Situazioni di emergenza ....

LA RAPPRESENTAZIONE DELLA REALTA’. RICORDO DI ERICH AUERBACH, L’AUTORE DI "MIMESIS". Una magistrale riflessione di Daniele Giglioli - a cura di pfls

martedì 16 ottobre 2007.
 

erich auerbach

Partendo dal particolare l’universale arriverà

Cinquant’anni fa moriva uno tra i più grandi interpreti della critica stilistica. E la rappresentazione della realtà, la sua umanizzazione, la sua trasfigurazione da cosa a presa di posizione, perdeva un eccezionale esegeta

di Daniele Giglioli (il manifesto, 13.10.2007)

Auerbach e noi, naturalmente. Non perché ce lo impone un anniversario, ma perché pochi hanno mostrato meglio di lui come un vero critico si trovi a suo agio solo in situazioni di emergenza, sotto il fuoco delle urgenze del presente. Soltanto a questo patto si concede di andare in biblioteca, e quando non ne ha una sottomano ne fa a meno, proprio come Auerbach a Istanbul, al tempo in cui era riparato laggiù per sfuggire alla persecuzione dei nazisti e lavorava al suo capolavoro, Mimesis, ovvero, e nientemeno, la storia della rappresentazione della realtà nella letteratura occidentale. Se avesse avuto una biblioteca a disposizione, forse quel libro Auerbach non lo avrebbe mai scritto: «se avessi potuto far ricerche, informarmi su tutto quello che è stato scritto intorno a tanti argomenti, forse non mi sarei più indotto a scriverlo».

Lettore appassionato di Vico, conosceva bene l’eterogenesi dei fini, e sapeva come molte traversie possano convertirsi in opportunità. L’emergenza di un’Europa sconvolta dalla guerra gli sottrasse la possibilità (e la maledizione di Sisifo) dell’aggiornamento bibliografico, della verifica erudita, dell’obbligo già allora disperante di dover tener dietro al proliferare infinito della letteratura secondaria: un meno che è diventato un più, per chi fu costretto a scrivere isolato come Proust nella sua stanza di sughero e, come Proust, col solo ausilio di scrittura e memoria, in quella stanza saprà far passare tanta storia.

L’anticipazione di un destino

Nulla di più lontano da noi, potrebbe sembrare, immersi in una abbondanza già sconfinata da tempo nell’obesità. Ma anche nulla di più vicino, perché questa abbondanza annichilente di informazioni, libri e metodi è parte a pieno titolo della nostra emergenza, è il risvolto morbido e sinistramente benevolo dell’inquinamento che ci uccide, della trasformazione di ogni nostro vissuto in una sterminata raccolta di merci. Quella di Auerbach fu una dieta forzata, in cui l’occasione e la casualità ebbero una parte non di margine. La nostra è necessaria, determinata, inevitabile in un universo culturale senza più centri e gerarchie: mangiamo quello che troviamo, assimiliamo quello che possiamo. Tanto vale esserne consapevoli e riconoscere in Auerbach, per usare un termine a lui caro, una nostra figura, l’anticipazione concreta di un destino altrettanto concreto che in noi doveva compiersi.

Certo, a differenza di noi, Auerbach sapeva da dove veniva. Aveva dietro di sé la grande tradizione della romanistica tedesca, di cui è del resto il massimo esponente novecentesco insieme a Curtius e a Spitzer: filologia romanza, storicismo, Geistesgeschichte, e sullo sfondo i grandi nomi dei romantici tedeschi e di Hegel, il cui influsso Auerbach combinò con quello di Vico, nella convizione che sia possibile cogliere l’universale nel concreto, la totalità nel frammento - tutte le letture di Mimesis hanno inizio con l’interpretazione minuziosa di un passo determinato, e si allargano a spirale fino a comprendere un momento di storia dello stile, una concezione del mondo, una coscienza umana storicamente determinata quanto lo è quella dell’interprete. Partendo dal particolare (ciò che sia pure in modo diverso teorizzavano e praticavano anche Spitzer e Curtius), l’universale arriverà. Perché l’universale è esso stesso concreto, non si compone di leggi o categorie ma è - come scrive Auerbach in Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità - «la concezione di un corso storico», «qualcosa come un dramma, che non contiene neppure esso una teoria, bensì una concezione paradigmatica del destino umano».

Solo a partire da questo fecondo partito preso metodologico è possibile interpretare la letteratura occidentale come un tutto. Non è qualcosa che Auerbach deve farsi perdonare, magari grazie a una attenuante elargitagli dal nostro illuminato pulpito postcoloniale, quella attenuante per cui trovandosi fuori dall’Europa gli era consentito guardarla con uno «sguardo da lontano», con un occhio che attraverso il suo straniamento «costruisce» il proprio oggetto come un tutto. Che ci fossero molte Europe (non a caso si stavano dilaniando), e che l’Europa non fosse tutto, Auerbach lo sapeva bene, e comprendeva perfettamente i limiti e i margini da cui proveniva il suo discorso.

Nulla di più lontano, in questo senso, da Curtius, con la sua ossessione eliotiana per una tradizione amorosamente conservata dal medioevo e poi tragicamente infranta dalla modernità. Auerbach è dalla parte della storia, e ciò di cui era alla ricerca non era una tradizione ma una (non la) verità.

Di qui la scelta dei suoi oggetti di studio, in primo luogo Dante, Il poeta del mondo terreno, nella sua interpretazione a tutt’oggi imprescindibile; e poi non tanto il «realismo», come recita infelicemente la traduzione italiana del sottotitolo di Mimesis, quanto piuttosto la rappresentazione della realtà (Dargestellte Wirklicheit), e più letteralmente ancora la realtà rappresentata, ovvero interpretata, umanizzata, trasfigurata da cosa a modo, stile, presa di posizione. Un percorso plurimillenario che ha per Auerbach il suo telos (e dunque, retrospettivamente, il suo punto di partenza, sotto il profilo della situazione dell’interprete) nel realismo del grande romanzo francese dell’Ottocento, e nella tormentata continuazione novecentesca che di quel realismo diedero Virginia Woolf, Joyce e Proust - perché Auerbach, a differenza di Lukács, non vede tra i due secoli un rapporto di opposizione. A partire da questo approdo, Auerbach insegue fin da Omero e dalla Bibbia la traccia di due diverse visioni del rapporto tra lo stile e la realtà.

Da una parte la concezione classica, greca e latina, della separazione degli stili, ovvero dell’adeguamento del registro stilistico alla gerarchia sociale ed etica della materia narrata: stile alto per soggetti nobili e tragici, stile basso per i soggetti quotidiani, con in mezzo un più problematico e ambiguo stile medio. Dall’altra una idea delle relazioni tra parola e mondo che ha la sua radice nel linguaggio biblico e nei testi della tradizione cristiana, e che presuppone la mescolanza degli stili avendo di mira la rappresentazione seria della vita quotidiana; quella vita quotidiana che l’antichità (e il classicismo di ogni tempo) può mettere in scena solo sotto le spoglie del comico, o della deformazione grottesca (come in Petronio ma anche in Molière, pur diversissimi da ogni altro punto di vista). Che cosa c’è infatti di più quotidiano e insieme di più sublime della vicenda evangelica di un dio che è anche falegname, che redime il mondo morendo la morte degli schiavi, e che affida per di più la predicazione del suo messaggio a discepoli capaci di parlare solo nel loro sermo piscatorius?

Nessuna delle due concezioni dello stile, d’altra parte, si trova mai allo stato puro: quei pescatori non avrebbero fatto nulla senza Paolo di Tarso, che era insieme fariseo e imbevuto di cultura ellenistica. Né si avvicendano l’una all’altra secondo uno schema piattamente cronologico - prima la separazione, poi la mescolanza. È un processo che si presenta piuttosto come una spirale, una dialettica, persino una lotta; anche se il punto di arrivo sembrerebbe promesso, appunto, solo dall’idea di mescolanza, in particolare grazie alla forma romanzo, rappresentazione seria di persone comuni, everyman, «genti meccaniche e di picciol affare», come scriveva l’anonimo manzoniano, in una società moderna dove alla prospettiva verticale della trascendenza divina si è sostituita la trascendenza orizzontale del progresso storico e dell’estendersi della democrazia. Ma Auerbach sapeva fin troppo bene che non c’è stile dove ce n’è solo uno, ovvero dove non esistono possibilità di scelta, alternativa, sfumatura, modalizzazione.

La distinzione tra alto e basso non è mai abolita del tutto, pena la perdita di qualunque serietà del quotidiano, dall’asinello di Abramo al calzerotto marrone della Woolf. E la separazione degli stili riaffiora nei luoghi più imprevisti, come per esempio - anche se Auerbach non lo dice esplicitamente - in quella lutulenta, voyeuristica e compiaciuta immersione sensuale nel «basso», nel corporeo, nella fisicità più reificata e maleodorante, che è la cifra linguistica e stilistica principe del naturalismo ottocentesco, dove vengono paradossalmente riprese molte soluzioni espressive tipiche del «realismo» grottesco tardo-antico, da Petronio ad Ammiano Marcellino. Ma non avviene lo stesso, a pensarci bene, in tanti nostri contemporanei?

C’è molto naturalismo grottesco nella migliore produzione postmoderna, dalla Body Art al Post-Human, da Martin Amis a Javier Marías. E una non-fiction come Gomorra di Roberto Saviano, valore letterario a parte, non è certo un esempio di mescolanza ma di separazione degli stili, con la sua sovrabbondanza di sangue, urti di vomito e cadaveri in decomposizione, messa in scena di una vita ridotta alla sua animalità più reificata e ferina; dunque, paradossalmente, non seria, perché serio è solo chi può scegliere, non chi è congelato ab aeterno in uno stato di minorità ossessivamente ribadito.

Tra distinguere e separare

Auerbach morì nel 1957, e non sappiamo come avrebbe valutato il postmoderno (anche sa ha fatto in tempo ad avere tra i suoi allievi Fredric Jameson), in particolare alcune delle sue parole d’ordine più accreditate: l’ibridazione dei generi, la fine della distinzione tra cultura alta e bassa, il Kitsch che diventa Cult, la tetra serietà con cui si tratta l’effimero e la leggerezza grottesca con cui si affrontano le cose serie. Trionfo definitivo della mescolanza degli stili? O non, piuttosto, impotenza a distinguere (che è tutt’altro dal separare), in un mondo in cui i sovrani hanno sempre più l’aspetto di pagliacci? Un mondo in cui stentiamo a discernere oggetti, persone e simulacri, in cui il compito di stabilire, rielaborare e criticare le gerarchie tra livelli di realtà e livelli di stile non è più appannaggio della creatività linguistica individuale e collettiva. Un mondo interamente requisito dall’occhio senza sguardo e dalla razionalità senza soggetto della comunicazione mediatica.

Ma solo all’altezza di questa prova l’idea di rappresentazione della realtà che Auerbach persegue trova il suo hic rodus, hic salta, e la sua inattualità può rivelarsi più preziosa di qualunque «grande descrizione» del mondo così com’è. Perché ci sia non «realismo» (le poetiche cambiano), ma «rappresentazione della realtà», occorre in primo luogo che ci sia qualcuno a farsene carico: un soggetto, un attore, una assiologia, una presa di posizione esistenziale e ideologica, in altre parole uno stile. Più stili, anzi, in conflitto tra loro e tra cui di volta in volta operare una scelta. E chi può scegliere se non un soggetto? Un soggetto in situazione, determinato, limitato e perciò stesso costretto a privilegiare certe opzioni invece che altre; non quello asettico della conoscenza scientifica, non quello schizofrenico vagheggiato dai teorici e realizzato dai media. Solo per lui può aprirsi ancora una volta la prospettiva, sempre incombente e sempre rimandata, dell’universale concreto; l’opportunità direbbe Auerbach, di «penetrare i molteplici rapporti di un accadere dal quale noi proveniamo e al quale partecipiamo», di «determinare il luogo al quale siamo arrivati», di «intravedere le possibilità immediate che ci attendono...: "noi qui e ora", con tutta la ricchezza e le limitazioni che ciò comporta».

Non più cosa ma chi

Nessun problema critico, del resto, che non tragga la propria forma dall’emergenza storica in cui si inscrive: quella di Auerbach era il Novecento, con le sue soggettività omicide e la messa in scena della loro dissoluzione. La nostra è quella dell’assenza di soggetto, e per questo non abbiamo né realismo né realtà, ma solo una girandola di simulacri sullo sfondo minaccioso di un inconoscibile Reale lacaniano, impossibile da simbolizzare. La rappresentazione della realtà (lo stile) è sempre la rappresentazione di qualcuno, nel duplice senso di «fatta da qualcuno» e «in cui si rappresenta qualcuno». Se ci interessa ancora (e non è detto, a guardarsi in giro), dobbiamo ricominciare a chiederci non cosa rappresentare ma piuttosto, e in tutti i sensi, chi rappresentiamo.


L’autore di «Mimesis»

Inseguiva la dialettica della sensibilità nella imitazione seria del quotidiano

Nato a Berlino nel 1892 Erich Auerbach è morto nel Connecticut nel 1957 dopo avere insegnato per molti anni filologia romanza alla Yale University. Insieme a Ernst Robert Curtius e a Leo Spitzer è uno degli studiosi di origine e di cultura tedesca cui si devono le espressioni più significative della critica «stilistica». In Italia Auerbach è noto soprattutto per i suoi studi su Dante (1929), che gli permisero di vincere la cattedra di filologia romanza a Marburg, e per l’opera fondamentale che titolò «Mimesis» e che scrisse nel 1946 a Istanbul, dove le sue origini ebraiche lo avevano costretto a emigrare. Da noi «Mimesis» venne tradotto dieci anni dopo dalla Einaudi con un saggio introduttivo di Aureglio Roncaglia.


Sul tema, nel sito, si cfr.:

-  CHI SIAMO NOI IN REALTA’?Relazioni chiasmatiche e civiltà. Lettera da ‘Johannesburg’ a Primo Moroni (in memoriam)

-  LA STATUA DELLA LIBERTA’E LA LEZIONE DI KAFKA.

-  LA FENOMENOGIA DELLO SPIRITO ... DEI "DUE SOLI". IPOTESI DI RILETTURA DELLA DIVINA COMMEDIA".


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