Terra, come Marte?!

EFFETTO SERRA. LA TERRA AL "CAPOLINEA" ... Accelerazione del mutamento del CLIMA. Non solo le rane arlecchino stanno scomparendo, ma la stessa economia mondiale è minacciata. IL RAPPORTO CHOC dell’economista britannico Nicholas Stern, ex dirigente della Banca Mondiale.

lunedì 6 novembre 2006.
 


Sono molti gli animali che mutano le loro abitudini per via delle trasformazioni dell’habitat.

Scienziati Usa hanno decretato l’inizio della sesta estinzione sulla Terra, la prima provocata dall’uomo

Attenti alla rana: è la spia che il clima cambia

Il suo organismo vittima dell’effetto serra. Alcune specie di anfibi a rischio estinzione

di ANTONIO CIANCIULLO *

ROMA - Sono piccole, ricche di colori e povere di futuro. Le rane arlecchino stanno scomparendo. Muoiono disidratate, con le pelle mangiata da un fungo che le ricopre come un sudario, bloccando la traspirazione. Assieme ad altre migliaia di specie, si estinguono travolte dalla violenta accelerazione dell’effetto serra che sta trasformando il normale avvicendamento delle forme di vita in un buco nero che inghiotte la biodiversità del pianeta. Il fenomeno ha raggiunto una dimensione tale da spingere molti biologi a descrivere quanto sta accadendo sotto i nostri occhi come la sesta estinzione di massa nella storia della Terra, la prima che porta la firma dell’uomo.

L’ultimo allarme viene dalla rivista Newsweek che ha messo a fuoco alcuni segnali biologici utili per misurare il processo di riscaldamento in corso. Nelle Montagne Rocciose le marmotte dalla pancia gialla escono dal letargo 23 giorni prima rispetto al loro ritmo abituale di 30 anni fa. In Gran Bretagna per 65 specie di uccelli il periodo di cova scatta con un anticipo di 9 giorni, e venti specie di libellule hanno spostato il loro habitat 90 chilometri più a Nord rispetto agli anni Sessanta. In Spagna l’onda calda ha ridotto a un terzo lo spazio vitale di 16 specie di farfalle. E la volpe rossa canadese ha invaso il territorio della volpe artica, spingendosi fin nelle isole Baffin, 900 chilometri più a Nord dei suoi confini tradizionali.

Ma non tutti riescono a sopravvivere spostandosi o mutando le loro abitudini: molti non hanno il tempo, o lo spazio, per scappare. Per le rane arlecchino del Costa Rica il nuovo clima è stato fatale. Le notti sempre più calde e lo strato di nuvole in crescita che durante il giorno blocca parte della radiazione solare hanno favorito la proliferazione di un fungo patogeno che attacca la pelle delle rane impedendo l’assorbimento dell’acqua attraverso i pori. Questa piccola mutazione climatica è bastata a far scomparire due terzi delle 110 specie di rane arlecchino dell’America latina in un arco di tempo estremamente ridotto.

Il fenomeno fu segnalato dai biologi per la prima volta nel 1990. E in appena 16 anni il problema è esploso finendo per travolgere buona parte delle popolazioni di rane, tritoni e salamandre. Secondo i dati dell’Iucn (International Union for the Conservation of Nature and Natural Resources), ad essere a rischio ormai è l’intera classe degli anfibi: su un totale di 5.700 specie, ben 1.800 sono in via di estinzione.

"I cambiamenti climatici, provocati principalmente dal consumo di combustibili fossili, sono diventati la principale minaccia per la sopravvivenza di molte specie", osserva Massimiliano Rocco, responsabile del settore Traffic del Wwf. "E purtroppo questa non è una tendenza arginabile nel breve periodo. Si potrebbe però intervenire con efficacia immediata per bloccare almeno le altre concause dell’estinzione di massa che ci troviamo a fronteggiare: la perdita degli habitat, determinata soprattutto dalla deforestazione, e il commercio illegale di specie protette. Entrambe hanno effetti drammatici nell’accelerazione della scomparsa di specie. Ad esempio il rospo dorato del Costa Rica ha pagato un prezzo molto caro per la sua bellezza che lo rendeva preda ambita dei collezionisti disposti a tutto: è stato avvistato per l’ultima volta tre anni fa. E in Madagascar la grande diversità di rane mantella, che si erano andate radicando nelle valli, nei laghetti, nei boschi planiziali mantenendo il loro specifico corredo genetico, ha subito un colpo durissimo per colpa della deforestazione che ha cancellato buona parte degli habitat naturali".

Quello che preoccupa è la progressiva accelerazione del mutamento climatico. La temperatura sale a una velocità che per molte specie è insostenibile: non riescono a sviluppare processi di adattamento ed escono di scena. Tra gli animali che sembrano destinati a non superare la soglia del ventunesimo secolo ci sono gli orsi polari, la tigre, il leopardo delle nevi, l’antilope tibetana. (9 ottobre 2006)

* www.repubblica.it, 09.10.2006


-  RAPPORTO CHOC SUL CLIMA,
-  E’ UNA MINACCIA ALL’ECONOMIA MONDIALE
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LONDRA - I cambiamenti del clima, con l’innalzamento generalizzato delle temperature medie, non sono solo una minaccia all’ambiente, ma rappresentano anche un pericolo gravissimo per l’economia mondiale: lo afferma un autorevole rapporto curato dall’economista britannico Nicholas Stern, ex dirigente della Banca Mondiale, che per lo scenario peggiore prevede un calo del 20% del prodotto economico mondiale a causa dei mutamenti climatici. Un costo calcolato attorno ai 5,5 trilioni di euro, se non si affronterà il problema in maniera risolutiva entro i prossimi dieci anni.

Il rapporto, che verrà presentato domani, viene anticipato oggi dal domenicale The Observer. Per la prima volta, un’analisi del ’global warming’ analizza le conseguenze economiche dei cambiamenti: questo potrebbe influenzare più di ogni considerazione ambientale le risposte di governi e industrie, in particolare negli Usa - il paese che inquina di più al mondo -, dove l’amministrazione ha sempre respinto l’opinione prevalente tra gli scienziati sui cambiamenti climatici. Stern ha studiato quali potrebbero essere le conseguenze dei cambiamenti climatici sul pil mondiale da qui al 2100, concludendo che nella migliore delle ipotesi, l’1% del prodotto economico mondiale andrà in spese volte a sanare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Lo studio - 700 pagine - è stato commissionato dal governo britannico nel 2005, e lo stesso esecutivo di Londra ritiene che le conclusioni preoccupanti della ricerca rendano possibile far accettare all’opinione pubblica una serie di tasse ’ecologiche’, dagli aumenti delle accise sulla benzina, a tasse su chi viaggia in aereo, già individuate dal ministro dell’Ambiente David Milliband. Ma quello dell’aggravio fiscale per i contribuenti britannici sembra ben poca cosa, a fronte di 200 milioni di possibili profughi, la maggiore migrazione della storia moderna, causa distruzione di intere zone da parte di siccità e alluvioni. Stern avverte che un nuovo trattato che seguirà Kyoto dev’essere varato entro il prossimo anno, e non entro il 2010/11 come previsto, se si vogliono tagliare drasticamente le emissioni dannose.

Lo studio spiega che l’Europa dovrà estendere il sistema detto ’cap and trade’, nel quale le emissioni di anidride carbonica vengono fissate a un certo tetto massimo: se un’azienda vuole inquinare di più deve comprare questo diritto da industrie meno inquinanti, che non raggiungono il tetto. Cosi, si auspica, le aziende accelereranno la ricerca di sistemi di produzione meno inquinanti. Al tempo stesso, ai governi viene chiesto di raddoppiare gli investimenti nella ricerca di fonti energetiche pulite.

E non servono - avverte Stern - misure unilaterali, ma serve un sforzo mondiale: se la Gran Bretagna chiudesse tutte le sue centrali elettriche domani, ad esempio, la riduzione di emissioni dannose verrebbe vanificata entro soli 13 mesi dalla crescita inquinante della Cina, che insieme all’India rappresenta la sfida decisiva per la riduzione delle emissioni nel futuro immediato. Le anticipazioni del rapporto Stern coincidono con l’allarme lanciato da un altro studio sul clima, ’Up in Smoke 2’, fatto da un gruppo di Ong britanniche - Oxfam, la New Economics Foundation e il Working Group on Climate Change and Development, che raccoglie organizzazioni umanitarie ed ecologiste - per il quale gli aiuti economici all’Africa vengono vanificati proprio dall’aggravarsi delle conseguenze dell’effetto serra. L’aumento delle temperature medie - 3,5 gradi negli ultimi 20 anni in alcune zone - rende le zone aride sempre più aride e quelle umide sempre più umide. Risultato: nella sola Africa sub-sahariana, 25 milioni di persone hanno sofferto la fame lo scorso anno.

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Fonte: ANSA.


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