ARTAUD, "IL TEATRO E IL SUO DOPPIO": "LA STORIA VERA DI GESU’ CRISTO" ("L’historire vraie de Jésus-christ": Antonin Marie Joseph Artaud, 1947).

QUALE LA VERA STORIA DI ANTONIN ARTAUD? Il caso non è chiuso. Una nota di Alessandro Zaccuri - a c. di Federico La Sala

L’inquietudine suscitata dalla figura e dall’opera di Artaud possono assumere forme diverse, non esclusa quella della sollecitudine filologica che, nel nostro Paese, è testimoniata da Pasquale Di Palmo, curatore di molti testi artaudiani
martedì 10 gennaio 2012.
 

[...] Ora con Lei delira, signor Artaud (Stampa Alternativa, pagine 336, euro 15,00) Di Palmo prosegue il suo lavoro di risistemazione di un pensiero ostinatamente non sistematico, ma rivelatosi spesso profetico nell’intuizione di innovativi percorsi artistici. Valga, su tutti, il caso degli scritti raccolti già nel 1938 in Il teatro e il suo doppio, la cui rivendicazione della natura non rassicurante e al contrario sacrale dell’esperienza scenica si rivelerà decisiva nella poetica di Eugenio Barba, di Jerzy Grotowski, del Living Theatre.

In Lei delira, signor Artaud la riflessione suggerita da Di Palmo assume la forma di un «sillabario» (anzi, «un sillabario della crudeltà», in omaggio alla più ricorrente e complessa tra le parole-chiave adottate dallo scrittore): ventuno voci, da «Alchimia» a «Z (Viaggio a)», titolo di uno dei diversi testi perduti di cui è costellata l’accidentata bibliografia artaudiana [...]


RISCOPERTE

Non è chiuso il caso Artaud *

Bisogna partire dalla fine, nonostante tutto. Dalla furia, dalle invettive, dall’ossessione iconoclasta e addirittura blasfema che caratterizza gli ultimi anni della vita di Antonin Artaud. Attore, poeta, aspirante mago, teorico di una «crudeltà» intesa come adesione incondizionata al reale oltre che esibizione scandalosa di brutture e patimenti.

Ossessionato prima da un cristianesimo tutto esoterico e cerebrale, poi negatore allucinato del Cristo stesso, in cui pure aveva preteso di immedesimarsi. «Suicidato della società», infine, secondo la celebre formula che lui stesso aveva coniato per descrivere la vicenda terrena di Vincent van Gogh, perché «ci vuole un esercito di esseri malvagi per decidere il corpo al gesto contro natura di privarsi della propria vita». Il suo, di corpo, cedette il 4 marzo del 1948, dopo gli anni orribili di sofferenze negli ospedali psichiatrici, dove l’incontro con un medico illuminato come Gaston Ferdière, pioniere dell’«arteterapia», non gli risparmia la devastazione dell’elettroshock, di cui il medesimo Ferdière è fautore convinto.

Al momento della morte Artaud non ha ancora 52 anni, ma il volto è quello di un vecchio. Sdentato, irriconoscibile rispetto alla maschera austera del monaco Massieu, il personaggio da lui interpretato nella Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer. Un ruolo che, insieme a quello di Marat nel Napoléon di Abel Gance, rappresenta forse il suo contributo più importante all’arte cinematografica che, come suo solito, aveva inzialmente esaltato, salvo decretarne in seguito la morte prematura per l’avvento del sonoro.

Eppure, nonostante tutto, con Artaud occorre fare i conti. Non si spiegherebbe, altrimenti, la frequenza con cui il nome di questo autore inclassificabile e irrequieto torna negli interventi del cardinale Gianfranco Ravasi, in un dialogo a distanza non privo di “distinguo”, ma non per questo meno significativo.

L’inquietudine suscitata dalla figura e dall’opera di Artaud possono assumere forme diverse, non esclusa quella della sollecitudine filologica che, nel nostro Paese, è testimoniata da Pasquale Di Palmo, curatore di molti testi artaudiani (i versi di Poeta nero per la pistoiese Via del Vento, per esempio, e la speculare Rivolta contro la poesia per L’Obliquo di Brescia), ma anche autore dello splendido Album Artaud edito a Rovigo nel 2010 dal Ponte del Sale.

Ora con Lei delira, signor Artaud (Stampa Alternativa, pagine 336, euro 15,00) Di Palmo prosegue il suo lavoro di risistemazione di un pensiero ostinatamente non sistematico, ma rivelatosi spesso profetico nell’intuizione di innovativi percorsi artistici. Valga, su tutti, il caso degli scritti raccolti già nel 1938 in Il teatro e il suo doppio, la cui rivendicazione della natura non rassicurante e al contrario sacrale dell’esperienza scenica si rivelerà decisiva nella poetica di Eugenio Barba, di Jerzy Grotowski, del Living Theatre.

In Lei delira, signor Artaud la riflessione suggerita da Di Palmo assume la forma di un «sillabario» (anzi, «un sillabario della crudeltà», in omaggio alla più ricorrente e complessa tra le parole-chiave adottate dallo scrittore): ventuno voci, da «Alchimia» a «Z (Viaggio a)», titolo di uno dei diversi testi perduti di cui è costellata l’accidentata bibliografia artaudiana.

Questa dello smarrimento accidentale che si tramuta in perdita irrimediabile, del resto, è una circostanza ricorrente nella leggenda che, volente o nolente, Artaud ha allestito su di sé. Ne sono conferma gli oggetti-feticcio variamente legati ai due viaggi che segnano in modo decisivo la parabola della sua vita. All’inizio del 1936, deluso dall’esito fallimentare della messa in scena dei Cenci (un dramma ispirato a Shelley e Stendhal di cui era autore, regista e inteprete), Artaud approda a Cuba, dove riceve in dono da un sacerdote voodoo un misterioso spadino al quale assegna immediatamente virtù prodigiose.

È l’arma simbolica che lo accompagna nell’esplorazione del Messico, poi rievocata nelle pagine di Al paese dei Tarahumara. Dopo che lo spadino è andato perso, Artaud si affida a un altro oggetto miracoloso, un bastone che per lui sarebbe il baculum Jesu appartenuto a san Patrizio. È per riconsegnare la presunta reliquia alle genti d’Irlanda che Artaud nel 1937 si imbarca alla volta di Dublino. Qui si consuma per lui una catastrofe del tutto analoga a quella che aveva travolto Nietsche a Torino nel gennaio del 1899. Artaud viene arrestato per vagabondaggio, rimpatriato per via giudiziaria, sbarcato as Le Havre in camicia di forza.

Il resto è, appunto, il calvario dei manicomi, al quale cerca di sottrarsi praticando bizzare forme di scongiuro (una foto lo ritrae con braccio piegato dietro la schiena in modo da portare la punta di una matita a contatto della colonna vertebrale) e ricorrendo sempre più spesso a una scrittura frammentata e visionaria, dominata da una pressoché inclassificabile glossolalia. E anche qui c’è un libro perduto, come perduti sono lo spadino mistico e nel frattempo anche il bastone di san Patrizio. L’opera perfetta si sarebbe intitolata Letura d’Ephrai Falli Tetar Fendi Photia o Fotre Indi e, a detta di Artaud, sarebbe stata comprensibile perfino per un analfabeta.

L’ennesimo delirio. l’ennesima vanteria di un pazzo? Se così fosse, non si spiegherebbe l’interesse che questo poeta che disprezzava la poesia, e questo teatrante che non tollerava il teatro, continua a suscitare. Il punto è che, infatti, Artaud fu un irriducibile metafisico condannato a vivere in un mondo in cui la metafisica, al contrario, era ormai negata per principio. Un abisso separa l’ateismo disperato della sua ultima fase (Per farla finita col giudizio di Dio è il motto sotto cui si pone la conversazione del 1948 che la radio francese si rifiutò di mandare in onda) dall’allegro ateismo pratico della società che lo circondava e che per molti aspetti preannunciava lo scenario nostro contemporaneo, per il quale Dio stesso, in definitiva, ha cessato di essere un problema.

Spregiatore del bello stile e ammiratore, per converso, dell’arte «di chi patisce la fame, dei malati, dei paria, degli avvelenati», Artaud è lì a ricordarci che l’uomo è più dei suoi appetiti, è altro rispetto alla soddisfazione della carne. Lui, il povero peccatore che, davanti agli entusiasmi pansessuali dei surrealisti, si esibiva in un incongruo elogio della castità, rimane un caso non ancora chiuso, una parte della cultura europea - e forse anche di noi stessi - che ancora non abbiamo finito di decifrare.

Alessandro Zaccuri

* Avvenire, 07.01.2012


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