SPECULAZIONE FINANZIARIA E SPECULAZIONE CRITICA. Anatomia del capitalismo: dai mercati finanziari all’oligarchia ....

IL RICATTO DEL DEBITO E LA SPECULAZIONE. La finanza ha le sue facce: irresponsabili diventati «saggi». Un’analisi di Jeoffrey Geuens (da "Le Monde Diplomatique" - trad. di José F. Padova)

(...) la finanza regna in modo assoluto sul globo (...) bisognerebbe sapere di che cosa e di chi si parla, perché l’immagine incorporea dei «mercati» ha l’effetto di lasciare nell’ombra i beneficiari della crisi e delle misure di austerità in corso (...).
venerdì 11 maggio 2012.
 


Speculazione, ricatto al debito

Spesso i socialisti europei denunciano con virulenza la finanza, che regna in modo assoluto sul globo e che converrebbe regolamentare in modo migliore. Inoltre bisognerebbe sapere di che cosa e di chi si parla, perché l’immagine incorporea dei «mercati» ha l’effetto di lasciare nell’ombra i beneficiari della crisi e delle misure di austerità in corso.

Jeoffrey Geuens, professore incaricato presso l’Università di Liegi, autore di La Finance imaginaire. Anatomie du capitalisme : des «marchés financiers» à l’oligarchie, Aden, Bruxelles, 2011
-  (traduzione dal francese di José F. Padova)

di Jeoffrey Geuens Le Monde Diplomatique, maggio 2012, pagg. 1, 4-5

Passato dalla banca pubblica alla finanza privata, e da François Mitterrand a François Bayrou, Jean Peyrelevade spiegava nel 2005: «Il capitalismo non è più percepibile direttamente. (...) Rompere con il capitalismo è rompere con chi? Mettere fine alla dittatura del mercato, fluida, mondiale e anonima, è prendersela con quali istituzioni?» E questo ex direttore aggiunto del gabinetto del primo Ministro Pierre Mauroy conclude: «Marx è impotente in mancanza di un nemico identificato (1)».

Deve veramente meravigliare che un rappresentante dell’alta finanza - presidente di Banca Leonardo France (famiglie Albert Frère, Agnelli e David-Weill) e amministratore del gruppo Bouygues - neghi l’esistenza di un’oligarchia? Ancora più strano è il fatto che i media dominanti si palleggino l’un l’altro questa immagine incorporea e spoliticizzata delle potenze finanziarie. I servizi giornalistici sulla nomina di Mario Monti al posto di presidente del Consiglio italiano potrebbero, a questo riguardo, costituire molto bene l’esempio perfetto di un discorso-schermatura che evoca «tecnocrati» ed «esperti» là dove viene costituito un governo di banchieri. Si è potuto perfino leggere sul sito Web di alcuni quotidiani che «personalità della società civile» avevano appena preso il comando (2).

Poiché l’équipe di Monti conta nei suoi ranghi anche professori universitari, da parte dei commentatori si stabiliva in anticipo la scientificità della sua politica. Solo che, osservando più da vicino, la maggior parte dei ministri facevano parte dei consigli d’amministrazione dei principali trust della Penisola.

Corrado Passera, ministro dello Sviluppo economico, è presidente-direttore generale della banca Intesa Sanpaolo; Elsa Fornero, ministro del Lavoro e professore d’economia all’Università di Torino, è alla vicepresidenza d’Intesa Sanpaolo; Francesco Profumo, ministro dell’Educazione e della ricerca, rettore del Politecnico di Torino, è amministratore di UniCredit Private Bank e di Telecom Italia - controllata da Intesa Sanpaolo, Generali, Mediobanca e Telefónica - dopo essere passato in Pirelli; Piero Gnudi, ministro del Turismo e dello sport, è amministratore di UniCredit Group; Piero Giarda, incaricato delle Relazioni con il Parlamento, professore di finanza pubblica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è vicepresidente del Banco Popolare e amministratore di Pirelli. Quanto a Monti, è stato consulente di Coca-Cola e di Goldman Sachs e amministratore di Fiat e Generali.

Porosità fra due mondi

Se i dirigenti socialisti europei non hanno ormai più parole abbastanza dure per denunciare l’onnipotenza dei «mercati finanziari», la riconversione degli ex tenori del social-liberismo avviene senza che i loro antichi compagni manifestino troppo rumorosamente la loro indignazione. Già primo ministro dei Paesi Bassi, Wim Kok è entrato nei consigli d’amministrazione dei trust olandesi Internationale Nederlanden Groep (ING), Shell e KLM. Il suo omologo tedesco, l’ex cancelliere Gerhard Schröder, si è anch’egli riqualificato nel privato, come presidente della società Nord Stream AG (joint-venture Gazprom - E.ON - BASF - GDF Suez- Gasunie), amministratore del gruppo petroliero TNK-BP e consulente per l’Europa di Rothschild Investment Bank. Questa traiettoria, a prima vista sinuosa, non ha in realtà nulla di singolare. Molti ex membri del suo governo, appartenenti al Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), hanno anch’essi barattato l’abito di Uomo di Stato per quello di Uomo d’Affari: l’ex ministro dell’Interno Otto Schily è attualmente consulente del trust finanziario Invest-Corp (Bahrein), dove ritrova l’ex Cancelliere austriaco, conservatore; Wolfgang Schüssel, il vicepresidente della Convenzione Europea Giuliano Amato o ancora Kofi Annan, ex Segretario generale delle Nazioni Unite (ONU). L’ex ministro tedesco dell’Economia e del lavoro, Wolfgang Clement, è partner della società River-Rock Capital e amministratore di Citi-Group Germania, Caio Koch-Weser, segretario di Stato alle Finanze dal ’99 al 2005, è vicepresidente di Deutsche Bank. Infine, il ministro delle Finanze del primo governo di Angela Merkel, Peer Steinbrück, SPD, è amministratore di Thyssen-Krupp. Quanto ai «degni eredi» della signora Margaret Thatcher ed ex dirigenti del Partito Laburista, hanno fatto a loro volta atto di sottomissione all’alta finanza: l’ex ministro degli Affari esteri David Miliband fa il consulente delle società Vantage-Point Capital Partners (Etats-Unis) e Indus Basin Holdings (Pakistan); l’ex Commissario europeo al commercio, Peter Mandelson, lavora per la banca d’affari Lazard; lo stesso Anthony Blair accumula i posti di consulente della società svizzera Zurich Financial Services e di gestore del Fondo d’investimenti Lands‑downe Partners con quello di presidente del Comitato consultivo internazionale di JPMorgan Chase, al fianco di Kofi Annan e di Henry Kissinger.

Questa enumerazione, che ci spiace dover infliggere ai lettori, si rivela nondimeno indispensabile quando i media omettono tenacemente di esporre gli interessi privati delle personalità pubbliche. Oltre alla porosità fra due mondi che di buon grado descrivono sé stessi come distinti fra loro - se non addirittura opposti -, l’identificazione dei loro agenti doppi è necessaria per una buona comprensione del funzionamento dei mercati finanziari.

Così, e al contrario di un’idea in gran voga, la finanza ha una faccia, o piuttosto molte (4). Non già quella del pensionato della Florida o del piccolo azionista europeo, compiacentemente dipinti dalla stampa, ma piuttosto quelle di una oligarchia di proprietari e di gestori di ricchezze. Peyrelevade ricordava nel 2005 che lo 0,2 % della popolazione mondiale controllava la metà della capitalizzazione in Borsa del Pianeta (5). Quei portafogli sono gestiti da banche (Goldman Sachs, Santander, BNP Paribas, Société générale, etc.), da società d’assicurazioni (American International Group [AIG], Axa, Scor, etc.), da fondi di pensioni o d’investimenti (Berkshire Hathaway, Blue Ridge Capital, Soros Fund Management, etc.); tutti istituti che investono ugualmente capitali propri.

Questa minoranza specula sul corso delle azioni, dei debiti sovrani o delle materie prime grazie a una gamma pressoché illimitata di prodotti derivati, che rivelano l’inesauribile inventiva degli ingegneri finanziari. Lungi dal rappresentare l’esito «naturale» dell’evoluzione di economie mature, i «mercati» costituiscono la punta di diamante di un progetto che gli economisti Gérard Duménil et Dominique Lévy definiscono «concepito in modo d’accrescere i redditi delle classi superiori (6)». Un successo innegabile: il mondo conta ormai circa 63.000 «centomilionari» (che detengono al minimo 100 milioni di dollari), i quali rappresentano una ricchezza combinata di circa 40.000 miliardi di dollari (ovvero un anno del PIL mondiale).

Irresponsabili diventati «saggi»

Questa personificazione dei mercati può rivelarsi imbarazzante, tanto che talvolta è più comodo sfidare i mulini a vento. «In questa battaglia che si inizia vi dirò qual è il mio vero avversario», aveva tuonato il candidato socialista all’elezione presidenziale francese, François Hollande, in occasione del suo discorso del Bourget (Seine-Saint-Denis), il 22 gennaio scorso. «Non ha nome, non ha volto, non ha partito, non presenterà mai la sua candidatura, quindi non sarà mai eletto. Questo avversario è il mondo della finanza». Attaccare i reali protagonisti dell’alta banca e della grande industria avrebbe ben potuto portarlo a fare il nome dei dirigenti dei fondi d’investimento, che decidono, pienamente consapevoli, di lanciare attacchi speculativi sui debiti dei Paesi dell’Europa meridionale. O ancora, a mettere in discussione i doppi ruoli di alcuni suoi consiglieri, senza dimenticare quelli dei suoi (ex) colleghi socialisti europei passati da una multinazionale all’altra.

Scegliendo come direttore della sua campagna elettorale Pierre Moscovici, vicepresidente del Circolo dell’industria, una lobby che riunisce i dirigenti dei principali gruppi industriali francesi, il candidato socialista segnalava ai «mercati finanziari» che alternanza socialista non faceva decisamente più rima con «serata di gala». Ma Moscovici non ha forse ritenuto che non bisognava «avere paura del rigore», affermando che in caso di vittoria i deficit pubblici sarebbero stati «ridotti, a partire dal 2013, a meno del 3 %, costi quel che costi», ciò che implicherebbe «prendere i provvedimenti necessari (7)?».

Figura [retorica] imposta dalla comunicazione politica, la denuncia dei «mercati finanziari», tanto virulenta quanto inoffensiva, è rimasta finora lettera morta. Come Barack Obama, che accordò la grazia presidenziale ai responsabili americani della crisi, i dirigenti del Vecchio Continente ci avrebbero messo ben poco tempo per perdonare gli eccessi degli speculatori «avidi» che pure mettevano alla gogna. Non rimaneva allora nient’altro da fare se non ridorare il blasone ingiustamente imbrattato dei degni rappresentanti dell’oligarchia. Come? Nominandoli alla testa di commissioni incaricate di elaborare nuove regole di condotta! Da Paul Volcker (JPMorgan Chase) a Mario Draghi (Goldman Sachs), passando per Jacques de Larosière (AIG, BNP Paribas), lord Adair Turner (Standard Chartered Bank, Merrill Lynch Europe) o ancora il barone Alexandre Lamfalussy (CNP Assurances, Fortis), tutti i coordinatori incaricati di portare una risposta alla crisi finanziaria mantenevano stretti legami con i più importanti operatori privati del settore. Gli «irresponsabili» di ieri, come toccati dalla grazia, si metamorfizzavano in «saggi» dell’economia, incoraggiati da media e intellettuali che, poco tempo prima, non avevano parole abbastanza dure per denunciare il sussiego e la cecità dei banchieri.

Infine, non vi è più alcun dubbio che speculatori abbiano potuto trarre profitto dalle crisi che si sono date il cambio questi ultimi anni. Per questo l’opportunismo e il cinismo di cui danno prova i predatori in questione non deve fare dimenticare che essi hanno goduto, per realizzare i loro obiettivi, di connivenze ai più alti livelli dello Stato. John Paulson, dopo aver guadagnato più di 2 miliardi di dollari nella crisi dei subprime, della quale è il principale beneficiario, non ha forse ingaggiato l’ex patron della Riserva Federale, Alan Greenspan, già consigliere di Pacific Investment Management Company (Pimco, controllata da Allianz), uno dei principali creditori privati dello Stato americano? E che dire dei principali gestori internazionali di hedge funds: l’ex presidente del National Economic Council (sotto Obama) ed ex Segretario al tesoro di William Clinton, Lawrence Summers, è stato direttore esecutivo della società D. E. Shaw (32 miliardi di dollari all’attivo); il fondatore del gruppo Citadel Investment; Kenneth Griffin, originario di Chicago, ha finanziato la campagna elettorale dell’attuale Presidente degli Stati Uniti; quanto a George Soros, si è comprato le prestazioni del laburista lord Mark Malloch-Brown, ex amministratore del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo...

La finanza ha le sue facce: da lungo tempo le si incrocia sui viali del potere.

(1) Jean Peyrelevade, Le Capitalisme total, Seuil - La République des idées, Paris, 2005, p. 37 et 91.

(2) Anne Le Nir, «En Italie, Mario Monti réunit un gouvernement d’experts», 16 novembre 2011, www.la-croix.com; Guillaume Delacroix, «Le gouvernement Monti prêt à prendre les rênes de l’Italie», www.lesechos.fr, 16 novembre 2011.

(3) Keith Dixon, Un digne héritier. Blair et le thatchérisme, Raisons d’agir, Paris, 2000.

(4) Lire «Où se cachent les pouvoirs», Manière de voir, n° 122, avril-mai 2012 (en kiosques).

(5) Jean Peyrelevade, Le Capitalisme total, op. cit.: 1 % des Français possèdent 50 % des actions.

(6) Gérard Duménil et Dominique Lévy, The Crisis of Neoliberalism, Harvard University Press, Cambridge (Massachussets), 2011.

(7) «Pierre Moscovici: "Ne pas avoir peur de la rigueur"», 8 novembre 2011, www.lexpress.fr


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