Piccole (e grandi) apocalissi....

LA SOCIOLOGIA DELLA GLOBALIZZAZIONE E LA PAURA LIQUIDA. Il pessimismo della ragione di Zigmunt Bauman e l’ottimismo della volontà di Saskia Sassen. Una ’sintesi’ di Benedetto Vecchi - a cura di pfls

Due saggi per comprendere un fenomeno irreversibile che continua a destrutturare le forme di vita contemporanee
domenica 23 marzo 2008.
 


Il magico realismo di chi chiede l’impossibile

-  La globalizzazione secondo Zygmunt Bauman e Saskia Sassen. Due saggi per comprendere un fenomeno irreversibile che continua a destrutturare le forme di vita contemporanee
-  «Il pessimismo della ragione» dello studioso polacco alle prese con la paura, mentre un sorvegliato «ottimismo della volontà» porta l’autrice di Città globali a guardare ai movimenti sociali come risorsa per fronteggiare il neoliberismo

di Benedetto Vecchi (il manifesto, 16.03.2008)

La recessione che sta coinvolgendo gran parte delle economie nazionali si sta diffondendo come un virus e ha come vettore i flussi del capitale finanziario. Per questo è impossibile prevedere le coordinate della diffusione del «contagio». Ma uno degli effetti certi della recessione è l’aumento dell’incertezza e della precarietà, che a loro volta alimentano la paura, il sentimento dominante nelle società capitaliste da alcuni lustri, da quando cioè il neoliberismo ha preso il posto del welfare state. Mettere però la paura, che generalmente viene considerato un sentimento individuale, in relazione con un modo di regolazione della vita sociale è un’operazione che necessita di alcune chiarimenti preliminari, come sottolinea con la consueta chiarezza lo studioso di origine polacca Zygmunt Bauman nel suo ultimo saggio Paura liquida (Laterza, pp. 233, euro 15).

Non è certo la prima volta che Bauman scrive sul welfare state come la forma più avanzata di stato che si prende cura dei propri sudditi. E se il Leviatano di Thomas Hobbes altro non era che il necessario mostro posto a guardia del vivere in società, lo stato sociale doveva porre, secondo Bauman, la società al riparo delle tendenze distruttive dell’economia di mercato. I trent’anni che seguono la fine della seconda guerra mondiale sono quindi il periodo in cui la paura viene al fine «addomesticata», attraverso una relativa stabilità del lavoro, la possibilità di accedere a un servizio sanitario nazionale, e affrontare l’«autunno» della propria vita con relativa tranquillità grazie alla pensione.

Ma il welfare state non doveva consentire solo di poter ragionevolmente prevedere e programmare il proprio futuro, ma doveva intervenire allorché impreviste contingenze - un terremoto, un’inondazione o altri disastri dovuti alla «manipolazione umana» della natura - potessero essere affrontate. Il welfare state doveva cioè socializzare il sentimento della paura. Così facendo, lo stato sociale portava a compimento quel progetto di «buona società» che, abbozzato da Thomas Hobbes appunto nel Leviatano, è stato il demone con cui le società capitalistiche hanno dovuto sempre fare i conti.

Un virus ingovernabile

La ricostruzione dello sviluppo welfare state svolta da Zygmunt Bauman pecca sicuramente di una concezione storicista che lo porta a tracciare una linea di continuità tra la formazione dello stato moderno e la formazione del welfare state, relegando in secondo piano i momenti di discontinuità nella modernità capitalistica - in primis il conflitto operaio -, ma coglie con acume nell’«addomesticamento» della paura il maggiore fattore di legittimità dello stato sociale in quelle società uscite terrorizzate dalla seconda guerra mondiale, dalla Shoah e dalla prima esplosione di un’arma, la bomba atomica, che poteva cancellare la vita sull’intero pianeta.

Paura liquida non è però l’ennesimo trattato sul declino del welfare state. Il suo pregio maggiore è quando svela la relazione di causa ed effetto tra la crisi di quella costituzione materiale è la rinnovata «privatizzazione» della paura, sentimento che chiede tuttavia di essere nuovamente socializzato attraverso la costituzione di una «società del controllo» per prevenire le minacce alla vita privata. Così, mentre vengono demolite uno dopo l’altra le istituzioni del welfare state, gli strumenti per difendersi dall’incertezza e dalla precarietà vanno acquistati al mercato della protezione sociale. Altro elemento condivisibile di questo saggio è quando l’autore pone la fonte dell’incertezza, e dell’accresciuta precarietà delle condizioni sociali, al di fuori dei confini nazionali, lo spazio entro il quale invece si è sviluppato il welfare state. Zygmunt Bauman ritorna quindi a guardare alla globalizzazione come il virus che diffondendosi, alimenta la paura e la conseguente impotenza nell’affrontarla, visto che è quasi impossibile individuare la sua fonte primaria, dato che ogni volta che si pensa di averla individuata ci si trova persi in un labirinto di specchi che riflettono l’immagine di un uomo o di una donna soli di fronte a se stessi. Libro amaro, disincantato, vero e proprio esercizio di «pessimismo della ragione e della volontà», questo di Bauman, che ha come un contraltare il saggio Sociologia della globalizzazione (Einaudi, pp. 304, euro 21,50) scritto da Saskia Sassen è da considerare un sorvegliato «ottimismo della ragione» per quanto riguarda la stato delle cose, individuando nei movimenti sociali globali il contesto in cui la paura può trovare risposte.

Due libri opposti, anche nello stile: pacato, riflessivo, «narrativo» quello di Bauman, assertivo e algido quello della Sassen. Ma sono tuttavia analisi e riflessioni complementari per comprendere lo stato dell’arte della globalizzazione, che continua in quella opera di destrutturazione della vita associata, tanto nel Nord che nel Sud del pianeta, nonostante la recessione faccia emergere aspetti contraddittori, come la cosiddetta «rinazionalizzazione» dell’economia, che rendono l’enfasi sul «mondo piatto» neoliberista del saggista statunitense Thomas L. Friedman un’espressione priva di fondamento. La globalizzazione è infatti un fenomeno contradditorio, che presenta tendenze tra loro configgenti, ma comunque irreversibile. I saggi di Bauman e Sassen sono, rispettivamente, un’accurata analisi di come l’economia mondiale trasformi profondamente i «sentimenti» e un affresco delle tendenze sul piano globale, assumendo con questo termine le gerarchie, i legami e i flussi tra il piano sovranazionale, nazionale, regionale e locale.

Una lotta di lunga durata

Dunque, le società capitaliste trasudano paura con la conseguente paralisi del «fare». Paura di non riuscire più a prevedere cosa accadrà nell’immediato futuro, sia che si tratti della perdita del lavoro che un rapporto amoroso. Ma anche timore che il fragile equilibrio che viene faticosamente conquistato sia mandato in frantumi dall’arrivo di «stranieri», una presenza percepita come aliena e ostile. Infine, l’impossibilità di prevedere ragionevolmente gli effetti dell’azione umana sulla natura, che torna a mostrare il suo volto ferigno, come ha dimostrato l’uragano Katrina negli Stati Uniti. Infine, la paura di aver paura. Tutti fattori che vanno a comporre quella tassonomia di sentimenti che si accompagnano ad essa: disincanto, cinismo, opportunismo e rancore.

Nelle società moderne, ma come è noto Bauman preferisce parlare di modernità liquida, «la vita è ormai diventata una lotta, lunga e probabilmente impossibile da vincere, contro l’impatto potenzialmente invalidante delle paure, e contro i pericoli, veri o presunti, che temiamo». Questa guerra permanente alla paura riflette, va da sé, le diseguaglianze sociali e di classe presenti nelle società. Le strategie di contenimento della paura sono infatti diversificate a seconda dei livelli di reddito che seguono rigorose differenze di classe, che alimentano a loro volta un’altra paura, quella di essere esclusi. Tutto ciò provoca, più che uno «stato di emergenza» un terrore di un generalizzato «stato di incolumità personale». Da qui il successo dei messaggi tranquillizzanti, seppur minacciosi verso le fonti di volta in volta individuate della paura lanciati dai movimenti politici su base religiosa o di quelli xenofobi e razzisti. Ma è questo anche il contesto che consente il dispiegarsi di «politiche della vita», che oscillano tra misure prescrittive e normative dei comportamenti individuali stabilite dallo stato e una complementare cancellazione dei diritti sociali della cittadinanza, ritenendo la protezione di fronte all’economia di mercato un fatto privato.

Un vecchio adagio sosteneva che con il capitalismo industriale la pietà è morta. Nella modernità liquida di Bauman c’è solo spazio per la sussidiarietà, cioè l’acquisto al mercato degli strumenti per quei servizi, beni, protezioni che possono rendere tollerabile la convivenza con la paura. E, sebbene la paura sia un sentimento globale, il suo «addomesticamento» avviene ancora su scala locale.

Paura liquida termina là dove prende avvio il saggio sulla globalizzazione di Saskia Sassen. Nonostante il tono apodittico che lo contraddistingue è un libro utile a dipanare appunto la matassa del rapporto tra globale e locale. In primo luogo, la studiosa respinge decisamente la tesi secondo la quale con la globalizzazione lo stato-nazione viene cancellato. Semmai, è il suo operato che viene modificato, perché lo stato-nazione diventa il «dominio strategico nel quale si compie un lavoro fondamentale per lo sviluppo della globalizzazione». Non quindi cancellazione, ma mutamento del concetto di sovranità. Saskia Sassen propone quindi una lettura molto articolata tanto del globale che del locale, arrivando a sostenere che la globalizzazione è da considerare una matrice in cui si strutturano le gerarchie, i flussi, i legami all’interno del quale l’operato dello stato nazionale non solo favorisce la globalizzazione, ma diventa protagonista nel creare le condizioni affinché si strutturi una geografia della globalizzazione, caratterizzata da reti di città globali, di regioni specializzate in determinate produzioni di merci, relazioni interstatali su basi continentali, flussi di capitali e di informazione attraverso veicolati da Internet. Lo stato-nazione lavora cioè a un inserimento istituzionale e localizzato della globalizzazione attraverso la «cessione» di alcune sue prerogative in materia di diritto - dalla proprietà intellettuale ai contenzioni tra imprese transnazionali - a organismi internazionali o a factory law private. Dunque non fine della sovranità nazionale, ma una sua metamorfosi che vede il locale fortemente segnato dal globale e viceversa.

Piccole apocalissi

Un processo fortemente contradditorio e conflittuale, che può conoscere momenti di crisi, come ad esempio questa attuale recessione, considerata da molti studiosi una sorta di fine della spinta propulsiva della seconda ondata di globalizzazione, dopo l’esaurirsi della prima con la crisi della net-economy. Ed è in questo contesto che la paura sia sa considerare, per usare le parole di Zygmunt Bauman, l’effetto diretto di quella irruzione del «possibile» - il timore di essere esclusi, la perdita del posto di lavoro - nell’«impossibile», cioè quella «apocalisse personale» fino ad allora considerata una eventualità remota rispetto la propria condizione esistenziale. In altri saggi lo studioso di origine polacca ha parlato spesso della necessità di un welfare state globale, un esito che in Paura liquida diviene sempre più lontano nel tempo visto l’accentuarsi delle caratteristiche del neoliberismo. Prospettiva invece che viene proposta con forza da Saskia Sassen, articolata secondo le gerarchie, i flussi, le reti che caratterizzano la globalizzazione.

Proposta politica certamente condivisibile.

La possibilità di «addomesticare» nuovamente la paura senza accentuare le differenze di classe va tuttavia cercata nei contemporanei movimenti sociali, vista la loro capacità di politicizzare i rapporti sociali. La posta in palio, infatti, non è la tollerabilità dell’irruzione del possibile nell’impossibile, ma di riuscire a far irrompere l’impossibile nel possibile. In altri termini, pensare alle proposte, all’azione dei movimenti sociali come l’impossibile che lacera la tela impregnata di paura del possibile. In fondo, per essere realisti occorre chiedere ancora l’impossibile.


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