientismo», incalza il filosofo Reale, voce autorevole (e proprio per questo preoccupante perché rifiuta di confrontare la vita con le parole) e voce unica sul più grande quotidiano italiano.

In un periodo della storia in cui 31 Stati americani vietano per legge l’insegnamento dell’evoluzionismo darwiniano, il presidente degli Stati Uniti proibisce - come in Italia - l’uso dei fondi pubblici per le ricerche sulle cellule staminali, mentre aumenta - ci dicono lo stesso giorno, gli stessi giornali e telegiornali - il contagio dell’Aids nel mondo, lo stesso mondo in cui la stessa Chiesa e lo stesso Papa vietano come immorale l’uso dei preservativi, ci può dire il professor Reale dove, quando si imbatte nella «scienza come idolo»? C’è mai stata dopo Galileo, un’epoca in cui religione e opportunismo politico si sono battuti insieme così accanitamente per frenare, umiliare, accantonare la scienza?

Un altro filosofo - Massimo Cacciari - frena un poco il tributo corale del Paese al Papa (un Paese presunto unanime che applaude il Papa prima che parli e poi va a caccia di Rom da espellere subito da questa terra cristiana, e se qualcuno vuole pregare con un’altra fede in Italia gli si rovescia addosso orina di maiale). Chiedono a Cacciari: «Teme che questa nuova Enciclica possa generare ulteriori divisioni tra credenti e non credenti?». Cacciari risponde: «Non lo temo perché il Pontefice torna a ribadire un concetto antico di fede che risale a S. Paolo: la speranza basata sulla fede rivelata. Nonostante una sostanziale banalizzazione di temi complessi come marxismo e illuminismo, questa Enciclica potrà contribuire a stimolare la riflessione tra fede e ragione».

Come farà, visto che la ragione abita - secondo il Papa - solo le strade infide del marxismo, dell’illuminismo, della scienza-idolo, e perciò viene indicata come l’alternativa inaccettabile a un’unica fede, quella cristiana nella versione “romana”? Alla fine dobbiamo renderci conto che l’Enciclica papale attraversa come un potente soffio di bora la pianura italiana, mentre dai sistemi di comunicazione e di vita sociale è stato rimosso ogni appiglio o mancorrente a cui ci si possa appoggiare per dire: no, ragioniamo. O è come dite voi o è la fine della speranza, dunque la fine di ogni convivenza possibile?

* * *

Vorrei adesso riferirmi a un fatto non religioso e molto più piccolo, però esemplare, di una nuova pedagogia che è: rimuovere gli appigli a cui appoggiarsi (come ai mancorrenti sui vagoni della metropolitana in corsa) per proporre obiezioni o argomenti diversi. Citerò non l’equivoco trionfalismo di Berlusconi, che sembra al momento accettare tutto perché, come ha già più volte dimostrato, niente lo vincola, non la coerenza, non la parola data, non l’impegno preso in pubblico. Se necessario negherà di aver mai avuto lo storico incontro di Montecitorio.

Mi interessa e mi mette in ansia, però, una frase di Veltroni che, giustamente soddisfatto del buon risultato della sua iniziativa, dice: «Penso che abbiamo introdotto qualcosa di molto importante: la fine del clima di rissa, di odio, di contrapposizione ideologica. Ora chi lo vuole riproporre se ne assumerà la responsabilità. Ma si è sperimentato che è possibile il dialogo, come nelle grandi democrazie del mondo». (Conferenza stampa alla Camera dopo l’incontro con Silvio Berlusconi, 30 novembre).

Ora basta avere ascoltato tutta la prima parte dell’ormai celebre e indimenticabile monologo di Benigni su Rai 1 per sapere che dieci milioni di italiani hanno riso fino alle lacrime ascoltando la storia vera, grottesca, incredibile dell’Italia sotto Berlusconi. È la stessa storia che, invece, tutti i telegiornali, sotto la sorveglianza di Berlusconi hanno raccontato come gloria, storia e successo. Si ride da star male alla narrazione di una Commissione parlamentare con poteri giudiziari, consulenti miliardari e spie assassinate, detta Commissione Mitrokhin, avente come unico scopo di dichiarare - in periodo pre-elettorale - che l’allora capo dell’opposizione Romano Prodi era spia del Kgb. Si ride da star male ma era vero. Come era vero che giornalisti e magistrati (che dovevano essere «disarticolati») erano costantemente spiati dal servizio italiano di spionaggio militare (il Sismi). Ovvero noi, spiati dal nostro Stato.

Si ride fino alle lacrime nel riascoltare da Benigni la storica giornata del «discorso del predellino» (persino il dettaglio è falso: nessuna auto, dal 1969, ha più un predellino su cui salire come Jean Gabin mentre faceva fuoco sulla polizia nei vecchi film francesi). Ma è vero che in un giorno il nostro interlocutore si è inventato il “Partito del Popolo” mentre era proprietario del “partito Forza Italia”.

Domanda: noi con chi abbiamo parlato e con chi abbiamo deciso di spegnere ogni polemica, con il Partito del Popolo o con Forza Italia, con Brambilla o con dell’Utri? E da dove viene e come si è manifestato «l’odio» che adesso finalmente è finito? Spiegherò perché mi mettono a disagio e un po’ mi disorientano queste parole dette dal leader che ho eletto e in cui, come milioni di italiani (gli stessi che hanno riso e pianto con Benigni, credo), ho fiducia.

Una prima ragione è che lo scambio tra la parola “odio” e la parola “critica” - una trovata pubblicitaria che abbiamo subìto da quando Berlusconi «è sceso in campo» - comincia ad essere una lunga storia. Enzo Biagi (che viene ricordato lunedì sera al Teatro Quirino dagli amici e colleghi di Art. 21) era odio o vittima dell’odio? E Sabina Guzzanti? E l’Unità accusata di tutto e rigorosamente privata di pubblicità? Renato Ruggiero sarà stato cacciato da ministro degli Esteri di Berlusconi perché odiava o perché criticava la disinvoltura d’affari del governo di cui era parte? Forse è storia passata.

Ma il conflitto di interessi e l’infezione che un potere multimiliardario porta nella politica è un argomento da sospendere nel tentativo di fare una buona legge elettorale o dobbiamo lasciar perdere adesso, anche dopo, per non dare l’impressione che il tentativo di normalizzare e legalizzare la vita italiana non è altro che odio e vendetta contro Berlusconi?

I lettori sanno che basta scrivere queste cose (che sono una mite e generica versione di ciò che i Senatori americani Hillary Clinton e Barack Obama dicono ogni giorno del loro presidente e delle loro controparti repubblicane) perché il Senatore italiano che le scrive su questo giornale sia aggredito nell’aula di quel ramo del Parlamento con insulti e calunnie che solo l’immunità parlamentare (ma anche il modesto livello culturale e umano) di chi conduce quell’aggressione protegge dalla denuncia penale. Però accade. Accade adesso.

È giusto, è urgente costruire una via d’uscita. Ma sgomberare l’orizzonte da ogni sia pur piccola barriera, da ogni riferimento storico e politico a cui aggrapparsi quando tornano (e tornano!) le aggressioni è ragionevole? E quanti giorni passeranno da oggi, 2 dicembre 2007, prima che Berlusconi neghi e sconfessi tutto?

colombo_f@posta.senato.it

* l’Unità, Pubblicato il: 02.12.07, Modificato il: 02.12.07 alle ore 14.43


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LA FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO ... DEI "DUE SOLI". IPOTESI DI RILETTURA DELLA "DIVINA COMMEDIA".

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