Guerra!: "No, sir!"

JUDITH MALINA - E IL LIVING THEATRE. Della nonviolenza in cammino una delle maestre piu’ grandi. Un omaggio

domenica 23 luglio 2006.
 
[...] Saverio Aversa: L’arte, il teatro, sono in grado di far scomparire le guerre?
-  Judith Malina: Attraverso un discorso educativo si puo’ raggiungere questo scopo. L’unico metodo e’ entrare nell’animo delle persone e cambiarne i comportamenti. Soprattutto questo puo’ essere utile, meno incisiva si e’ dimostrata la politica. Due settimane fa a New York abbiamo debuttato con uno spettacolo contro la guerra. Siamo sempre stati antimilitaristi e a Times Square, davanti ad un ufficio di reclutamento di soldati da mandare in Iraq, in risposta ad uno spot pubblicitario dell’esercito trasmesso da un grande schermo interagiamo con un’azione teatrale che si intitola "No, sir!".

EDITORIALE. JUDITH MALINA, ANARCHICA, FEMMINISTA, NONVIOLENTA (LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA = Supplemento domenicale de "La nonviolenza e’ in cammino" Numero 83 del 23 luglio 2006)

Ha da poco compiuto gli ottant’anni, Judith Malina. Anarchica, femminista, nonviolenta. Il suo Living Theatre ha cambiato il teatro e la vita, l’arte e la politica, e l’esistenza di tante persone. Della nonviolenza in cammino una delle maestre piu’ grandi.

2. MATERIALI. UNA BREVE NOTIZIA SU JUDITH MALINA E IL LIVING THEATRE

Judith Malina, straordinaria artista, intellettuale, regista e attrice, attivista nonviolenta e libertaria, anima del Living Theatre, e’ nata a Kiel, in Germania, nel 1926, figlia di un rabbino e di un’attrice teatrale emigrati negli Usa dopo la sua nascita; e’ stata allieva di Erwin Piscator al Dramatic Workshop di New York; nel 1947 ha fondato a New York insieme al pittore Julian Beck il Living Theatre, una compagnia teatrale libertaria e nonviolenta. Con oltre cento produzioni teatrali realizzate, Judith Malina e’ ancora attiva come regista e attrice, in produzioni come The Connection, The Brig, Mysteries and smaller pieces, Antigone, Frankenstein, Paradise Now, The Legacy of Caine e Not in My Name, e come formatrice e militante per la pace e i diritti umani. * Bibliografia di e su Judith Malina: Julian Beck and Judith Malina, Paradise Now, Pantheon, New York 1972; Julian Beck e Judith Malina, Il lavoro del Living Theatre, a cura di Franco Quadri, Ubulibri, Milano 1982; Judith Malina, The Diaries of Judith Malina: 1947-1957, Grove Press, New York 1984; Judith Malina, The Enormous Despair (diaries, 1968-’69), Random House, New York 1972; Cristina Valenti, Conversazioni con Judith Malina, L’arte, l’anarchia, il Living Theatre, Eleuthera, Milano, 1995, 1998. Cfr. anche la bibliografia esenziale sul Living Theatre. * Filmografia essenziale di Judith Malina: come regista: The Brig (1965); come interprete: Amore, Amore (1966); Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975); China Girl (1987); Radio Days (1987); Risvegli (1990); La famiglia Addams (1991); Verso Il Paradiso (1993); Sessantotto. L’utopia della realta’ (2006). * Sul Living Theatre dal sito ufficiale www.livingtheatre.org riprendiamo la seguente scheda in italiano: "Fondato a New York nel 1947 da Judith Malina e Julian Beck, il Living Theatre e’ stato sin dall’inizio un teatro di impegno civile che ridefinisce le forme teatrali. Attivo in Italia sin dal 1961, il Living ha recitato in centinaia di citta’ in ogni regione del paese, lavorando in maniera trasversale, facendo spettacoli sia nei grandi teatri che nei cantieri, nelle scuole, negli ospedali e per le strade. Lungo l’arco di quest’attivita’, la compagnia ha fatto conoscere al pubblico italiano opere che hanno cambiato la fisionomia del teatro moderno, tra le quali The Connection, The Brig, Mysteries and smaller pieces, Frankenstein, Antigone, Paradise Now, L’Eredita’ di Caino e Non in mio nome. Il cuore dell’arte del Living e’ rappresentato dall’ensemble degli attori, molti dei quali hanno alle spalle trent’anni di ricerca comune. Il gruppo lavora sempre in maniera autonoma e collettiva, con la direzione di Judith Malina e di Hanon Reznikov, alla guida del Living dopo la scomparsa di Julian Beck nel 1985. Il Living conduce presso la sua nuova residenza di Rocchetta Ligure uno studio approfondito circa la partecipazione attiva del pubblico all’evento teatrale, tema sul quale il gruppo indaga gia’ da diversi decenni, ma che resta sempre il nodo centrale del ruolo del teatro oggi. Vivendo un momento storico in cui l’attenzione del pubblico e’ stata "sequestrata" dai mass-media, il Living ha deciso di dedicarsi alla ricerca di mezzi teatrali capaci di fare il massimo uso della co-presenza in sala di attori e spettatori. Servendosi di questo incontro esistenziale come modello di coinvolgimento sociale, il gruppo crea spettacoli che dipendono dall’intervento diretto da parte del pubblico nell’azione teatrale. Il percorso particolare dello spettacolo e’ determinato dalla partecipazione attiva degli "spettatori", e quindi risulta che ogni performance e’ essenzialmente unica ed irripetibile. Presso il Centro Living vengono creati tutti i nuovi spettacoli del gruppo e vengono presentati a Palazzo Spinola in anteprima, per il pubblico locale. Partono poi in tournee per i teatri del mondo. Un’altro tipo di incontro con il pubblico, fondamentale per il lavoro del Living, e’ quello che si crea nel "laboratorio", esperienza che di solito termina con una rappresentazione pubblica dei risultati. Al Centro Living Europa, Malina, Reznikov ed altri membri del gruppo insegnano le tecniche teatrali adottate e sviluppate dalla compagnia. Tra queste: l’improvvisazione, l’espressione corporea corale, il canto rituale, l’espressionismo artaudiano, la biomeccanica mejer’choldiana, il teatro politico di Piscator e Brecht, la bioenergetica cinese, il respiro yoga e la meditazione zen. Nei vari seminari, si lavora sulla formazione dell’attore-ricercatore, quello che sa utilizzare tutte le sue risorse fisiche, affettive e spirituali per maneggiare l’equilibrio fluttuante tra la vita interiore e le esigenze del mondo esterno. I dintorni del Centro offrono importanti possibilita’ di integrare gli esercizi di training e di sviluppo attoriale con l’ambiente naturale circostante, pieno di sentieri aperti agli esploratori dei boschi, delle "strette" e delle rupi. Presso il Centro Living Europa si tengono anche vari incontri pubblici incentrati sul lavoro del gruppo. Il Centro dispone inoltre di un’archivio che propone video, fotografie, libri ed altri materiali di documentazione sul gruppo. Nel 1999, grazie all’ospitalita’ del Comune di Rocchetta Ligure e all’appoggio della Provincia di Alessandria, e’ nato il Centro Living Europa. Collocato in mezzo al paese, nei piani superiori del Palazzo Spinola, il Centro Living comprende una sala prove, un’aula didattica, camere e servizi per 15 membri del gruppo, spazi comuni per vivere e lavorare. All’interno del palazzo, che ospita anche gli uffici comunali e un Museo della Resistenza, c’e’ anche un grande salone, al piano nobile, dove il pubblico locale puo’ incontrarsi con il lavoro della compagnia. Il recente restauro di questo luogo storico ha creato un’ambiente che conserva gli elementi caratteristici della costruzione e della decorazione seicentesca, pur contemplando tutte le necessita’ moderne. Rocchetta Ligure si trova in seno alla Valle Borbera, zona montanara a 17 km dall’autostrada Genova-Milano. Sito di una repubblica partigiana durante la guerra, la popolazione manifesta tutt’oggi la sua storica solidarieta’ civile. Vivendo in modo comunitario, i componenti del Living trovano ampio riscontro alle loro ricerche sociali nel dialogo continuo con la gente della zona che sbocca in frequenti scambi reciproci a tutti i livelli". * Bibliografia essenziale di e sul Living Theatre: Julian Beck, The Life of the Theatre, City Lights, San Francisco 1972, Limelight Editions, New York 1986, edizione italiana Einaudi, Torino 1975, edizione francese Gallimard, Paris 1976, ve ne sono anche edizioni in spagnolo, portoghese, greco, polacco e ceco; Julian Beck, Theandric, Harwood Academic Press, London 1992, edizione italiana Edizioni Socrates, Roma 1994, edizione francese Harmattan, Paris 1998; Julian Beck and Judith Malina, Paradise Now, Pantheon, New York 1972; Julian Beck e Judith Malina, Il lavoro del Living Theatre, a cura di Franco Quadri, Ubulibri, Milano 1982; Judith Malina, The Diaries of Judith Malina: 1947-1957, Grove Press, New York 1984; Judith Malina, The Enormous Despair (diaries, 1968-’69), Random House, New York 1972; Conversazioni con Judith Malina, a cura di Cristina Valenti, Eleuthera, Milano 1995; Hanon Reznikov, Living/Reznikov: Four Plays of The Living Theatre/Quattro Spettacoli del Living Theatre, (bilingual edition/edizione bilingue: english/Italiano), Piero Manni, Lecce 2000; John Tytell, The Living Theatre: Art, Exile and Outrage, Grove Press, New York 1995; Pierre Biner, Le Living Theatre, L’age de l’homme, Lausanne 1968, traduzione inglese New York, 1971, traduzione italiana De Donato, Bari 1968; Carlo Silvestro, The Living Book of The Living Theatre, Mazzotta, Milano 1971, edizione inglese Greenwich Art Press, New York 1971; Jean-Jacques Lebel, Entretiens avec le Living Theatre, Editions Pierre Belfond, Paris 1968; Aldo Rostagno and Gianfranco Mantegna, We The Living Theatre, Ballantine, New York 1969; Giuseppe Bartolucci, The Living Theatre, Samona’ e Savelli, Roma 1970; Jean Jacquot, Les voies de la creation theatrale, Editions du Centre National de la Recherche Scientifique, Paris 1970.

3. ESPERIENZE. JUDITH MALINA RICORDA DOROTHY DAY CON CRISTINA VALENTI [Riproponiamo il brano seguente, ripreso da "A. Rivista anarchica" n. 254 del maggio 1999 (in rete nel sito, eccellente, www.anarca-bolo.ch/a-rivista - ora anche: www.arivista.org -; per contatti: e-mail: arivista@tin.it). E’ un estratto dal libro di Cristina Valenti, Conversazioni con Judith Malina. L’arte, l’anarchia, il Living Theatre, Eleuthera, Milano 1995, pp. 112-119. La rivista presenta i brani di conversazione qui riportati con una nota introduttiva di Cristina Valenti, che riproduciamo di seguito: "Nel 1955, l’anno a cui si riferisce il brano che segue, Judith Malina aveva fondato da otto anni insieme a Julian Beck il Living Theatre a New York, e da un anno aveva aperto il piccolo spazio del Loft Theater in One Hundredth St., dove stavano provando Phedre. Nello stesso periodo fu Jackson Mc Low (interprete di Teramene in Phedre), attore e poeta anarchico che gia’ aveva introdotto Julian Beck e Judith Malina nel gruppo anarchico Resistance, ad avvicinarli alle iniziative pacifiste dei War Resisters e del Catholic Worker. Fu seguendo Jackson Mc Low che Judith Malina partecipo’ nel giugno 1955, presso il City Hall Park di New York, a una dimostrazione pacifista contro le esercitazioni in caso di incursione aerea, che consisteva nel rifiutare di "mettersi in salvo" al suono delle sirene. In questa occasione Judith Malina conobbe Dorothy Day, con la quale fu arrestata e incarcerata una prima volta (un piu’ lungo periodo di detenzione, sempre per un episodio di "disobbedienza civile", l’avrebbe trascorso con Dorothy Day due anni piu’ tardi). "Santa Dorothy delle Strade" la chiama Judith in una poesia; e Julian scrive di lei che fu accusata di tradire la causa dei poveri quando rifiuto’ di ricevere finanziamenti dalla Fondazione Ford perche’ quel denaro era sporco. Con Dorothy Day e con il Catholic Worker Julian Beck e Judith Malina strinsero un’intensa collaborazione per iniziative pacifiste, e in particolare promossero uno Sciopero Generale per la Pace nel 1961 che Judith continua a ricordare come uno dei progetti piu’ importanti della sua vita. Judith Malina ricorda Dorothy Day nei suoi Diari e nel volume di Conversazioni da cui e’ tratto il brano che segue come una delle persone che maggiormente hanno contato nella sua vita". Cristina Valenti e’ docente presso il Dams dell’Universita’ di Bologna; proveniente da studi di carattere storico e filologico (il suo volume Comici artigiani ha vinto il Premio Pirandello per la saggistica teatrale nel 1994), negli ultimi anni ha rivolto la sua attivita al teatro contemporaneo d’innovazione, al quale si e’ dedicata sia sul piano della produzione scientifica sia sul piano dell’organizzazione. Ha diretto l’organizzazione del Centro Teatrale La Soffitta del Dams di Bologna (1991-2001), al quale collabora tuttora sul piano progettuale, e ha realizzato numerosi progetti e iniziative culturali negli ambiti del teatro di ricerca e di ispirazione sociale. I suoi interessi attuali riguardano i teatri del disagio (handicap, carcere), il teatro di impegno sociale e civile, la ricerca delle giovani generazioni (in particolare come direttrice artistica dell’Associazione Scenario); collabora a varie riviste teatrali e culturali. Svolge collaborazioni drammaturgiche e organizzative per diversi artisti, compagnie e strutture teatrali.; ha in preparazione un volume sui Teatri delle dis/abilita’. Fra gli ultimi volumi pubblicati: Conversazioni con Judith Malina (1995); Living with The Living 1998); Oiseau Mouche. Personnages (con Antonio Calbi, 2000); Il teatro nelle case (2001); Katzenmacher (2004). Dorothy Day e’ stata una grande militante nonviolenta americana (nata l’8 novembre 1897, deceduta il 29 novembre 1980), fondatrice del movimento del "Catholic Worker" (e della rivista omonima); ha condotto innumerevoli lotte per la pace e la giustizia, ed ha fondato decine di case di ospitalita’ urbane e di comunita’ agricole per i piu’ poveri. Opere di Dorothy Day: Una lunga solitudine. Autobiografia, Jaca Book, Milano 1984. Opere su Dorothy Day: Jim Forest, L’anarchica di Dio, Paoline, Cinisello Balsamo 1994; W. Miller, Dorothy Day e il Catholic Worker Movement, Jaca Book, Milano 1981. Un sito utile: www.catholicworker.org]

-  Judith Malina: Al mio primo arresto ebbi il grande privilegio di essere messa in cella con questa grande donna. Dorothy Day aveva fondato il Catholic Worker molti anni prima e viveva una vita di poverta’ volontaria fra i piu’ poveri dei poveri. *
-  Cristina Valenti: Dorothy si definiva anarchica?
-  Judith Malina: Si’, assolutamente anarchica, e una buona anarchica anche. Il concetto di anarchismo cattolico ovviamente e’ inconcepibile per molti, perche’ implica una contraddizione fra obbedienza e disobbedienza. Dorothy praticava la disobbedienza civile in nome del cattolicesimo. A quei tempi a New York c’era un arcivescovo molto rigido e intollerante e, a quanti le chiedevano se pregasse per lui, Dorothy rispondeva: "Si’, prego per lui perche’ non ha posto ostacoli al Catholic Worker, che ha l’imprimatur della Chiesa, e prego perche’ non voglia ostacolarci in futuro". I cattolici trovarono molto di che discutere con lei circa il suo modo anarchico di accettare l’autorita’ della Chiesa. Il suo lavoro di carita’ era molto conosciuto. Una volta le ho chiesto: "Fra quelli che vivono nella casa di accoglienza quanti sono del Catholic Worker e quanti i senzatetto?" e lei ha risposto: "Non ho notato la differenza". Dorothy si rifiutava di fare distinzioni fra i poveri, gli ubriaconi, i miserabili e i disoccupati che arrivavano per un piatto di minestra e la gente che la minestra la cucinava; d’altra parte accadeva spesso che chi arrivava facesse anche la minestra, cosi’, in effetti, non si potevano fare grandi differenze. *
-  Cristina Valenti: Com’era la vostra vita in carcere, quale fu il vostro rapporto con le detenute?
-  Judith Malina: La Women’s House of Detention era una prigione che sorgeva proprio nel mezzo del Greenwich Village, il quartiere piu’ vivace e artistico di New York (...). Era un carcere molto sovraffollato nel periodo in cui eravamo dentro noi: poteva contenere circa 400 donne e ce n’erano 900. Io ero in una cella in cui c’era un letto e un piccolo materassino che veniva estratto da sotto il letto, dopo di che non ci si poteva nemmeno camminare attorno. E delle 900 donne la’ dentro credo che 800 fossero prostitute e 700 tossicodipendenti. (...) E la’ ho visto Dorothy incontrare queste persone senza speranza in un modo cosi’ incredibile, semplice e diretto, che mi ha fatto imparare moltissimo della vita, del sistema delle classi, dei nostri obblighi gli uni verso gli altri, e di me stessa. E questa popolazione carceraria mi ha spinto a nutrire una speranza concreta nelle possibilita’ dell’anarchismo. Quando si toccano questi argomenti ci si sente sempre chiedere: "Cosa avresti intenzione di fare con le persone realmente cattive?". Il fatto e’ che non lo sono: non lo erano neanche quelle che stavano scontando crimini orrendi, come la giovane donna che ci ha sfidato una volta - eravamo nella nostra cella, durante l’ora di attivita’, quando le celle sono aperte ed e’ consentito parlare con le detenute del proprio corridoio, e tutte venivano a parlare con Dorothy perche’ era meraviglioso parlare con lei - e questa donna disse: "Senti, io ho ucciso cinque persone, cosa vorresti fare con gente come me?". E Dorothy seppe rispondere in un modo che le disarmo’ tutte, compresa la donna che aveva ucciso cinque persone. Dorothy disse: "Come e’ stato che hai ucciso tante persone? Cosa e’ successo? Raccontaci la tua storia". Dorothy mi rimproverava spesso. Mi diceva: "Judith, non devi pensare di poter risolvere i problemi di tutti, puoi desiderarlo, ma e’ una cosa senza speranza". E questo era oggetto di discussioni continue fra di noi. Io sentivo di doverci provare e lei diceva: "No, ognuno deve risolvere i propri problemi". Ma io non mi rassegnavo: "Voglio porre le condizioni perche’ tutti risolvano i loro problemi". "Perche’ credi di poterlo fare?". "Risolvero’ i problemi di tutti". Un altro motivo di discussione frequente fra di noi riguardava l’inferno. Ho scritto una poesia su questo, credo che tu la conosca, sul fatto che l’inferno deve essere vuoto se e’ vero che Dio e’ tutto misericordia [Whose Mercy Endures Forever, poesia dedicata a Paul Goodman e Dorothy Day, in J. Malina, Poems of a wandering Jewess, Paris, Handshake Editions, 1982, pp. 22-23 - nota di Cristina Valenti]. Discutevamo di queste contraddizioni, della contraddizione fra il bene e il male nel cuore umano e nella societa’, del nostro desiderio di cambiare il mondo e noi stessi e del fatto che invece dovevamo aspettare il momento in cui saremmo state in grado di raccogliere le forze necessarie per farlo. *
-  Cristina Valenti: Dalle pagine del tuo diario emerge un’immagine molto bella: la giovane Judith osserva la canuta Dorothy, l’ascolta, vede come si comporta e prende nota di tutto. Nei lunghi tempi del carcere anche l’attenzione sembra dilatarsi, insieme alla disponibilita’ a capire, ad osservare. E l’insegnamento di Dorothy non e’ mai dichiarato, ma prende forma nel corso dell’esperienza, pian piano, di pari passo col dispiegarsi di quella.
-  Judith Malina: La cosa piu’ importante che ho imparato da Dorothy in quella situazione e’ che e’ possibile, per chi e’ anarchico e pacifista, occuparsi delle persone in modo completamente differente, avere con loro un tipo di relazione umana, anche all’interno di un carcere pieno di violenza. Nei miei Diari ci sono molte storie di violenza. C’era un enorme serbatoio di rabbia, di collera e di odio la’ dentro; e la nostra presenza era quella di un piccolo gruppo che introduceva un altro tono e un altro livello di dialogo in una situazione in cui tutto cio’ sembrava assolutamente incomprensibile. E voglio ricordare almeno un’altra donna, Deane Mowrer, un’anarchica che era stata arrestata con noi e che pure esercito’ su di me un’influenza meravigliosa. Anche la nostra relazione con le guardie fu interessante... Il carcere e’ un microcosmo incredibile, dove le guardie sono chiaramente la classe degli oppressori e il rapporto con loro e’ insieme di odio e dipendenza: le temiamo, ci arrabbiamo, e nello stesso tempo dipendiamo da loro, in una forma che non e’ altrettanto evidente nella societa’ esterna. E Dorothy mostrava alle detenute un modo diverso di rapportarsi col potere dell’autorita’: mostrando resistenza ma senza un atteggiamento di odio, sapendo opporre il proprio "no" senza rabbia, ma con la fermezza delle proprie posizioni nei confronti di un altro essere umano. Questa e’ stata certamente una delle lezioni anarchiche che ho appreso da lei. Un’altra e’ stata quella del mutuo appoggio fra detenuti. (...) Io credo che le persone, quando sono costrette a subire dolorose forme di violenza, rispondano aiutandosi reciprocamente, in quel modo che noi anarchici consideriamo naturale. E con la guida di una persona come Dorothy, che conosceva assai bene i principi base dell’anarchismo classico, queste forme di reciproca solidarieta’ si ampliarono, senza bisogno che noi parlassimo di anarchismo: parlavamo di come vivere nel mondo, parlavamo soprattutto delle loro sofferenze, perche’ queste erano le cose di cui si doveva parlare. In quel carcere Dorothy ci ha fatto capire come sia possibile ottenere grandi risultati, a livello pratico e a livello ideale, a partire da una qualita’ diversa dei rapporti fra le persone. (...). *
-  Cristina Valenti: E’ persino paradossale che due persone che rappresentavano modelli femminili cosi’ differenti, come te e Dorothy Day, abbiano pero’ trovato, nel profondo, delle affinita’ cosi’ grandi. Dorothy che, a un certo punto della sua vita, ha scelto la pratica della castita’, e tu che hai sempre lottato per la liberazione sessuale e la realizzazione totale dell’individuo. Eppure entrambe avevate scelto di non sottomettere il vostro progetto di vita alle condizioni poste dal vostro sesso o alle convenzioni sociali o alle norme stabilite.
-  Judith Malina: Abbiamo parlato molto di queste cose e, rispetto alla questione della liberazione sessuale, lei diceva che il problema non e’ quello che poi si va all’inferno, ma che si soffre, perche’ non funziona. Dorothy aveva molta esperienza di amore libero. Il problema era, secondo lei, che se si cerca il paradiso in terra si trova l’inferno; e su questo naturalmente non ero d’accordo con lei. Noi eravamo in una casa di detenzione con centinaia di donne che praticavano l’amore libero... non era amore libero, in effetti, ma fatto di dolore e sofferenza. (...) E l’unica felicita’ che trovavano - erano in molte a dirlo - era quando venivano messe in cella con una donna che amavano e con la quale avevano una relazione omosessuale non piu’ basata sulle orribili umiliazioni che vivevano fuori. Questo era il loro piu’ grande desiderio e la loro consolazione reciproca. Dorothy si interessava alla loro sofferenza senza esprimere un giudizio morale. Sul piano sessuale, riteneva che la castita’ fosse il miglior modo di vivere per chi non avesse un marito. Per quanto la riguardava, diceva che sarebbe forse stata piu’ felice se avesse trovato un uomo da amare e con cui vivere una normale vita familiare. Ma anche se era a favore della castita’ non la predicava certo alle prostitute. Con loro parlava piuttosto di come trovare la forza per opporsi al potere dei loro magnaccia, perche’ era questo il loro problema: erano nelle mani di uomini che le maltrattavano e dei quali di solito erano innamorate. Questo amore per chi ti fa del male, questo desiderio masochistico di protezione era la cosa di cui parlava di piu’, perche’ aveva un’utilita’ pratica. Se solo fossero state in grado, una volta ritornate ciascuna alla propria vita, di guardare le cose e le persone in modo differente, comprendendo piu’ chiaramente gli aspetti terribili dei loro rapporti, allora forse ci sarebbe stata qualche speranza che la loro sofferenza potesse per lo meno diminuire. Quello che Dorothy cercava di dar loro era una piccola forza morale, una forza interiore che le aiutasse a sopportare quelle condizioni di vita. E quando mi rimproverava perche’ cercavo di risolvere i loro problemi era perche’ non potevo riuscirci. Io volevo che smettessero di fare le prostitute, ma questo non era un consiglio pratico e probabilmente non era nemmeno alla portata della maggior parte di loro. Certo, noi parlavamo della possibilita’ di soluzioni alternative, dal punto di vista economico, personale e domestico. Ma d’altra parte la loro storia la conoscevamo: al momento di uscire dal carcere avrebbero ricevuto venticinque cents, qualcosa come poche migliaia di lire, e l’Esercito della Salvezza avrebbe dato un vestito nuovo a ciascuna. Un vestito nuovo e poche migliaia di lire: cosi’ se ne sarebbero andate a riprendere la vita che avevano lasciato.

4. ESPERIENZE. LORENZO ACQUAVIVA INTERVISTA JUDITH MALINA E HANON REZNICOV [Dal sito www.fucine.com riprendiamo la seguente intervista. Lorenzo Acquaviva, nato a Trieste nel 1968, si e’ formato con attori e registi italiani e stranieri e studia recitazione presso l’Advanced Residential Theatre and Television Skillcentre in Inghilterra. Nel 1997 entra a far parte del Liubljana & Zagreb Actors’ Studio. Approfondisce lo studio della maschera nella Commedia dell’arte, partecipa con teatri pubblici e privati a tournee in Italia e all’estero, ospite di festival internazionali. Ha collaborato come docente con servizi sociosanitari ed ha preso parte a produzioni teatrali negli istituti penitenziari; laureato con una tesi sull’impatto culturale, sociale e politico della Beat Generation in America, sviluppa e approfondisce ulteriormente lo studio della poesia beat realizzando spettacoli di cui e’ regista e interprete e partecipando a readings con il poeta Jack Hirshman. Hanon Reznikov e’ nato a New York nel 1950, ha iniziato a frequentare il Living Theatre mentre studiava a Yale, nel 1968; piu’ tardi e’ entrato nella compagnia lavorando con Judith Malina e Julian Beck sia come attore che come autore. Dopo la morte di Julian Beck, avvenuta nel 1985, Hanon Reznikov ha iniziato a dirigere la compagnia con Judith Malina, che ha sposato nel 1988; e’ anche autore di vari recenti lavori messi in scena dal Living Theatre, tra i quali The Zero Method, Anarchia, Utopia e Capital Changes]

-  Lorenzo Acquaviva: Come e’ avvenuto l’incontro con Julian Beck e la conseguente formazione del Living Theatre?
-  Judith Malina: Nel 1947 regnava un grande entusiasmo negli Stati Uniti ma questo momento estatico, come si e’ verificato in altre simili circostanze dove non c’era un sufficiente fondamento sociale, si e’ presto dissolto. A quell’epoca l’arte non aveva ancora assunto una forza etica, politica, sociale, ma aveva soltanto funzione di intrattenimento. Devo dire che in tal senso si e’ andati peggiorando visto che ora c’e’ una vera e propria industria dell’entertainment che non lascia spazio all’inventiva e alla creativita’ dell’arte. Io all’epoca mi ero laureata alla scuola di teatro di Erwin Piscator, uno dei fondatori del teatro politico moderno assieme a Bertolt Brecht. Fu proprio entrando in contatto con il teatro commerciale di Broadway che mi resi conto della distanza tra cio’ che avevo studiato con Piscator e quel mondo. Nel frattempo incontrai Julian Beck, un giovane pittore della scuola espressionista astratta, che aveva esposto alcune opere alla galleria di Guggenheim. Io, che allora avevo diciotto anni, mi sono messa a discutere con lui su cosa volesse dire fare teatro in quel momento e quale senso avesse. Da allora nacque il nostro sodalizio. Eravamo molto influenzati dal teatro del dopoguerra in Europa: ci piacevano Jean Cocteau, Gertrude Stein e Pirandello. Decidemmo di mettere in scena tutti questi autori cogliendo la possibilita’, tramite la poesia, di dare un senso politico al teatro anche se non in una maniera scoperta, perche’ all’epoca il teatro politico era considerato propagandistico, con molto disprezzo verso qualsiasi ideologia, che rimaneva una parola sporca. Allora Julian ed io abbiamo deciso di creare un piccolo teatro, senza risorse, senza mezzi, senza nient’altro che le nostre forze, assieme ad un gruppo di amici. Quel lavoro di ricerca continua tuttora: sulla realta’ dell’attore, sul rapporto spettatore-attore, sulla possibilita’ per il teatro di avere un impatto culturale e sociale. *
-  Lorenzo Acquaviva: Puoi ora parlare del clima culturale esistente attorno ai beats?
-  Judith Malina: Il movimento, che non era cosi’ sviluppato, era di tipo letterario, politico, culturale, e facendosi forte di varie esperienze non dava importanza al fatto se una persona fosse uno scrittore o facesse parte di un gruppo che protestava contro l’esercito: cosi’ confluivano nello stesso movimento il lavoro del Living, la danza di Merce Cunningham o la pittura di Robert Rauschenberg. Eravamo tutti coinvolti in un cambiamento che naturalmente e’ cominciato in tono minore ma che poi e’ diventato sempre piu’ forte, fino al punto che la nostra teoria non fu in grado di sostenere l’azione, cosa che ci ha indotto a nutrire la speranza che i piu’ giovani, i quindicenni di oggi, sarebbero stati pronti a fare il prossimo, decisivo passo. *
-  Lorenzo Acquaviva: E’ ancora possibile la rivoluzione anarchica nonviolenta?
-  Judith Malina: Non solo credo che sia possibile ma anzi che sia assolutamente necessaria, se vogliamo salvare il pianeta e l’umanita’ intera dalla catastrofe sia ecologica che militare. La bella rivoluzione anarchica nonviolenta, vale a dire una vera inversione di rotta nel comportamentoda parte dell’uomo, dobbiamo farla senza porci l’interrogativo se cio’ sia possibile. Non possiamo continuare ad incrementare le spese per l’armamento e sostenere una politica di sfruttamento del pianeta... *
-  Lorenzo Acquaviva: Il teatro puo’ davvero fare tutto questo e dare un contributo effettivo al cambiamento?
-  Judith Malina: Io penso che soprattutto internet rappresenti il medium della grande trasformazione. Ritengo comunque che il teatro possa fare la sua parte dando un’impronta umana a un qualsiasi processo intellettuale e politico proprio perche’ il teatro non e’ un medium puro, avvalendosi di una comunicazione diretta verso i propri spettatori. E’ quanto mai urgente e necessario dar corso ad un cambiamento veramente profondo per la qual cosa internet resta uno strumento insostituibile. *
-  Lorenzo Acquaviva: I beat si possano considerare politici oppure sono stati solamente un’elite intellettuale? Se vogliamo, tranne Corso e Cassady, gli altri, come Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Ferlinghetti, sono di estrazione piccolo o medioborghese...
-  Judith Malina: II pensiero e l’azione di Ginsberg sono stati sicuramente anche politici, tanto e’ vero che e’ stato tenuto ossessivamente sotto controllo da parte dei servizi segreti americani; presso la Cia esiste un vasto dossier dal quale risulta che egli e’ stato tenuto sotto osservazione fino alla fine dei suoi giorni, perche’ considerato un elemento impegnato contro il governo americano; Burroughs da parte sua faceva un altro tipo di ricerca, e non si occupava di discorsi politici. *
-  Lorenzo Acquaviva: E per quanto riguarda Corso, Kerouac...
-  Hanon Reznicov: "Bomb" di Corso e’ una delle piu’ grandi poesie politiche di tutti i tempi.
-  Judith Malina: Julian Beck una volta ha domandato a Jackson Pollock se avesse mai dipinto qualcosa in senso specificamente politico e lui gli ha risposto che non e’ possibile fare una linea senza dipingere qualcosa. Con cio’ voglio dire che tutto e’ politico e la sessualita’ di Burroughs, per esempio, e’ rivoluzionaria proprio in questo senso. La rivoluzione pero’ non e’ solamente ammainare una bandiera per innalzarne un’altra; la rivoluzione e’ cambiare i nostri valori, e credo che Kerouac, Corso, Burroughs abbiano fatto questo, abbiano profondamente scosso i nostri valori di base: sessualmente, politicamente, visualmente, cosi’ come la pittura li ha mostrati.
-  Hanon Reznicov: C’era poi questo sfondo, quello dell’America di Eisenhower, in cui regnava un conformismo sfumato cosi’ come temo regni oggi in Italia. *
-  Lorenzo Acquaviva: In pratica loro hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare i filosofi e i politici.
-  Hanon Reznicov: Si’. Quello che in Francia hanno fatto Sartre, Gide e Camus, in America secondo me l’hanno fatto i beats. *
-  Lorenzo Acquaviva: A proposito della Francia, potete fare un resoconto della vostra esperienza francese?
-  Judith Malina: E’ stato un momento storico molto vivace. Avevamo pensato che fosse veramente possibile prendere la citta’ e operare tutti quei cambiamenti che si erano ipotizzati... Credo che quel momento, di grande speranza, ci abbia dato molte lezioni. In quella circostanza abbiamo partecipato all’occupazione del teatro nazionale, l’Odeon, dando vita ad una lotta fantastica attraverso l’organizzazione di un forum dove le persone, a turno, prendevano la parola, continuamente, giorno e notte; poi la scena e’ cambiata quando la strada e’ diventata un campo di battaglia con feriti, e J. L. Barrault, che era una persona splendida, perse il suo posto per essersi rifiutato, all’ordine del ministro della cultura Malraux, di spegnere le luci del teatro dove si trovavano duemila persone. Era, quello, un momento di grande speranza ma anche di poca chiarezza di intenti da parte nostra tanto e’ vero che la situazione si e’ ulteriormente deteriorata quando i katanga, un gruppo maoista molto violento, hanno preso in mano la situazione ricorrendo all’uso della forza. Il problema del ’68 consisteva principalmente nel fatto che avevamo una visione chiara, derivataci anche dalla poesia, dalla musica, dalla beat generation, sul come vivere. Non sapevamo come realizzarla senza una guida sicura che ci dirigesse verso lo scopo: ad esempio eravamo consci che nel rapporto tra studente e insegnante il professore non avrebbe dovuto esser considerato mai un semidio, e che se non diceva la verita’ non avrebbe meritato rispetto alcuno. Ma non sapevamo come procedere verso questa nuova visione delle cose. Questa visione e’ ancora integra in ognuno di noi, ma non abbiamo, purtroppo, alcuna strategia per cambiare le cose e non ci resta che affidarci ai giovani d’oggi con la speranza che possano concretizzarla, svilupparla o raggiungerla senza avere troppa nostalgia per il passato e per la beat generation in particolare. *
-  Lorenzo Acquaviva: Ormai e’ tutto fashion, moda...
-  Judith Malina: Dobbiamo preservare tutto cio’, dobbiamo impedire che tutto questo background venga utilizzato solo dalla musica commerciale o dall’industria degli abiti e dalla moda, e dobbiamo ricordare che e’ stata l’idea che abbiamo avuto di un altro modo di vivere. Questo e’ espresso nei romanzi di Jack, nella poesia di Gregory e Allen, e’ un urlo contro il sistema che avevamo nel 1950 e che continua ancora adesso.
-  Hanon Reznicov: Una delle figure che corrisponde ai beats, qui in Italia, e’ stato Pasolini il quale, credo, condividesse una certa onesta’ "beat", una certa trasgressivita’, anche sessuale. * Judith Malina e Julian Beck fondarono il Living Theatre nel 1947 a New York. Compagni di lavoro e di vita, portarono nel teatro non solo le esperienze di rinnovamento del linguaggio musicale, poetico, figurativo ma soprattutto le loro istanze pacifiste, l’imperativo etico di cambiare il mondo, i rapporti di produzione e la qualita’ della vita, fino a fare del teatro un reale strumento di diffusione dell’ideale anarchico di vita e di lavoro volto alla liberazione dell’uomo. Nei primi anni il Living rappresento’ in posti di fortuna, se non nello stesso appartamento dei due fondatori, un ampio repertorio molto originale e caratterizzato da un’eccezionale densita’ di strutturazione linguistica. Prese vita cosi’ un teatro poetico, che insisteva particolarmente su temi pirandelliani di coincidenza fra vita e rappresentazione culminato nell’opera di J. Gelber "The connection". Intanto Beck e la Malina avevano conosciuto le posizioni di Antonin Artaud sul teatro della crudelta’ e introdotto Brecht nel loro repertorio. In seguito alla pressioni della polizia, il gruppo si trasferi’ in Europa. Qui vennero presentati "Mysteries and Smaller Pieces", una sorta di manifesto teatrale incentrato sui concetti di creazione collettiva, corporeita’ come liberazione, teatro come luogo di meditazione. Seguirono "Frankenstein", "Antigone" ed infine "Paradise Now". A quest’ultima opera, che coincise con l’esplosione del Living fuori dall’istituzione teatro nelle strade del maggio francese, nel tentativo di fare dell’azione teatrale uno strumento di liberazione per tutti segui’ la diaspora del Living e il costituirsi in diverse parti del mondo di piccolo nuclei di teatro-azione. Hanon Reznicov, gia’ attore di lunga militanza nel Living, dopo la morte di Julian Beck, subentra alla direzione del Living Theatre affiancando Judith Malina. Hanon e Judith stanno proseguendo con coerenza un percorso iniziato da piu’ di cinquant’anni senza aver smarrito le loro idee e la loro visione artistica ed esistenziale continuando nello stesso tempo a svolgere seminari e a fare spettacoli in tutte le parti del mondo senza fruire di sovvenzioni di sorta ma contando sulle proprie forze e sulla capacita’ di autogestirsi. Cio’ si e’ rivelato in definitiva un punto di forza del gruppo che quest’anno ha rappresentato nuovamente in Italia lo spettacolo "Mysteries and smaller pieces".

5. ESPERIENZE. SAVERIO AVERSA INTERVISTA JUDITH MALINA [Riproponiamo la seguente intervista ripresa dal quotidiano "Liberazione" del 27 maggio 2006. Saverio Aversa vive a Roma dove lavora come educatore in un centro per disabili, attivista del movimento glbt e per i diritti umani, giornalista culturale, si occupa di culture delle differenze]

La citta’ di Chieti e il teatro Marruccino hanno ospitato nei giorni scorsi Judith Malina e Hanon Reznikov, direttori dello storico Living Teatre di New York, un gruppo teatrale anarchico e pacifista che ha lasciato un segno profondo nella cultura occidentale del secolo scorso. Il Living e’ stato protagonista di grandi battaglie politiche e sociali come quella contro l’intervento americano in Vietnam. "Love and politics" e’ la serata di poesia e di testi teatrali proposta ai teatini, uno spettacolo simbolo dell’impegno del gruppo, intensa espressione di una particolare estetica visionaria. Amore e politica, temi svolti attraverso brani di opere del repertorio del Living come Utopia e Metodo zero. Malina e Reznikov hanno anche tenuto un laboratorio di cinque giorni sulle tecniche e sulle pratiche di creazione teatrale che ha consentito ai partecipanti di costruire un breve spettacolo intitolato Una giornata nella vita della citta’: un esperimento di vita quotidiana applicato ai vari luoghi urbani. I partecipanti, oltre al lavoro sul corpo, sulla gestualita’, sulla voce e l’improvvisazione, hanno studiato la storia dei 59 anni del Living attraverso la visione di alcuni documentari. Tutto inizia nel 1947 a New York quando Julian Beck e Judith Malina, marito e moglie, entrambi ebrei tedeschi scappati negli Stati Uniti durante il nazismo, frequentano gli stage teatrali del loro connazionale Erwin Piscator, regista e teorico della ricerca di un’arte legata ai bisogni vitali. Qualche mese dopo Beck e Malina fondano il Living Theatre che gia’ con i primi spettacoli suscita reazioni scandalizzate. Il Living si oppone radicalmente a Broadway e a tutto cio’ che rappresenta, apre nuove possibilita’ alla rappresentazione teatrale e fornisce argomenti e ispirazione ai teatranti anticonformisti di tutto il mondo. Julian Beck, morto nel 1985, e’ stato attore, regista e scenografo. Inizio’ come pittore legato all’espressionismo astratto e infatti firmo’ le scene di quasi tutti gli spettacoli del Living, dirigendone buona parte e facendo anche l’attore. E’ stato interprete cinematografico di film come l’Edipo Re di Pasolini e Cotton Club di Coppola. Dopo la sua scomparsa Reznikov affianca Malina nella vita e nella direzione del gruppo. Abbiamo incontrato la coppia proprio in un camerino del Teatro Marruccino. Judith Malina ha risposto ad alcune domande con qualche intervento di Hanon Reznikov. *
-  Saverio Aversa: Quali sono gli obiettivi principali del laboratorio di Chieti?
-  Judith Malina: Sicuramente la creazione collettiva alla quale si giunge con degli esercizi che noi insegnamo ai partecipanti che pero’ discutono fra di loro sul soggetto da mettere in scena. Vogliamo che costruiscano lo spettacolo che e’ per loro importante. Naturalmente noi abbiamo i nostri punti di vista ma non imponiamo la nostra ideologia: vogliamo che loro si impossessino del potere, dell’autodeterminazione e quindi della capacita’ di essere decisivi. Noi mettiamo le nostre esperienze teatrali al servizio delle loro idee. Li aiutiamo materialmente a scrivere il testo e a pensare alle scene attraverso le tecniche dei surrealisti francesi. *
-  Saverio Aversa: Ha un valore aggiunto questo vostro impegno in una piccola citta’?
-  Judith Malina: Da almeno trent’anni portiamo il nostro teatro in Italia e sosteniamo il decentramento culturale perche’ conosciamo il vostro paese molto bene, in tutti i suoi aspetti. Soprattutto i giovani sono molto interessati e coinvolti dal nostro modo di fare teatro e sono stimolati dalla possibilita’ creativa istantanea, spontanea e di gruppo. Nello specifico di questo workshop sono stati scelti sei temi: follia-normalita’, diversita’-collettivita’, potere-capitalismo, comunicazione, le paure, l’integrazione spirituale. *
-  Saverio Aversa: I giovani quindi sono una grande risorsa per un futuro migliore?
-  Judith Malina: Ne siamo convinti. Dopo la "rivoluzione" del 1968 il privato ha prevalso sul pubblico, si e’ perso un certo ottimismo poiche’ le cose non sono andate come speravamo, la sinistra e’ rimasta schiacciata da una grande delusione. I giovani oggi hanno di nuovo la volonta’ di cambiare la societa’ come allora. Li abbiamo visti anche al G8 di Genova dove abbiamo realizzato, insieme a molti di loro, una serie di performance di teatro di strada. I ragazzi del duemila possono essere ancora piu’ radicali e rivoluzionari di quelli di quaranta anni fa. *
-  Saverio Aversa: Le recenti proteste degli studenti e dei giovani lavoratori francesi ne sono una dimostrazione?
-  Judith Malina: Sono straordinari, forse perche’ sono i discendenti dei protagonisti della rivoluzione del 1789. Sono riusciti a far cambiare una legge del governo. E intanto altri governanti giocano con le armi come fossero bambini inconsapevoli, fanno le guerre piu’ sanguinarie. *
-  Saverio Aversa: L’arte, il teatro, sono in grado di far scomparire le guerre?
-  Judith Malina: Attraverso un discorso educativo si puo’ raggiungere questo scopo. L’unico metodo e’ entrare nell’animo delle persone e cambiarne i comportamenti. Soprattutto questo puo’ essere utile, meno incisiva si e’ dimostrata la politica. Due settimane fa a New York abbiamo debuttato con uno spettacolo contro la guerra. Siamo sempre stati antimilitaristi e a Times Square, davanti ad un ufficio di reclutamento di soldati da mandare in Iraq, in risposta ad uno spot pubblicitario dell’esercito trasmesso da un grande schermo interagiamo con un’azione teatrale che si intitola "No, sir!".


Rispondere all'articolo

Forum