Poesia e Verità. In principio era il Logos....

DANTE E’ UNA SUPREMA ENTELECHIA. PAROLA DI GOETHE, AD ECKERMANN. Un’ipotesi di rilettura delle "Conversazioni" di Rosita Copioli - a cura di Federico La Sala

sabato 6 settembre 2008.
 
[...] Eckermann non è un registratore dei lati umani, ma di quelli sovrumani e daimonici. Vuole darci il senso di quella entelechia che era Goethe, così co­me l’aveva appresa da lui. In Aristo­tele indica la possibilità di perfezio­ne ultima insita nella natura, e in Leibniz è la monade. Per Goethe è la eigentliche Originalnatur, l’essenza della natura originaria di cui ogni altra manifestazione successiva sarà solo copia. Va riconosciuta e svilup­pata, ed è ciò che si salva dalla mor­te. L’entelechia ha modi e gradi di­versi di immortalità: «Ma per poter­ci manifestare in futuro come una grande entelechia, bisogna che lo siamo stati». Goethe la proietta in Faust, in Natalie e in Makarie dei Wilhelm Meister. L’entelechia ha il suo culmine nella rivelazione del di­vino nell’uomo, operata da Dio. Cri­sto ne è il mistero supremo [...]

Goethe, sfida perpetua alla morte

Non è una serie di appunti diaristici, ma un’opera costruita lentamente nel tempo, per restituire la persona dello scrittore nella sua dimensione reale di genio: è lo sguardo di Eckermann verso l’autore del «Faust», di cui raccolse l’eredità negli ultimi anni

DI ROSITA COPIOLI (Avvenire, 06.09.2008)

Figlio di contadini, poverissimo, Johann Peter Ecker­mann giunse a piedi da Goethe nel giugno 1823, per­correndo la strada polverosa che univa la Sassonia e la Turingia, da Hannover a Weimar. Goethe capì subito quale infinita passione l’aveva portato fino a lui: l’intelligenza non suprema, ma attenta e prensile: il carattere fedele. Lo legò a sé, gli impedì altre distrazioni.

Eckermann diventò la carta assorbente, il depositario degli ultimi anni, al quale, insieme a Riemer, Goethe affidò la cura dei libri e degli scritti inediti. Grazie alle sue Con­versazioni (che escono ora a cura di Enrico Ganni, trad. Ada Vigliani, prefazione Hans-Ulrich Treichel) conosciamo tutti i pensieri che Goethe non scrisse, sulla letteratura del passato e del presente, sulla po­­litica, la storia, gli studi di scienze naturali e le polemiche; ci immer­giamo nella stesura del Faust II, concluso nell’agosto 1831, contem­poraneamente agli Anni di viaggio di Wilhelm Meister: il romanzo più aperto e ’futuro’ di Goethe, che Kierkegaard elesse a modello per Aut aut e gli Stadi sul cammino del­la vita, poiché lo considerava «tutto il mondo contenuto in uno spec­chio».

Di tanti che furono vicini a Goethe, annotando qualche ricordo spesso senza capirlo, o di coloro che tra­scrissero le sue parole, come Soret (delle cui memorie si avvalse Ecker­mann) e soprattutto come il cancel­liere von Müller, nessuno ci restitui­sce Goethe come l’umile Ecker­mann che nel mondo sfavillante di principi e dame, scrittori e artisti e archeologi e scienziati che visitava­no la casa neoclassica del Frauen­plan si trovava a suo agio solo quan­do poteva restare a tu per tu con il proprio nume, riceverne le parole, riposare gli occhi nei suoi, bere la coppa di vino che la sua mano gli offriva al di là del tavolo.

Ecker­mann rinunciò a vivere per sé fin­ché visse Goethe, e anche dopo la sua morte continuò a o­perare nel suo immenso riflesso, cercando nei sogni il conforto del genio che doveva continuare a vivere, anche attraverso di lui.

Dobbiamo ricorrere a von Müller, se vo­gliamo sapere come parlava Goethe: le intolleranze, gli scatti d’umore, le bizzarrie, l’acidità, le rigidità, il lato Mefi­stofele, e anche la sofferenza per la lunga solitudine amoro­sa, che Müller compatì.

Ma soltanto Eckermann, che non fu affatto «il pappagallo di Goethe», come disse Heine, ci ri­vela un’infinità di segreti preziosissimi, e il suo libro, più complesso di quanto immaginiamo, è indispensabile per ogni studioso. Non è una serie di appunti diaristici, ma un’opera costruita lentamente nel tempo, scavando in profondità nella memoria, per restituire la persona di Goethe nella sua dimensione reale di genio.

Lo sguardo è senz’altro amoroso, volto alla rappresentazione totale dello scrittore che si trasfigura nell’opera. Ma non ingenuo. A ben guardare, il sale amaro di Goethe resta: il conservatori­smo reazionario; la coscienza che la sacrosanta liberazione degli schiavi promossa dall’Inghilterra ha solo motivi eco­nomici; lo sconforto e lo scherno per gli uomini in generale e per i propri avversari, che passa in Jarno nei due Wilhelm Meister.

Eckermann non è un registratore dei lati umani, ma di quelli sovrumani e daimonici. Vuole darci il senso di quella entelechia che era Goethe, così co­me l’aveva appresa da lui. In Aristo­tele indica la possibilità di perfezio­ne ultima insita nella natura, e in Leibniz è la monade. Per Goethe è la eigentliche Originalnatur, l’essenza della natura originaria di cui ogni altra manifestazione successiva sarà solo copia. Va riconosciuta e svilup­pata, ed è ciò che si salva dalla mor­te. L’entelechia ha modi e gradi di­versi di immortalità: «Ma per poter­ci manifestare in futuro come una grande entelechia, bisogna che lo siamo stati». Goethe la proietta in Faust, in Natalie e in Makarie dei Wilhelm Meister. L’entelechia ha il suo culmine nella rivelazione del di­vino nell’uomo, operata da Dio. Cri­sto ne è il mistero supremo.

Se usiamo questa chiave di lettura (che ho semplificato), il libro di Eckermann spiega molte afferma­zioni che ci appaiono stravaganti. Byron, ammirato perfino più di Tas­so, è «empirico», ossia al livello del mondo mentre Shakespeare è supe­riore perché «al di sopra del mon­do »: è il modello di Euforione, il fi­glio di Elena e Faust la cui luce si e­spande e si consuma in un attimo. Manzoni è un gran talento lirico, ma è schiavo della storia. Dante non è un talento, bensì una «natu­ra »: ossia una suprema entelechia.

Dovunque, Goethe cerca di indivi­duare e configurare quell’essenza, anche se è un dono inspiegabile: in Raffaello «pensiero e azione sono ugualmente perfetti»; «La viva consapevolezza delle situazioni e la capacità di espri­merle: ecco ciò che rende poeti». Quanto ai troppi poeti di talento medio non bisogna incoraggiarli: «non bisogna fa­vorire il superfluo, quando ci sono tante cose necessarie da fare [...] perché si può essere di giovamento al mondo sol­tanto con ciò che è eccezionale».

-  Johann Peter Eckermann
-  CONVERSAZIONI CON GOETHE NEGLI ULTIMI ANNI DELLA SUA VITA
-  Einaudi. Pagine 708. Euro 85,00
-  classici


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