[...] Una parte della Chiesa africana, i 244 vescovi che partecipano al Sinodo e un gran numero di religiosi e religiose che li accompagnano, ha riempito oggi la Basilica di San Pietro. Una platea di cattolici giovani, pieni di fervore, che hanno riempito le immense navate di musica, lingue, colori, accenni di danza. Una vitalità che, lo si è visto anche durante il viaggio in Camerun e Angola nel marzo scorso, strappa gioiosi sorrisi al pontefice, e dimostra, senza alcun dubbio, che l’Africa è la speranza della Chiesa, una Chiesa che vorrebbe diventare a sua volta una speranza per l’Africa, e da lì restituire futuro anche ad un Occidente spiritualmente "malato" [...]
SINODO DEI VESCOVI 2008. L’ANNO DELLA PAROLA DI DIO: AMORE ("CHARITAS") O MAMMONA ("CARITAS")?!
Papa: superare i mali dell’Africa
andando alla verità di Dio *
"Tutte le analisi del mondo si rivelano insufficienti se non scopriamo che al fondo della corruzione e del male sta una relazione non corretta con Dio". È questo il monito che Benedetto XVI ha lanciato rivolgendo a braccio un saluto ai 244 vescovi riuniti in Vaticano per il Sinodo Africano. "Solo vedendo alla luce di Dio le colpe nostre, l’insufficienza della nostra relazione con Lui, andiamo alla verità", ha spiegato. "Se non si arriva al punto, anche tutto il resto - ha scandito - non è correggibile perchè da questo nascono tutti i vizi. Tutte le realtà dipendono dalla nostra relazione con il Creatore, dobbiamo andare alla verità che salva".
Ma, ha aggiunto il Papa teologo, "Dio non ci ha lasciato soli con i nostri peccati, con la nostra relazione disturbata con la sua Maesta. Dio non è lontano, non servono viaggi spaziali nel cielo e cose conplicate per raggiungerlo: abita nel nostro cuore, le cose della scienza e della tecnica sono costose e difficili, ma per raggiungere Dio non c’è bisogno di grandi doti: è nel cuore con la fede, sulle labbra con la confessione che ci fa evangelizzare e rinnovare il mondo". Infatti, "la fede si trasforma in carità, c’è unità di ragione e carità: Dio è da una parte ragione ma non è una ragione matematica, è fuoco, è carità".
"Nello sviluppo del mondo - ha detto ancora il Pontefice - abbiamo questa ’scalà che non è ancora finita, l’uomo dovrebbe divinizzarsi. Lo sviluppo è arrivare a questa ultima meta dove Dio, che è con noi, vuole aiutarci ad arrivare". Un percorso aperto a tutti, ha ricordato citando la parabola evangelica del Buon Samaritano che, "straniero in tutti i sensi, è per noi prossimo, supera i limiti che dividono l’umanità". Dobbiamo, è la conclusione di Papa Ratzinger alla prime sessione del Sinodo Africano, "aprire questi confini tra le tribù e le religioni. Credere diventa amore ed azione. Abbiamo il coraggio di questo Sinodo, perchè Dio non è lontano".
L’omelia alla messa di apertura di ieri. Due "pericolose patologie" stanno intaccando l’Africa: il materialismo dell’Occidente, colpevole di un "colonialismo mai del tutto terminato", e il fondamentalismo religioso. Benedetto XVI ha inaugurato con queste parole, nella Basilica di San Pietro, il Secondo sinodo speciale dei vescovi del continente africano in programma in Vaticano fino al 25 ottobre, facendo subito capire che i mali che affliggono l’Africa chiamano in causa tutto il Pianeta.
Una parte della Chiesa africana, i 244 vescovi che partecipano al Sinodo e un gran numero di religiosi e religiose che li accompagnano, ha riempito oggi la Basilica di San Pietro. Una platea di cattolici giovani, pieni di fervore, che hanno riempito le immense navate di musica, lingue, colori, accenni di danza. Una vitalità che, lo si è visto anche durante il viaggio in Camerun e Angola nel marzo scorso, strappa gioiosi sorrisi al pontefice, e dimostra, senza alcun dubbio, che l’Africa è la speranza della Chiesa, una Chiesa che vorrebbe diventare a sua volta una speranza per l’Africa, e da lì restituire futuro anche ad un Occidente spiritualmente "malato".
Ratzinger comincia la sua omelia dall’inizio di tutto, parlando della Creazione, perchè - dice - "in Africa ci sono molteplici e diverse culture, ma sembrano tutte concordare su questo punto". Dio creò la vita, un uomo e una donna in grado di generare figli: una "legge divina, scritta nella natura" e pertanto "più forte e preminente rispetto a ogni legge umana". Una prospettiva al di là della stessa morale, spiega il Papa, perchè "essa, prima del dovere, riguarda l’essere, l’ordine inscritto nella creazione". E prova, fra l’altro, che Gesù e gli uomini "provengono tutti da una stessa origine": stessa dignità, stessi diritti, a prescindere dall’etnia, dalla provenienza e dal colore della pelle.
Poi, parla dei tesori dell’Africa ma, più che alle razzie compiute dalle multinazionali occidentali denunciate nell’Instrumentum laboris del Sinodo, si riferisce al suo patrimonio spirituale e culturale, immenso "polmone" oggi intaccato dai morsi di un "colonialismo finito sul piano politico" ma, in realtà "mai del tutto terminato", e che si esprime nel "materialismo pratico combinato con il pensiero relativista e nichilista", "tossici rifiuti spirituali che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane". Nella "stessa prospettiva", quasi fosse l’altra faccia di una stessa medaglia, Benedetto XVI mette in guardia contro il secondo "virus" che potrebbe colpire anche l’Africa: il fondamentalismo religioso, mischiato con interessi politici ed economici". Moniti pesanti, anche se il Papa chiarisce poco dopo, all’Angelus, che il Sinodo non fornirà ricette ma "indicazioni pastorali", come l’invito ad un maggiore sforzo di riconciliazione tra le etnie e alla tutela dell’infanzia.
SINODO DEI VESCOVI 2008. L’ANNO DELLA PAROLA DI DIO: AMORE ("CHARITAS") O MAMMONA ("CARITAS")?!
L’Oriente prima della Grecia
I nostri padri? Egizi e semiti
Il primato ellenico viene «costruito» solo a metà Settecento
di Pierluigi Panza (Corriere della Sera, 12.10.2011)
Nel 1987 lo studioso Martin Bernal pubblicò un libro controverso intitolato Black Athena: Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica. Sviluppava due temi: il primo riguarda lo studio dei prelievi culturali dei greci dalle civiltà egiziana e fenicia; il secondo, al quale qui accenniamo (e potrà essere approfondito sui volumi della collana), la costruzione culturale di una Grecia «ariana» come luogo d’origine della civiltà occidentale avvenuta in Europa nella seconda metà del Settecento. A parte l’«afrocentrismo» di Bernal - già criticato da Mary Lefkowitz - resta indubbio che, sino ad allora, i padri delle civiltà e della «prisca sapienza» erano ritenuti gli egiziani e i semiti. Entrambi potevano vantare le più antiche tradizioni culturali e religiose, monumenti identitari diventati archetipi (le piramidi e il tempio di Salomone) e le lingue più vicine agli dei o a Dio: i geroglifici e la lingua ebraica.
Semplificando, dal tardo Umanesimo sino a metà Settecento - quando iniziano le spedizioni degli eruditi a Levante - le grandi tradizioni culturali che si sviluppano nell’Europa colta sono fondate o legate a queste due civiltà. L’esempio più noto è quello fornito da Marsilio Ficino alla corte medicea che interrompe la traduzione di Platone per passare a quelle del Pimander e dell’Asclepius, i testi ermetici (sono compilazioni greche, ma allora ritenute dell’egiziano Ermete Trismegisto) portati in Europa dai sapienti in fuga da Bisanzio conquistata dall’islam. Tra il 1471 e il 1641 si contano 25 edizioni della traduzione ficiniana del 1463.
La pubblicazione della Hieroglyphica di Orapollo nel 1505, e l’analogo testo del Valeriano in 58 libri del 1556, rappresentano i vertici degli indefessi studi dedicati dagli eruditi alla decifrazione della lingua sacra, i geroglifici. Del resto nessuno dubita che gli egizi siano anche gli inventori delle future Belle arti: «Li Egiptii - scrive Leon Battista Alberti nel De re edificatoria - affermano bene anni seimila essere la pittura stata in uso prima che fusse traslata in Grecia».
Ovviamente anche le più magnificenti costruzioni dell’antichità sono in Egitto o nel bacino semitico. Basti pensare alla straordinaria fioritura di libri sulle cosiddette sette meraviglie del mondo tra il Cinque e il Seicento: la maggior parte degli autori che tentano di fissarne il canone le stabilisce a Levante. Sono piramidi, giardini pensili di Babilonia, Tempio di Salomone, Colosso di Rodi... Quando le si individua in Morea, queste fanno spesso riferimento a un’età anteriore a quella della Grecia classica. Le piramidi, poi, danno vita allo sviluppo di una vera e propria disciplina, la piramidografia, tesa a studiare le «esatte dimensioni» di queste architetture misteriose e sacre. Burattini e Graves ritennero di essere riusciti a misurare la grande piramide.
Ma non sono solo le piramidi a interessare gli eruditi, anche il tempio di Salomone. Due gesuiti, Prado e Villalpando, tra il 1596 e il 1604 ne tentano una ricostruzione geometrica sulla base del Libro di Ezechiele. E il tempio di Salomone, come l’Arca dell’Alleanza e quella di Noè diventano gli archetipi di una nuova tradizione artistica, quella salomonica, di cui la costruzione dell’Escorial è il vertice. Tradizione che trova il suo corrispettivo nella Storia naturale nella cosiddetta teoria mosaica dello sviluppo della terra (alla quale l’epistemologo Paolo Rossi ha dedicato insigni studi).
Non c’è Wunderkammer nel Sei-Settecento che non ambisca ad esporre rarità di naturalia o artificialia provenienti dall’Oriente o dall’Africa, dai coccodrilli del Nilo ai coralli, dai corni di rinoceronte ai mattoni della torre o delle mura di Babele. Li esibisce il più grande erudito dei Seicento, il gesuita Athanasius Kircher nel suo museo al collegio romano, tra decine di obelischi in legno, modellini di quelli che, negli stessi secoli, venivano innalzati a Roma. Uno anche in piazza San Pietro dall’architetto Domenico Fontana: un’impresa talmente eroica da scriverne un libro nel 1590.
Tutto questo cambiò dalla metà del Settecento sulla base di molteplici spinte, da quelle accademiche (nei paesi tedeschi) a quelle politiche a quelle nate sulla spinta delle prime misurazioni dei monumenti greci di Stuart e Revett nel 1764, anno in cui Winckelmann pubblicò la bibbia della rinascita greca nell’arte, la Geschichte, ovvero la Storia dell’arte nell’antichità. La Francia colta, da monsignor Mariette sino agli accademici Beaux arts, contribuirà alla costruzione del mito greco mandando in soffitta i grandi repertori sulle antichità di Caylus e Montfauçon, troppo aderenti all’antico modello.
La sconfitta di Napoleone in Egitto - nonostante il colossale sforzo documentativo della Description de l’Egypte - contribuirà ulteriormente allo spostamento d’interesse. La «liberazione» della Grecia dal giogo turco favorirà la costruzione di una idea diversa del Levante, che diventerà, per gli orientalisti europei, il luogo dell’esotico, del pittoresco e del mistero. Mentre la Grecia liberata dagli ellenisti europei, come Byron, la culla della nostra civiltà.
Un corpo di spedizione francese, in accordo con le altre due potenze (Inghilterra e Russia), invierà nell’agosto del 1828 una spedizione di studiosi, guidata da Bory de Saint-Vincent, per documentare tutte le caratteristiche della Grecia (Expédition scientifique de Morée, Parigi, 1831-1835, tre volumi). Abel Blout, che ne cura la parte relativa ai monumenti, si esalta nel «portare la civiltà» in Grecia, scrive, «patria» di quell’Europa rinnovata dalla rivoluzione del 1789. Il suo era un ideale di libertà da «esportare», nato con i libri di Volnay ed elaborato dall’ambasciatore Forbin. E vivo ancora oggi! Basta sostituire la parola libertà con democrazia.
Cardinale Turckson: "Un papa nero? Dopo Obama perche no"
Il relatore ghanese a proposito dell’Aids: "Sì al condom se nella coppia c’è contagio"
Ansa, 05 ottobre, 15:53
CITTA’ DEL VATICANO - La Chiesa cattolica è senz’altro pronta ad accogliere, in futuro, un papa nero: lo ha detto il relatore generale al Secondo sinodo speciale dei vescovi per l’Africa, il cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turckson, in una conferenza stampa. Rispondendo alla domanda di un giornalista, il card.Appiah ha osservato che "in fondo questa è un’esperienza già fatta in politica, con l’elezione di Obama, e potrebbe essere fatta anche dalla Chiesa cattolica, che è universale e rappresenta tutti i continenti. Perciò - ha aggiunto - non credo che si possa escludere questa possibilità, né che manchino africani all’altezza di questo ruolo". Possibilità ci sono - ha ribadito - anche se "magari dovremmo discuterne con il Papa". Comunque "non sconvolgerebbe nessuno. Abbiamo tutti una stessa origine, radici comuni, parliamo tanto di comunione, e giustizia dovrebbe dirci che possiamo guardare a questa possibilità. Non dobbiamo per questo sentirci minacciati nella nostra fede: questa - ha concluso - è una delle sfide del Vangelo: respingere i condizionamenti e i pregiudizi del passato".
L’utilizzo del preservativo (all’interno di una coppia nella quale uno dei due coniugi è contagiato dall’Hiv), insieme alla fedeltà di coppia, sono le raccomandazioni del relatore al Secondo sinodo dei vescovi per l’Africa e primate del Ghana, Peter Kodwo Appiah Turckson, per contrastare la diffusione dell’Aids in Africa. Lo ha affermato nel corso di una conferenza stampa per illustrare i contenuti della sua relazione, rispondendo alla domanda di un giornalista.
Sul tema, nel sito, si cfr.:
IL PAPA CHE RIDE, L’AFRICA CHE SOFFRE E LA LEZIONE DI SUOR EMMANUELLE A GIOVANNI PAOLO II.
«Razionalizzare la fede»
La vera posta in gioco
Al Sinodo sull’Africa un mini concilio
di Benedetto Ippolito (il Riformista, 07.10.2009)
Nel continente in trent’anni i cristiani sono passati da 55 a 146 milioni. Dal 1994 al 2008 sono stati uccisi 521 missionari. I 244 padri sinodali, i 29 esperti e i 49 uditori si interrogheranno soprattutto su cultura, famiglia e infanzia. Spiega padre Massimo Cenci, sottosegretario della congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, che la novità emersa dopo la decolonizzazione è che non esiste un’ostilità della cultura popolare al cristianesimo, anzi. La sfida, come dice il Papa, è liberare l’istintiva religiosità naturale dall’irrazionalità.
Si è aperta, all’inizio di questa settimana, la seconda assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi per l’Africa. Si tratta di un evento eccezionale nella vita della Chiesa che durerà per quasi tutto il mese di ottobre. L’assise terminerà il giorno 25, dopo ben tre settimane intense di lavori. L’arcivescovo Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei vescovi, qualche giorno fa ha spiegato, in un briefing tenuto presso la Santa Sede, che all’origine di questo secondo storico appuntamento ecclesiale vi è la rilevante espansione che la fede cristiana sta avendo, recentemente e con intensità, in tutto il continente. «Malgrado più di 521 missionari siano stati uccisi solo dal 1994 al 2008 - ha osservato il prelato - il processo di evangelizzazione è stato assolutamente straordinario, triplicando il numero dei cristiani, in poco più di trent’anni, dai 55 milioni del 1978 ai 146 milioni del 2007». Al centro degli obiettivi vi è, quindi, un’analisi e un confronto delle diverse dinamiche di questa vigorosa evangelizzazione, in paragone a quanto accade nel resto del mondo. I partecipanti sono 244 padri sinodali, quasi tutti vescovi, di cui ben 197 sono provenienti direttamente dall’Africa, mentre 47 da altri continenti. A essi si sono aggiunti, poi, 29 esperti e 49 uditori, tra uomini e donne, che assisteranno all’intero dibattito.
Si tratta di un mini concilio, il cui significato è stato spiegato con grande efficacia da Benedetto XVI domenica scorsa, durante la Messa di apertura dell’Assemblea. Il Papa ha rimarcato il peculiare ruolo di «polmone spirituale» che l’Africa rappresenta «per un’umanità in crisi di fede e di speranza». La forza straordinaria della mentalità africana è di essere, con la sua prorompente spiritualità popolare, una costante provocazione per il materialismo pratico occidentale, sopraffatto da un pensiero relativista, edonista e nichilista.
Le linee programmatiche dei lavori, tracciate dal Pontefice, sono state riprese lunedì scorso, nell’aula del Sinodo, dal cardinale Francis Arinze, prefetto emerito della congregazione del Culto divino. Egli ha ricordato le profonde novità presenti nell’ordine del giorno dell’attuale assemblea rispetto alla precedente, svoltasi nel 1994 sotto la guida di Giovanni Paolo II. Non solo, in effetti, il ruolo della Chiesa è profondamente cambiato in questo lasso di tempo, ma l’Africa stessa costituisce oggi una chiave di volta per lo sviluppo di tutto il mondo globalizzato, non solo a causa dei suoi drammi, ma anche e soprattutto per le sue immense potenzialità umane.
L’assemblea concentrerà i suoi sforzi principalmente sui tre principali aspetti dello sviluppo dell’Africa: la cultura, la famiglia e l’infanzia.
Padre Massimo Cenci, sottosegretario della congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, ha chiarito che «queste tre aspettative della società africana sono affiorate massimamente dopo la fine della colonizzazione, quando cioè i diversi popoli africani hanno conquistato una loro lenta e progressiva autonomia dall’Occidente». La grande novità è stata la scoperta, fatta soprattutto dai religiosi e i missionari, che non esisteva una reale opposizione della cultura popolare al cristianesimo. Men che meno, ostilità. La popolazione africana, con la propria affascinante semplicità, possiede, infatti, un’istintiva «fede in Dio creatore», che rivela una diffusissima e sbalorditiva anima religiosa di base.
D’altra parte, il risveglio della spiritualità è un fenomeno umano e sociale che si palesa di continuo un po’ ovunque a sud del Mediterraneo. In Senegal, ad esempio, «la Chiesa nazionale, che per decenni è stata teatro di missioni, è divenuta ormai da anni a sua volta missionaria, capace cioè di dare quanto ha ricevuto agli altri, espandendo la fede cristiana altrove, sia per mezzo delle tante vocazioni sacerdotali e sia mediante l’emigrazione delle persone dappertutto».
Si è consolidata una forma di «fede popolare istintiva», la quale purtroppo non riesce sempre a liberarsi con facilità dall’irrazionalità delle credenze superstiziose e delle ritualità magiche. Di qui lo sforzo, più volte ricordato da Benedetto XVI, di un efficace e perseverante impegno per «razionalizzare la fede», cercando di far emergere una riflessività culturale molto spesso sommersa e sopita dalla mancanza di istruzione e formazione.
Particolarmente indicativa, in questo senso, è la situazione del Ghana. Un collaboratore di padre Cenci, nativo dello Stato centrafricano, ha illustrato la particolare importanza che ha la famiglia monogamica per la stabilità della società. La maggior parte della comunità nazionale ha trovato nella famiglia di Nazaret un modello etico ideale, benché i cristiani non superino il 7 per cento della popolazione. Anche i musulmani, per ragioni culturali, privilegiano quasi esclusivamente relazioni esclusive uomo-donna, tendendo a non separarsi e a non risposarsi, benché possano farlo. Questa stabilità sentimentale ha garantito così una facile diffusione del cristianesimo, che è percepito come una sorta di morale naturale, ancorata al buon senso e alla pratica ordinaria delle virtù.
Un grande problema al centro degli interessi dei vescovi africani è, però, certamente la corruzione politica. Un Paese come il Congo, ad esempio, pur avendo una situazione sociale di partenza analoga alla precedente, è dissanguato da una politica antidemocratica, fortemente influenzata da interessi economici occidentali. Il conflitto dell’Ituri, ancora in corso e nato a seguito della guerra civile, ha prodotto un tragico genocidio negli anni dal 1999 al 2007, con lotte tribali fomentate dagli interessi economici delle grandi multinazionali, di cui il Governo locale si è reso complice ed esecutore militare.
Uno degli obiettivi capitali che si propone questa assemblea straordinaria, prima ancora dell’emergenza educativa e del consolidamento democratico, è l’emergenza della fame e delle epidemie. Nel primo caso, la maggioranza dei Paesi africani non può godere dell’uso di strumenti tecnologici adeguati, finendo per non consumare se non in rari casi e non vedere quasi mai distribuite tra i cittadini neanche le risorse alimentari necessarie alla sopravvivenza dei bambini. Nel secondo caso, la cura delle malattie mortali manca completamente di risorse indispensabili per fronteggiarne l’espansione. In questo frangente, le ricette occidentali, incluso l’invio di profilattici, mostrano tutta la loro debolezza e miopia. Non soltanto affezioni banali come la malaria seminano molti più morti dell’Aids, ma la vera soluzione al flagello è costituita dal rafforzamento della morale familiare, sentita da tutti come una risorsa indispensabile per la sopravvivenza. Non a caso, le parole del Papa contro l’uso dei profilattici, durante il suo recente viaggio in Africa, hanno trovato approvazione unanime dell’opinione pubblica africana, compresi i capi musulmani; mentre hanno avuto una disapprovazione da parte del Belgio, che è tra i massimi produttori di anticoncezionali nel mondo.
Una convinzione ultima, in definitiva, è particolarmente popolare nel continente, ossia che la «Chiesa vuole il bene dell’Africa». Se non altro per ciò, più di un miliardo di persone dimenticate da tutti guarderanno con speranza a questo importante ottobre ecclesiale romano che li farà essere protagonisti del mondo, almeno per una volta.