Avanti tutta - fino alla fine!!!

BUSH E I SUOI CONTI ALLA ROVESCIA!!! GUERRA, E ANCORA GUERRA: ORA CONTRO TEHERAN. UN "BEL REGALO" DI FINE MANDATO AGLI STATI UNITI, ALL’EUROPA E AL MONDO INTERO!!! Silenziosamente, furtivamente, al riparo dalle telecamere, la guerra contro l’Iran è cominciata. Un articolo di Alain Gresh (maggio 2007) - a cura di pfls

mercoledì 10 ottobre 2007.
 
[...] niente indica che il presidente Bush abbia rinunciato ad attaccare l’Iran. Questo obiettivo s’inscrive nella sua visione di una «terza guerra mondiale» contro il «fascismo islamico», una guerra ideologica che non può finire se non con la vittoria totale. La demonizzazione dell’Iran, facilitata dall’atteggiamento del suo presidente, s’inscrive in questa strategia, che può sfociare in una nuova avventura militare. Sarebbe una catastrofe, non soltanto per l’Iran e per il Vicino Oriente, ma anche per le relazioni che l’Occidente, e in primo luogo l’Europa, mantiene con questa regione del mondo [...]


-  Modi di vedere - Tempeste sull’Iran
-  Conteggio alla rovescia

di Alain Gresh (Le Monde Diplomatique, Quaderno della serie Manière de voir)

(traduzione dal francese di José F. Padova)

Silenziosamente, furtivamente, al riparo dalle telecamere, la guerra contro l’Iran è cominciata. Numerose fonti confermano che gli Stati Uniti hanno intensificato i loro aiuti a diversi movimenti armati a base etnica - azeri, beluchi, arabi, curdi, minoranze che, prese nell’insieme, rappresentano circa il 40% della popolazione iraniana - allo scopo di destabilizzare la Repubblica islamica. All’inizio di aprile la televisione ABC rivelava che il gruppo beluchi Jound Al-Islam («I soldati dell’Islam»), che aveva appena sferrato un attacco contro alcuni guardiani della rivoluzione (una ventina i morti), -aveva goduto di un’assistenza segreta americana. Un rapporto di The Century Foundation (1) rivela che commando americani operano all’interno stesso dell’Iran dall’estate del 2004. il 29 gennaio 2002, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Gorge W. Bush classificava l’Iran, con la Corea del Nord e l’Iraq, nell’ «Asse del Male». Il 18 giugno 2003 affermava che gli Stati Uniti e i loro alleati «non tollererebbero» l’accesso di questo paese all’armamento nucleare. Non è inutile ricordare il contesto dell’epoca. Mohammad Khatami era allora presidente della Repubblica islamica e moltiplicava i suoi appelli al «dialogo fra le civiltà». In Afghanistan gli Stati Uniti avevano beneficiato del sostegno attivo di Teheran, che aveva messo in moto le sue molteplici reti di contatti per facilitare il rovesciamento del regime dei taliban. Il 2 maggio 2003, in occasione di un incontro a Ginevra fra l’ambasciatore iraniano Javad Zarif e Zalmay Khalilzad, all’epoca inviato speciale del presidente Bush in Afghanistan, i dirigenti di Teheran presentavano alla Casa Bianca una proposta di negoziato globale sui tre temi: le armi di distruzione di massa; il terrorismo e la sicurezza; la cooperazione economica (2). La Repubblica islamica si dichiarava pronta a sostenere l’iniziativa di pace araba del vertice di Beyrut (2002) e a contribuire alla trasformazione degli Hezbollah libanesi in un partito politico. Il 18 dicembre 2003 Teheran firmava il protocollo addizionale del trattato di non proliferazione nucleare (TNP), protocollo che soltanto qualche Paese ha ratificato e che rafforza considerevolmente le capacità di sorveglianza dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA).

Tutti questi gesti di apertura furono totalmente e semplicemente spazzati via dall’Amministrazione americana, che rimane focalizzata su un obiettivo, il rovesciamento del «regime dei mullah». Per creare le condizioni favorevoli a un eventuale intervento militare essa continua ad agitare la «minaccia nucleare». Da anni sono stati prodotti dalle succedentisi amministrazioni americane rapporti allarmisti, sempre smentiti. Nel gennaio 1995 il direttore dell’Agenzia americana per il controllo degli armamenti e il disarmo affermava che l’Iran avrebbe potuto avere la bomba nel 2003; parallelamente, il segretario alla Difesa William Perry affermava che questo obiettivo sarebbe raggiunto prima del... 2000. queste «previsioni» furono ripetute l’anno successivo da Shimon Peres (3). Tuttavia, in aprile 2007, malgrado i progressi compiuti dall?Iran in materia di arricchimento dell’uranio, l’AIEA stimava che Teheran non disporrà «della capacità» di produrre la bomba entro quattro/sei anni.

Come stanno realmente le cose? Dagli anni ’60, quindi ben prima della vittoria della rivoluzione islamica, l’Iran ha cercato di sviluppare una filiera nucleare per preparare il dopo-petrolio. Con l’evoluzione delle tecnologie, la padronanza totale del ciclo del nucleare civile rende più facile il passaggio al militare. I dirigenti di Teheran hanno preso una simile decisione? Nulla permette d’affermarlo. Il rischio esiste? Si, e per motivi facili da comprendere.

Durante la guerra fra Iraq e Iran (1980-1988) il regime di Saddam Hussein ha utilizzato, in violazione di tutti i trattati internazionali, le armi chimiche contro l’Iran; né gli Stati Uniti né la Francia si sono indignati per questo impiego di armi di distruzione di massa che ha traumatizzato il popolo iraniano. D’altra parte, le truppe americane occupano l’Iraq e l’Afghanistan e l’Iran è racchiuso da una rete densa di basi militari straniere. Infine, due Paesi vicini, il Pakistan e Israele, dispongono dell’arma nucleare. Quale leader politico iraniano sarebbe insensibile di fronte a una simile situazione?

Da allora, come fare per evitare che Teheran acceda alle armi nucleari, ciò che rilancerebbe la corsa agli armamenti in una regione già molto instabile e che darebbe un colpo indubbiamente fatale al trattato di non proliferazione? Contrariamente a quello che si è sovente ventilato, l’ostacolo essenziale non sta nella volontà di Teheran di arricchire l’uranio: l’Iran, secondo il TNP, ne ha il diritto ma ha sempre affermato di essere pronto ad apportare volontariamente restrizioni a questo diritto e ad accettare un rafforzamento dei controlli dell’AIEA, per evitare ogni eventuale utilizzo dell’uranio arricchito a fini militari.

D’altra parte la preoccupazione fondamentale della Repubblica islamica è altrove, come lo prova l’accordo sottoscritto il 14 novembre 2004 con la «troika» europea (Francia, Regno Unito, Germania): l’Iran accettava di sospendere provvisoriamente l’arricchimento dell’uranio, dato per inteso che un accordo a lungo termine «fornirebbe impegni fissi sulle questioni di sicurezza». Poiché questi impegni sono stati rifiutati da Washington, l’Iran ha ripreso il suo programma di arricchimento.

Invece di sviluppare una politica indipendente, l’Unione Europea si è allineata su Washington. Le nuove proposte formulate dai cinque membri del Consiglio di Sicurezza e dalla Germania, nel giugno 2006, non contenevano alcuna garanzia di non-intervento negli affari iraniani. Nella sua risposta, in agosto, Teheran esigette di nuovo che «le parti occidentali che vogliono partecipare alle negoziazioni dichiarano a nome loro e degli altri Paesi europei la rinuncia alle politiche di intimidazione, di pressione e di sanzioni contro l’Iran». Solamente un simile impegno permetterebbe di riavviare i negoziati. Altrimenti l’escalation è inevitabile. Tanto più che l’elezione alla presidenza, in giugno 2005, di Mahmud Ahmadinejad non facilita il dialogo, perché il nuovo eletto moltiplica le dichiarazioni incendiarie, specialmente sul genocidio degli Ebrei e su Israele.

Ma l’Iran, un grande Paese dalla ricca storia, non può essere riassunto al suo solo presidente. Nel seno stesso del potere le tensioni sono forti e Ahmadinejad alle elezioni municipali e a quelle dell’Assemblea dei saggi in dicembre 2006 ha subito una disfatta elettorale. In senso più largo, la contestazione a un tempo economica e sociale rimane forte e sono vivaci le aspirazioni a più libertà, in particolare nelle donne e nei giovani. La società rifiuta ogni azione tendente a irreggimentarla. Il solo strumento di cui il regime dispone per cementare la popolazione attorno a sé resta proprio il nazionalismo, il rifiuto delle ingerenze straniere delle quali l’Iran ha sofferto nel corso dell’intero XX secolo...

Malgrado il disastro iracheno niente indica che il presidente Bush abbia rinunciato ad attaccare l’Iran. Questo obiettivo s’inscrive nella sua visione di una «terza guerra mondiale» contro il «fascismo islamico», una guerra ideologica che non può finire se non con la vittoria totale. La demonizzazione dell’Iran, facilitata dall’atteggiamento del suo presidente, s’inscrive in questa strategia, che può sfociare in una nuova avventura militare. Sarebbe una catastrofe, non soltanto per l’Iran e per il Vicino Oriente, ma anche per le relazioni che l’Occidente, e in primo luogo l’Europa, mantiene con questa regione del mondo.

-  (1) Sam Gardiner, « The end of the “summer of diplomacy” : Assessing US military options on Iran », Washington, DC, 2006.
-  (2) Circa questa offerta leggere Gareth Porter, « Burnt offering », The American Prospect, Washington, DC, juin 2006.
-  (3) Vedi « Quand l’Iran aura-t-il l’arme nucléaire ? », « Nouvelles d’Orient », 4 septembre 2006.

Testo originale:

-  Manière de voir - Tempêtes sur l’Iran.
-  Compte à rebours

Silencieusement, furtivement, à l’abri des caméras, la guerre contre l’Iran a commencé. De nombreuses sources confirment que les Etats-Unis ont intensifié leur aide à plusieurs mouvements armés à base ethnique - Azéris, Baloutches, Arabes, Kurdes, minorités qui, ensemble, représentent environ 40 % de la population iranienne -, dans le but de déstabiliser la République islamique. Début avril, la télévision ABC révélait ainsi que le groupe baloutche Jound Al-Islam (« Les soldats de l’islam »), qui venait de mener une attaque contre des gardiens de la révolution (une vingtaine de tués), avait bénéficié d’une assistance secrète américaine. Un rapport de The Century Foundation (1) révèle que des commandos américains opèrent à l’intérieur même de l’Iran depuis l’été 2004. Le 29 janvier 2002, dans son discours sur l’état de l’Union, que le président George W. Bush classait l’Iran, avec la Corée du Nord et l’Irak, dans l’« axe du Mal ». Le 18 juin 2003, il affirmait que les Etats-Unis et leurs alliés « ne toléreraient pas » l’accession de ce pays à l’arme nucléaire. Il n’est pas inutile de rappeler le contexte de l’époque. M. Mohammad Khatami était alors président de la République islamique et multipliait les appels au « dialogue des civilisations ». En Afghanistan, les Etats-Unis avaient bénéficié du soutien actif de Téhéran, qui avait utilisé ses nombreux relais pour faciliter le renversement du régime des talibans. Le 2 mai 2003, lors d’une rencontre à Genève entre l’ambassadeur iranien Javad Zarif et M. Zalmay Khalilzad, à l’époque envoyé spécial du président Bush en Afghanistan, les dirigeants de Téhéran soumettaient à la Maison Blanche une proposition de négociation globale sur trois thèmes : les armes de destruction massive ; le terrorisme et la sécurité ; la coopération économique (2). La République islamique se déclarait prête à soutenir l’initiative de paix arabe du sommet de Beyrouth (2002) et à contribuer à la transformation du Hezbollah libanais en parti politique. Le 18 décembre 2003, Téhéran signait le protocole additionnel du traité de non-prolifération nucléaire (TNP), protocole que seuls quelques pays ont ratifié et qui renforce considérablement les capacités de surveillance de l’Agence internationale de l’énergie atomique (AIEA).

Tous ces gestes d’ouverture furent purement et simplement balayés par l’administration américaine, qui reste focalisée sur un objectif, le renversement du « régime des mollahs ». Pour créer les conditions d’une éventuelle intervention militaire, elle continue à agiter la « menace nucléaire ». Depuis des années, des rapports alarmistes ont été produits par les administrations américaines successives, et toujours démentis. En janvier 1995, le directeur de l’Agence américaine pour le contrôle des armements et le désarmement affirmait que l’Iran pourrait avoir la bombe en 2003 ; parallèlement, le secrétaire à la défense William Perry affirmait que cet objectif serait atteint avant... 2000. Ces « prévisions » furent répétées l’année suivante par M. Shimon Pérès (3). Pourtant, en avril 2007, malgré les progrès accomplis par l’Iran en matière d’enrichissement d’uranium, l’AIEA estime que Téhéran ne disposera « des capacités » de produire la bombe que d’ici quatre à six ans.

Qu’en est-il réellement ? Depuis les années 1960, donc bien avant la victoire de la révolution islamique, l’Iran a cherché à développer une filière nucléaire pour préparer l’après-pétrole. Avec l’évolution des technologies, la maîtrise totale du cycle du nucléaire civil rend plus facile le passage au militaire. Les dirigeants de Téhéran ont-ils pris une telle décision ? Rien ne permet de l’affirmer. Le risque existe-t-il ? Oui, et pour des raisons faciles à comprendre.

Durant la guerre irako-iranienne (1980-1988), le régime de Saddam Hussein a utilisé, en violation de tous les traités internationaux, des armes chimiques contre l’Iran ; ni les Etats-Unis ni la France ne se sont indignés de cet usage d’armes de destruction massive qui a traumatisé le peuple iranien. D’autre part, les troupes américaines campent en Irak et en Afghanistan, et l’Iran est enserré dans un réseau dense de bases militaires étrangères. Enfin, deux pays voisins, le Pakistan et Israël, disposent de l’arme nucléaire. Quel leader politique iranien serait insensible à un tel contexte ?

Comment, dès lors, éviter que Téhéran n’accède à l’arme nucléaire, ce qui relancerait la course aux armements dans une région déjà bien instable et porterait un coup sans doute fatal au traité de nonprolifération ? Contrairement à ce qui est souvent avancé, l’obstacle essentiel ne réside pas dans la volonté de Téhéran d’enrichir l’uranium : l’Iran, selon le TNP, en a le droit mais a toujours affirmé qu’il était prêt à apporter volontairement des restrictions à ce droit et à accepter un renforcement des contrôles de l’AIEA pour éviter toute éventuelle utilisation de l’uranium enrichi à des fins militaires.

La préoccupation fondamentale de la République islamique est ailleurs, comme le prouve l’accord signé le 14 novembre 2004 avec la « troïka » européenne (France, Royaume-Uni, Allemagne) : l’Iran acceptait de suspendre provisoirement l’enrichissement de l’uranium, étant entendu qu’un accord à long terme « fournirait des engagements fermes sur les questions de sécurité ». Ces engagements ayant été refusés par Washington, l’Iran reprit son programme d’enrichissement.

Au lieu de poursuivre une politique indépendante, l’Union européenne s’est alignée sur Washington. Les nouvelles propositions formulées par les cinq membres du Conseil de sécurité et par l’Allemagne, en juin 2006, ne contenaient aucune garantie de non-intervention dans les affaires iraniennes. Dans sa réponse, en août, Téhéran exigea à nouveau que « les parties occidentales qui veulent participer aux négociations annoncent en leur nom et celui des autres pays européens la mise de côté des politiques d’intimidation, de pressions et de sanctions contre l’Iran ». Seul un tel engagement permettrait de relancer les négociations.`

Autrement, l’escalade est inévitable. D’autant que l’élection à la présidence, en juin 2005, de M. Mahmoud Ahmadinejad ne facilite pas le dialogue, le nouvel élu multipliant les déclarations incendiaires, notamment sur le génocide des Juifs et sur Israël. Mais l’Iran, un grand pays à la riche histoire, ne se résume pas à son président. Les tensions sont fortes au sein même du pouvoir, et M. Ahmadinejad a subi une déroute électorale aux élections des municipalités comme de l’Assemblée des experts en décembre 2006. Plus largement, la contestation à la fois économique et sociale reste forte, et les aspirations à plus de libertés sont vives, notamment chez les femmes et chez les jeunes. La société refuse toute caporalisation. Le seul atout que possède le régime pour souder la population autour de lui reste, justement, le nationalisme, le refus des ingérences étrangères dont l’Iran a souffert tout au long du XXe siècle...

Malgré le désastre irakien, rien n’indique que le président Bush ait renoncé à attaquer l’Iran. Cet objectif s’inscrit dans sa vision d’une « troisième guerre mondiale » contre le « fascisme islamique », une guerre idéologique qui ne peut se terminer que par la victoire totale. La diabolisation de l’Iran, facilitée par la posture de son président, s’inscrit dans cette stratégie, qui peut déboucher sur une nouvelle aventure militaire. Ce serait une catastrophe, non seulement pour l’Iran et pour le Proche-Orient, mais aussi pour les relations que l’Occident, et en premier lieu l’Europe, entretient avec cette région du monde.

Alain Gresh.

-  (1) Sam Gardiner, « The end of the “summer of diplomacy” : Assessing US military options on Iran », Washington, DC, 2006.
-  (2) Sur cette offre, lire Gareth Porter, « Burnt offering », The American Prospect, Washington, DC, juin 2006.
-  (3) Lire « Quand l’Iran aura-t-il l’arme nucléaire ? », « Nouvelles d’Orient », 4 septembre 2006.

26 maggio 2007


Rispondere all'articolo

Forum