In principio era il Logos. Al di là del relativismo e dell’ assolutismo ...

NATURA, CULTURA E FAMIGLIA. FRANCESCO REMOTTI SCRIVE "UNA LETTERA AL PAPA" E RILANCIA UN DIBATTITO TRA "CIECHI". Un intervento di Lucetta Scaraffia e un’intervista a Vittorio Possenti. E una nota di Federico La Sala

La Gerarchia Vaticana e l’ordine simbolico di "MAMMASANTISSIMA": il Figlio ha preso il posto del padre "Giuseppe" e del "Padre Nostro" ... e continua a "girare" il suo "film" preferito, "IL PADRINO".
sabato 23 febbraio 2008.
 

SCHEDA EDITORIALE

Francesco Remotti

-  Contro natura
-  Una lettera al Papa

Leggi un brano

-  Edizione 2008
-  Collana i Robinson / Letture
-  ISBN 9788842085157
-  Argomenti Antropologia ed etnologia Attualità

In breve

Per la Chiesa cattolica la natura umana è una, stabile e permanente. Ma esiste una norma e chi la stabilisce? Un antropologo affronta e discute una concezione univoca, rocciosa, imperiosa dell’essere uomini.

Natura e ‘contro natura’, giusto e sbagliato. Chi vuole l’assoluto e chi si accontenta del relativo. Chi cerca un modello universale e chi persegue il riconoscimento delle differenze. In queste pagine, due mondi a confronto, quello del dogma e delle certezze e quello della scienza che interpreta il vivere degli uomini in società e coltiva l’ambizione di conoscerlo da vicino. «Santità, come molti altri cittadini italiani e del mondo, seguo con attenzione le manifestazioni del Suo pensiero in merito ai molti problemi che caratterizzano il nostro tempo. Le analisi e le riflessioni che verranno esposte nelle diverse parti di questo libro cercano di rispondere alla ‘sfida’ che Lei ha lanciato con i suoi attacchi contro il relativismo culturale, le unioni gay e tutto ciò che Lei ritiene essere ‘contro natura’. Avranno se non altro il merito di porre alla prova la proponibilità di un sapere che fa della molteplicità irriducibile delle soluzioni umane il suo interesse principale e il suo punto di forza.»

Indice

Lettera al Papa (parte prima) - Parte prima Stabilità: 1. Un’aspirazione condivisa - 2. Il potere dei costumi - 3. Chi si accontenta del relativo... - 4. ...e chi vuole l’assoluto - 5. In nome della naturalità - Parte seconda Forme di famiglia: 6. Avrai un’unica famiglia - 7. Tante famiglie, ma una soprattutto - 8. Somiglianze di famiglia - 9. Quanti coniugi? - Parte terza Chi contro natura?: 11. Una saggezza perduta - 12. Un’altra natura - 13. Al di là della natura e della cultura - Lettera al Papa (parte seconda) - Riferimenti bibliografici - Indice dei nomi



dibattito

Lo studioso Francesco Remotti pubblica un pamphlet sul concetto di natura e di famiglia, una sorta di lettera a Benedetto XVI che finisce per essere un inno al relativismo

Se l’antropologo inciampa sul Papa

di LUCETTA SCARAFFIA (Avvenire, 21.02.2008)

Perchè ignorare il concetto e la forma di famiglia come si sono venuti configurando nella storia dell’Occidente?

L’antropologo Francesco Remotti, in un volume che esce oggi in libreria per i tipi di Laterza dal titolo Contro natura, ha scritto uno studio che vuole essere una pa­cata ma circostanziata ’lettera al Papa’ e si domanda quali siano «le idee che un Papa esprime in campo antropologico». Ascol­tando le sue parole, infatti, ha il sospetto che questo tipo di sape­re - che lo studioso insegna e diffonde, e cioè l’antropologia culturale - rappresenti agli occhi di Benedetto XVI «una prospetti­va che occorre combattere e possibilmente debellare». I nodi del contendere stanno nell’ap­poggio che il Papa dà alla fami­glia occidentale, considerata co­me unica e naturale forma di fa­miglia da difendere e da sostene­re; come anche nella accusa di relativismo rivolta a chi sostiene che ci sono tanti tipi di famiglie, e che quindi quella affermatasi nella storia dell’Europa costitui­sca solo una particolare forma storica che ha assunto la società occidentale.

Naturalmente, come antropolo­go Remotti elenca e illustra tanti tipi di famiglie diverse - che si possono ordinare in due assi di parentalità, quello coniugale e quello consanguineo (il nostro risulterebbe un misto dei due) ­e all’interno di questi tipi non rintraccia un nucleo primario costitutivo, come la coppia co­niugale o il rapporto tra madre e figli. Gli antropologi, nelle loro ricerche sul campo, si sono im­battuti infatti in bambini allevati dalle nonne, bambini allevati dal fratello della madre che non sa­pranno mai chi è il loro padre, per non parlare dei matrimoni poligamici: è impossibile quindi, secondo l’antropologo, indivi­duare un nucleo comune nei di­versi tipi di famiglia, ma piutto­sto si possono rinvenire delle so­miglianze che fanno capire co­me si tratti di forme che hanno qualcosa in comune. Si tratte­rebbe perciò di una rete di rap­porti che appartengono a un in­sieme comune, che si può allar­gare e trasformare. Nei capitoli del libro dedicati agli aspetti religiosi, invece, egli met­te in dubbio che nella tradizione cristiana ci sia mai stata - a co­minciare dai Vangeli - una vera attenzione verso la famiglia. Non solo Gesù invita spesso ad ab­bandonarla per seguirlo, ma la storia della Chiesa può essere letta come una sovrapposizione di una rete di legami spirituali ­una famiglia ’superiore’, dun­que - su quelli naturali. Non solo manca, secondo Remotti, nella tradizione cristiana un vero so­stegno alla famiglia umana, ma addirittura essa sarebbe permea­ta di principi e modelli ’contro­naturali’, come ad esempio il ce­libato dei preti o la verginità del­la Madonna. Tutto questo - chie­de l’antropologo - non è forse in contraddizione con il continuo ricorrere, nei discorsi del Papa, di appelli alla famiglia naturale?

Stupisce un po’ che Remotti sembri ignorare che il Papa, quando parla di antropologia, non intende certo l’antropologia culturale, ma il significato primo del termine, cioè il discorso sul­l’essere umano. L’argomentare sulla famiglia di Benedetto XVI si fonda non su studi etnologici, ma su una concezione particola­re di essere umano, che è quella cristiana: il Papa sa benissimo che quella che difende è una fa­miglia particolare, quella emersa dal cristianesimo, che considera la migliore per l’es­sere umano. Criti­care il relativismo non significa in­fatti negare che siano esistite e persistano nel mondo e nella storia esistano tante forme di fa­miglia - e quindi negare una realtà incontestabile ­ ma solo non attribuire a tutte le forme lo stesso valore.

Contrastare il relativismo equi­vale ad affermare che esiste una forma ’naturale’ di famiglia, quella nata in Occidente e con­solidatasi con il cristianesimo, famiglia che del resto ha dato ot­tima prova di sé per secoli garan­tendo una società coesa ma mo­bile, capace di educare i giovani e far loro esprimere il meglio di sé. È su questi piani infatti che si giudica il valore di una famiglia, che comunque, in tutte le cultu­re, è una struttura sociale creata per garantire l’allevamento, la crescita e l’educazione dei figli.

La naturalità della famiglia occi­dentale consiste nel rappresen­tare in forma sociale i rapporti naturali che permettono la na­scita di un essere umano, che nasce dall’incontro fra una don­na e un uomo, anche se questo avviene in provet­ta. E senza dubbio la famiglia mono­gamica è quella che corrisponde a questa realtà, non culturale ma na­turale.

E per quanto riguarda gli esempi di ’in­naturalità’ di cui è ricca la tradizio­ne cristiana, ri­sponde lo stesso Remotti, ricor­dando come essa sia aperta alla nozione di mistero, a cui queste realtà appartengono.

Viene da pensare, alla fine della lettura, al titolo di Shakespeare ’tanto rumore per nulla’: tanto affannarsi a trovare prove ’scientifiche’ per smentire il Pa­pa, quando il discorso è un al­tro, perché l’antropologia a cui si riferisce non è la stessa. Il Pa­pa, pur essendo stato un profes­sore, in questo caso non parla certo con il linguaggio di Claude Lévi-Strauss. Perchè ignorare il concetto e la forma di famiglia come si sono venuti configurando nella storia dell’Occidente?


intervista

Possenti: il ’mero fatto’ può diventare fondamentalismo

di ANDREA GALLI (Avvenire, 21.02.2008)

« Pluralismo e relativi­smo, di per sé non sono la stessa cosa. Pluralismo diventa relativismo quando si ritiene che ogni ele­mento della pluralità valga come qualunque altro, quando ad e­sempio ogni modello di famiglia è considerato di pari valore». Vit­torio Possenti, docente di filosofia politica all’Università di Venezia - dove dirige il Centro interdiparti­mentale di ricerca sui diritti uma­ni - con più di 20 volumi alle spal­le su politica, metafisica ed etica, fa questa premessa nel commen­tare a caldo la ’lettera aperta’ di Francesco Remotti a Benedetto XVI. Dove i cosiddetti «antirelati­visti » vengono più meno espli­citamente accu­sati di soffocare la libertà umana e la varietà del reale.

Il discorso di Re­motti si presenta come ’provato’ da una lunga se­rie di dati ’scien­tifici’.

«L’antropologia culturale è una disciplina basata su ricerche em­piriche e comparative, che vanno però interpretate ed è qui che il concetto di natura umana e di sviluppo dell’uomo diventa indi­spensabile. Senza questo concet­to si corre il rischio di un fonda­mentalismo del mero fatto. È possibile che questo equivoco sia presente come tentazione di nu­merosi espressioni dell’antropo­logia culturale. In merito è essen­ziale che si mediti sulla natura u­mana, sottolineando l’aggettivo: non si parla della natura come cosmo, ma della natura dell’esse­re umano. I concetti di ’secondo natura’ e di ’contro natura’ si rendono sempre in rapporto alla nozione di natura umana, e signi­ficano che esistono azioni e incli­nazioni che vanno nel senso della custodia e della promozione del- l’umano e altre che vanno contro questo».

Ma chi critica un approccio rela­tivistico, propone automatica­mente un ’fissismo’ etico?

«Secondo una lunga tradizione, la natura umana è fissata nelle sue inclinazioni essenziali - tra cui spiccano quella a vivere in so­cietà, a conoscere la verità, a per­sistere nell’esistenza, all’unione fra l’uomo e la donna per la gene­razione ed educazione della prole - ma è altresì aperta nel suo svi­luppo. Viene con ciò delineato un ideale di perfezione umana, non solo a livello etico, che si distingue da preferenze, desideri, bisogni, e che apre il cammino a pratiche sociali multiple ma non di pari valore, in quanto alcune condu­cono verso l’ec­cellenza, altre no».

Ciò vale anche per la famiglia?

«Certo, non possiamo accontentarci di porre uno accanto all’altro i modelli di convivenza, o i differenti costumi, se non li rapportiamo ad un’intuizione sullo sviluppo dell’essere umano. Occorre anche un delicato sondaggio della coscienza morale umana e del suo evolversi , mantenersi e precisarsi nel tempo».

Un parere da saggista: cosa ne pensa di questo vezzo di indiriz­zare lettere aperte a chicchessia, in particolare al Papa?

«Nel caso del Pontefice l’espe­diente verosimilmente aiuterà la diffusione del volume, ma an­drebbe verificata meglio la cono­scenza della tradizione teologica e filosofica sulla natura umana, il diritto naturale e il relativismo eti­co, che si esprime nelle posizioni di Joseph Ratzinger. Non basta in­crociare più o meno frettolosa­mente alcune sue frasi con alcuni risultati dell’antropologia cultura­le per sentirsi arrivati in porto».



IN NOME DELL’EMBRIONE, UNA VECCHIA E DIABOLICA ALLEANZA.

Una nota di Federico La Sala *

Avrei voluto con mio honore poter lasciar questo capitolo, accioche non diventassero le Donne più superbe di quel, che sono, sapendo, che elleno hanno anchora i testicoli, come gli uomini; e che non solo sopportano il travaglio di nutrire la creatura dentro suoi corpi, come si mantiene qual si voglia altro seme nella terra, ma che anche vi pongono la sua parte, e non manco fertile, che quella degli uomini, poi che non mancano loro le membra, nelle quali si fa; pure sforzato dall’historia medesima non ho potuto far altro. Dico adunque che le Donne non meno hanno testicoli, che gli huomini, benche non si veggiano per esser posti dentro del corpo [...]: così inizia il cap.15 dell’ Anatomia di Giovanni Valverde, stampata a Roma nel 1560, intitolato “De Testicoli delle donne” (p. 91).

Dopo queste timide e tuttavia coraggiose ammissioni, ci vorranno altri secoli di ricerche e di lotte: “[...] fino al 1906, data in cui l’insegnamento adotta la tesi della fecondazione dell’ovulo con un solo spermatozoo e della collaborazione di entrambi i sessi alla riproduzione e la Facoltà di Parigi proclama questa verità ex cathedra, i medici si dividevano ancora in due partiti, quelli che credevano, come Claude Bernard, che solo la donna detenesse il principio della vita, proprio come i nostri avi delle società prepatriarcali (teoria ovista), e quelli che ritenevano [...] che l’uomo emettesse con l’eiaculazione un minuscolo omuncolo perfettamente formato che il ventre della donna accoglieva, nutriva e sviluppava come l’humus fa crescere il seme”(Françoise D’Eaubonne).

Dopo e nonostante questo - l’acquisizione che i soggetti sono due e che tutto avrebbe dovuto essere ripensato, si continua come prima e peggio di prima.

Anzi, oggi, all’inizio del terzo millennio dopo Cristo, nello scompaginamento della procreazione, favorito dalle biotecnologie, corriamo il rischio di ricadere nel pieno di una nuova preistoria: “l’esistenza autonoma dell’embrione, indipendente dall’uomo e dalla donna che hanno messo a disposizione i gameti e dalla donna che può portarne a termine lo sviluppo” spinge lo Stato (con la Chiesa Cattolico-romana - e il Mercato, in una vecchia e diabolica alleanza) ad avanzare “la pretesa di padre surrogato che si garantisce il controllo sui figli a venire, non senza contraddizioni [...].

L’estrazione chirurgica degli ovociti dal corpo femminile evoca la fuoriuscita del seme dal corpo maschile producendo una mimesi fra i due sessi che irrompe sulla scena pubblica - e nella coscienza privata - ancora una volta quando arriva in tribunale: è il caso di una donna che contende al marito, da cui si sta separando, gli embrioni in attesa di essere trasferiti in utero. Ma se la separazione e la conservazione di ovociti e spermatozoi permette l’esistenza separata dei "mezzi di riproduzione" e la loro conduzione sotto l’autorità dello stato, seppure con il consenso degli interessati, a noi donne e uomini spetta l’assunzione di una nuova, perché sconosciuta, responsabilità.

Abbiamo collettivamente riconosciuto, e resa possibile laddove faticava a emergere, la responsabilità e la libertà femminile sul nostro corpo anche quando racchiude la possibilità di un’altra vita, la responsabilità verso altri e altre (e non solo figli); come essere responsabili di un ovocita sia pure estratto a fini riproduttivi, di un embrione concepito altrove?

Forse prendendo la parola, così che argomenti che sembrano interessare solo esperti da un lato e coppie infertili dall’altro entrino nella coscienza collettiva e assumano quel senso che ora fatichiamo a trovare: se le donne e gli uomini e le coppie che si sentono responsabili degli embrioni residui dichiarassero quale destino pare loro preferibile, se un’improbabile adozione, la distruzione o la donazione alla ricerca scientifica, con la clausola che in nessun modo siano scambiati per denaro o ne derivi un profitto, la vita tornerebbe rivendicata alle relazioni umane piuttosto che al controllo delle leggi, ne avrebbe slancio la presa di coscienza dei vincoli che le tecnologie riproduttive impongono e più consenso la difesa della "libertà" di generare" (Maddalena Gasparini, Vice-coordinatore del Gruppo di Studio di Bioetica e Cure Palliative della Società Italiana di Neurologia, 2002: www.ecn.org; sul tema, inoltre, si cfr. anche Dietro al referendum, una riflessione sulla libertà delle donne: www.universitadelledonne.it).

E, andando oltre, finalmente prendere atto - contro tutte le tentazioni biologistiche e nazistoidi - che due esseri umani occorrono per creare un altro essere umano (Feuerbach) - non solo sul piano fisico (“in terra”), ma anche e soprattutto sul piano spirituale (“in cielo”), e - cosa ancora più importante e decisiva - che il famoso soggetto, cioè ogni essere umano, è due in uno - figlio e figlia della Relazione di Due IO.... e che, proprio per questo, è capace - a sua volta (uscito dallo stato di minorità e giunto, al di là dell’Io penso, all’Io sono...) - di mettersi sulla strada del dialogo con altre o più persone e dare vita alla stessa (e tuttavia sempre nuova) Relazione, generatrice di nuove parole, di nuove azioni, e di nuovi esseri umani.....

Federico La Sala

* www.ildialogo.org/filosofia Domenica, 13 febbraio 2005.


Sul tema, nel sito, si cfr.:

-  IL MAGISTERO ANTROPOLOGICO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA....

-  "TEBE": IN VATICANO NON C’E’ SOLO LA "SFINGE" - C’E’ LA PESTE!!!

-  "FAMIGLIA CRISTIANA O FAMIGLIA BORGHESE?". Un inedito di p. Ernesto Balducci...

-  EUROPA: EDUCAZIONE SESSUALE ED EDUCAZIONE CIVICA....

-  PER IL "LOGO" DELLA "SAPIENZA" DI ROMA, UN APPELLO...


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