VERITA’ E RICONCILIAZIONE. LA SAGGIA INDICAZIONE DEL SUDAFRICA DI MANDELA, DI TUTU, E DI DECLERCK

sabato 24 giugno 2006.
 



-  ELOGIO DELLA RICONCILIAZIONE
-  La lezione di Desmond Tutu

di ANNA FOA*

Come gli individui, che non possono costruirsi identità e autonomia senza fare i conti con la propria storia individuale, così le collettività, i popoli e le società non possono senza conseguenze assai gravi rimuovere il proprio passato, la propria storia. "Il passato, scriveva nel 1999 l’arcivescovo Desmond Tutu, presidente della Commissione di verità e riconciliazione del Sudafrica, rifiuta di starsene tranquillo al suo posto". Di qui l’inutilità dell’amnesia e il bisogno di custodire e preservare la memoria. Ma a che scopo? In funzione di quale progetto, di quale futuro? Perché ricordare, infatti, quando si parla di ricordare i massacri infiniti di questo secolo passato e quelli che già insanguinano il nuovo secolo? Una prima immediata risposta è perché la memoria è un risarcimento. Il nome degli assassinati nei campi nazisti di sterminio, pronunciato ad alta voce nelle cerimonie in sinagoga o nel bellissimo Memoriale dei bambini a Yad Vashem, risarcisce le vittime strappandole all’oblio.

Nello stesso modo, nella Russia dei primi anni Novanta gli attivisti del movimento Memorial ricostruivano per prima cosa i nomi e la storia delle vittime del gulag, di quelli che erano scomparsi nel nulla.

Su questo ruolo della memoria, l’accordo è generale. Ma, oltre al risarcimento, la memoria è forse anche altro. E’ un processo, artificiale senz’ombra di dubbio, volto alla costruzione della nostra identità: noi siamo la nostra storia, e questa è la ragione più forte per cui non possiamo eliminarla, abolirla. Rifiutandoci alla memoria, riusciremmo solo ad affermare un altro genere di memoria. Una memoria che costruisce un muro difensivo intorno a noi, individui come società, per impedirci di fare i conti con il passato.

In realtà, la memoria è ovunque, ci assedia da ogni parte. Ma diversi sono i fini a cui la rivolgiamo. Per aiutarci ad individuare i possibili usi della memoria, torniamo ancora a Desmond Tutu: "Per quanto possa essere un’esperienza dolorosa -scriveva ancora -, non possiamo permettere che le ferite del passato arrivino a suppurazione. Devono essere aperte. Devono essere pulite. Devono essere spalmate di balsamo perché possano guarire. Questo non significa essere ossessionati dal passato. Significa preoccuparsi che il passato sia affrontato in modo adeguato per il bene del futuro."

Nel momento che stiamo vivendo, in cui sembriamo esser ripiombati nella barbarie, dovremmo forse domandarci se all’origine di questa barbarie non vi sia anche la mancata riconciliazione della nostra società con il suo passato.

Una mancata riconciliazione, credo, che non è dovuta ad una carenza di memoria, per quanto da molte parti si lamenti proprio l’assenza della memoria, la perdita del senso del passato. Quanto a me, io non credo che ci troviamo di fronte ad una perdita della memoria, ad una sua voluta cancellazione. Credo che ci troviamo, invece, di fronte ad una trasformazione della memoria che comporta, come tutti i momenti di passaggio, perdite e nuovi approfondimenti, cancellazioni di ciò che non risponde più alle nostre domande di oggi, e nuovi stimoli verso le domande di domani.

Ma la trasformazione comporta anche paura, senso di colpa che ci fa arroccare in una sterile difesa, timore che cambiare voglia dire cancellare. Questa paura di dimenticare è, credo, all’origine della prassi diffusa di riaprire le ferite, di evitare ogni guarigione, ogni pacificazione con il passato, come se pacificazione ed oblio fossero la stessa cosa. E così, mentre ci trasformiamo in custodi di una memoria immobile, altre atrocità si aggiungono alle antiche senza che muoviamo un dito per impedirle.

Riconciliazione ed oblio sono infatti due modi assolutamente opposti di rapportarsi al passato. L’oblio porta alla cancellazione di quanto è avvenuto, la riconciliazione parte necessariamente dalla memoria e non può prescindere dal riconoscimento delle responsabilità. L’oblio nega e rimuove le responsabilità; la riconciliazione, a differenza anche del perdono, si costruisce solo sull’accettazione e l’individuazione delle responsabilità.

Nel caso del Sudafrica, dove tutto lasciava presagire che la fine dell’apartheid sarebbe avvenuta nel sangue e nella vendetta, si è invece arrivati, pur tra enormi difficoltà, ad una riconciliazione, grazie appunto all’opera della Commissione sudafricana guidata da Desmond Tutu e fondata sull’idea che la riconciliazione è necessaria per guardare avanti, che le ferite non si possono lasciare aperte. Certo, sappiamo bene che sotto la parola "riconciliazione" possono nascondersi la tentazione dell’amnesia e il favore verso i perpetratori. In questo senso è stata intesa in Italia la proposta di "riconciliazione" tra partigiani e repubblichini, e forse a ragione, perché tendeva a fare degli uni e degli altri un sol fascio, dimenticando responsabilità e colpe.

Ma c’è un terreno in cui l’idea stessa di riconciliazione appare aberrante, ed è quello della Shoah: ci sembra infatti, a parlarne, di proporre l’oblio, la perdita della memoria, l’abbandono dei sei milioni di assassinati. Di dar ragione ai nazisti quando distruggevano sistematicamente le prove dello sterminio per cancellarne la memoria.

Ma non è forse l’ora di elaborare questo lutto, di accettare l’idea che piano piano smetta di farci male, di riconciliarci insomma con il passato? Tutti, ebrei e non ebrei, abbiamo ancora dentro di noi il veleno di quanto è successo nei campi di sterminio. E non può essere anche questa una vittoria postuma dei nazisti, non l’oblio ma un uso della memoria volto ad impedire l’elaborazione del lutto e la riconciliazione? E’, credo, ora di accettare coraggiosamente l’idea che il nostro compito è cambiato. Non più quello di tener desta la memoria, ma quello di far sì che la memoria miri a pacificare invece che a esacerbare gli odi, a gettare ponti invece che costruire muri. Dobbiamo, per riprendere l’immagine pregnante del vescovo Tutu, tentare di guarire le ferite invece di farle suppurare.

*

www.golemindispensabile.it, n° 4 - maggio 2004.


Sul tema, nel sito, si cfr.:

-  UBUNTU: "Le persone diventano persone grazie ad altre persone".
-  LA LEZIONE DEL PRESIDENTE MANDELA, AL SUDAFRICA E AL MONDO. -"La meditazione" di Marianne Williamson, nel discorso di insediamento (1994).

A NELSON MANDELA, UN OMAGGIO SOLARE: "INVICTUS".


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