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LUCANIA, OGGI: MEMORIA (E PROFEZIA) DI CARLO LEVI, DI "UN TORINESE DEL SUD", SEPOLTO AD ALIANO. Una ’vecchia’ nota di Francesco Erbani - a c. di Federico La Sala

Carlo Levi costruisce sull’ esperienza ad Aliano non solo un’ imponente mitografia contadina, ma anche le battaglie contro il blocco agrario, per la riforma, e perché il Mezzogiorno abbia una nuova classe dirigente.«Se abbiamo narrato di quel mondo immobile», ripeteva, « era perche’ si muovesse».
sabato 20 dicembre 2014.
 


-  CARLO LEVI
-  pittore e medico, scrittore e politico
-  Le mille vite di un italiano

-  di Francesco Erbani *

La lettera risale ai primi mesi del 1936. Carlo Levi sta scontando ad Aliano, in Basilicata, gli ultimi scampoli del confino in cui lo ha costretto il fascismo. E’ Paola Olivetti che gli scrive. «Io odio quel paese, quelle argille, quegli esseri primitivi e rituali, quei suoni di cupocupo, tutta quella vita rassegnata e vera». Carlo e Paola si amano da tempo. Hanno lo stesso cognome, ma non sono parenti. Paola è la figlia di Giuseppe Levi, celebre anatomopatologo torinese, e sorella di Natalia, moglie di Leone Ginzburg. Il loro è un legame segreto: Paola è la moglie di Adriano Olivetti e dall’ industriale di Ivrea ha avuto due figli. Sul finire degli anni Trenta dal loro rapporto nascerà una bambina, Anna. E’ un legame segreto, sofferto, ma schietto. «Sarei già morta», scrive ancora a Carlo, «se fossi rimasta come te sepolta da tanti mesi in un gruppo di case lontane dal mondo, fra le donne velate, le capre e le streghe e gli angeli». Quel mondo la sgomenta. E teme che il suo uomo ne resti soggiogato: «Non affondare troppo i tuoi occhi in quelli neri e senza fondo di quella gente alianese».

Paola Olivetti coglie il mutamento d’ orizzonti che il confino lucano sta producendo nel medico e pittore torinese. «Parlami d’ amore, non parlarmi di Aliano», lamenta Paola. Levi, sotto gli occhi della sua donna, vive il confino esattamente come un luogo di discrimine fra l’ ambiente in cui si è formato (la Torino di Gobetti, del pensiero razionale e liberalsocialista) e questo mondo primitivo, dove convivono l’ istinto e la poesia, e da dove Carlo vorrebbe ripartisse, sconfitto il fascismo, il movimento rivoluzionario che deve cambiare l’ Italia di sempre, trasformando con il ricorso alle origini una civiltà corrotta, disumanizzata e che sta infilando la testa nella catastrofe della guerra.

Su quelle lettere, insieme a tanti altri materiali, editi e inediti, è costruita la pregevole biografia di Carlo Levi scritta da Gigliola De Donato e Sergio D’ Amaro (Un torinese del Sud: Carlo Levi, Baldini & Castoldi, pagg. 382, lire 32.000. Sarà il 6 marzo in libreria). Il libro ricompone i tanti pezzi della vicenda intellettuale e umana di Levi e leggendolo si percepiscono i tratti di una personalità fra le più multiformi del nostro Novecento.

In Levi si stratificano diversi linguaggi. Convivono quello positivisticoscientifico degli studi universitari e quello antropologicoculturale, che lo spinge a rincorrere i contadini di Aliano per meglio capire quale potere abbiano i "munachicchi", misteriosi soggetti delle tenebre, ma anche a proporre un piano di bonifica antimalarica nel territorio di Aliano diverso da quelli in voga.

Su molti strati si dispone anche Il Cristo, che è un libro di viaggio, il reportage da un luogo immobile e senza quella dimensione del tempo cui è abituata la civiltà (persino la civiltà del decennio fra la metà degli anni Trenta e la metà dei Quaranta). Ma è anche documento, inchiesta e saggio. Ed è letteratura, la cui forza espressiva risiede nella misura prevalentemente poetica con cui Levi osserva il borgo lucano, una misura nient’affatto sfibrata o evanescente e invece capace di offrire una conoscenza dei luoghi al pari dei grandi classici della letteratura meridionalista.

Pittore e medico, poeta e politico, italiano del Nord e italiano del Sud, Levi è accompagnato in questa biografia nei luoghi dell’ infanzia, nel villino di via Bezzecca a Torino, che sarà l’ arca dove si ritroverà sempre una famiglia della borghesia ebraica, dispersa dagli eventi tragici delle persecuzioni e della guerra. Seguono le stazioni più celebrate dell’ antifascismo torinese: il liceo Alfieri, ad esempio, dove Levi intensifica l’ amicizia con Natalino Sapegno, suo compagno fin dalle elementari, che lo guida nei rifugi alpini, oltre i tremila metri. Sono gli anni delle prime esperienze pittoriche (nel ’ 20 conoscerà Felice Casorati), del legame con i coetanei del liceo D’ Azeglio e del Gioberti, fra i quali spicca Piero Gobetti, più anziano di un anno.

La lettura del primo numero di Energie nove, rivista gobettiana, accende una luce abbagliante: «Mi pareva di trovarci, espresso in parole esplicite, rilevato, diventato comunicabile e chiaro, tutto il vago ineffabile che era in me, tutta l’ energia indeterminata e così nuova che non sapeva neanche di esistere, tutta la potenza diffusa e inconsapevole». Gobetti, agli occhi di Carlo, vuole «organizzare il mondo attorno alla libertà». Invoca la formazione di una nuova élite composta da "eretici", da "disperati lucidi", da "vinti che non avranno mai torto". Carlo ha qualche riserva, ma è affascinato. Accanto alla politica figura un ardore vitalistico dell’ esistenza. Carlo è giocondo, "gouailleur e narquois" (motteggiatore e spiritoso), come lo definisce Antonello Gerbi. La sera, dopo il teatro, Piero, Carlo e altri amici si rincorrono a Piazza Castello, vince chi resiste dopo quattro, cinque giri intorno a Palazzo Madama. E Piero è il più veloce di tutti.

Gli avvenimenti stringono più di quanto non incalzi l’ età. Le idee si precisano, sorgono i miti. Scrive Carlo a Sapegno nel settembre del ’ 20: «Abbiamo finalmente degli eroi. Gli operai che hanno preso le fabbriche e le fanno funzionare. Sono eroi e possono darci soli ciò che nessun altro ci può dare». Nel gennaio del ’ 22 nasce La Rivoluzione liberale (al gruppo originario si sono aggiunti, fra gli altri, Luigi Emery, Giacomo Debenedetti, Leone Ginzburg, Massimo Mila, Alessandro Passerin d’ Entrèves, Mario Fubini e Aldo Garosci). Il primo saggio che Carlo scrive per il periodico gobettiano è su Antonio Salandra e sui liberali nel Mezzogiorno. Ed è quindi fin dai primi anni Venti che Levi scopre quali siano i puntelli che inchiodano il Sud ad una condizione di minorità, le sue classi dirigenti e la vocazione "agraria" dei suoi liberali.

Il fascismo sconvolge la vita di quel gruppo. Nel ’ 24 Gobetti subisce la prima di una serie di aggressioni (che provocheranno la sua morte nel febbraio del ’ 26), e inizia per Carlo un lungo periodo di lotta clandestina, condotta sia in Italia che in Francia, dove apre un atelier e dove infittisce i contatti con gli esuli italiani, in particolare con i fratelli Rosselli, senza disdegnare certa bohème. Per la sua attività antifascista viene arrestato (è Pitigrilli che lo consegna alla polizia) e spedito al confino in Lucania, dove resta una decina di mesi fra il ’35 e il ’ 36.

L’ antifascismo di Carlo è contemporaneamente politico ed esistenziale. Dall’ eredità gobettiana ha tratto anche un’ onda libertaria che percorre la sua personalità e che si condensa in stile di vita, in considerazione di sé e della propria qualità d’ artista e di intellettuale. Con il passare degli anni, durante e dopo la guerra, il suo peso sulla scena politica e culturale cresce vistosamente («egli era cosa diversa, più importante di un capo, era un animatore», scrive Giorgio Amendola). E molti suoi amici scorgono in lui del narcisismo: è evidente, ad esempio, nel gusto sgargiante dei suoi abiti. Ha fama di tombeur de femmes. Nel 1932 inizia la relazione con Paola Olivetti, che durerà fin dopo la guerra, nonostante si accavallino nel suo cuore altre donne, anche contemporaneamente: la russa Vitia Gourevitch, Imelde Della Valle, Annamaria Ichino, alla quale regala il manoscritto del Cristo, e quindi Linuccia Saba, la figlia del poeta.

Il cuore di tutta la sua attività di pittore, di scrittore e di politico resta il Mezzogiorno. E’ in quelle contrade che Levi sperimenta il concetto gobettiano di autonomia, adattandolo ad un mondo contadino, finora immobile oggetto di Storia. Il tema ritorna in tutta la politica del Partito d’ Azione nel Mezzogiorno (con Guido Dorso, Manlio Rossi Doria, Tommaso Fiore ed altri). E’ alimento per le battaglie di Rocco Scotellaro. Risuona durante l’ occupazione delle terre. E’ al centro del dibattito per almeno un decennio e non si riduce ad una passione etnologica o estetica. Carlo Levi costruisce sull’ esperienza ad Aliano non solo un’ imponente mitografia contadina, ma anche le battaglie contro il blocco agrario, per la riforma, e perché il Mezzogiorno abbia una nuova classe dirigente.«Se abbiamo narrato di quel mondo immobile», ripeteva, « era perche’ si muovesse».

Francesco Erbani

* Fonte: la Repubblica, 02 marzo 2001


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