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AFRICA IN GUERRA. REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, MASSIMA EMERGENZA. Nel Nord Kivu, al confine con il Rwanda, ormai gli sfollati sono quasi due milioni - a cura di Federico La Sala

"Nessuno può restare indifferente dinanzi ai drammatici fatti che stanno accadendo nel Congo"(Veltroni).
domenica 2 novembre 2008.
 
[...] Il Congo non può essere lasciato solo. L’est della Repubblica democratica del Congo è teatro da diverse settimane di un tragico conflitto, residuo del genocidio di un milione di tutsi e hutu nel 1994, in Ruanda. La guerra civile si è scatenata fra i ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) guidati dal generale dissidente Laurent Nkunda, che affermano di agire per difendere la comunità tutsi, e le forze governative congolesi, accusate di collaborare coi miliziani hutu. Le milizie di Nkunda sono arrivate mercoledì alle porte di Goma, capoluogo della provincia orientale del Nord Kivu, e hanno proclamato da allora un cessate il fuoco unilaterale, che finora sembra rispettato. I combattimenti, in realtà, sono ridotti al minimo negli ultimi giorni, ma continuano le vessazioni compiute dai ribelli, dai soldati governativi e dagli sbandati di entrambi le fazioni, che hanno costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le loro case senza sapere dove sia possibile trovare un rifugio [...]

-  La denuncia del ministro degli Esteri britannico: "Rischio epidemie e malnutrizione"
-  Diplomazia al lavoro per fermare la guerra civile. Veltroni: "Intervenga il governo italiano"

-  Congo, 1,6 milioni di profughi
-  "Non hanno né acqua né cibo"

ROMA - "Gli sfollati in Congo sono più di un milione e 600.000. Sono presi in trappola senza né acqua né cibo". La denuncia è del ministro degli esteri britannico David Miliband che ha raggiunto la capitale del Congo devastato dalla guerra civile tra l’esercito del generale ribelle Laurent Nkunda e le truppe del presidente Joseph Kabila. "I profughi - ha detto Miliband - non possono essere raggiunti facilmente dagli aiuti umanitari. La minaccia di epidemie e di diffusa malnutrizione nella zona degli scontri è più che reale".

Il secondo giorno consecutivo di tregua sembra reggere, ma continuano le vessazioni compiute dai ribelli, dai soldati governativi e dagli sbandati di entrambi le fazioni, che hanno costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le loro case e a vagare nel Paese senza meta.

Il mondo diplomatico sembra reagire. A nome dell’Unione europea, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner, insieme al collega britannico, sono in missione a Kinshasa. "Nessuno può restare indifferente dinanzi ai drammatici fatti che stanno accadendo nel Congo", ha detto Walter Veltroni, segretario del Partito democratico: "E’ necessario che il governo italiano assuma un’iniziativa assieme ai partner europei riferendo al più presto alle Camere".

Il fronte della guerra tra l’esercito della Repubblica democratica del Congo e i ribelli del generale Laurent Nkunda muta in continuazione. Si sposta dal massiccio del Masisi, fino ai confini con il Ruanda e l’Uganda. "La gente - racconta Raffaella Gentilini, coordinatore sanitario di Medici senza frontiere, una della pochissime ong ancora attive nella regione insieme a alla missione salesiana - non sa dove andare. Avanza a tentoni. Cammina qualche chilometro, cerca un rifugio dove poter sostare qualche giorno. Ma vive nell’incertezza. Sa che dovrà spostarsi ancora".

Migliaia di profughi si muovono con ogni mezzo. Spesso senza scarpe, si riparano con un telo o una coperta. Hanno fame. Tendono la mano davanti ai villaggi ancora abitati. Alcuni hanno lo stomaco gonfio per le radici e l’erba ingoiate negli ultimi giorni. Molti non mangiano da un settimana. Avanzano stremati. Non sanno dove andare. Si fermano quando il corpo cede alla stanchezza, al dolore e alle ferite. Si accasciano al suolo. Crollano e dormono.

* la Repubblica, 2 novembre 2008.


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-  L’attualità attraverso le carte
-  Congo tra etnie e diamanti

-  di Alfonso Desiderio - carte di Laura Canali

Di ora in ora si aggrava la crisi nella Repubblica Democratica del Congo. Nel Nord Kivu, al confine con il Rwanda, ormai gli sfollati sono 1,6 milioni. L’ennesima tragedia nell’ex Zaire, dove negli ultimi 15 anni si è combattuta la cosiddetta prima guerra mondiale africana. Tra guerre e carestie sono stati oltre 5 milioni i morti.


-  Congo: 1,6 milioni di sfollati.
-  L’Ue valuta l’invio di truppe

Il Congo non può essere lasciato solo. L’est della Repubblica democratica del Congo è teatro da diverse settimane di un tragico conflitto, residuo del genocidio di un milione di tutsi e hutu nel 1994, in Ruanda. La guerra civile si è scatenata fra i ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) guidati dal generale dissidente Laurent Nkunda, che affermano di agire per difendere la comunità tutsi, e le forze governative congolesi, accusate di collaborare coi miliziani hutu. Le milizie di Nkunda sono arrivate mercoledì alle porte di Goma, capoluogo della provincia orientale del Nord Kivu, e hanno proclamato da allora un cessate il fuoco unilaterale, che finora sembra rispettato. I combattimenti, in realtà, sono ridotti al minimo negli ultimi giorni, ma continuano le vessazioni compiute dai ribelli, dai soldati governativi e dagli sbandati di entrambi le fazioni, che hanno costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le loro case senza sapere dove sia possibile trovare un rifugio.

I ministri degli Esteri britannico e francese, David Miliband e Bernard Kouchner, sono già intervenuti, con una missione diplomatica in Africa e mettono in guardia gli altri Paesi dal rischio di una nuova escalation di violenza: serve immediatamente, dicono, un’azione «energica della comunità internazionale» per risolvere la crisi. «Le emergenze in termini di cibo, acqua, accoglienza e cure sanitarie - aggiungono i due ministri - devono essere affrontate con una mobilitazione internazionale e garantendo la sicurezza delle strade che permettano l’arrivo degli aiuti in tutto il Nord Kivu, dove la maggioranza dei campi sono isolati e inaccessibili». Miliband e Kouchner hanno promesso di impegnarsi «a usare la nostra influenza alle Nazioni Unite per sostenere questo processo».

In realtà, come ricorda il ministro francese Kouchner, «non dobbiamo ridefinire un protocollo di pace. Questo c’è già», ha detto facendo riferimento all’accordo del novembre 2007, raggiunto a Nairobi da Congo e Ruanda. L’intesa è centrata su una delle principali cause del riesplodere della crisi: il rientro in patria degli hutu espatriati, che attualmente si trovano in Congo sotto la bandiera del Fronte democratico di liberazione del Ruanda. Miliband e Kouchner si riferivano anche all’accordo del gennaio 2008, secondo il quale tutti i gruppi armati che operano nella regione del Kivu si impegnavano al cessate il fuoco e alla smobilitazione. Entrambi gli accordi sono rimasti lettera morta.

In Italia, finora, l’unica voce politica che si è levata sulla situazione in Congo è quella del segretario del Pd Walter Veltroni, secondo il quale, «i drammatici fatti che stanno accadendo nel Congo scuotono le coscienze in tutto il mondo. È necessario - chiede - che il governo italiano assuma un’iniziativa assieme ai partner europei nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e insieme all’Unione Africana riferendo al più presto anche alle Camere sulla situazione del paese africano e sui suoi sviluppi».

Kouchner ha confermato oggi la linea prevalsa ieri tra i 27, di non inviare per il momento truppe in Congo e di esercitare invece una forte azione diplomatica per risolvere la crisi. L’invio di truppe europee, così come fatto in Ciad per tutelare i profughi del Darfur, resta però sul tavolo e sarà discussa lunedì a Marsiglia, nella riunione informale dei ministri degli Esteri della Ue.

* l’Unità, Pubblicato il: 02.11.08, Modificato il: 02.11.08 alle ore 16.03


Sul tema, nel sito, si cfr.:

Rwanda, ritorno su una colpevole cecità internazionale, dieci anni dopo il genocidio - di Colette Braeckman

L’EFFETTO LUCIFERO (libro di Philip Zimbardo, recensito da Galimberti) E IL CASO DI PADRE SEROMBA, IL SACERDOTE CATTOLICO RWANDESE CONDANNATO ALL’ERGASTOLO PER GENOCIDIO


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