Per la ripresa della critica dell’economia politica e della teologia "mammonica" ...

KARL MARX, "CAPITALISMO, ISTRUZIONI PER L’USO". UNA CONCISA E RAPIDA ANTOLOGIA DELLE SUE OPERE - a cura di Federico La Sala

sabato 5 maggio 2007.
 


Con Marx tra delizia e gratitudine

In un sapiente assemblaggio l’antologia «Capitalismo. Istruzioni per l’uso» propone un compendio dell’opera marxiana rivelandone tutta la straordinaria attualità

di Marco D’Eramo (il manifesto, 04.05.2007)

È una vera goduria: quell’intelligenza che sprizza da tutti i pori, quella nervosità di scrittura, quella capacità di incazzarsi e di indignarsi a ragione. Quello sbatterti in faccia te stesso. E bisogna ringraziare Enrico Donaggio e Peter Kammerer per averci offerto l’occasione di un piacere così intenso. Hanno curato infatti per i tipi di Feltrinelli una rapida antologia degli scritti di Karl Marx (Capitalismo, istruzioni per l’uso, pp. 266, euro 10).

Già. Perché per le letture succede come per gli amori, e col tempo uno arriva persino a scordarsi la qualità delle voluttà che aveva provato: ci si ricorda un grande piacere, ma la sua peculiare irripetibilità sfuma nella nebbia. Così avviene per i testi, un tempo tanto annotati, di Marx.

Solo lui può dire che «un possessore di denaro» esiste «come bruco del capitalista». Solo lui può affilare una frase fino al punto da diventare: «La critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione». E come ti rivolta la frittata: «Noi non trasformiamo le questioni terrene in questioni teologiche. Noi trasformiamo le questioni teologiche in questioni terrene. Dopo che per lungo tempo la storia si è risolta in superstizione, noi risolviamo la superstizione in storia».

In particolare fanno impazzire gli esempi di Marx: «Una sedia a quattro zampe ricoperta di velluto rappresenta, in date circostanze, un trono; ma non per questo una sedia, cioè un oggetto che serve per sedersi, diviene un trono per la natura del suo valore d’uso». O, per descrivere «la forza divina» del denaro: «Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. Dunque non sono brutto, in quanto l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Come individuo io sono storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe...»

C’è da sperare che sia vincente l’operazione di Kammerer e Donaggio, che - con sapiente assemblaggio e rimandi incrociati - è un compendio sistematico di Marx più che un suo florilegio: la ragione d’essere di un’antologia sta nel cercare di accostare un pensiero a chi gli è alieno, anche se curioso. Perciò non so che effetto farà a un giovane la scelta che ci viene proposta, perché la mia esperienza è invece un rapido ripercorrere tutti quei brani che ti hanno fatto vibrare il cuore, una sorta di compilation filosofico/politica in cui sono riunite tutte le arie che riascoltavi di continuo da ragazzo («feticismo delle merci», «general intellect», «tutto quel che è solido svanisce nell’aria»...)

Ma posso testimoniare di una inesausta sorpresa e di due irrisolti problemi. La sorpresa è quanto continua a essere attuale Marx. C’è un passo sugli economisti ottocenteschi che fa venire in mente in modo irresistibile Francis Fukuyama e la sua tesi sulla «fine della storia» dopo il 1991: «Gli economisti hanno un curioso modo di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle dell’arte e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali. E in questo gli economisti somigliano ai teologi, i quali pure distinguono tra due tipi di religione. Ogni religione che non sia la loro è un’invenzione degli uomini, mentre la loro è un’emanazione di Dio». (Per gli economisti, i rapporti della produzione borghese) «sono leggi naturali indipendenti dall’influenza del tempo. Sono leggi eterne che debbono sempre reggere la società. Così c’è stata la storia, ma ormai non ce n’è più».

Altrettanto fulminanti sono le descrizioni del buonismo borghese: «Una parte della borghesia desidera porre rimedio agli inconvenienti sociali, per garantire l’esistenza della società borghese. Rientrano in questa categoria economisti, filantropi, umanitari, miglioratori della situazione delle classi lavoratrici, organizzatori di beneficenze, protettori degli animali, fondatori di società di temperanza e tutta una variopinta genia di oscuri riformatori...».

Ma alla fine questa incredibile attualità di Marx diventa un problema per noi che nel 2007 parliamo di scritti del 1844 o del 1865: come mai ci sembra tanto attuale uno sguardo di un secolo e mezzo fa? Soprattutto se i centocinquant’anni intercorsi sono stati così fulminei nelle trasformazioni che hanno provocato? Non siamo forse noi a essere incapaci di cogliere la specifica novità del nostro tempo, come invece Marx coglieva quella del suo? Insomma, l’attualità di Marx non dipende dal fatto che noi vediamo della realtà solo quella parte che le sue categorie ci permettono di cogliere con chiarezza, mentre ci sfugge tutto ciò che non è stato illuminato da quell’abbagliante riflettore che è la sua indagine del mondo?

E poi: senza Hegel, Marx non sarebbe. La sua forza furibonda, e perfino un suo certo giro di frase, la fulmineità di certe sue sentenze, deve tutto al filosofo svevo. Ma proprio l’impronta hegeliana mi sembra oggi, a tanti anni di distanza dal primo accostarmi alle sue idee, la parte più fragile di Marx. Non è qui il caso di intavolare una discussione sul concetto cardine, e tutto hegeliano, di «alienazione», che - così come è posto - continua a non convincere, e a rimandare a una supposta unità romantica dell’uomo «per sé».

Più utile accennare a un altro grave problema del marxismo: cioè la sua straordinaria potenza diagnostica contrapposta alla sua scarsa capacità di previsione. Certo che un fenomeno come l’Urss Marx non l’avrebbe mai previsto. Ma questo dipende forse da qualcosa che può essere ascritto alla natura sistemica della storia umana: mentre la dialettica hegeliana produce sintesi, il meccanismo di retroazione (il feed-back), che ne è la versione non idealistica, appunto per questo produce conseguenze inattese.

In una logica sistemica, una delle ragioni per cui le previsioni di Marx sono state smentite è l’esistenza del marxismo stesso. Il marxismo, partecipando all’organizzazione del movimento operaio, ha contribuito alla nascita da un lato di forze riformiste, interne al sistema capitalistico, come le socialdemocrazie, il Labour, il Fronte popolare, che hanno alla lunga sdrammatizzato i moventi rivoluzionari della classe operaia; dall’altro del leninismo e delle rivoluzioni socialiste «in un solo paese», reintroducendo così il nazionalismo (e la sua versione terzomondista, «i fronti di liberazione nazionale») nell’orizzonte del proletariato mondiale. Marx si prefigurava un capitalismo in cui il marxismo non agiva. Forse se i leader sindacali, socialdemocratici o bolscevichi non si fossero appropriati di Marx e se i borghesi e i capitalisti non l’avessero attentamente studiato per neutralizzarne la logica, chissà se i proletari di tutto il mondo non sarebbero già uniti da tempo.

Ma tutto questo è senno di poi, di molto dopo. Restano invece la gratitudine e la delizia. Gratitudine perché mentre per millenni oggetto del filosofare erano stati l’essere, la sostanza, l’essenza, la trascendenza, il noumeno, l’Io, con Marx irrompono come oggetti del pensiero entità inimmaginabili per la tradizione classica come la miniera, la fabbrica, la vendita di sé, le merci, gli spiccioli. Delizia per sentenze come questa: «L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua (del popolo) condizione, è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni».


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