Oltre i vincoli del possibile
Un pomeriggio estivo del 1961 Franco Basaglia varcò per la prima volta i confini del manicomio di Gorizia. Da allora non avrebbe smesso di tormentarsi sulla forza di quella istituzione, e sulla necessità di smantellarne le mura, edificate prima di tutto dentro di noi Alla fine di agosto di venticinque anni fa moriva lo psichiatra al lavoro del quale dobbiamo la legge 180. Per rendere accettabile il dolore mentale, smembrare i manicomi e terremotare la cultura che li sosteneva ideò «infiniti machiavelli istituzionali».
MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA (il manifesto, 27.08.2005)
In una conferenza a Rio de Janeiro nel 1979, pochi mesi prima di ammalarsi, Franco Basaglia rispondeva così a una domanda sul significato del suo lavoro: «la cosa più importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici anni fa era impensabile che un manicomio potesse venire distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, ma noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo». Da quel pomeriggio di fine estate del 1961 a Gorizia, quando per la prima volta nella sua vita era entrato in un manicomio, Basaglia si era tormentato sulla forza di quell’istituzione, che lo aveva indignato e angosciato al punto di indurlo alla tentazione di mollare l’impresa impossibile che sarebbe consistita nel mettere a frutto, lì dentro, ciò che negli anni della clinica universitaria aveva studiato e tentato di fare.
Fuori e dentro le mura
Il lavoro di umanizzazione delle strutture e dei rapporti che vi si intrattenevano gli aveva poi chiarito che il manicomio in realtà non si limitava ai confini della istituzione storica da lui diretta, ma, al fondo, coincideva con l’idea stessa di «internamento», cioè della custodia in nome della tutela, della riduzione della libertà in nome della liberazione dalla malattia. Questo era il nucleo del manicomio, lì stava la sua forza e la capacità di riprodursi nelle istituzioni e nel corpo sociale, attraverso la legge, l’amministrazione e la legittimazione non disinteressata degli operatori psichiatrici.
Negli anni del grande movimento antistituzionale, Basaglia rimproverò spesso a collaboratori e compagni di strada italiani ed europei la tendenza a sottovalutare la potenza del manicomio, che per quanto lo riguardava avrebbe dovuto essere smontato «pezzo per pezzo», perché non rinascesse fuori dalle sue mura e dentro ciascuno di noi. Sono dunque il prodotto di questa cultura le molte invenzioni nate per scomporre il manicomio e spesso evolute nelle strutture nate a seguito della riforma, «gli infiniti machiavelli istituzionali», come Basaglia li chiamava negli anni di Trieste: la prima cooperativa degli internati, che avevano voluto chiamarsi «Lavoratori Uniti»; la trasformazione dei ricoverati in «ospiti» per consentire loro liberà e asilo; i centri di salute mentale aperti ventiquattro ore e organizzati come spazi di vita; le abitazioni nei condomini del centro col sostegno informale degli operatori. Tutto questo prendeva forma in mezzo a scontri e negoziazioni, conflitti e compromessi tra gli operatori non meno che con la città, in un clima allora tutt’altro che facile poiché si camminava per una strada non ancora segnata, cercando un possibile che fosse adeguato alla posta in gioco e che quel gioco riuscisse a mantenerlo aperto e a governarlo.
Franco Basaglia era straordinariamente dotato di quel «senso della possibilità» di cui parla Robert Musil nelle prime pagine dell’Uomo senza qualità, ossia della «capacità di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non dare maggior importanza a quello che è, che a quello che non è».
Tra aspirazioni e progetto politico
A questo senso del possibile come «volontà di costruire, come consapevole utopia che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione», Basaglia ha saputo dare spessore e valore politico, riuscendo a coinvolgere istituzioni e persone nella costruzione di altri orizzonti che si allargano tutt’ora sulla società italiana, e non solo entro i suoi confini.
È vero, però, che il senso della possibilità oggi è più visibile come aspirazione che non come progetto politico, e fa impressione il fatto che, quando si parla di questione morale, tutto quanto è legittimo attendersi - laddove quote rilevanti di potere siano nelle mani di persone e di istituti della sinistra - sia limitato al rispetto delle regole. Ma se l’idea di trasformare l’esercizio del potere per trasformare con esso pezzi di mondo viene messa in ombra, o tutt’al più relegata in spazi residuali e ideologici sarà molto difficile rendersi riconoscibili come alternativa al presente e porre le premesse per un diverso futuro.
Quindici anni prima di quella conferenza a Rio, Basaglia aveva già intuito che la distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione (come dice il titolo della sua comunicazione al primo congresso di psichiatria sociale a Londra, nel 1964) era «un fatto urgentemente necessario, se non semplicemente ovvio». In quel testo ci sono già gli elementi che avrebbero fatto evolvere il lavoro appena iniziato a Gorizia in una direzione tutta diversa da quella su cui si erano incamminate le esperienze innovative sorte nella psichiatria pubblica in Francia e Inghilterra. Basaglia criticava il fatto di essersi limitati, in quei paesi, a creare una psichiatria territoriale responsabile, in realtà, di continuare a servirsi dei manicomi, che all’epoca internavano in Europa più di ottocentomila persone.
Del resto, neppure gli premeva costruire «una nuova utopia» che si sarebbe tramutata «in una nuova ideologia» il cui solo valore sarebbe stato quello di «consentirci di sopportare il tipo di vita che siamo costretti a vivere», come scrisse in uno dei saggi dell’Istituzione negata, il libro collettivo del 1968. A Basaglia non interessava, perciò, rifugiarsi nell’esperimento, che elabora nuove tecniche di interpretazione della malattia mentale e forme di trattamento non oppressive al riparo dalla legge psichiatrica e dall’obbligo di accettare qualunque tipo di paziente.
In Europa e negli Stati Uniti, già alla fine degli anni `60, cominciavano a diffondersi molte di queste utopie in piccola scala, non poche delle quali si dimostravano efficaci con chi vi approdava per caso o per denaro, e alcune di esse - come quelle di Ronald Laing a Londra e quella di Felix Guattari a Laborde - era contagiate dal fascino, dalla intelligenza e dalla radicalità dei loro leader.
Ma, allora come oggi, questi esperimenti non erano in grado di scalfire l’apparato dei manicomi, né la cultura psichiatrica dominante veniva intaccata dalle nuove teorizzazioni, e tanto meno il senso comune vacillava di fronte al senso del pericolo, dalla vergogna e dalla scarsa intellegibilità che la follia portava con sé.
L’esperienza di Gorizia indicò una strada più ambiziosa e al tempo stesso più politica che consisteva nel lavorare al centro del potere psichiatrico, l’istituzione pubblica, per introdurvi una pratica e un progetto alternativi al manicomio, al suo ruolo sociale e alla sua cultura. Fu un progetto che incontrò in Italia un sistema istituzionale dove il bisogno di innovazione era fortissimo e l’immobilismo dell’establishment psichiatrico, culturalmente provinciale e concentrato sugli interessi di scuola e di bottega, lasciò molto spazio a quelle che negli anni `70 venivano chiamate «le esperienze esemplari»: esperienze che egemonizzarono i processi di innovazione, sperimentando e mettendo in circolo modelli di servizi che chiedevano e dimostravano possibile la ridefinizione del trattamento psichiatrico nel quadro della Costituzione democratica.
Per questo Basaglia aveva voluto chiamare «psichiatria democratica» il movimento per la riforma, intendendo indicare con questo aggettivo l’intenzione di costruire una psichiatria che interiorizzasse e rendesse vissuti i principi del patto democratico, così come la psichiatria manicomiale si era sviluppata nel quadro di uno Stato liberale che escludeva dalla cittadinanza più di «metà del cielo».
Oggi il sistema istituzionale nel quale Basaglia ha lavorato non c’è più, e lo stesso campo psichiatrico è profondamente cambiato. Basti pensare al protagonismo acquisito delle multinazionali del farmaco, che dominano la ricerca, invadono la comunicazione di massa, conquistano i medici; basti considerare la penetrazione del linguaggio psichiatrico e psicologico nei media, nella vita quotidiana, nella scuola, nei servizi sociali; e il diffondersi delle tecniche psichiatriche e psicologiche - dall’uso degli psicofarmaci ai test - per il controllo dell’efficienza e della vita delle persone.
Dunque oggi non è certo minore che trent’anni fa la necessità di leggere il contesto che abbiamo di fronte in chiave politica. Eppure la depoliticizzazione della società italiana, drammaticamente svelata dal referendum sulla fecondazione assistita, si è resa lampante: lo dimostrano i tecnici interessati a coltivare il proprio orto, a mettere a punto la gestione di problemi e rischi o metodi di formazione nel grande mercato per il controllo delle condotte che Basaglia aveva visto formarsi negli Stati Uniti degli anni `70 e di cui scrisse in diversi saggi, dal Malato artificiale a La maggioranza deviante a Condotte perturbate.
Sembra che solo una minoranza di operatori dei servizi pubblici, di ricercatori e di intellettuali sia oggi interessata a esprimere la sua preoccupazione per i caratteri dello scenario che abbiamo di fronte, e che si affanni a studiarlo e a trovare i punti in cui potrebbe venire attaccato. È un clima, questo, in cui l’opera di Basaglia può risultare inattuale, o può magari suscitare più nostalgie che stimoli; può forse indurre alla tentazione di una lettura accademica delle sue idee, che invece sono legate a un forte senso etico della responsabilità sociale, segnate come sono da un rapporto intenso, fondante tra teoria e pratica politica, la sola chiave in cui possono essere capite e spese.
Basaglia ha temuto che la riforma potesse essere l’inizio della fine della trasformazione, e questo - come scrisse nella prefazione al Giardino dei gelsi - proprio «nel momento in cui si potrebbe cominciare ad affrontare i problemi in modo diverso, disarmati come siamo, privi di strumenti che non siano un’esplicita difesa nostra di fronte all’angoscia e alla sofferenza». Come sempre, cercò di giocare sul terreno della pratica la sfida della riforma, accettando la proposta della regione Lazio di riorganizzare le politiche di salute mentale.
Le sue interviste sulla 180
Lavorò a Roma pochi mesi, formulando alcuni progetti: un concorso di idee rivolto a tutta la città per il riuso del manicomio da chiudere; il riassetto del pronto soccorso di uno degli ospedali più problematici del centro storico, per cercare di trovare risposte diverse alle persone marginalizzate che lì avevano il loro punto di riferimento; il coinvolgimento di alcune cliniche private in un programma di riorientamento delle strutture. Nello stesso tempo, mise in piedi un’iniziativa curiosa e assai emblematica del suo stile.
Mentre le forze politiche, all’indomani della riforma già ne prendevano le distanze, Basaglia decise di intervistare dirigenti politici di spicco sulle ragioni che avevano spinto i partiti ad approvare la «180» e sui mezzi con cui intendevano governarla: riuscì a fare parlare due alti dirigenti della Democrazia Cristiana, Paolo Cabras e Bruno Orsini, il vice-segretario del partito socialista Claudio Signorile e il segretario del partito socialdemocratico Pietro Longo. Aveva avviato i contatti con Enrico Berlinguer, ma non fece in tempo a incontrarlo. Da quelle interviste fu ricavato, alcuni anni dopo, un film di mezz’ora, che testimonia quale fosse il clima del tempo, quale la libertà di Basaglia da ogni schema prefigurato, quale la sua capacità di mettersi in gioco e, come lui diceva, di «tenere aperte le contraddizioni».
Certo Basaglia non si è sottratto alle responsabilità di governo né ha sottovalutato il problema del consenso. Però ha agito il suo ruolo di tecnico per spingere la politica, soprattutto gli amministratori, ad andare oltre l’orizzonte dato, oltre gli assetti consolidati, che generalmente fanno pagare ai più deboli il prezzo di una precaria o apparente pace sociale. Così lui, uomo di sinistra, non è stato un interlocutore facile neppure per la sinistra, che certo nella ormai lunga vita della «legge 180» ha svolto un ruolo fondamentale in parlamento nel bloccare le controriforme, sia con la scelta di candidare al Senato Franca Ongaro Basaglia, sia nella fase di chiusura dei manicomi, con Romano Prodi al governo e Rosi Bindi alla sanità. Ma gli amministratori locali è ancora necessario conquistarli ad uno ad uno, anche quelli di sinistra, per riuscire a dare aggettivi ai processi di innovazione, a introdurvi una qualità diversa.
Il posto di chi non trova posto
Il manifesto dell’ultimo convegno promosso da Basaglia, Psichiatria e buongoverno (Arezzo 28 ottobre 1979) riportava, accanto ad alcuni particolari dell’Allegoria del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti, un commento che si concludeva così: «se ciascuno sta al suo posto regnano l’ordine e il potere; e chi non trova posto in questo ordine e in questo equilibrio?» È un interrogativo che vale sempre, ma oggi non ci sono persone altrettanto autorevoli a difenderlo, ed è cresciuto il numero di chi non trova posto in questo ordine delle cose, per la verità assai fragile; perciò vale di più.
SCHEDA
Da Gorizia a Trieste
Franco Basaglia era nato a Venezia l’11 marzo del 1924. Dopo tredici anni di lavoro all’università di Padova, nel 1961 aveva vinto il concorso di direttore nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove avviò l’esperienza di apertura del manicomio divenuta nota attraverso due libri, Che cos’è la psichiatria? (1967 ) e L’istituzione negata (1968), pubblicati entrambi da Einaudi come il libro fotografico Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin che Basaglia aveva curato con Franca Ongaro, sua moglie dal 1953 e collaboratrice nel gruppo di Gorizia. Con lei Basaglia scriverà gran parte dei lavori degli anni successivi e condividerà l’impegno nei movimenti degli anni `70.
Nel 1969 fu invitato come visiting professor al Community Mental Health Centre del Maimonides Hospital di New York, e da quella esperienza scrisse Lettera da New York. Il malato artificiale (Einaudi 1969) e La maggioranza deviante (Einaudi, 1971). Per un anno, nel 1970, diresse l’ospedale psichiatrico di Parma, ma l’esperienza si chiuse tra difficoltà burocratiche e dissidi politici, e alla fine dell’anno successivo andò a dirigere l’ospedale di Trieste, dove riuscì a chiudere il manicomio e dare vita a un nuovo sistema di servizi di salute mentale.
Negli anni di Trieste scrisse molti saggi e una ricerca collettiva, Crimini di pace, cui partecipano tra gli altri Michel Foucault, Erving Goffman, Ronald Laing, Noam Chomsky e Robert Castel, che testimonia dell’ampiezza del suo impegno intellettuale. Il 13 maggio del 1978 il parlamento approvò la riforma psichiatrica, nota come «legge 180».
Basaglia era a Berlino, in uno dei suoi numerosi viaggi, quando si sentì male la prima volta, dopo una conferenza nell’aula magna della Freie Universitaet. Erano i segni della malattia che lo avrebbe portato alla morte il 29 agosto nella sua casa di Venezia.
I suoi Scritti sono stati raccolti da Franca Ongaro e pubblicati in due volumi da Einaudi nel 1981 e ’82. Attualmente è in libreria una nuova antologia, L’utopia della realtà (Einaudi, 327 pagine, 22 Euro) che contiene saggi dal 1964 al 1979 con un inedito in Italia, Condotte perturbate. Le funzioni delle relazioni sociali, scritto con Franca Ongaro su commissione di Jean Piaget che curava, per la Encyclopédie de la Pléiade, il volume Psychologie in cui il testo è uscito nel 1987. L’antologia include anche la bibliografia completa delle opere di Basaglia, una presentazione di Franca Ongaro e una introduzione di Maria Grazia Giannichedda, L’utopia della realtà. Franco Basaglia e l’impresa della sua vita.
Negli ultimi anni sono stati riediti diversi testi di Basaglia: Che cos’è la psichiatria? (Baldini e Castoldi 1997), L’istituzione negata (Baldini e Castoldi 1998) Morire di classe (Edizioni Gruppo Abele, 1998), e una nuova edizione di Conferenze brasiliane (Raffaello Cortina, 2000) con quattro conferenze inedite. Nel 2001 è stata pubblicata la monografia Franco Basaglia di Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio (Bruno Mondadori) e nel 2004 il saggio di Nico Pitrelli L’uomo che restituì la parola ai matti. Franco Basaglia, la comunicazione e la fine dei manicomi (Editori Riuniti)
Basaglia insegna
La denuncia. Il giornalista Kazuo Okuma e la sua esperienza infernale in un ospedale psichiatrico
Il dramma. Nel suo paese esistono quasi solo strutture private e gli internati sono in aumento
I manicomi non curano
Il Giappone studia il modello italiano
Grazie al coraggio di un giornalista e alle denunce dei familiari dei malati, in Giappone c’è una spinta a copiare la nostra 180. Una delegazione del Sol Levante è in visita in Italia per capire come funziona
di Cristiana Pulcinelli (l’Unità, 12.04.2010)
Kazuo Okuma in Giappone è un uomo conosciuto. Per trent’anni ha lavorato come giornalista del più importante quotidiano giapponese, Asahi Shimbun, ed è autore di un libro che negli anni Settanta ha suscitato un certo clamore: Reportage da un padiglione manicomiale. Kazuo vi raccontava la sua odissea all’interno di un ospedale psichiatrico in cui si era fatto ricoverare fingendosi alcolista e da cui aveva faticato non poco ad uscire. Da quella esperienza Kazuo ha maturato l’idea che il manicomio fosse un luogo infernale, «ma non vedevo alternative racconta fino a che non ho saputo che in Italia era stata varata una legge che prevedeva l’abolizione dei manicomi».
Da questo incontro con la riforma italiana è nato un altro libro, Il Giappone dei manicomi e l’Italia senza manicomio, con il quale Kazuo ha vinto il premio Franco Basaglia istituito dalla Provincia di Venezia e dalla Fondazione Franca e Franco Basaglia. Ora l’autore è in Italia insieme a una delegazione giapponese formata da psichiatri, operatori sanitari, familiari di pazienti. Vengono a studiare il modello italiano. Ma hanno anche voglia di raccontare il dramma dei pazienti con problemi di salute mentale nel loro paese. «In Giappone racconta Kazuo oggi ci sono 340.000 letti per una popolazione di 120 milioni di persone. Negli ultimi 30 anni il numero dei letti manicomiali è diminuito in tutti i paesi sviluppati, tranne che in Giappone, dove invece sono drasticamente aumentati. Il 90 % di questi posti letto si trova in ospedali privati per i quali il guadagno viene prima della vita dei pazienti». Il modello è complesso: quasi ogni ospedale psichiatrico ha un proprietario diverso, spesso si tratta dello stesso psichiatra che lo dirige. Dato che il guadagno maggiore deriva dal numero di ricoverati, i letti devono essere sempre pieni. Quindi, pazienti che potrebbero essere seguiti al di fuori della struttura, vengono invece tenuti in ospedale il più a lungo possibile. Spesso i letti vengono riempiti con malati di Alzheimer e anziani.
Maya Aishi, odontotecnica, è la mamma di un ragazzo schizofrenico ed è anche vice presidente di un’associazione di familiari di pazienti. Anche lei è in Italia e racconta la sua storia: «Mio figlio ha cominciato a manifestare problemi gravi verso i 16 anni. Per chiedere un aiuto ci siamo rivolti al comune della nostra cittadina, ma ci hanno detto che l’unica soluzione era ricoverarlo in ospedale: una struttura privata con oltre 500 posti letto che si trova in una cittadina non distante dalla nostra. Così abbiamo fatto. Per 10 anni mio figlio è entrato e uscito dall’ospedale senza nessun miglioramento. Ora è a casa da 6 mesi, potrebbe andare al servizio diurno, ma siccome si trova all’interno dell’ospedale, non vuole metterci piede». Cosa chiedono i familiari? «Vogliamo servizi territoriali. Io sono andata dal sindaco della mia cittadina e gli ho detto: diventiamo la Trieste del Giappone».
Il coraggio di cambiare le cose
La grande lezione di Basaglia: volere la luna
di Livio Pepino (l’Unità, 13.02.2010)
Tra i meriti della bella fiction televisiva di Marco Turco dedicata a Franco Basaglia c’è il rilancio di una prospettiva che sembra passata di moda, anche a sinistra: quella del cambiamento (della sua possibilità e della sua necessità). Il messaggio vale per tutti: anche per chi quella prospettiva ha coltivato e praticato.
Nel 1979, a poco più di un anno dalla riforma che porta il suo nome, Basaglia, in un intervento che può essere letto in Conferenze brasiliane, disse parole allora sorprendenti: «La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma ad ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare». Oggi da quelle parole profetiche occorre ripartire. Sapendo che il cambiamento è possibile. Anche in una stagione difficile come quella che stiamo attraversando. Purché continuiamo a “volere, ostinatamente, la luna”.
Anni prima, mentre si preparava la chiusura dei manicomi, nasceva Psichiatria democratica e cominciava a dipanarsi una vicenda parallela, un’altra scommessa giocata sul crinale della trasformazione del sistema istituzionale in senso ugualitario. Riguardava, questa vicenda, la giustizia, la cui trasformazione cominciò ad essere considerata una possibilità reale e non «una nuova utopia per consentirci di sopportare il tipo di vita che siamo costretti a vivere» (per usare, ancora, parole di Basaglia).
Era la vicenda di Magistratura democratica, che qualche anno dopo Giuseppe Borrè avrebbe sintetizzato in questi termini: «Perché è nata Md? Personalizzando un po’ potrei dire: perché sono entrato in Md? Credo che la risposta stia nello stretto e indissolubile intreccio di due ragioni complementari. Da un lato, il rifiuto del conformismo, come gerarchia, come logica di carriera, come giurisprudenza imposta dall’alto, in una parola come passività culturale; dall’altro, il sentirsi dalla parte dei soggetti sottoprotetti, e sentirsi “da questa parte” come giuristi, con le risorse e gli strumenti propri dei giuristi».
Sono passati gli anni. Con alti e bassi. Da ultimo, prevalgono i bassi. Ma, anzitutto, siamo ancora qui, Magistratura democratica e Psichiatria democratica e molti altri. E, poi, conosciamo la strada. L’importante è continuare a percorrerla, incuranti degli inviti al realismo di troppi “cattivi maestri”.
Le famiglie dei pazienti psichiatrici
Molto romantico e commovente il suo commento a proposito di Franco Basaglia. Peccato che nella realtà ci siano migliaia di malati di mente che non vengono curati per niente e vengono abbandonati alle loro famiglie, che sono senza gli strumenti necessari, quando non direttamente responsabili di quelle malattie.
Paolo Izzo
Risponde Luigi Cancrini:
Franco Basaglia non ha mai negato la malattia mentale. Ha detto che l’ospedale psichiatrico la rendeva invisibile sovrapponendo ai sintomi i danni dell’esclusione e dell’emarginazione. La cura, diceva, deve essere portata avanti fuori dall’ospedale con l’aiuto delle famiglie che (la fiction lo mostrava bene) all’inizio fu dato per scontato e che andava costruito invece con pazienza, con umiltà e con mezzi adeguati.
Ne discussi a lungo con lui quando venne a trovarci nell’università dove tentavamo di aiutare la famiglia di un ragazzo autistico e credo che si sarebbe battuto con noi e con tanti altri, se avesse vissuto di più, perché il diritto al sostegno e alla cura delle famiglie. La letteratura ci dice che il lavoro con le famiglie è lo strumento più importante nel prevenire le ricadute e le ospedalizzazioni dei pazienti affetti da un disturbo schizofrenico.
«Al di là dei ricordi suggestivi lei scrive la malattia rimane» ed io sono d’accordo anche se curarla e alleviarla è assai più facile oggi che ieri. Dobbiamo solo fare di più e di meglio sul territorio in cui, al tempo di Basaglia, le cure non esistevano.
*l’Unità/Lettere, 12.02.2010
L’autogoverno li strappa alla fossa dei serpenti
Una clinica psichiatrica senza celle, senza camicie di forza, senza infermieri, dove i malati vivono in libertà, discutono con i sanitari i loro problemi: ecco quanto si è realizzato nella "comunità" di Roma, una iniziativa per certi aspetti unica e che comunque sta tentando una strada nuova in questo campo delicatissimo.
di Stelio Martini (Il Giorno 24 maggio 1964)
«I malati psichiatrici possono governarsi da soli? Sono capaci di vivere in una ordinata comunità, di assolvere a certi compiti sociali, di prendere delle "sagge" decisioni?»
Mi sembravano ipotesi assurde, e non senza scetticismo suonai alla porta della Comunità. Il cancello si aprì quasi subito e, mentre attraversavo il breve giardino che divide la villa dalla strada, mi investì il suono di un disco di Celentano.
Le note rimbalzavano anacronisticamente sulla facciata 1930, anacronisticamente per lo stile, ma ancora di più per il suo contenuto. In fin dei conti non si trattava di una clinica per malati psichiatrici? Nessuno mi venne incontro, e perciò entrai direttamente nella stanza a pianterreno, che era piena di gente. C’erano uomini e donne: chi leggeva chi ascoltava la musica chi chiacchierava, e alcuni risposero al mio saluto. La loro disinvoltura favorì la mia.
Ma mi sentivo ugualmente a disagio. Di fronte ad un malato, anche la disinvoltura è una forma di ipocrisia, e io temevo che incontrando qualcuno di «loro» il mio comportamento avrebbe tradito il mio stato d’animo, di timore e istintiva pietà. Ma si trattava di una preoccupazione ormai inutile. Quasi tutte le persone che avevo incontrato fino a quel momento erano membri della Comunità, cioè malati. Me lo rivelò il dottor Fagioli, Il giovane direttore, ricevendomi nel suo ufficio.
Da tre anni egli abita, mangia, dorme e lavora, insieme alla moglie che sta per avere un figlio e «senza nessuna precauzione psichiatrica » (un eufemismo per dire: senza celle infermieri, camicie di forza), in mezzo ai pazienti, e queste cose non gli fanno più effetto. Si, era un malato quel tale che usciva mentre io entravo . E anche quello che mi aveva accompagnato in ascensore. E anche quello, aggiunse, che all’ora di pranzo ritira le medicine in infermeria e le distribuisce si suoi compagni, osservando la nota consegnatagli dal medico. « Certo...» sorrise lo psichiatra all’espressione della mia incredulità. Del resto, se mi fossi trattenuto avrei potuto constatarlo di persona. «E le dirò, in tre anni non è mai successo che un paziente incaricato di questo compito sbagliasse una dose. Come un infermiere, anzi meglio di un infermiere...»
Giovane ed entusiasta del metodo di cura applicato e perfezionato dal dottor Fabrizio Napolitani, Massimo Fagioli era assistente presso l’ospedale psichiatrico di Padova quando seppe dell’esperimento che il suo collega stava conducendo in Svizzera, in un padiglione a sé del sanatorio di Kreuzlingen. Immediatamente abbandonò il posto e lo raggiunse. I suoi colleghi dissero che era matto; oggi egli può vantarsi di aver partecipato ad un’iniziativa per certi lati unica, e che comunque tenta una strada nuova in un campo molto difficile.
Alla parola «malato di mente» la gente reagisce ancora con la paura. Senza far distinzioni, questo tipo di malato è considerato un’irresponsabile per eccellenza , dal quale bisogna difendersi. La legge riflette ed esaspera questa concezione, demandando il ricovero dei malati all’autorità giudiziaria. In tal modo ci si cautela contro le possibili conseguenze, ma si sottrae alla medicina la possibilità di vagliare, distinguere ed intervenire in condizioni ideali. E se è vero che in alcuni ospedali psichiatrici si sono fatti dei passi avanti, la codificata diffidenza contro la malattia è ancora molto grande. Uno dei pregi dell’esperimento tentato con la Comunità è quello di opporsi a questa diffidenza. E proprio certe parole che sembrano le più assurde sono, almeno per il profano, le più stimolanti. Autogoverno dei malati psichiatrici. Consiglio normativo della Comunità formato da medici e pazienti. Comitato di infermi e assistenti sociali. E così via.
Una casa come le altre
Esponente della moderna psichiatria, che sta abbandonando i tradizionali sistemi per le nuove tecniche psicoterapiche ispirate alla psicoanalisi, Fabrizio Napolitani ha creato in sostanza una specie di famiglia, dove malati e medici collaborano alla cura, si fa vita di gruppo e dove tutti (salvo il veto dei medici) accettano le decisioni della maggioranza. Egli ha lavorato diversi anni a questa iniziativa. Per la prima volta ne parlò al Congresso internazionale di Montreal nel ’61; ora, dopo tre anni di rodaggio in Svizzera, ha trasferito a Roma la sua «democratica» Comunità, suscitando molto interesse negli ambienti medici. Di fuori la clinica (situata in una via quasi centrale), è una casa come le altre, in mezzo alle altre. Far sì che il malato non si senta isolato, messo al bando dalla società, è infatti uno degli scopi di questo metodo che si propone prima di tutto di socializzare il paziente. « Socializzare e motivare...», precisò il dottor Napolitani, «sono gli scopi pregiudiziali della cura...».. Bruno tarchiato, le sopracciglia folte, quasi unite, il «padre» (anche in senso affettivo) della comunità ha lo sguardo di chi è abituato a scrutare le sofferenze dell’animo umano; ma spira dalla sua persona anche la rassicurante fiducia della persona che crede nelle inesauribili risorse dell’uomo.
Il punto di partenza delle nuove tecniche cui si è ispirato è infatti quello di considerare il malato non oggetto ma soggetto di cura. Cioè capace di collaborare alla sua guarigione. Tutto sta che esista in lui una parte sana, un nucleo anche piccolo, sulla quale far leva. «Se esiste è possibile spezzare il muro dietro il quale, per paura dell’ambiente, si è chiuso, fargli riprovare il piacere di comunicare e quindi far sorgere in lui il desiderio di guarire. Se si riesce a tanto, il più è fatto. Da quel momento infatti si può iniziare con il malato, divenuto consapevole della sua malattia, un colloquio che un po’ alla volta lo riporta verso la normalità...» Questo colloquio non si svolge soltanto tra il medico e paziente, ma anche tra malato e malato. Come intuì John Maxwell, i malati di mente hanno un effetto terapeutico gli uni sugli altri, e su questo principio sono basate le cosiddette «psicoterapie di gruppo», nelle quali si inquadra anche la Comunità fondata dal dottor. Napolitani.
Ma insieme al dottor. Fagioli egli ha fatto un passo di più, organizzando qualcosa che fa venire in mente la «Città dei Ragazzi». Il caso del paziente che sostituisce l’infermiere, non è un’eccezione. Qui dentro ognuno è incaricato di una certa funzione, e fa parte quindi di un certo comitato. I comitati sono quattro: di Assistenza Vitto e Alloggio, Sociale, Culturale. E se dietro questi nomi importanti (un po’ i « ministeri» della comunità) si nascondono solo compiti di carattere pratico, « è sorprendente che un maniaco depressivo si occupi di tenere la corrispondenza con i pazienti dimesso, o un malato bilaureato, sia pure in via di guarigione, di stabilire le coppie di cucina, o di servire il pranzo in tavola, o la mattina di mettere fuori della porta il secchio dell’immondizia »
Sempre vicino ai suoi malati
Oltre ai comitati vi sono 3 consigli, che corrispondono idealmente ai 3 poteri dello stato democratico. Legislativo, d’azione e di riabilitazione. Ciò significa che i malati, eletti ogni 2 mesi, sono investiti anche del potere di fare e disfare le leggi della comunità? E’ proprio così, anche se ai medici spetta l’ultima parola. Ma il parere dei pazienti è sempre sollecitato e ogni argomento affrontato con loro. Nelle bisettimanali riunioni di gruppo, si discute di tutto. Dei problemi comuni e di quelli individuali, in una sorta di confessione collettiva nella quale ciascuno porta i suoi casi di fronte al gruppo, racconta tutto di sé, e ci fu uno che una volta raccontò persino che si era innamorato di una paziente, e lei lo seppe solo in questa occasione.
«Con i malati», disse il dottor. Fagioli, «si discute perfino se accettare o dimettere un paziente, anche se la decisione finale è riservata a noi. La cosa importante però è abituarli a discutere, farli sentire partecipi di una comune famiglia». Di questa famiglia, mentre il dottor Napolitani che l’ha fondata è il «padre ideale», Il dottor Fagioli, accondiscendente benevolo, sempre vicino ai malati e disposto ad ascoltarli, impersona un po’ la figura «materna». Dal punto di vista scientifico si potranno muovere obiezioni all’esperimento della comunità ma questo medico che vive sempre in mezzo ai malati è una prova a favore del metodo e un indubbio esempio d’abnegazione. E siccome si era fatta l’ora di pranzo, e il dottor Fagioli doveva mettersi a tavola con i suoi « pensionanti» lasciammo l’ufficio ed entrammo nella Comunità.
Nell’interno questa assomiglia ad una comune pensione, con le camere a due o tre letti, la sala da pranzo con il tavolo comune, fatto a elle, il soggiorno con la TV, le riviste, il giradischi. Le camere erano tutte aperte. In una c’era una piccola libreria, tra i cui volumi c’era anche un libro di Freud. In un’altra una ragazza si stava ravviando i capelli davanti allo specchio. In cucina mi presentarono, col suo nome e cognome, una signora che stava preparando i piatti. Alcuni pazienti erano già a tavola. C’era, malgrado tutto un’aria di famiglia. E infatti la funzione essenziale della Comunità è proprio di costituire per ciascun paziente una famiglia ideale, in sostituzione della loro che spesso è stata la causa prima della malattia.
Ogni anno il professore ritorna
Così si spiega come alcuni riescano a svolgere durante il giorno una normale attività e rientrino «a casa» la sera. E perché quelli che lasciano restino sempre legati ai loro «fratelli» da vincoli affettivi. «C’è un professore di università» diceva il dottor Fagioli « che ritorna a trovarci ogni anno», ma già sfrecciava verso i suoi pazienti e collaboratori, quasi assurdo nella sua dedizione e nella sua fiducia nelle loro risorse. Ma un po’ di fiducia è necessaria; altrimenti si resta sempre fermi alle celle, agli infermieri, e alle camicie di forza.
Capiremo i folli solo con la nostra follia
L’esperienza basagliana travalica i confini suscitando entusiasmi
In Brasile, in Norvegia, in Canada le tracce del suo insegnamento
di Luigi Cancrini (l’Unità, 10.02.2010)
Trieste, 1976. Mi incontro con Franco nel suo ospedale. Un paziente con un buffo cappello sulla testa passa veloce accanto a noi che parliamo chiedendogli dove sta Big House, lui risponde «di là mi pare», poi si gira verso di me e mi spiega che stava parlando di Casagrande, il suo aiuto che di li a qualche anno sarebbe andato a dirigere l’ospedale dei servizi psichiatrici di Venezia. Stavamo per salutarci, avevamo discusso della legge che stava per venire, il mio ruolo era quello di rappresentante della commissione sanità del Pci nell’ambito della trattativa complessa che sarebbe sfociata nella 180 e mi dispiaceva andarmene e mi venne da chiedergli dove viveva in quel periodo, la sua famiglia era a Venezia e lui sembrava come un po’ smarrito nella confusione di una vita troppo piena di cose da fare. Mi guardò Franco allora per un attimo negli occhi con quella sua aria trasognata e dolce e si guardò intorno e gli occhi gli si fermarono su una valigia aperta che era la sua, e mi disse ridendo che era lì che abitava, forse, nella valigia con cui andava in giro per il mondo a raccontare la buona novella del superamento degli ospedali psichiatrici, dei matti, che erano solo persone che non avevano più la capacità o la possibilità di raccontare se stessi e la loro vita. Suscitando entusiasmi straordinarii di cui ho trovato le tracce quando ho viaggiato per parlare di lui e della rivoluzione psichiatrica italiana. In Canada dove le sue idee erano oggetto di insegnamento all’università e in Inghilterra dove R. Laing, Esterson ed altri portavano avanti, in contesti tanto diversi, un discorso tanto simile al suo, in Brasile dove le sue conferenze furono raccolte in un libro straordinario ed in Norvegia dove, a Tromso, mi sarebbe capitato di ricordarlo insieme agli psichiatri che avevano seguito i suoi consigli liberando i pazienti dall’ospedale, a Liegi dove ancora c’è oggi una associazione con il suo nome e un po’ dappertutto nel mondo dove l’esperienza di Gorizia e di Trieste è stata presentata e discussa come una proposta rivoluzionaria dal punto di vista politico e straordinariamente coerente dal punto di vista scientifico.
Semplice e forte, il discorso di Franco sulla follia ha aperto prospettive teoriche di grande respiro di cui il superamento degli ospedali era solo la premessa. Contestuale e non genetica, l’origine dei comportamenti che non capiamo e che difensivamente chiamiamo «folli» va cercata sempre nella storia della persona e nella geografia dei suoi rapporti più significativi. Nulla accade a caso nella vita psichica, aveva detto Freud e Basaglia l’invera, questa affermazione, nel contatto quotidiano con gli ultimi degli ultimi. Con quelli che a parlare non provano più dopo che tanti muri hanno incontrato che respingono e soffocano le loro parole. Cui è possibile stare vicini solo se si riesce a stare in contatto con le parti «folli» e bambine di sé. Conoscere l’handicap, diceva Franco (è uno degli ultimi ricordi che ho di lui a Roma, la malattia lo condizionava già molto) è possibile solo per chi si guarda dentro alla ricerca del suo di handicap. Sorridendo lo diceva, come se lo stesse ancora cercando.
Trasformare i pazzi in uomini la bella rivoluzione va in tv
La fiction sull’uomo che provò a chiudere i manicomi è una bella "rivoluzione"
Basaglia in tv, l’utopia dei matti
Precisione efficacia e commozione nella descrizione delle pratiche punitive terribili
Il medico si batté contro la miseria e il degrado a cui la follia non di rado si imparenta
Stasera su RaiUno la seconda puntata di "C’era una volta la città dei matti", il bel film di Marco Turco che ripercorre la vicenda dello psichiatra veneziano. E ci convince a non cancellare le sue conquiste
di Umberto Galimberti (la Repubblica, 08.02.2010)
COME faccio a sapere che malattia ha una persona legata in un letto di contenzione da 15 anni? Come faccio a sapere di che cosa soffre un individuo a cui sono stati tolti, oltre ai suoi abiti, tutti gli oggetti personali, in cui poter rintracciare una pallida memoria di sé?
E che dire di quanti, in occasione di una crisi, venivano immersi in un bagno d’acqua gelata, o sottoposti a elettroshock? Erano queste alcune domande che Franco Basaglia si era posto quando, escluso dalla carriera universitaria per le sue idee non proprio in linea con la psichiatria vigente, giunse a Gorizia a dirigere il manicomio di quella città.
Marco Turco, regista della fiction televisiva, la cui prima puntata è andata in onda su RaiUno ieri sera, descrive con precisione, efficacia e commozione le pratiche di punizione, di controllo e persino di tortura che si praticavano nei manicomi in nome della scienza psichiatrica, ma soprattutto coglie e mette bene in evidenza che la chiusura dei manicomi era, negli intenti dello psichiatra veneziano, solo un primo passo verso una rivisitazione dei rapporti sociali a partire dalla "clinica", la quale, per tranquillizzare la società, non aveva trovato di meglio che incaricare la psichiatria a fornire le giustificazioni scientifiche che rendessero ovvia e da tutti condivisa la reclusione dei folli entro mura ben cintate.
Entro queste mura Basaglia, prima della follia, incontrò la miseria, l’indigenza, il degrado, l’emarginazione, l’abbandono, la spersonalizzazione, a cui la follia non di rado si imparenta. Infatti la follia dei ricchi non si esprime con la "segregazione", ma tutt’al più con l’"interdizione", qualora intacchi gli interessi patrimoniali. E allora non è che per controllare e contenere questa miseria non s’è trovato modo migliore che renderla muta come "miseria" e farla parlare solo come "malattia"?
Questo tema è messo bene in evidenza dallo sceneggiato televisivo che ha colto perfettamente l’intenzione di Basaglia secondo il quale: se la clinica ha messo il suo sapere al servizio di una società che non vuole occuparsi dei suoi disagi, non è il caso di tentare a l’operazione opposta, ossia l’accettazione da parte della società di quella figura, da sempre inquietante, che è la follia, dal momento che, scrive Basaglia: "La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la ‘follia’ in ‘malattia’ allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere che è poi quella di far diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in manicomio smette di essere ‘folle’ per trasformarsi in ‘malato’. Diventa razionale in quanto malato".
L’ansia di accreditarsi come scienza sul modello della medicina ha fatto sì che la psichiatria trascurasse, senza curarsene, la "soggettività" dei folli, i quali furono tutti "oggettivati" di fronte a quell’unica soggettività salvaguardata che è quella del medico. Ma è davvero credibile che, negando istituzionalmente la soggettività del folle, sia possibile guarirlo, cioè restaurarlo nella sua soggettività? Di qui l’invito agli operatori sanitari di togliersi i camici, simboli del potere medico che non può operare, dice lo sceneggiato, se prima non si smonta il lager. "Ma i pazienti sono muti" obiettano gli infermieri. E allora, risponde Basaglia: "Avresti voglia di parlare quando nessuno ti ascolta?". E ancora: "Le anime di questi pazienti non sono ‘vuote’, come voi dite, ma semplicemente ‘svuotate’, in questo carcere di cui voi siete ‘buoni’ carcerieri, ma sempre carcerieri". E poi perché non restituire ai ricoverati gli abiti e i loro effetti personali. "Se a voi, medici e infermieri, togliessero tutte le cose più care che avete in casa, che cosa resta di voi?"
Accettando la condizione di parità tra medico e paziente Basaglia scopre che, restituendo al folle la sua soggettività, questi diventa un uomo con cui si può entrare in relazione. Scopre che il folle ha bisogno non solo delle cure per la malattia, ma anche di un rapporto umano con chi lo cura, di risposte reali per il suo essere, di denaro, di una famiglia e di tutto ciò di cui anche il medico che lo cura ha bisogno. Insomma, dice Basaglia: "Il malato non è solamente un malato, ma un uomo con tutte le sue necessità".
L’utopia di Basaglia di fare della clinica un laboratorio per rendere "umane" e non "oggettivanti" le relazioni tra gli uomini, attraverso la creazione di servizi di salute mentale diffusi sul territorio, residenze comunitarie, gruppi di convivenza, con la partecipazione di maestri, educatori, accompagnatori, attori motivati, oggi sembra in procinto di naufragare e fallire. Anche se l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 2003 ha definito la legge Basaglia che ha chiuso i manicomi come "uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria su scala mondiale", ci informa che un giovane su cinque in Occidente soffre di disturbi mentali, che nel 2020 i disturbi neuropsichiatrici cresceranno in una misura superiore al 50 per cento, divenendo una delle cinque principali cause di malattia, di disabilità e di morte. Che facciamo? Mettiamo tutti in manicomio o facciamo recuperare loro quel rapporto col mondo che il manicomio preclude definitivamente e i servizi di salute mentale, così come sono oggi, non garantiscono, per incuria, trascuratezza, indifferenza, per la paura che la società ha della diversità che ospita nelle figure degli immigrati, dei tossici, dei senzatetto, degli emarginati?
Questo Basaglia lo temeva e perciò, un anno prima di morire scrisse: "Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo ‘vincere’, perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo ‘convincere’. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo, cioè determiniamo una situazione da cui sarà più difficile tornare indietro". E il contributo dello sceneggiato televisivo, bellissimo nel suo ritmo, nelle sue cadenze e nella sua documentazione, va nella direzione di convincerci a non tornare indietro.
DIMENTICARE I MANICOMI
Salute mentale, il recupero
attraverso il lavoro funziona
Lavorare come matti:
a trent’anni dalla morte
di Basaglia si moltiplicano
le esperienze di recupero.
In Spagna la catena di Zara
apre un outlet di abbigliamento
gestito da disabili psichici
di GIAN ANTONIO ORIGHI (La Stampa, 8/2/2010)
MADRID L’Italia celebra con una fiction televisiva la legge Basaglia, che nel 1978 cancellò i manicomi con l’intenzione di reinserire socialmente i disabili mentali. E mentre a Trieste, dove Franco Basaglia lavorò a lungo, si aprirà domani il forum mondiale «Che cos’è salute mentale», in cui mille delegati di quaranta paesi (dal Giappone alla Giordania) descriveranno i passi avanti del sistema Basaglia nei loro Paesi, in tutta Europa si moltiplicano gli esperimenti concreti di recupero attraverso il lavoro.
L’ultima iniziativa di grande respiro arriva dalla Spagna, dove la Inditex (una multinazionale leader mondiale della moda prêt-à-porter con i suoi otto marchi, tra cui il celeberrimo Zara) ha appena varato il progetto del suo quarto outlet gestito soltanto da «descapacitados». Inditex è una delle molte imprese di Amancio Ortega, l’uomo più ricco di Spagna (e numero 10 tra i Paperoni del mondo con i suoi 14 miliardi di patrimonio), e lavora con i malati di mente dal 2002, quando a Palafolls, nell’hinterland di Barcellona, aprì un grande magazzino in collaborazione con la Fundació Molí, una ong che da tempo si occupa dell’integrazione dei disabili psichici.
Il bilancio in attivo
Il negozio, 140 metri quadrati nel centro della cittadina, occupa a tempo pieno una dozzina di persone affette da disturbi mentali anche gravi. I risultati? Il fatturato è aumentato da 500 a 700 mila euro mentre i giorni di ricovero ospedaliero dei dipendenti si sono ridotti a zero. «Una delle scommesse vinte dal progetto è proprio la redditività economica - dice Javier Chércoles, direttore della divisione “Respon- sabilidad Social Corporativa” di Inditex - il che dimostra il suo autentico valore di integrazione». La performance è stata così brillante che l’azienda di Ortega (il cui primogenito soffre di un grave handicap) ha moltiplicato le iniziative: il quarto megastore che darà lavoro ai malati mentali aprirà tra qualche settimana ad Elche. «La risposta della clientela è eccellente - dice ancora Chércoles - E anche gli altri dipendenti valutano molto positivamente questa esperienza».
La legge e le persone
Passi in avanti verso un traguardo che, in ogni Paese, è ancora lontano dall’essere raggiunto. «Di salute mentale si parla poco e male - dice Peppe Dell’Acqua, erede di Basaglia al Dipartimento di Salute mentale a Trieste - Dopo gli anni di grande fermento, non siamo più riusciti a ritrovare una dimensione di verità, di concretezza, di onestà intellettuale nel discutere di queste cose. Tutto viene sempre rimandato all’assetto legislativo. Fa notizia solo quando c’è una tragedia: si potrà cominciare a parlarne in maniera diversa, quando ci si interrogherà sulla singolarità delle storie umane».
Franco Basaglia era uno psichiatra veneziano, che ha affrancato la sofferenza mentale dalla prigionia dei manicomi.
Prima a Bari, poi a febbraio su Raiuno, il film «C’era una volta la città dei matti». Che coglie nel segno.
Per Basaglia
In tv il 7 e 8 febbraio la vita dello psichiatra che affrancò la sofferenza mentale dai manicomi
Impresa riuscita: una vicenda corale per capire la rivoluzione del padre della legge 180
L’antieroe che liberò i matti val bene questo film
di Toni Jop (l’Unità, 27.01.2010)
C’era una volta Franco Basaglia. E allora? Non è un santo, non è un Papa, non è un grande condottiero ma il suo antieroismo è stato il più potente motore di cambiamento della nostra storia recente: se ne accorgerà il pubblico di Raiuno che per una volta la fiction di prima serata torna sulla terra per raccontare di donne e uomini uniti dalla sofferenza e dal piacere di liberarla. Franco Basaglia era uno psichiatra, un «dottor dei matti» veneziano, e da psichiatra ha distrutto i manicomi, ha affrancato la sofferenza mentale dalla prigionia, ha messo in crisi la sanità, ha messo in crisi la professione, ha messo in crisi la scienza, ha fornito un gancio formidabile alla rivolta contro le istituzioni totali, ha offerto una sponda preziosa al movimento di liberazione che friggeva negli anni Sessanta-Settanta tra le due sponde dell’Atlantico.
Tutto qui: dal punto di vista dello spettacolo, diremmo, poco più di niente. Quindi ti aspetti una fiction di questo si parla discretamente noiosa, densa, tra l’altro, di contenuti decisamente fuori-moda nei tempi del pensiero brevissimo berlusco-leghista. E invece, seguiamo i fatti: l’altra sera «C’era una volta la città dei matti» è stato proiettato tra i legni del Petruzzelli di Bari davanti a una platea stracolma. Se l’è accaparrato con abituale fiuto Felice Laudadio, patron del BifEst barese alla sua seconda edizione.
Tre ore di film -lo si vedrà in due puntate il sette e l’otto febbraio e neanche un colpo di tosse; alla fine venti minuti di standing ovation, commozione e, ammettiamolo, il cuore più caldo per una vicenda molto corale che si sviluppa sostanzialmente tra due manicomi, Gorizia e Trieste, tappe decisive del lavoro di Franco Basaglia. Regìa intelligente e di gran livello firmata da Marco Turco, sceneggiatura smagliante dello stesso Turco, Alessandro Sermoneta, Elena Bucaccio, Katia Colja; interpretazioni ammirevoli, misurate e in qualche caso entusiasmanti: seguite Fabrizio Gifuni nei panni di Basaglia e proverete l’ebrezza che potevano erogare mostri sacri come Alec Guinness o Peter Sellers. Attendiamo smentite. Niente a che vedere con la qualità alla quale ci ha abituati la fiction, qui siamo a casa del miglior cinema italiano, è un nuovo standard.
PAZIENTI TRITURATI
La vicenda inizia con un «a-prescindere» stravagante e niente realistico: Franco Basaglia dichiara il suo amore a Franca Ongaro ancillare nello svolgimento cinematografico dei fatti ma per nulla a rimorchio nella vita vera, non si può aver tutto e da una finestra veneziana si tuffa in Canal Grande, lei lo segue. Matafora, va bene. Poi, il film riesce miracolosamente a destreggiarsi in un groviglio di situazioni, personaggi, episodi che seguono e rincorrono a grappolo gli spostamenti dello psichiatra da un manicomio all’altro. Quindi, vite di pazienti istituzionalizzati e triturati così come prescriveva la pratica terapeutica prima che Laing, Foucault, Basaglia squarciassero il sipario pazientemente tessuto dal potere su queste realtà atroci. Una «Margherita» finita da ragazza nel tritacarne della «buona scienza» da incanto, grazie alla bravura di Vittoria Puccini, denuda il percorso che portava all’esclusione e alla segregazione.
Ma tutto il film segue un impianto didascalico che tuttavia non appesantisce la dinamica drammaturgica: serve a capire molti passaggi cruciali della storia di Franco Basaglia. Il modo in cui viene estromesso dalla carriera universitaria, il suo rapporto conflittuale con le istituzioni, la fiducia nel «fare», la teoria e la pratica del convincere. Ma anche la politica Franco Basaglia era un «compagno» oltre che uno scienziato e l’Italia di allora. Il suo arrivo a Trieste e il suo lavoro di smantellamento dell’ospedale psichiatrico, la creazione di una rete di servizi territoriali superando la diffidenza della popolazione, l’incessante collaborazione di formidabili psichiatri (da Rotelli a Dell’Acqua)e di altrettanto formidabili infermieri per far sì che si realizzasse la sola grande rivoluzione che l’Italia possa contare nel suo dopoguerra. Il ruolo decisivo del Pci, quello non meno importante dei radicali, l’allargarsi su scala planetaria della fama dell’esperienza triestina. La legge che abolì i manicomi (la 180 del ‘78), il passaggio di Basaglia nella complessa realtà romana, la sua morte prematura e raggelante (1980). Nessuna scorciatoia epica, solo fatti, rinominati ma semplicemente veri, accaduti.
Per questo, alcune scene possono risultare forti, impegnative ma conviene guardare senza chiudere gli occhi. «Ci pensavo da tempo racconta il regista mi pareva un’impresa quasi impossibile, ma devo ringraziare il coraggio di Claudia Mori che ha deciso di produrre una scommessa così impegnativa. Franco Basaglia per me era un mito, la sua presenza andava ben oltre l’ambito psichiatrico, ho cercato di far parlare i fatti, i personaggi che lo hanno circondato». Fabrizio Gifuni riflette: «In questo film viaggia un messaggio nettamente in controtendenza rispetto alla cultura oggi egemone: l’esperienza di Basaglia dice che cambiare è possibile, che si può fare se si sta insieme, se si lavora insieme, se si libera il nostro cervello». ❖
Addio manicomi. Dove germogliano i semi di Basaglia
di Cristiana Pulcinelli *
Il Brasile è forse l’esperienza più interessante, sicuramente la più grande. Trent’anni fa il paese aveva un’enorme numero di pazienti psichiatrici chiusi in manicomi privati per venti, trent’anni della loro vita. Lo stato pagava le rette e quindi la psichiatria del Brasile era un grande business. Nel 1979 Franco Basaglia tiene una serie di seminari nel paese raccontando l’esperienza italiana di superamento del manicomio con l’apertura delle strutture e la restituzione dei diritti al malato.
Nel paese c’era ancora la dittatura militare e i seminari di Basaglia probabilmente incontrano una più generica voglia di libertà. Sta di fatto che partecipano centinaia di operatori, psichiatri, intellettuali La “luta antimanicomial” del Brasile comincia da lì. Negli anni “fermenta”: già con il governo precedente a quello attuale comincia un processo di riforma. I contatti con gli psichiatri di Trieste sono costanti: Franco Rotelli, che andò a dirigere il manicomio di Trieste al posto di Basaglia nel 1979 e che lo chiuse definitivamente un anno dopo, va spesso in Brasile. Nasce un enorme movimento di utenti. I risultati: i posti letto in psichiatria diminuiscono del 40%, in 15 anni i centri territoriali aumentano del 70%.
Oggi il Brasile del presidente Lula ha ridotto drasticamente i grandi ospedali psichiatrici, in alcuni casi li ha chiusi definitivamente. Ha creato oltre 2000 servizi territoriali e ha esperienze di punta a Santos, San Paulo, Bel Orizonte, nel Minas Gerais.I semi di Trieste nel mondo stanno germogliando? “Trieste è un modello di riferimento per l’Organizzazione Mondiale della Sanità -commenta Franco Rotelli - Il superamento degli ospedali psichiatrici e l’utilizzo di servizi decentrati nelle comunità ormai è un dato acquisito anche dalla letteratura scientifica, ma poi esistono realtà molto diverse fra loro. La frammentazione delle pratiche e delle teorie, i processi di regionalizzazione, l’autonomia gestionale fanno sì che sia difficile disegnare una mappa, sia mondiale che italiana”.
Esperienze avanzate nel mondo ce ne sono molte: in Nuova Zelanda e in Australia, ad esempio. Alcune fanno riferimento esplicito al modello triestino: in Brasile, in Argentina, in Islanda, nei Balcani, dove si parte da situazioni molto arretrate, ma dove si stanno verificando importanti cambiamenti. E in alcune zone dell’Inghilterra come racconta John Jenkins che oggi dirige la International Mental Health Collaborating Network (IMHCN), una organizzazione non governativa che aiuta i paesi che vogliono aprire servizi di salute mentale centrati sulla comunità: “Sono diventato direttore di un grande ospedale psichiatrico nel Devon nel 1976. L’anno successivo, ispirati in parte dal lavoro di Trieste, decidemmo di aprire i servizi di salute mentale di comunità che avrebbero rimpiazzato l’ospedale. Così avvenne: l’ospedale fu chiuso nel 1985. Da allora, il governo inglese ha appoggiato questa politica e i molti altri manicomi sono stati chiusi”.
Anche in Italia le esperienze positive sono molte. “Non esiste il disastro italiano di cui talvolta si sente parlare - dice Peppe Dell’Acqua, direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste - Pensiamo solo alla zona di Aversa: il fatto che nella patria dei casalesi ci siano 5 centri di salute mentale aperti 24 ore al giorno per 7 giorni la settimana fa riflettere”.Tutti i protagonisti di queste esperienze, italiane e straniere, saranno a Trieste dal 9 al 13 febbraio in occasione dell’incontro “Che cos’è salute mentale?”. Un incontro fortemente voluto da Peppe Dell’Acqua: “Usciamo da un periodo difficile, i segnali che arrivano sono quelli di un ritorno della psichiatria della sicurezza, della medicalizzazione forte”.
Anche Franco Rotelli avverte questo clima: “In Francia Sarkozy ha detto recentemente che, oltre a sviluppare i servizi territoriali, bisogna qualificare gli ospedali psichiatrici. E’ l’esempio del vento che sta girando in Europa, un vento in cui si accentua l’aspetto sicurezza. Il paziente è considerato persona da tenere d’occhio perché rischiosa e quindi crescono i sistemi di controllo” .
A fronte di questo, esiste un mondo vastissimo di operatori, cooperatori, familiari, pazienti che dicono cose diverse. E’ questo mondo che l’incontro di Trieste vuole mettere insieme.Ma c’è dell’altro. L’incontro triestino vuole essere anche la risposta a un paradigma che oggi sembra vincente: secondo questo paradigma, dice Rotelli, “la mente è il cervello e la malattia mentale è qualcosa che non funziona nel cervello. Qualcosa che i farmaci rimetteranno a posto”. “Un paradigma vecchio - prosegue Dell’Acqua - che si ammanta di nuove parole come neuroimaging, ma che dietro ha strutture territoriali misere e psichiatri ridotti a prescrittori di farmaci”. A questo “sé” neurochimico si contrappone un “sé” che si costruisce attraverso le relazioni tra le persone. Quello di cui si parlerà a Trieste nei prossimi giorni.
L’incontro che si svolgerà dal 9 al 13 febbraio nell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni dove lavorò Franco Basaglia, morto trent’anni fa. Centinaia di operatori della salute mentale, dell’economia sociale, dell’associazionismo, ricercatori, persone con esperienza di disturbo mentale e familiari provenienti da 40 paesi metteranno a confronto le proprie esperienze.
Dibattiti, proiezioni e spettacoli si alterneranno. E’ prevista la presenza di studiosi internazionali, come il sociologo inglese Nikolas Rose, autore di “La politica della vita”, e il sociologo francese Robert Castel. Nell’ ex sede della direzione del manicomio saranno in mostra gli archivi Oltre il Giardino, più di cinquemila foto e cinquanta ore di riprese dal 1964 a oggi. E verrà proiettata la fiction di Raiuno “C’ era una volta la città dei matti”, dedicata alla vita di Basaglia, alla presenza del regista Marco Turco e del protagonista Fabrizio Gifuni.
Il dottor Hester, la signora Anna, e l’ elogio della follia
di Oliver Sacks (la Repubblica, 31.12.2009)
QUANDO udiamo la parola "manicomio", siamo portati a pensare a posti orribili, fosse di serpenti straboccanti di squallore, miseria, brutalità. La maggior parte è oggi chiusa e abbandonata. Ricordiamo con un brivido di terrore quei poveretti che un tempo erano costretti a vivere in simili posti.
È dunque salutare ascoltare la voce di una paziente, una certa Anna Agnew, giudicata malata di mente nel 1878 - da un giudice, non da un medico - e rinchiusa nell’ Ospedale per malati di mente dell’ Indiana.
Anna venne ospedalizzata dopo diversi tentativi di uccidere se stessa e uno dei suoi figli. Anna si sentì sollevata quando le porte dell’ ospedale si chiusero dietro di lei e trasse sollievo dal fatto che la sua malattia era stata riconosciuta. Come lei stessa lasciò scritto: «Dopo solo una settimana di soggiorno nell’ ospedale, avvertivo un senso di appagamento quale non sentivo da più di un anno. Non perché mi fossi riconciliata con la vita, ma perché avevano capito il mio stato mentale, ed ero trattata di conseguenza. Ero circondata da altri nelle mie condizioni, turbati e confusi, e mi ritrovai a provare interesse per le loro miserie, il mio senso di simpatia umana si risvegliava. Al tempo stesso, ero trattata come una donna malata, con una gentilezza che nessuno mi aveva mostrato prima di allora. Il dottor Hester fu la prima persona abbastanza gentile da rispondere alla mia domanda: "Sono matta?", "Sì signora. Lei è pazza e molto ...".E continuò: "Ma vogliamo aiutarla in ogni modo, e la nostra speranza è che questo posto possa farlo"».
Il vecchio termine per indicare gli ospedali per malati di mente era in inglese "lunatic asylum", e "asilo", nella sua accezione originaria, significava rifugio, protezione, santuario. A partire dal IV secolo dell’ era Cristiana, i monasteri e le chiese erano luoghi d’ asilo. A questi si aggiunsero gli asili laici, creati, come Foucault ha suggerito, utilizzando le strutture ormai inutili dei lebbrosari per ospitare gli indigenti,i criminaliei malati di mente.
Nel suo famoso libro Asylums, Erving Goffman li classificava tutti- ospedali religiosi e laici, manicomi e ospizi - come "istituzioni totali", luoghi dove la distanza tra il personale e i degenti era immensa, dove rigidi ruoli e altrettanto rigide regole impedivano ogni forma di solidarietà e di simpatia, dove i ricoverati erano privati dell’ autonomia, della libertà e della dignità, ridotti a numeri senza volto o identità.
Negli Anni 50, quando Goffman conduceva le proprie ricerche presso l’ ospedale St. Elizabeth di Washington, le cose stavano proprio così, almeno nella maggior parte dei manicomi. Eppure, non erano queste le finalità che si erano prefissi quei filantropi e bravi cittadini che avevano fondato i primi manicomi in America, tra gli inizi e la metà del XIX secolo.
In mancanza di trattamenti specifici per la malattia mentale, il "trattamento morale" veniva visto come l’ unica alternativa possibile: ci si occupava dell’ individuo nel suo insieme, come espressione di una potenzialità di salute fisica e mentale, e non solo di quella parte del suo cervello che sembrava non funzionare.
I primi manicomi statali erano spesso veri e propri palazzi con soffitti alti, finestre grandi e giardini, dove l’ aria e la luce non mancavano, si faceva molto esercizio fisico e il vitto era variato. Molti manicomi erano autosufficienti, e coltivavano gran parte delle risorse che consumavano. I pazienti lavoravano spesso nei campi o nelle stalle e il lavoro era considerato come una cruciale forma di terapia, oltre che di sostentamento.
Il senso di comunità e la solidarietà erano importanti, vitali per i pazienti, che si sarebbero altrimenti sentiti isolati nei loro mondi mentali, vittime delle loro ossessioni e allucinazioni. Parimenti cruciale era il riconoscimento e l’ accettazione del loro stato da parte del personale e degli altri pazienti.
Infine, per tornare al termine originario di "asilo", questi ospedali fornivano ai pazienti controllo e protezione, sia dai loro stessi impulsi (omicidi o suicidi che fossero) sia dal ridicolo, dall’ isolamento, dalle aggressioni o dagli abusi che spesso subivano nel mondo esterno. Gli asili fornivano una vita protetta e certo limitata, una vita semplificata e ristretta, ma all’ interno della struttura protettiva godevano anche della libertà della loro follia, di attraversare le proprie psicosi ed emergere, a volte, dal baratro come persone più stabili e sane.
Col tempo, i manicomi statali divennero piccole città. Pilgrim State, il manicomio di Long Island, ospitava circa 14.000 pazienti. Era inevitabile che i grandi numeri e le scarse risorse facessero allontanare i manicomi statali dagli ideali delle origini. Già alla fine dell’ Ottocento erano diventati sinonimo di squallore e abbandono, spesso amministrati da burocrati inetti, sadici e corrotti, una situazione che si è prolungata sino alla metà del XX secolo.
Il movimento di anti-istituzionalizzazione dei malati di mente, un rivolo negli Anni 60, divenne un fiume in piena negli Anni 80, anche se era sempre più chiaro che le buone intenzioni stavano creando problemi gravi quanto quelli che intendevano risolvere.
In molte città, l’ enorme popolazione di "psicotici del marciapiede" era una drammatica dimostrazione di come mancassero cliniche psichiatriche e centri di accoglienza, o infrastrutture capaci di occuparsi delle centinaia di migliaia di pazienti che erano stati allontanati dai manicomi statali.
Le medicine antipsicotiche che avevano favorito il processo di deistituzionalizzazione si rivelarono meno miracolose di quanto si fosse sperato. Erano certo in grado di affievolire i cosiddetti sintomi "positivi" della schizofrenia: allucinazioni e deliri psicotici. Ma a poco servivano per porre rimedio ai sintomi "negativi" - l’ apatia e la passività, la mancanza di motivazioni e la capacità di rapportarsi agli altri - che spesso erano più pesanti dei sintomi "positivi".
Agli inizi degli Anni 90 divenne chiaro a tutti che ci si era sbagliati, che la chiusura dei manicomi era avvenuta troppo in fretta, senza che si fossero attivate strutture alternative. Non c’ era bisogno di chiudere tutti i manicomi. Occorreva invece farli funzionare: mettere mano all’ affollamento, alla mancanza di personale, porre fine all’ abbandono e alla brutalità.
L’ approccio farmacologico, sia pur necessario, da solo non bastava. Ci eravamo scordati degli aspetti positivi degli "asili", o forse non volevamo più sborsare soldi per tenerli aperti; per dare ai pazienti spazi e senso di comunità, un posto per lavorare e giocare, per apprendere un mestiere e imparare a vivere insieme - quel rifugio sicuro che i manicomi statali delle origini intendevano offrire.
Qual è ora la situazione? I manicomi ancora aperti sono pressoché vuoti, e la popolazione dei pazienti consiste essenzialmente di malati cronici che non rispondono più a nessun trattamento farmacologico, o di individui talmente violenti che non possono essere lasciati liberi.
La grande maggioranza dei malati di mente vive fuori dalle strutture ospedaliere. Alcuni restano in famiglia e si servono di supporto ambulatoriale nei momenti di crisi, altri vivono in residenze aperte: strutture che garantiscono al paziente una certa libertà e autonomia, pur provvedendo alle necessità terapeutiche.
Esistono anche, negli Stati Uniti, delle comunità residenziali che si rifanno in parte alle comunità terapeutiche degli "asili" dell’ Ottocento e offrono ai pochi che vi vengono ammessi un’ assistenza completa. Ne ho visitate alcune, e ho ritrovato quel che c’ era di meglio nei vecchi manicomi statali: un forte senso di solidarietà, delle opportunità di lavoro e spazi di creatività, il rispetto per gli individui. Il tutto unito a quanto di meglio la psicoterapia e i trattamenti farmaceutici possono offrire oggi.
Purtroppo, strutture simili sono rare, e possono ospitare qualche centinaia di pazienti, a fronte dei milioni che negli Stati Uniti soffrono di malattie mentali. I pazienti che sono ammessi debbono contare sul supporto finanziario delle famiglie, visto che in media la degenza costa intorno ai 100.000 dollari l’ anno.
Gli altri - il 99 per cento di malati privi di risorse adeguate - debbono accontentarsi di cure insufficienti e rinunciare al proprio potenziale di vita. L’ Alleanza nazionale dei malati di mente fa quel che può, ma i milioni di malati di mente restano ancor oggi la parte più esclusa e la più abbandonata della nostra società.
Eppure è chiaro che persino la schizofrenia non è necessariamente una malattia che inesorabilmente peggiora (anche se ciò può verificarsi). In circostanze ideali, e con risorse adeguate, anche persone molto malate, quelle che vengono classificate come senza speranza, possono vivere una vita produttiva e degna.
* La versione integrale di questo articolo comparirà nel numero di gennaio 2010 della Rivista dei Libri (Traduzione di Pietro Corsi)
Le prime riprese della miniserie prodotta dalla Rai e da Claudia Mori sul «padre» della legge 180
Il ribelle Basaglia un eroe da fiction contro i manicomi
Fabrizio Gifuni nei panni dello psichiatra «Fu incompreso anche dai comunisti»
In tv le vicende di un reduce di guerra ridotto al mutismo e di un ex partigiano sottoposto a terapie crudeli
di Emilia Costantini (Corriere della Sera 24.06.2009)
OSTIA - «Non bisogna allungare il vestito, basta accorciare il degente ». «Sono spettinata, vorrei pettinarmi. Non possiedo un pettine. Ho diritto a un pettine!». Slogan, o piuttosto, appelli accorati, scritti sui muri da chi ha perso la dignità di essere umano: il malato di mente.
È dedicata a Franco Basaglia, colui che sconvolse il mondo dei manicomi, la miniserie prodotta da Rai Fiction con la Ciao Ragazzi di Claudia Mori, in onda su Raiuno nella prossima stagione. Fabrizio Gifuni è protagonista con Vittoria Puccini, per la regia e sceneggiatura di Marco Turco.
Prima c’era la città dei matti, il manicomio, con tutto il suo corredo di orrori piccoli e grandi. Letti di contenzione, camicie di forza, celle d’isolamento, elettrochoc punitivi. In tutto il mondo occidentale, nessuno aveva mai messo in discussione il manicomio. Almeno fino all’inizio degli anni ’60 quando, in una città di provincia del nord Italia, un giovane psichiatra ribelle provocò un incendio impensabile fino a qualche tempo prima.
Nella cittadina di Ostia, alle porte di Roma, nella vecchia residenza di una colonia estiva è ricostruita la casa Rosa Luxembourg, ovvero quella che era la residenza del direttore dell’ospedale di Trieste, dove Basaglia, alla metà degli anni ’70, creò la prima casa-famiglia, un altro passo verso quel radicale cambiamento che culminerà nella legge 180. «Ma l’avventura parte da prima - avverte Gifuni - la sua esperienza prende le mosse dallo choc che, nel 1961, il giovane medico subisce quando va a lavorare all’ospedale di Gorizia: lui non vede un luogo di cura, ma un lager nazista. Sbarre alle finestre, sevizie, torture. Per lui è una rivelazione ed entra in crisi profonda. Basaglia è indignato. E si sente impotente: cosa può fare per cambiare tutto questo? La risposta è una sola: il manicomio va distrutto».
Il giovane psichiatra si trova di fronte «casi» come quello di Boris, reduce da una guerra terribile che lo ha ridotto al mutismo, che viene «curato » con l’elettrochoc. Oppure Furlan, ex partigiano, sottoposto a terapie crudeli. E poi c’è Margherita (interpretata dalla Puccini): una ragazza bella e piena di vita, con l’unica «tara» di avere una madre ossessionata dalla colpa di averla concepita con un soldato americano, che poi l’ha abbandonata. Un «peccato» che la madre scarica sulla figlia, abbandonadola in un istituto di suore che, per domare il carattere ribelle della ragazza, la fanno ricoverare in un ospedale psichiatrico, dove Margherita, diventata ingovernabile, viene tenuta in una gabbia come una bestia feroce. Interviene la Puccini: «Il mio personaggio, realmente esistito come gli altri, oggi verrebbe definito una borderline. Ma a quell’epoca, gente così veniva considerata matta e riunchiusa. Ho visto un’intervista che è stata fatta in tempi recenti a Margherita, che ora ha circa 60 anni e vive tranquilla con due amiche: parlando di Basaglia, si commuoveva, le si illuminavano gli occhi, lo descriveva come il suo salvatore».
La realtà che si trova di fronte Basaglia, dunque, è terrificante. E con la moglie Franca Ongaro, donna coraggiosa che diventerà in seguito parlamentare, decide di cambiare quella realtà. Spiega il regista: «Comincia a scardinare i cancelli della psichiatria e a liberare una ad una le persone rinchiuse, cancellando per sempre dai loro corpi e dalle loro menti il duplice marchio del pericolo e dello scandalo, che le leggi e la mentalità dell’epoca conferivano alla follia». E nel 1973, quando Basaglia si trova già a Trieste, i «matti» escono dall’ospedale e invadono la città con Marco Cavallo, una macchina teatrale costruita dentro l’ospedale, una sorta di cavallo di Troia, nella cui pancia ogni degente aveva riposto le proprie speranze, desideri, aspirazioni. «Il suo principale obiettivo - riprende Gifuni - è rimettere al centro l’uomo, il paziente. E il medico non deve esercitare il suo potere, ma il suo sapere, mettendosi al servizio del suo ruolo pubblico. Il suo pensiero è da ’eretico’ della psichiatria di quel tempo. Un pensiero che non viene compreso neanche dal Partito Comunista. C’è una scena nel film, realmente avvenuta, in cui Basaglia parla nell’aula del gruppo parlamentare a Montecitorio e i comunisti lo guardano come fosse un matto».
Al di là del medico, che tipo di uomo era? «Era dotato di carisma, ironico, sempre sorridente, uno spirito arguto che spiazzava l’interlocutore. La sua formazione scientifica era rigorosissima, ma arricchita da una formazione filosofica: l’unico maestro che riconosceva era Sartre». Un egocentrico? «Aveva la giocosa irresponsabilità del bambino e dell’artista, che poteva apparire egocentrismo, data la forte personalità. Ma in realtà era tutto il contrario: ha dedicato la sua vita agli altri».
HO VISTO L ’AQUILA
di Andrea Gattinoni *
Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l ’Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro destino. Un militare a fare da guardia a ciascuno degli accessi alla zona rossa, quella off limits. Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. Ho mangiato nell’unico posto aperto, dove va tutta la gente, dai militari alla protezione civile. Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati.
Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando "Si Può Fare". Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, Anna Maria, Franco e la sua donna. Poi siamo tornati quando il film stava per finire. La gente piangeva. Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire, cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di diventare pazzo quando recitavo.
Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore. Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa. Francesca, stanno malissimo. Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all’improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE. Gli anziani stanno impazzendo.
Hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve. Gli hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c’era la parola "cazzeggio". A venti chilometri dall’Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente militarizzata. Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato uno.
Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8. Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di ***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate? Là ???? Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente.
Non hanno niente, gli serve tutto. (Hanno) rifiutato ogni aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica. Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L ’Aquila.
Poi c ’è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono. Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto. E ’ come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a stordirsi di qualunque cosa, l’importante è che all’esterno non trapeli nulla.
Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio. Il ragazzo che me l ’ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole. Qua i media dicono che là va tutto benissimo.
Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che "quello che il Governo sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come si fa a tenere prigioniera l ’intera popolazione di una città, senza che al di fuori possa trapelare niente". Mi ha anche spiegato che la lotta più grande per tutti là è proprio non impazzire. In tutto questo ci sono i lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c ’è più, tutto perduto.
Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perchè i proprietari devono rientrare nelle tendopoli per la sera. C ’era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie. E poi quest’umanità all’improvviso di cuori palpitanti e di persone non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato là.
Ci voglio tornare. Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai. Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c ’erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al bancone ha porto un arrosticino a Michele, dicendogli "Assaggi, assaggi". Michele gli ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello ha insistito finchè Michele non l’ha preso, e quello gli ha detto sorridendogli: "Non bisogna perdere le buone abitudini".
Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve sapere. Anzi metto in rete questa mia lettera per te.
Andrea Gattinoni, 11 maggio notte
* Questa lettera è stata scritta da Andrea Gattinoni, un attore che si trovava a L ’Aquila per presentare un film. Le parole sono dirette a sua moglie ma rappresentano un’efficace testimonianza per tutti quelli che a L ’Aquila non ci sono ancora stati.
Andrea, per chi non se lo ricordasse, era uno degli interpreti del recente film Si può fare con Claudio Bisio, su un gruppo di "pazzi". (Maddalena Gasparini).
Follia e società
Scriveva Franco Basaglia: "È importante entrare nel tessuto sociale per ottenere un consenso finalizzato non tanto a una maggior tolleranza, quanto a una presa in carico da parte della comunità dei problemi che le appartengono"
Risponde Umberto Galimberti *
Leggo sempre D La Repubblica delle Donne e vado subito alla sua rubrica. Ma la sua risposta a proposito della "Follia criminale" mi ha riempito di amarezza. È una risposta troppo semplificativa, basata su molte citazioni di Basaglia che mi appaiono piuttosto datate: il concetto di "malattia" come gioco di prestigio per rassicurare la società e mascherare colpe della società e della famiglia purtroppo non risponde alla verità.
Il disturbo mentale grave, come la schizofrenia, la sindrome ossessivo-compulsiva, il bipolare, esistono e assai sovente non sono frutto di "incuria educativa", di "disinteresse" verso una persona più sensibile o più fragile di altre. Glielo posso dire in tutta onestà, perché ho trascorso una vita a cercare di capire, di aiutare me stessa, mio figlio e tante altre persone che abitano e/o convivono in queste tragiche situazioni.
Nel 1988 con un’altra madre ho fondato un’associazione di volontari a sostegno di malati e famiglie nel tentativo frustrante di far sorgere un’assistenza territoriale e residenziale innovativa e professionalmente impegnata a dare aiuto concreto ai sofferenti psichici.
Ho seguito tanti casi di malati e famiglie e ho potuto accertare che molti (purtroppo ancora troppo pochi) se curati farmacologicamente, hanno potuto vivere con meno ansia, con meno paure e tornare a "godere" le piccole meravigliose cose che la vita ci offre. Alcuni riescono a reggere un lavoro, a viaggiare, a vivere! Per altri non è così.
Sono stanca, ho 70 anni e ne ho trascorsi più di 30 a occuparmi della straziante vita dei malati di mente. Non facciamo l’errore commesso nello scorso secolo quando le mamme dei bimbi autistici venivano incolpate del disturbo del bimbo, infierendo crudelmente su di loro.
Maria Luisa Gentile ml.gentile@sidom.it
Sono costretto a ritornare sul tema della malattia mentale perché ininterrotto è il flusso di lettere che ricevo e che disapprovano il pensiero di Franco Basaglia, nonché le sue iniziative che hanno portato alla promulgazione della legge 180 che ha sancito la chiusura dei manicomi. Capita spesso che per denigrare un pensiero lo si riassuma in una formula di facile comprensione, che ha qualche attinenza con quel pensiero, ma di fatto lo stravolge.
La formula facile e immediatamente comprensibile che stravolge il pensiero di Basaglia è che "le malattie mentali sono un prodotto della società". Basaglia non ha mai detto questo. Le sue esatte parole sono:
"Occorre fondare una nuova medicina, consapevole del fatto che l’uomo è un corpo sociale oltre che un corpo organico. Ed è su questo corpo sociale che la nuova medicina deve lavorare, non più solo sul corpo organico. Noi vogliamo trasformare il malato mentale morto nel manicomio in persona viva, responsabile della propria salute. Non lasciamo la persona che sta male nelle mani del solo medico, ma cerchiamo di costruire un nuovo schema di vita insieme con altre persone, che non sono solo malati. Quando cerchiamo di coinvolgere la comunità nella cura del paziente, stiamo tentando di eliminare il corpo morto, il manicomio, e di sostituirlo con la parte attiva della società. Questo è il modello che proponiamo e che è disfunzionale alla logica della società in cui viviamo".
Questa non è una posizione "datata", ma fortemente innovativa. Se poi la società, a differenza di lei, cara lettrice, e dell’impegno che profonde, si disinteressa della malattia mentale, questo non dipende da Basaglia, la cui utopia era di fare della clinica un laboratorio per rendere "umane" e non "oggettivanti" le relazioni tra gli uomini, attraverso la creazione di servizi di salute mentale diffusi sul territorio, residenze comunitarie, gruppi di convivenza, con la partecipazione di maestri, educatori, accompagnatori, attori motivati.
Oggi tutto questo sembra in procinto di naufragare e fallire, anche se l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci informa che un giovane su cinque in Occidente soffre di disturbi mentali, e che nel 2020 i disturbi neuropsichiatrici cresceranno in una misura superiore al 50 per cento, divenendo una delle cinque principali cause di malattia, di disabilità e di morte.
Che facciamo? Mettiamo tutti in manicomio o facciamo recuperare loro quel rapporto col mondo che il manicomio preclude definitivamente e i servizi di salute mentale, salvo rare e nobili eccezioni, così come sono oggi, non garantiscono, per incuria, trascuratezza, indifferenza, per la paura che la società ha della diversità che ospita nelle figure non solo dei malati mentali, ma anche degli immigrati, dei tossici, dei senzatetto, degli emarginati? La sintesi del pensiero di Basaglia non è quindi "le malattie mentali sono un prodotto della società", ma se proprio vogliamo fare una sintesi: "Il tipo di relazioni sociali si ripercuotono anche nelle relazioni cliniche", che non mi pare assolutamente un’idea datata.
L’eredità di Sergio Piro
«Per prima cosa slegate i pazienti»
di Luigi Attenasio, Angelo Di Gennaro, Gian Piero Fiorillo* (Liberazione, 10.1.2009)
La sera di mercoledì 7 gennaio è morto Sergio Piro. Era nato a Palma, in Campania, il 9 settembre del 1927. Trascorse l’infanzia a Cagliari, dove tornò, dopo aver conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia a Napoli, per specializzarsi in Neuropsichiatria con una tesi sulla Semantica del linguaggio schizofrenico, argomento difficile e affascinante che lo impegnò per tutta la vita, e di cui resta importantissima documentazione in Il linguaggio schizofrenico (Feltrinelli, Milano 1967).
Fu libero docente in Psichiatria e in Clinica delle malattie Nervose e Mentali a Napoli, e direttore dell’Ospedale Psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore (Salerno), dove iniziò un esperimento di psichiatria alternativa che divenne la seconda "comunità terapeutica" in Italia dopo quella di Basaglia a Gorizia. Quindi fu direttore dell’Ospedale Psichiatrico Frullone e del L. Bianchi di Napoli, impegnandosi nella loro dismissione secondo i dettami della Legge 180 del 1978, di cui era stato uno dei più importanti anticipatori.
Membro della Segreteria Nazionale e poi del Coordinamento Nazionale di Psichiatria Democratica, recentemente fra i promotori del Forum Salute Mentale, non ha mai smesso di lavorare per la trasformazione della psichiatria, inserendo il discorso terapeutico in una visione complessiva del mondo, in cui le dimensioni spaziali, storiche e umane si compenetravano in una sola unità, con lo sguardo di chi andava senza sforzo oltre le miserie e le ristrettezze del tempo che gli era toccato in sorte.
Sapeva concentrare l’attenzione sul microevento per coglierne l’apertura epocale, ed è questa attitudine una delle eredità più cospicue che lascia a chi lo ha conosciuto o anche soltanto ascoltato in uno dei numerosissimi interventi pubblici, sempre densi di temi e prospettive inusuali, oltre che di una carica umana sorprendente.
Di Basaglia, altro grande realista visionario ed eretico, fu da sempre amico e compagno in un rapporto di confronto aperto e costante.
Alla didattica ha dedicato anni importanti della sua vita, fondando nel 1980 il Centro Ricerche sulla psichiatria e le scienze umane, e successivamente la Scuola di Antropologia Trasformazionale, che, contro ogni deriva sclerotizzante, ebbe il coraggio di chiudere quando ne ritenne concluso il momento creativo.
Fra i suoi ultimi lavori, il fondamentale Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale, in cui unisce teoria e storia del movimento di riforma, con una capacità di sintesi di pensiero (fenomenologia, psicanalisi, costruttivismo, epidemiologia ecc.) e realtà assolutamente rara. Così come nella vita coniugava pratica, teoria e impegno progettuale, anche nella pagina scritta la teoria e la realtà si attraversavano senza mostrare confini, intrecciandosi e includendosi reciprocamente nell’opera che risultava così, insieme, testimonianza e riflessione.
Ma al di là dei suoi meriti scientifici, Sergio Piro fu persona di grandissima, ineguagliabile umanità e di un’antica correttezza nei rapporti umani, priva di qualsiasi condiscendenza, una persona vera, diretta, sincera e tuttavia sempre dolce e amabile. E così lo abbiamo conosciuto, noi del Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma C nell’aprile del 2003, durante un incontro sulla "Cura della sofferenza detta psichiatrica come prassi polivalente". Una lectio magistralis in cui cucì, davanti a un auditorio ipnotizzato, passato e futuro, astrazione e concretezza, riforma istituzionale e trasformazione delle prassi operative, arricchendo la riflessione di ricordi puntuali, mai aneddotici o fini a se stessi.
In quell’occasione ebbe a dire, del suo rapporto con Basaglia: «Il fatto che la mia cultura alternativa venisse dalla semantica, dalla linguistica e dall’antropologia marxiana e la sua dalla filosofia della prassi di Sartre e dalla sociologia delle istituzioni non aveva nessuna importanza: entrambi, come diversi nostri coetanei, avevamo un sogno ed era lo stesso sogno. Quando negli anni precedenti avevo tanto lavorato con il linguaggio dei matti, ero giunto alla conclusione che il linguaggio schizofrenico non era uno scombinato ed inutile guazzabuglio, ma costituiva, anche nelle sue forme più contorte e incomprensibili, un autentico linguaggio ed un’autentica creazione: ne trassi perciò già dal 1961 la seguente conclusione: "Se quello che è lì davanti a te non è un produttore di sintomi inutili e privi di senso, ma uno che parla un linguaggio, allora tu lo sleghi immediatamente"; negli stessi anni, quasi con le stesse parole, a chi gli chiedeva che cosa fare di fronte a un paziente legato Franco Basaglia rispose: "Per prima cosa, slegalo subito".
E ancora, ecco solo un esempio del suo sguardo comprendente l’intero orizzonte storico. «La psichiatria anti-istituzionale italiana ha una storia lunga. Il movimento nasce infatti sia dalla complicata crisi interna del paradigma professionale psichiatrico, sia, poco dopo, dall’avanzarsi dei movimenti di liberazione nel periodo della guerra del Vietnam fino alla costituzione del movimento studentesco che fa suoi e diffonde i temi antipsichiatrici. (Ma) benchè profondi e importanti, questi momenti culturali, ideologici e sovrastrutturali non sarebbero stati sufficienti a determinare il passaggio dalle prime esperienze antimanicomiali all’idea di una riforma organica di tutta l’assistenza psichiatrica. Questo si fece possibile perché negli anni Sessanta-Settanta era in atto in Italia, unico fra tutti i paesi occidentali, il tentativo forte e sostenuto di realizzare una democrazia sociale avanzata in un paese capitalistico: è la grande stagione della sinistra politica e della Triplice sindacale, delle riforme sociali e sanitarie».
A seguire, parlò della malattia mentale come «inizio della guarigione», contro ogni concezione riduttiva che ne fa una menomazione o perdita; elencò una serie di condizioni ineludibili delle "buone pratiche" in salute mentale, al cui centro mise ancora una volta il rispetto dei diritti della persona e il rifiuto di tutte le pratiche coattive ereditate dall’era manicomiale; delineò gli impegni prioritari per la continuazione dell’azione riformatrice di fronte all’affermarsi di un revisionismo storico-psichiatrico di stampo biologistico.
Fra i suoi numerosi testi, oltre al già citato Il linguaggio schizofrenico, ricordiamo Le Tecniche della Liberazione, Una dialettica del disagio umano (Feltrinelli, Milano, 1971), I mille talenti. Manuale della Scuola sperimentale antropologico-trasformazionale (Franco Angeli, Milano, 1995), Introduzione alle antropologie trasformazionali (La Citta’ del Sole, Napoli, 1997), L’io mancante (Loggia de’ Lanzi, Firenze, 1997), Trattato di antropologia diadromico-trasformazionale , (Idelson Gnocchi, Napoli, 2005).
* Direzione e Centro di Documentazione "Vieri Marzi". Dipartimento di Salute Mentale AslRmC
L’addio a Sergio Piro
Un protagonista dei processi di modernizzazione e di trasformazione della psichiatria italiana
di MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA (il manifesto, 10 gennaio 2009)
Si e’ fermata mercoledi’ notte la vita di Sergio Piro, per un infarto arrivato verso le undici e mezzo mentre lavorava al computer nella sua casa di Napoli. Negli ultimi anni, cercava di proteggere il suo cuore malandato che aveva subito due operazioni, ma non rinunciava a vivere con generosita’, allegria e progetti. Lo scorso 27 maggio aveva fatto con una certa fatica la lunga scalinata che porta alla sala della Protomoteca in Campidoglio, dove si svolgeva la cerimonia di consegna del Premio "Trenta anni per la 180" istituito dalla Cgil.
Tra i venti premiati, la standing ovation era stata per Agostino Pirella, per Sergio Zavoli e per lui, che si era presentato in maniche di camicia, una camicia azzurrissima come i suoi occhi, un po’ perche’ faceva caldo ma anche perche’ non voleva assecondare la cerimoniosita’: cosi’, nel suo intervento aveva raccontato l’avventurosa costruzione, nei primi anni ’60, della sezione Cgil nel manicomio di Materdomini, un’Opera Pia convenzionata con la Provincia di Salerno, ma aveva poi continuato con un’analisi puntuale e dura sulle politiche sanitarie recenti e soprattutto sull’universita’, che continuava a ignorare o a minimizzare i contributi teorici, le realizzazioni e le trasformazioni culturali che avevano preceduto e seguito la legge di riforma e avevano fatto uscire la psichiatria italiana dall’isolamento culturale del dopoguerra.
Di questi processi di modernizzazione e di trasformazione della psichiatria Sergio Piro e’ stato fin dall’inizio un protagonista. Era nato nel 1927, quasi coetaneo di Franco Basaglia (che era del ’24) e i loro percorsi furono molto simili: entrambi avevano iniziato a lavorare all’universita’, alla fine degli anni ’50 avevano conseguito la libera docenza secondo il sistema concorsuale dell’epoca ma poi erano andati entrambi a dirigere un manicomio pubblico: Piro al Materdomini di Nocera Superiore nel 1959, Basaglia a Gorizia nel ’61.
L’incontro tra i due, che divenne poi collaborazione e amicizia, risale a quegli anni di grande vivacita’ culturale e di sperimentazioni, condotte da gruppi di operatori in gran parte esterni all’universita’, respingenti, o quanto meno non attraenti per gli studiosi piu’ vivaci e piu’ presenti nel dibattito internazionale. In un libro del 1988, Cronache psichiatriche. Appunti per una storia della psichiatria italiana dal 1945 (Esi), Piro ricostruisce con l’accuratezza che gli era propria le vicende, i personaggi, le idee, gli incroci culturali di quel "periodo di modernizzazione", a cui segui’ la fase "del mutamento" (tra il 1968 e il ’78) che in Italia ebbe un percorso del tutto peculiare, in cui ebbero poco o nessun peso le ideologie "antipsichiatriche" di derivazione sia anglosassone che francese, mentre presero piede in molti ospedali psichiatrici processi di trasformazione che disturbavano e coinvolgevano comunita’ locali, movimenti sociali, amministratori pubblici, giornalisti, intellettuali, artisti. Sergio Piro in quegli anni continuo’ a scrivere - Il linguaggio schizofrenico e Le tecniche della liberazione vennero pubblicati da Feltrinelli nel 1967 e nel 1971. Nel 1974 fu tra i fondatori di Psichiatria Democratica, diresse per un breve periodo l’Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli (dopo essere stato costretto, nel 1969, a lasciare la direzione del Materdomini), e poi dal 1975 diresse l’altro ospedale psichiatrico di Napoli, il "Frullone".
Gli anni del dopo riforma sono stati molto difficili per Sergio Piro. La sua competenza e il suo carisma lo rendevano un interlocutore privilegiato quando si trattava di collaborare alla scrittura della legge regionale campana per l’attuazione della "legge 180", che venne approvata nel 1983 e fu tra le prime leggi regionali. Assai piu’ duro fu invece il fronte della chiusura dei manicomi e della creazione dei nuovi servizi, dove lo scontro esplicito o la resistenza muta dei piccoli e grandi potentati di psichiatri e amministratori rendevano assai arduo il percorso verso un cambiamento vero, in Campania non meno che nel resto d’Italia, e talvolta di piu’.
Sergio Piro ha resistito con grande coerenza. Ha insegnato molto sia all’Universita’ di Napoli che all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ha continuato il suo lavoro di ricerca (Introduzione alle antropologie trasformazionali e Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale sono stati pubblicati nel 1997 e nel 2005 da La Citta’ del Sole), ha chiuso con troppa fatica l’ospedale psichiatrico "Frullone".
Nel 1994, che fu un anno di svolta per il destino della riforma dato che la legge finanziaria del primo governo Berlusconi aveva reiterato l’obbligo di chiusura di quello che la neolingua psichiatrica definiva il "residuo manicomiale", Piro gia’ dirigeva il Frullone dove erano stati ricavati, da alcuni reparti, degli appartamenti per le persone in via di riabilitazione. Il sistema fognario era pero’ in condizioni pessime e grandi topi contendevano lo spazio ai ricoverati, mentre l’amministrazione si limitava a ignorare il problema. Piro, che era un grande estimatore dei gatti, ne porto’ una ventina e li presento’ ai giornalisti come suoi collaboratori.
Il prossimo 7 febbraio, a Nocera, e’ stato promosso un incontro per ricordarlo, nella sala, che prendera’ il suo nome, della Fondazione Cerps (Centro Ricerche sulla Psichiatria e le Scienze Umane). Gli amici e i suoi collaboratori chiedono a chi lo ha conosciuto di scrivere due, tre pagine, che saranno raccolte in un volume, perche’ possa restare, insieme alle cose che Sergio Piro ha scritto e fatto, la memoria del suo modo di essere, della sua capacita’ di coinvolgere le persone e di tenerle insieme per creare pezzi di mondo in cui tutti possano avere spazio, parola, dignita’.
Postilla biobibliografica. Percorsi di generosita’
Sergio Piro era nato a Palma, in Campania, il 9 settembre del 1927. Trascorse l’infanzia a Cagliari, ma si trasferi’ a Napoli quando si tratto’ di iscriversi alla Facolta’ di medicina, dove si laureo’ nel 1951 e cinque anni piu’ tardi consegui’ la specializzazione in neuropsichiatria con una tesi sulla "Semantica del linguaggio schizofrenico". Dal giugno del 1959 al febbraio del 1969 e’ stato direttore dell’ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore, in provincia di Salerno: e’ qui che avvio’ un esperimento di psichiatria alternativa, dal quale nacque la seconda "comunita’ terapeutica" funzionante in Italia, dopo quella di Basaglia a Gorizia. Sergio Piro fu uno dei fondatori di Psichiatria Democratica.
Diresse il Materdomini di Nocera Superiore dal 1959, ma dieci anni dopo fu costretto a lasciare. Si sposto’ per per un breve periodo alla direzione dell’ospedale Leonardo Bianchi di Napoli, poi nel 1975 ando’ a dirigere l’altro ospedale psichiatrico di Napoli, il "Frullone". Ha stilato il progetto da cui derivo’ la Legge regionale n. 1/83 della Regione Campania sulla psichiatria. Tra i suoi libri: Il linguaggio schizofrenico, Feltrinelli, 1967; Le tecniche della liberazione. Una dialettica del disagio umano, Feltrinelli, 1971; I mille talenti. Manuale della Scuola sperimentale antropologico-trasformazionale, Franco Angeli, 1995; Introduzione alle antropologie trasformazionali, La Citta’ del Sole, 1997; L’io mancante, Loggia de’ Lanzi, 1997.
La denuncia di Mario Colucci responsabile del Dsm di Trieste
Le parole del più grande psichiatra del secolo non hanno patria
L’Università non ama Basaglia. I suoi scritti ignorati dai prof
di Luigina Venturelli (l’Unità, 11.12.2008)
Lunedì prossimo verrà presentato a Napoli, alle ore 17 nella straordinaria cornice del Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella il volume «Centottanta», antologia a cura di Emilio Lupo e Salvatore di Fede realizzata per il trentennale della Legge Basaglia. Informazioni sul sito psichiatriademocratica.it
Dicembre è l’ultimo mese per ricordare la legge 180 che compie 30 anni. Un convegno a Milano è stato un’occasione per indagare le nuove prospettive del rapporto fra disagio psichico e società.
Il suo più grande successo è stata anche la sua condanna. Franco Basaglia riuscì nell’impresa impossibile: trasformò l’utopia in realizzazione politica, la sua visione teorica diventò norma dello stato, ma questa conquista relegò il suo pensiero a mera circostanza. Fatta la storia - l’approvazione della legge 180, che trent’anni fa sancì la chiusura dei manicomi - l’idea è passata in secondo piano. «Invece gli scritti di Basaglia sono di profondissima attualità, non solo per il percorso politico - ha spiegato lo psichiatra Mario Colucci, del Dipartimento di salute mentale di Trieste - ma anche per la posizione etica di fronte alle persone con disagio psichico, tesa non al controllo della libertà dell’altro, ma alla capacità di far esprimere l’altro». Un principio etico che nella pratica diventa anche principio terapeutico, «ma queste sono parole senza patria, oggi gli scritti del più grande psichiatra del secolo scorso non trovano spazio in molti corsi universitari».
Per questo va segnalato il convegno organizzato ieri all’Università statale di Milano dalla fondazione Bertini Malgarini, Franco Basaglia e la filosofia del ‘900: un’occasione per riaprire il confronto sullo studioso e per indagare le nuove prospettive del rapporto fra disagio psichico e società, per opporsi ai tentativi di revisione ideoligica della 180 e per promuoverne una migliore applicazione sul territorio. «È una legge meravigliosa che tutta l’Europa ci invidia, purtroppo applicata a macchia di leopardo perchè poco conosciuta dagli stessi operatori. Il suo fondamento è sempre valido: la psichiatria deve ridare diritto di cittadinanza alle persone con disagio psichico» ha affermato Carmen Mellado, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’ospedale milanese Sacco.
«Basaglia è un’anomalia nella nostra cultura, non è mai stato letto davvero, nemmeno dai suoi allievi» ha sottolineato Massimo Recalcati, docente di Psicopatologia presso l’Università degli Studi di Pavia. «Nella sua elaborazione teorica, ad esempio, è centrale il problema dell’integrazione: lo psichiatra triestino si poneva già negli anni Settanta il tema del confine, che delimita l’identità del singolo, ma che non si deve inspessire fino a trasformarsi in barriera di segregazione». Un confine poroso, dunque, in grado di comunicare con l’esterno e assorbirne gli stimoli.
Legge «180»
Storie di cura senza custodia
di Maria Grazia Giannichedda (il manifesto, 13.05.2008)
Che la vita della riforma psichiatrica sarebbe stata dura era chiaro a tutti quel 13 maggio di trent’anni fa, quando fu approvata. Il clima politico era dei peggiori, con il corpo di Aldo Moro ritrovato da appena cinque giorni in via Caetani e la nomina a ministro della sanità, nei mesi successivi, del liberale Renato Altissimo, esponente del solo partito che non aveva votato la riforma sanitaria in cui «la 180» era confluita. La sfida era chiudere i manicomi nel segno dei diritti.
La posta in gioco era la riforma, chiudere i manicomi nel segno dei diritti e sostituirli con una cura senza custodia. «In fondo si tratta soltanto dell’inserimento nella normativa sanitaria di principi già posti dalla Costituzione», scriveva in quelle settimane Franco Basaglia, leader indiscusso del composito movimento che aveva voluto la riforma: estromettere dal sistema sanitario un’istituzione che imprigiona persone che nessun giudice ha condannato, e che organizza una violenza strutturale particolarmente odiosa perché consumata su persone che soffrono, «è un atto di riparazione che la democrazia fa verso i cittadini». Anche chiedere agli operatori psichiatrici di rispettare i diritti e la dignità delle persone che hanno in cura in fondo è solo «ribadire un elemento di civiltà che dovrebbe essere implicito», continuava Basaglia: aveva ben chiaro non ci si poteva aspettare un’applicazione di questa legge «lineare e priva di conflitti, date le caratteristiche del terreno in cui interviene, dove confluiscono pesanti pregiudizi culturali e interessi stratificati».
Chiusura dei manicomi nel segno dei diritti: su questo punto si sono sempre concentrati gli attacchi contro «la 180», e ancora qui ha recentemente puntato la coalizione che ha vinto le elezioni e che si propone di modificare il Trattamento sanitario obbligatorio (vedi scheda). Eppure, è proprio questo nesso tra chiusura dei manicomi e affermazione dei diritti che spiega l’inattesa longevità di questa riforma che ha potuto produrre un’innovazione colossale, 100mila posti letto chiusi in quarant’anni e un sistema di servizi diffuso in tutto il territorio nazionale (vedi le schede in questa pagina).
La qualità di questo nuovo sistema è assai variabile, con differenze profonde tra le regioni e all’interno della stessa regione, differenze che spesso (ma non sempre) coincidono con quelle del sistema sanitario generale. Su questa variabilità, che oggi è insieme debolezza e forza del sistema della salute mentale, torneremo più avanti. Prima vale però la pena di soffermarsi su questo dato: solo l’ltalia è riuscita finora a realizzare un obiettivo che molti paesi perseguono, liberarsi da un sistema di istituzioni che pesano troppo sulla spesa pubblica e producono lungodegenti che impediscono i nuovi ingressi.
I costi sono stati infatti, e sono, la dannazione dei sistemi psichiatrici pubblici nei paesi europei. Gli ospedali pubblici costano più di quelli privati in quanto sono costretti a standard alti di rapporto tra personale e posti letto, e questo per via delle leggi e dei controlli formali e informali a cui invece il privato riesce più facilmente a sottrarsi, come sa bene chiunque abbia tentato, anche nell’Italia di questi anni, di guardare dentro una clinica psichiatrica privata.
Inoltre, l’assistenza psichiatrica nella «vecchia Europa» di oggi è quasi sempre mista, ovvero gli ospedali psichiatrici convivono con i servizi territoriali ma siccome la coperta è stretta, se i posti letto in ospedale non diminuiscono i servizi territoriali hanno meno risorse, il che rende più difficile ridurre quell’ospedalizzazione di lungo periodo che produce cronicizzazione senza speranza. Occorrono quindi scelte drastiche, che l’Italia ha fatto con la riforma del ’78 e ha confermato con le leggi finanziarie del ’94 (primo governo Berlusconi) e nel ’98 (governo Prodi). Così, vista dai 40mila posti letto in ospedale psichiatrico che la Francia non riesce a chiudere né a ridurre, e dai 35mila letti pubblici inglesi (qui fu Margaret Thatcher a costringere gli ospedali psichiatrici a dimagrire), l’esperienza italiana appare appunto un caso di innovazione compiuta, che apre una domanda: com’è stato possibile far abbandonare agli psichiatri italiani la loro roccaforte? Quali elementi hanno creato quello zoccolo di consenso senza il quale la riforma non avrebbe potuto diventare adulta?
Dobbiamo ritornare al nesso tra diritti e chiusura dei manicomi. Questo elemento, a lungo percepito da molti, anche a sinistra, come una forzatura ideologica, è invece ciò che ha fatto la differenza. La sfida a mettere insieme, nel servizio pubblico di massa, cura e diritti ha infatti mobilitato le risorse professionali migliori, che hanno costruito modelli organizzativi inediti, che poi sono quella cinquantina di sistemi di servizi comunitari che oggi rappresentano l’eccellenza del nostro paese: sistemi che funzionano sulle 24 ore, che non costringono la famiglia al ruolo di manicomio domestico, rendono inutile l’ospedalizzazione di lungo periodo, sanno aiutare, nella costruzione di una propria vita, anche chi sta male in modo non episodico e magari, solo qualche chilometro più in là, è invece costretto a subire abbandono, esclusione, violenza.
Questi modelli «alti» sono anche punto di riferimento, di ricerca e di formazione per molti che lavorano in sistemi inadeguati, e sono stati soprattutto il riferimento su cui le associazioni di familiari e di utenti hanno identificato e misurano le proprie aspettative. «Vogliamo per noi una normalità che non costi il loro internamento» è diventato, dopo alcuni anni di scontri e confronti, lo slogan della grande maggioranza di associazioni - che in questa e nelle prossime settimane hanno promosso una quantità di iniziative, segnate dalla speranza combattiva di tenere aperto il tema della trasformazione della psichiatria e del welfare, ma anche in affanno per le troppe cose che non vanno, per i tradimenti, travisamenti, trasformismi, e per la distanza a volte intollerabile tra le parole e i comportamenti di tanti operatori e amministratori.
L’esito delle elezioni certo non aiuta, visto che una controriforma sta nel programma dei vincitori: ma il potere vero, il potere di fare in campo sanitario e sociale ormai da tempo ce l’hanno le regioni. La Sardegna però è la sola che in questi anni ha avviato e persegue un programma complessivo di cambiamento, mentre le altre regioni, pure quelle da sempre amministrate dal centrosinistra, si sono limitate e si limitano a lasciar fare: sia chi organizza servizi a misura dei pregiudizi tranquillizzanti e degli interessi consolidati, sia chi trova mezzi e consenso per un progetto di trasformazione degli assetti e delle culture.Così, la grande innovazione che suscita interesse in tutto il mondo ha prodotto finora meno di ciò che «la 180» vuole e consente, e anche di ciò che hanno dimostrato possibile quelle Asl che, in tutte le regioni e per le vie più diverse, l’hanno presa sul serio.
Su queste storie opposte e contigue occorrerà tornare per capire cosa è cambiato nella possibilità di vivere la follia, a trent’anni dalla legge di riforma e a quarant’anni dall’uscita del libro - L’istituzione negata (Franco Basaglia, Einaudi, 1968) - che ha rivelato alla società italiana la follia segregata e offesa, la logica del manicomio e le vie per combatterla.
l’Unità 12.5.08
Basaglia, la dignità e il riscatto della follia
di Peppe Dell’Acqua
DOMANI CON L’UNITÀ a trent’anni dalla legge che porta il nome del grande psichiatra, il libro di Nico Pitrelli dedicato all’esperienza che condusse alla chiusura dei manicomi e alla biografia del suo ispiratore. Ne anticipiamo la prefazione
Il punto cruciale era dare finalmente voce alla sofferenza mentale e farla parlare contro i ghetti della psichiatria
Era il giugno 2002, e in un’affollatissima sala della Stazione Marittima di Trieste, stavamo presentando il libro Franco Basaglia di Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio. A un certo punto, dal pubblico si alza un giovane che chiede la parola. Conclude il suo intervento con passione: «Vorrei dire solo questo: quanto, a noi giovani oggi, manca un Basaglia». Questo giovane era Nico Pitrelli, l’autore del libro L’uomo che restituí la parola ai matti, che domani i lettori troveranno in edicola con l’Unità. Mi sono chiesto e molti di noi presenti a quell’incontro l’avranno fatto, che cos’è che fa dire a un giovane, per giunta laureato in fisica: «Ci manca un Basaglia... ».
Ho conosciuto Franco Basaglia che Gorizia era già finita; lavorava da qualche anno a Colorno ed era nell’aria «l’inizio dell’avventura triestina». Era la primavera del 1971. L’occasione fu l’incontro Cus Parma-Cus Napoli. Siamo andati a trovarlo a Colorno, io e alcuni compagni, tutti laureandi in medicina, interni all’Istituto di Malattie Nervose e Mentali e giocatori della squadra di rugby dell’Università. A Napoli, negli anni caldi, avevamo letto L’istituzione negata. Stavamo già ereditando dal sessantotto interrogativi e problemi sulla professione che ci apprestavamo a intraprendere: il rapporto tra la nostra professione e gli apparati del potere e del consenso, il ruolo del medico a essi subalterno.... Era per tutti noi la prima volta che entravamo in un manicomio e non nascondo il senso di disgusto, di nausea, di panico che quel primo impatto mi provocò. Franco Basaglia ci accolse con familiarità, ci mise a nostro agio, ci parlava dandoci del tu. Oggi può sembrare strano, ma in clinica le gerarchie erano rispettate e noi studenti eravamo sempre all’ultimo posto della coda dei camici bianchi che si formava dietro al direttore, il quale mai si rivolgeva a noi direttamente.... Franco Basaglia ci disse che sarebbe andato a lavorare a Trieste e che cercava medici giovani. Avrebbe fatto di tutto per formare un gruppo di giovani psichiatri. Piú semplice - diceva - formare nuovi psichiatri in una pratica nuova, piuttosto che cambiare testa e cultura a psichiatri vecchi e già formati. Il rapporto con noi fu affettuoso, attento, duro.
Appena arrivati a Trieste, nel novembre del 1971 ci inviò subito «al fronte», nei reparti, con le nostre insicurezze, a contatto immediato con i problemi: la responsabilità, la gestione del reparto, l’assemblea, i rapporti con le gerarchie degli infermieri.
Passavamo giornate intere nei padiglioni di San Giovanni. A sera, in riunioni quotidiane difficili e spesso frustranti, affrontavamo i problemi della giornata, i nuovi programmi terapeutici, le storie degli internati che riemergevano. Di fronte all’impasse, ai vicoli ciechi in cui ci cacciavamo, Franco Basaglia riusciva sempre a spostare i termini del problema, a farci guardare da un altro punto di vista, a capovolgere le situazioni. Riuscí a spostare, a capovolgere, anche la nostra vita. Con Basaglia, senza accorgercene, abbiamo trovato la nostra strada, senza separazioni, senza dissociazioni: è la «lunga marcia attraverso le istituzioni» che ci ha indicato con il lavoro quotidiano, instancabile. Accettare la sfida del lavoro istituzionale: trasformare, creare nuovi spazi per agire, determinare momenti di vita e di creatività...
Un giorno di molti anni dopo, chiesi ad Antonio Facchin, infermiere già alla fine degli anni sessanta, che ha vissuto e partecipato al cambiamento, di organizzare una riunione con gli infermieri, gli ispettori, i capisala oggi ultrasettantenni. Vogliamo salvare la memoria del manicomio, dissi. E cosí che insieme ad altri, ho rivisto il vecchio signor Facchin, il padre di Antonio.
Il vecchio Facchin ha cominciato a lavorare a San Giovanni nel 1947. È andato in pensione 25 anni dopo, nel ’72. Proprio mentre cominciava il lavoro di Franco Basaglia. Ha detto con rammarico: «Per 25 anni avevo sempre desiderato parlare con i medici, con i superiori; desideravo parlare dei malati, di quello che mi dicevano. Era vietato. Quando finalmente sono cominciate le riunioni, le assemblee e le porte aperte e perfino Basaglia una volta ha chiesto il mio parere, io sono andato in pensione». Ora, a distanza di tanti anni, un giovane, fisico, che si è avvicinato alla storia del grande cambiamento del manicomio nell’ambito di un Progetto di ricerca tra la SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) e il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, sulla comunicazione della «follia» e della storia delle istituzioni in psichiatria, ritrova il bisogno di raccontarci Basaglia e in lui e con lui, l’importanza del comunicare, dello sforzo di stare nelle cose e di aiutare chi forse fa piú fatica degli altri, a starci. Restituire, come dice il titolo del libro, la parola ai matti. Che sono, prima di tutto, persone, uomini e donne, con il medesimo, taciuto, urlato, disperato, inconfessato bisogno di riconoscersi e di essere riconosciuti come soggetti della propria esistenza, del proprio qui e ora. Stare nelle contraddizioni, anche la contraddizione di essere «diversi», «malati» e nel contempo con gli stessi sentimenti, le medesime pulsioni, i desideri di tutti. Gli «uguali», i «sani». Questa capacità dialettica che tuttora manca ovunque, e senza la quale è difficile, se non impossibile, avere e riprodurre direzione, senso, spessore, umanità. Comunicare questo, a se stessi, al mondo, a chi ci sta curando o dovrebbe farlo, è Basaglia, il suo lascito, il suo insegnamento. Il libro di Nico Pitrelli coglie sicuramente questa attenzione, questa urgenza che Basaglia ha posto nel rompere le barriere comunicative all’interno dell’istituzione manicomiale - il luogo della negazione assoluta della comunicazione. L’altro aspetto che il libro certamente sottolinea è quello della capacità di sviluppare una comunicazione al di fuori del campo cosiddetto psichiatrico.
L’Ospedale psichiatrico cosí come nasce e si costruisce - e Nico lo spiega bene nella parte storica del suo libro - è la frattura di questa comunicazione: le mura dell’ospedale chiudono un discorso e da quel momento in poi si tende sempre piú a far prevalere la ragione sulla follia, e la ragione diventa sempre piú «pulita», eliminando sistematicamente tutte le contraddizioni. Il discorso diventa sempre piú asettico, fino a rimandarci la freddezza, l’igienicità delle macellerie, delle camere mortuarie, dei tavoli di marmo, dove ogni cosa è al suo posto, in «ordine». Questo modo di comunicare intorno alla follia, alle persone che ne soffrono, è ancora oggi impregnato di questa logica, perché tutto viene comunicato a partire dalla negazione della persona. E tutto ciò che ha a che vedere con l’umano viene cancellato, non ha piú senso vedere che cosa le persone mangiano, come si lavano, come vestono, dove vivono, che rapporti hanno. Tutto nasce e viene riportato a una diagnosi. Se si leggono, oggi, i lavori «scientifici» della psichiatria si coglie la scomparsa dei luoghi, delle Istituzioni, delle persone. Della sofferenza, delle urla, dell’opposizione muta e sorda. Degli ambienti miseri, sporchi, vuoti. Delle porte chiuse, delle persone legate, dei corpi violati. Tutto viene restituito in quell’asettico linguaggio dove la singolarità scompare e ogni cosa viene riportata a medie, numeri, definizioni evidenti e indiscutibili.
Quando Basaglia si interroga su che cos’è la psichiatria e tenta di rispondervi, apre in realtà gli armadi, fa venire fuori gli scheletri, e nel momento in cui si denuncia, si svela, ecco che si apre anche il campo della comunicazione. Senza questo svelamento, Basaglia non avrebbe nulla da comunicare se non la piatta riproduzione della psichiatria stessa. Altri sguardi, altre orecchie, altre bocche possono finalmente giocare ora in questo campo comunicativo. L’apertura ai media, agli amministratori, ai politici, ai filosofi, agli artisti, agli architetti, diventa possibile perché finalmente questo terreno conquistato dalla psichiatria e difeso da muri alti e impenetrabili tanto concreti quanto simbolici è un terreno che mostra tutta la sua inconsistenza e tutta la sua violenza...Basaglia fa la prima grande campagna contro il pregiudizio e lo stigma, senza mai dichiararlo.
Da quel momento, e nel libro ciò appare chiaro, il pregiudizio non ha piú niente a che vedere con quello che la gente pensa ma piuttosto con quanto i poteri e la scienza psichiatrica producono e riproducono instancabilmente, in termini di fratture, esclusioni, sottrazioni. Che cosa fa la psichiatria, è la domanda da farsi. In questo senso la chiusura dell’Ospedale psichiatrico assume il significato dell’unico intervento oggi possibile per far fronte allo stigma. Il libro mi sembra utile a partire da due considerazioni. La prima, molto generale e che però mi colpisce continuamente, è che i giovani dell’età di Nico sanno poco e i giovani che io incontro ogni anno al mio corso di psicologia sono desiderosi, sono proprio come terre secche che hanno voglia e bisogno di sapere...
L’impegno che Nico si è preso dicendo «quanto ci manca un Basaglia» lo ha mantenuto in questo libro, cercando di offrire ai giovani, ai suoi coetanei e molti altri, uno strumento piú che necessario. Credo che dicendo che ci manca un Basaglia, Nico voglia dire che ci manca uno sguardo obliquo, trasversale, dinamico, uno sguardo dialettico insomma. Oggi la spinta all’omologazione è irresistibile e nulla veramente mette in discussione un impianto di pensiero dominante; è difficile trovare uno spiraglio, un filo, una posizione dislocata per contrapporsi.
La seconda considerazione è che questo libro mi tranquillizza rispetto al futuro. Ho avuto e ce l’ho tuttora, l’ansia che tutto vada dissipato, che la memoria di questa vicenda, di cui io penso non bisogna perdere nulla, vada invece perduta. Il libro di Nico contribuisce, assieme ad altri che mi auguro continueranno a venire, a costruire mattone su mattone una disponibilità di conoscenza utilissima alle generazioni del presente e a quelle future. Oggi tutti i percorsi di formazione in medicina, in psichiatria, in psicologia, in scienze infermieristiche sono percorsi che di nuovo hanno trovato il loro specialismo, la loro separatezza, la loro assoluta incapacità di rapportarsi a radici, di costruire continuità, coerenza, ponti, campi di tensione, possibilità di opposizione.
l’Unità 12.5.08
Storia della «180». Conquista minacciata da destra
di Stefania Scateni
Trent’anni fa, il 13 maggio 1978, veniva varata la legge 180, conosciuta anche come legge Basaglia perché fu dal pensiero e dal lavoro di Franco Basaglia e dei colleghi che lo sostennero nella battaglia per riportare i matti a essere considerati persone, che tale legge nacque.
L’abolizione dell’istituto manicomiale ne era l’aspetto più evidente. In realtà incarnava (se una legge può farlo) una vera e propria rivoluzione culturale. Che ha cambiato il volto della salute mentale nel nostro paese: vi si considerava la malattia mentale come una «malattia», alla stregua cioè delle altre malattie, e non uno stigma incancellabile, e capovolgeva il modello manicomiale precedente basato sul segregamento, la custodia, il controllo, riconoscendo alle persone sofferenti di disagio mentale una dignità e una cittadinanza fino a quel momento negate.
Fu un progetto ambizioso, che chiuse i manicomi e vietò di costruirne altri e che prevedeva un progetto di rete territoriale diffusa per l’accoglienza e la cura delle malattie mentali. Un progetto pilota: nel 2001, anno dedicato alla salute mentale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ricordato l’esperienza italiana come modello da seguire.
Ma cosa è successo in questi trent’anni? È successo che nella maggior parte del nostro paese sono presenti servizi attivi giorno e notte, centri diurni di riabilitazione e cooperative sociali, ma sono ancora molto forti le resistenze alla piena applicazione della legge (sono ancora tanti i centri di Salute Mentale senza fondi sufficienti, ad esempio) e numerosi i tentativi di modifica della 180 (tutte le proposte di riforma sono state presentate in Parlamento dal centro destra) che vorrebbero chiudere i ponti tra strutture sanitarie e territorio per riesumare gli ospedali psichiatrici sotto forma di cliniche private. Ecco perché continuiamo a parlare della legge di riforma psichiatrica 180/78 e a ricordare Franco Basaglia.
Perciò vi proponiamo di leggere, nella nostra collana «Le chiavi del tempo», (curata da Bruno Gravagnuolo), il libro Editori Riuniti di Nico Pitrelli L’uomo che restituì la parola ai matti (da domani in edicola con l’Unità a 6,90 euro più il prezzo del quotidiano), che ripercorre lavoro e impegno dello psichiatra che sperimentò per primo l’apertura dei manicomi a Trieste e che, con la sua intelligenza, umanità e capacità comunicativa, aprì la strada a una rivoluzione. In questa pagina anticipiamo l’introduzione al libro firmata dal direttore del Distretto di salute mentale di Trieste, Peppe Dell’Acqua, che con Basaglia ha condiviso questa rivoluzione.
Intervista a Giovanni Jervis
I miei conti con Basaglia
Esce "La razionalità negata", un discorso su psichiatria e antipsichiatria che discute la cultura degli anni Settanta
Il libro è costruito in forma di dialogo con lo storico della medicina Gilberto Corbellini
"Il mio Manuale contrapponeva ai miti antipsichiatrici qualche nozione sensata"
"Andai a Gorizia nel ’66 affascinato dalla sua personalità, ma avevamo opinioni diverse"
di Luciana Sica (la Repubblica, 04.09.2008)
Le aggettivazioni sono tutte al negativo: «vaga, poco chiara, generica». E poi, per trent’anni l’abbiamo chiamata legge Basaglia, ma sbagliando. Non perché l’avremmo dovuta indicare più correttamente con il numero "180" - e ai numeri siamo sempre un po’ ostici, si sa. Il punto è un altro: si doveva chiamare con un altro nome! Il vero padre di quella legge - «fatta all’italiana» - non sarebbe Basaglia, ma un medico psichiatra, un parlamentare democristiano: a Bruno Orsini si deve «la formulazione e la promulgazione» della celebre normativa che ha cancellato i manicomi.
«Lo sanno tutti!», si sorprende Giovanni Jervis, in questa intervista. «Tutti quelli che se ne sono occupati, ne sono perfettamente a conoscenza. Orsini ha raccolto le esigenze di cambiamento, certe idee che avevano conquistato un largo consenso nell’opinione pubblica, ma la sintesi è stata sua, e Basaglia non era mica d’accordo, lo ha detto subito, non gli piaceva per niente l’ispirazione generale favorevole alla medicalizzazione, considerava la psichiatria una disciplina sbagliata e oppressiva proprio per un eccesso nell’impostazione medico-biologica - quella che aveva permesso i peggiori abusi. Per dire, Basaglia non avrebbe mai voluto strutture psichiatriche come i reparti negli ospedali: immaginava piuttosto "un network di appartamenti anti-crisi"... Lui e il movimento antipsichiatrico erano violentemente contrari all’interpretazione del problema psichiatrico in termini medici - per loro era piuttosto una questione politica. Al contrario, l’impostazione di Orsini era del tipo: basta con i matti che turbano l’ordine pubblico, questa è gente che ha disturbi, insomma sono malati e come tali vanno trattati...».
"Jervis contro Basaglia"? Messa così, non si coglie il senso del nuovo libro di Giovanni Jervis che si presta poco a una lettura tanto riduttiva, a una semplificazione così sciatta, anacronistica e anche un po’ brutale, restituendo l’immagine di un duello con un’ombra (il grande psichiatra veneziano è morto nell’estate del 1980 a cinquantasei anni, per un tumore al cervello). È un pamphlet - senz’altro discutibile e decisamente destinato a far discutere - che Jervis firma con Gilberto Corbellini, un cinquantenne storico della medicina, e infatti si presenta sotto forma di dialogo: si chiama La razionalità negata - sottotitolo "Psichiatria e antipsichiatria in Italia" (esce giovedì 11 da Bollati Boringhieri, pagg. 174, euro 12).
Corbellini svolge un ruolo d’interlocutore dello studioso settantacinquenne, autore di saggi importanti che spesso hanno come oggetto temi sociali e politici, oggi più coinvolto nel mestiere di analista, dopo aver lasciato molto tempo fa la psichiatria "attiva" e nel 2005 l’insegnamento universitario alla "Sapienza" di Roma. È Corbellini, nelle ultime righe dell’introduzione, che incoraggia «a prendere consapevolezza dei danni, delle sofferenze e dei ritardi che una serie di irragionevoli controversie ideologiche stanno causando da quasi mezzo secolo alla vita civile italiana». Un invito genericamente rivolto a chi si occupa delle innumerevoli varianti del disturbo mentale, ma anche - e forse soprattutto - «a politici e intellettuali». Sia per la questione che si solleva - gli ideologismi che indubbiamente hanno segnato la nostra storia recente - sia per i destinatari della riflessione inevitabilmente rapida, in ballo c’è qualcosa di più di una valutazione più o meno condivisibile della legge Basaglia. L’impressione generale è quella di una presa di distanza nettissima, radicale, inequivocabile da un certo clima politico e culturale in cui si era sempre e comunque "con" o "contro" qualcuno o qualcosa.
Professor Jervis, la sua ripulsa degli anni Settanta è priva di sfumature: sembra viscerale, oltre che razionale... È vero?
«Certo, e per molte buone ragioni: ho maturato un giudizio negativo di quella stagione per quel suo gusto dell’astrattezza, la tendenza al trionfalismo e alla retorica, i settarismi, le contrapposizioni, gli schematismi, ignorando totalmente la realtà fattuale, il rigore dell’analisi, la previsione delle conseguenze di azioni o anche solo di parole... Una stagione incline alla violenza - non solo verbale, come sappiamo - intrisa anche di romanticherie vagamente spiritualiste, di confusi esistenzialismi, d’improbabili sperimentazioni, e molto più spesso di eccessi tutt’altro che innocui... Del resto, sappiamo anche come le follie collettive possano essere terribilmente normali».
La razionalità negata fa vistosamente il verso a L’istituzione negata, il famoso volume collettaneo uscito nel ’68 da Einaudi. Il sottotitolo di quel libro era "Rapporto da un ospedale psichiatrico", e infatti si raccontava la straordinaria esperienza di Gorizia. "A cura di Franco Basaglia" era l’unica dizione che appariva in copertina. Come mai non figurava anche il suo nome?
«Perché era giusto così. Perché Basaglia era il vero artefice di quell’esperienza, era lui il capo dell’équipe. In quegli anni io ero consulente della casa editrice Einaudi e andai a Gorizia nel ’66 - avendo già in mente il progetto di quel libro - affascinato dalla personalità di Basaglia, uomo di grande intelligenza, con uno sguardo sulle cose penetrante, perspicace, spiritoso, spregiudicato in senso buono. Non si può dire che avesse un buon carattere, non era sempre facilissimo andare d’accordo con lui, ma non era mai una persona mediocre. In ogni caso io non l’ho idolatrato e molto presto è venuto fuori che avevamo opinioni diverse - mai però c’è stata una lite tra noi. Del resto, il mio maestro era già stato Ernesto De Martino, l’antropologo della devianza: non mi sono mai considerato un allievo di Basaglia, e di fatto non lo ero».
L’istituzione negata ha un successo enorme e Basaglia diventa di colpo una star. Lei che ha ammirato il modello goriziano "razionale e moderato", nello stile delle comunità terapeutiche britanniche, detesta invece il movimento antipsichiatrico degli anni Settanta che in Italia avrà un indiscusso capo carismatico: Franco Basaglia, appunto. È questo a rendere il vostro rapporto sempre più ambivalente?
«Basaglia era un uomo ambizioso, sanamente ambizioso, e fino a quel momento con una vita professionale un po’ frustrata perché lui avrebbe voluto fare la carriera universitaria e inoltre non amava né Gorizia né i goriziani. Ma lui, uomo di forte carattere, lì aveva fatto una scommessa: voleva trasformare in un’esperienza-pilota quel vecchio ospedale retrivo in un angolo periferico d’Italia - con pochi mezzi, senza l’appoggio delle amministrazioni locali, con un paio di medici che lo spalleggiavano. E quella scommessa, lui l’ha vinta. Dopo, nulla è stato più uguale a prima, di fatto Basaglia è stato un po’ travolto dal successo, dal culto della sua personalità e dalle ubriacature ideologiche di quegli anni».
Certi suoi modi di fare non lo nobilitano: ad esempio, il rapporto piuttosto autoritario con gli infermieri, a volte con gli stessi medici... Ma che senso ha dissacrarne il mito tirando fuori questi aspetti un po’ meschini della personalità?
«Io non li considero meschini, perché Basaglia - per quanto egocentrico - non era mai un uomo volgare. Piuttosto apparteneva a una famiglia abituata a comandare. Le racconterò un aneddoto: un giorno andammo insieme a prendere la sua macchina, nel garage accanto alla stazione di Venezia. Per qualche ragione la sua auto gliel’avevano spostata, in un posto non suo e comunque molto meno prestigioso. Lui si era scocciato, e non poco. "Noi", mi disse in quell’occasione, "certi privilegi sociali, abbiamo il difetto di prenderli un po’ per dovuti"...». Nel ’75, da Feltrinelli, esce il Manuale critico di psichiatria. Piace molto quel suo libro, ma a Basaglia no. Perché?
«Il mio Manuale contrapponeva ai miti antipsichiatrici qualche nozione sensata, neppure troppo originale, spiegava che parole come delirio, allucinazione, psicosi non sono designazioni arbitrarie ma fenomeni tragicamente reali. Per Basaglia, era un’operazione culturale sbagliata: il punto è che non accettava volentieri nessun comprimario, dire che era un accentratore è dire niente. Se uno pubblicava una cosa per conto suo, era automaticamente diffidente».
Il suo Manuale rispecchia in pieno un certo linguaggio degli anni Settanta, è un libro "contro le istituzioni, contro la scienza borghese, contro le gerarchie e l’autorità", in cui neppure manca quella frase-simbolo per eccellenza: "ciò che è personale è politico". Oggi, ne La razionalità negata, lei dice "ammettiamolo, siamo tutti cambiati, anche noi studiosi...". Ammetterebbe di essere cambiato un pochino più di altri?
«Il discorso politico è sempre rimasto al centro dei miei interessi, ma prima del Sessantotto credevo di più nel mondo della politica e dopo, mano a mano, com’è accaduto anche ad altri, sempre meno. Io ero un po’ filocinese, ma non sono mai andato a un’assemblea o a un corteo, non sono mai stato un militante, un organizzatore, un uomo d’apparato... Io ero un intellettuale conficcato nei libri, m’interessava la psicoanalisi seppure con molte riserve, e non disperavo di finire all’università, come poi è accaduto. Sapevo perfettamente che l’esperienza della psichiatria "attiva" sarebbe stata a termine, e lo dissi subito a Basaglia nel ’66: io vedevo il mio futuro come quello di un clinico e di uno studioso... Sì, lo ammetto: ho molto annacquato il vino politico, ma chi non l’ha fatto?».
Lei e Corbellini menate fendenti in più direzioni: sono attaccati, quasi ridicolizzati non solo gli antipsichiatri, ma anche tutti quelli che anche oggi non disdegnano la letteratura e la filosofia per la comprensione della "follia", tenendo magari poco conto delle categorie nosografiche o delle ricerche epidemiologiche. L’intellettuale per il quale lei mostra la più totale idiosincrasia è Michel Foucault: è stato davvero un cattivo maestro?
«Di Ronald Laing, non lo direi mai: lo definirei senz’altro un antipsichiatra, ma anche un poeta, un mistico, un rinnovatore, uno spontaneista, uno che navigava su territori politico-culturali rarefatti. Foucault invece è stato proprio un cattivo maestro: uno che generalizzava molto e analizzava pochissimo, con il grave demerito di aver idealizzato la devianza sociale. È vero che non è stato il solo, ma lui l’ha fatto in modo particolarmente convincente. Non per me, comunque».
Torniamo all’oggi, con l’aiuto dei dati che fornisce Corbellini nelle ultime pagine del libro. Particolarmente sconfortanti sono quelli che confermano in modo inequivocabile l’eccessivo peso del settore privato nella cura dei malati. Nel Sud - si legge - i letti privati sono addirittura il doppio di quelli pubblici. Ma se in questo Paese regna il malaffare, se le Regioni privilegiano le cliniche convenzionate piuttosto che rafforzare le strutture territoriali pubbliche, Franco Basaglia cosa c’entra?
«Assolutamente niente. Se oggi la psichiatria continua a zoppicare, se l’assistenza ai malati è ancora quella che è, i motivi vanno fatti risalire alle derive della politica e della cultura, ai fallimenti delle Regioni, alla vulgata di certe idee antipsichiatriche. Non a Franco Basaglia, che ne è del tutto innocente... Questa è l’Italia».