MEMORIA DEI MORTI, FILOSOFIA ("LOGOS"), E MESSAGGIO CRISTIANO ("DEUS CHARITAS EST" : 1 Gv. 4.8).

RICORDARE I MORTI. L’UNICA VIA PER VINCERE LA MORTE E CAPIRE CHE L’AMORE E’ IL FONDAMENTO DELLA VITA. Una riflessione di Enzo Bianchi - a cura di Federico La Sala

Quando rinnoviamo l’amore per i nostri cari che sono morti, noi vinciamo la morte perché rinnoviamo una relazione vitale
dimanche 1er novembre 2009.
 

L’AMORE NON E’ LO ZIMBELLO DEL TEMPO : "AMORE E’ PIU’ FORTE DI MORTE" (Cantico dei cantici : 8.6).


-  LA PERDITA DELLA MEMORIA

-  Non si uccidono così anche i morti ?

-  Dall’umanissima paura all’inumana rimozione

di ENZO BIANCHI (La Stampa,1/11/2009

Ogni anno ritornano « i morti », giorno in cui si ricordano « quelli che se ne sono andati e non sono più qui ». Fin dalla preistoria, da quando l’uomo è uomo, la morte è un enigma, un’ingiustizia vissuta dall’uomo come destino ma mai accolta con semplice naturalezza. Per chi muore, la morte è un evento sconosciuto : è la fine di tutto o l’apertura a un altro mondo ? Per questo la paura della morte è innestata in ogni vita umana e di fatto è, come dice Giobbe, « la regina delle paure », la radice di tutte le paure. Per questo l’autore della Lettera agli Ebrei ha un’affermazione poco ricordata e meno ancora esplorata, ma di importanza decisiva per lo svelamento che contiene : « a causa della paura della morte, (gli esseri umani) sono soggetti ad alienazione per tutta la vita » (Ebrei 2,15).

Oggi accettiamo con difficoltà ancora maggiore di guardare alla morte, perché la nostra società assomiglia al palazzo che il padre di Gothama Buddha aveva costruito per il figlio : un luogo da cui era stato bandito ogni segno di malattia, di vecchiaia e di morte. Nonostante i media siano pieni di morte - morti spettacolari, vittime di guerra, di calamità naturali, di delitti e di incidenti stradali - oggi la morte è sistematicamente ritenuta oscena e rimossa. Ma questa è la morte degli altri, la morte che « fa notizia », tanto più spettacolare quanto meno è la mia morte. Così, il risultato di questo eccesso di rappresentazione provoca l’espulsione della morte dal nostro quotidiano e la rende lontana, improbabile per noi.

Sì, però i nostri morti ? Prima o poi, infatti, muore anche qualcuno vicino a noi. E, a meno che non si tratti di un evento improvviso, anche per loro è in atto un processo che ce li rende sempre più estranei : il periodo finale della loro vita è tenuto lontano dal nostro quotidiano, in ospedale, in luoghi dedicati a malati « terminali », appunto. Altri sono deputati ad accompagnare chi muore e, quando la morte sopraggiunge, tutto è approntato affinché il morto non torni neppure a casa ma, pur con tutti gli onori del funerale, raggiunga presto il cimitero dove, anche lì, c’è sempre meno spazio e tempo per i morti. Dopodiché ci si affretta a insegnare vie per « elaborare il lutto », perché si pensa che il dolore per la perdita di chi abbiamo amato e amiamo debba essere addolcito e fatto sparire il più in fretta possibile : occorre dimenticare, e l’oblio va accelerato...

Questo tentativo di occultare la morte e dimenticare i morti lo ritroviamo presente anche nella macabra carnevalata celebrata come Halloween - festa estranea alla tradizione culturale italiana, ma impostasi per i suoi risvolti smaccatamente commerciali, all’insegna del principio che « tutto si può vendere e con tutto ci si può divertire » - in cui i bambini sono indotti a divertirsi parodiando la morte : è un tentativo disperato e antropologicamente falso di esorcizzare la morte.

Distogliere lo sguardo da questo evento ineluttabile è impossibile, perché la morte è solo la forma più decisiva e definitiva della sofferenza che accompagna tutta la vita, e il dolore non può essere eliminato. Sicché la morte che si vorrebbe ignorare diventa oppressione, incubo, fantasma e noi restiamo inconsapevoli di cosa ci attende, alienati dalla paura della morte.

Perché si è giunti oggi a questa parodia di un giorno che era umanissimo, un giorno di memoria che gli esseri umani - e solo loro - di tutte le culture hanno creato e vissuto con riti diversi, ma sempre tesi a ricordare quanti li hanno preceduti nel cammino della vita e della morte, e a esercitarsi a vivere per loro segni di attenzione ? Sembra impossibile questa spaventosa perdita di memoria. Ancora la mia generazione ha conosciuto questo bisogno della visita alle tombe delle persone amate : rito a volte addirittura settimanale, ma sentito come dovere assoluto in questa stagione autunnale, quando tutta la natura ci parla di una fine, una morte, un sonno e un riposo. Non c’entrava essere credenti o meno : c’era nel cuore una relazione d’amore vissuta, e questa abbisognava di essere ricordata e in qualche misura rivissuta.

D’altronde, tra tutti gli animali, solo l’essere umano ha sentito da sempre il bisogno di dare sepoltura a chi moriva e di porre un segno visibile e tangibile dove il corpo aveva raggiunto la terra e si era unito a essa per sempre. Ecco allora la necessità umanissima di recarsi alla tomba, specie in occasione di ricorrenze personali - come l’anniversario della morte o della nascita - o di commemorazioni collettive, come il « giorno dei morti » o quello dei « caduti ». Ripulire la tomba, lavare la pietra che reca impresso il ricordo, ornarla di fiori, illuminarla di un lume sono tutti gesti tesi a celebrare il morto e a ravvivare la comunione vitale con lui.

Culto di morte ? Piuttosto, in un certo senso, culto dei morti : in questi gesti non c’è venerazione per dei cadaveri né tanto meno evocazione di spiriti, bensì il desiderio di accendere un rapporto impossibile nel presente, ma che nel passato è stato autentico, significativo, vitale. Bisogno di raccoglimento, di un momento di sobria tristezza e di contenuta nostalgia per storie umane, difficili e faticose, ma nelle quali si è trovato un senso che non può essere scomparso con la morte.

Ma ora che la Chiesa « permette » la cremazione, cioè di ridurre subito il corpo in poca cenere, sorgono nuovi problemi : dove deporre le urne se non sono previsti appositi luoghi che le raccolgano consentendo che svolgano la loro funzione di memoriale, di « sito » di un corpo morto ma del quale sentiamo il bisogno di una localizzazione ? Saranno custoditi in casa in un’ottica feticistica che vuole eliminare la distanza posta dalla morte ? Saranno disperse nei fiumi o in mare o al vento, in una ideologia new age che dissolve la persona, la storia e il rapporto personale di comunione con Dio ? E per i cristiani la sacramentalità della morte di Gesù, sepolto nella terra, come potrà essere mantenuta e restare esemplare ? Nella celebrazione della « festa di Ognissanti » i cristiani affermano infatti di « leggere » i morti nella speranza di una grande comunione in cui la morte è stata vinta, vinta dall’amore umano vissuto fino all’estremo da Gesù di Nazaret.

Eros e Thanatos, Amore e Morte : ecco il duello vero e definitivo, un duello che per i cristiani è già avvenuto perché ormai sulla morte regna l’amore, ma un duello cui possiamo partecipare ancora oggi. Quando rinnoviamo l’amore per i nostri cari che sono morti, noi vinciamo la morte perché rinnoviamo una relazione vitale, mentre essere immemori dei morti e sgomenti di fronte alla propria morte significa non essere realmente e autenticamente persone vive. L’amore ci fa sentire nemica la morte, ma l’amore per chi è morto ci può parlare della vita.


Sul tema, nel sito, si cfr. :

L’AMORE NON E’ LO ZIMBELLO DEL TEMPO : "AMORE E’ PIU’ FORTE DI MORTE" (Cantico dei cantici : 8.6).

"Grazie alla vita", di Violeta Parra

QUANDO I MORTI DOMINANO I VIVI E SOFFOCANO LO SPIRITO DELLA LIBERAZIONE E DELLA COSTITUZIONE.


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