[...] Racconta Bellocchio che il finale è cambiato rispetto al progetto. «Pensavo di chiudere il film con una scena ambientata dopo la Liberazione: il cognato di Ida Riccardo Paicher, l’uomo che non aveva saputo difenderla, esce da un cinema richiamato dalle sirene della polizia, assiste agli scontri di un corteo politico con le bandiere rosse e tutto, e soccorre una ragazza ferita. Poi mi sono detto che il film non meritava un finale consolatorio. È una tragedia, e così deve finire» [...]
[...] Stampa, Polizia, medici, prefetti. Il pubblico che si piega al privato e nasconde un segreto inconfessabile. Un gioco di scatole cinesi. Aperta la prima, non ci si può fermare. Il documentarista che insieme al giornalista Norelli ha guidato Bellocchio alla scoperta del lato oscuro di Mussolini si chiama Fabrizio Laurenti. Ha vissuto per 13 anni a New York, ondeggiato tra generi diversissimi e una sera per caso, è caduto sulla materia che avrebbe plasmato in 30 mesi di maniacale lavoro. «Mi dissero che Mussolini aveva avuto un figlio morto in manicomio. Mi sembrò incredibile. “Fidati, a Trento lo sanno tutti”. Decisi di indagare e mi immersi in un pozzo di fonti. Compagni di banco che avevano conosciuto Albino e le sue leggendarie imitazioni del padre, donne che vivevano di fronte al sanatorio dove era reclusa Ida, autentiche lettere autografe firmate Benito. Un materiale troppo importante sul funzionamento della burocrazia fascista per rischiarne l’estinzione» [...]
Non solo Bellocchio
Ida e le altre
Il duce e le donne al cinema
di Michele Anselmi (il Riformista, 07.05.2009)
Fa bene Marco Bellocchio, in vista dell’anteprima a Cannes del suo Vincere, a ripetere nelle interviste: «Scrivendo il film non ho pensato affatto a Berlusconi né ho fatto similitudini con Mussolini. A quasi 70 anni e con la carriera che ho alle spalle non ho paura di nulla. Perciò sono sincero quando dico che non ho pensato a Berlusconi, malgrado il premier abbia in comune col duce una grande capacità nell’usare e imporre la propria immagine». Fa bene, Bellocchio, ma non servirà a evitare paragoni birichini o maliziosi, allusioni alle vicende di questi giorni. Purtroppo.
Gira nelle sale e su YouTube il primo trailer del film. Giovanna Mezzogiorno, avvenente e fiera, scandisce: «Mi chiamo Ida Dalser, Sua Eccellenza Benito Mussolini è mio marito». Disconosciuta e vessata, finirà in manicomio, dove muore nel 1937. Cinque anni dopo toccherà al figlio Benito Albino. E intanto, ancora baffuto e dotato di folta capigliatura, vediamo il giovane Mussolini incarnato da Filippo Timi che urla con impeto futurista in una riunione di socialisti: «Questa guerra è rivoluzionaria. Darà, col sangue, alla ruota della storia il movimento». Ida annuisce ammirata. Non sa ciò che l’aspetta. Anche da queste poche scene si capisce perché il regista dei Pugni in tasca abbia voluto girare Vincere.
Bellocchio vede Ida Dalser come «la prima eroina antifascista, anche piuttosto antipatica, una vera rompiscatole che vuole affermare ad ogni costo la verità». Insomma, una donna unica, segnata dal rifiuto di qualsiasi compromesso. In fondo avrebbe potuto accettare di tornare nell’ombra, magari lautamente ricompensata, come avvenne per tante altre amanti del duce. Invece tenne duro, si espose platealmente, non accettò il tradimento dell’uomo amato in quel modo assoluto, al quale tutto aveva donato, patrimonio incluso. Incuriosisce sapere come Bellocchio, nel mostrare donna Rachele, la moglie sposata subito dopo Ida, renderà l’imbarazzo progressivo di Mussolini, la sua determinazione nel disfarsi, pure per ragioni di opportunità politica, di quell’antico amore. Pronto subito dopo a soddisfare le famose necessità di ordine sessuale con la più candida e fresca disinvoltura.
Chi vuole informarsi sul tema può leggere il libretto Mussolini e le donne (Sellerio), scritto con vivace e calda ironia, dove Gian Carlo Fusco ricostruisce il disinvolto percorso erotico-sentimentale del duce, gran sciupafemmine, amatore instancabile per quanto sbrigativo. Di sicuro non fu facile per Rachele, moglie ufficiale (e ufficialmente cornificata), sopportare il confronto con quello stuolo di amanti, almeno sei delle quali ben infisse nella carne e nei pensieri del marito.
Ida Dalser, appunto, madre di Benito Albino. Ma anche Angela Curti Cucciati, «candida agnella», creatura soave e delicata. O Margherita Sarfatti, forse la più importante, borghese, dotata di intelligenza e cultura. O Cornelia Tanzi, la poetessa. O la fulgida Romilda Ruspi. Per non dire di Claretta Petacci, la più nota, conosciuta nel 1933 e compagna anche nella morte a Dongo. È su quest’ultima che il cinema s’è specialmente concentrato, facendola ritrarre da attrici belle e temperamentose: Claudia Cardinale (in Claretta di di Pasquale Squitieri), Lisa Gastoni (in Mussolini ultimo atto di Carlo Lizzani), Barbara De Rossi (in Io e il duce di Alberto Negrin).
Secondo Marcello Dell’Utri, custode dei diari segreti di Mussolini e amico del premier, «a Palazzo Venezia, con le donne, Benito usava la tecnica musica e magia». Tra il 1935 e il 1939 il duce non avrebbe avuto amanti, ma «soltanto fugaci incontri». Commento di Mario Ajello sul Messaggero: «Berlusconi si sta rivelando molto meno abile di quel suo predecessore».
Verso Cannes. Il regista anticipa le scelte fatte per il suo «Vincere», unico film italiano sulla Croisette. E ne racconta anche i tagli
«Il mio Duce giovane fascinoso e brutale»
Bellocchio: Mussolini visto attraverso la donna che ripudiò
Dittatore. Filippo Timi, 34 anni, interpreta Benito Mussolini in «Vincere» di Marco Bellocchio, l’unico italiano in concorso al prossimo Festival di Cannes Il film traccia un duro ritratto del Duce, mostrato come un uomo «violento, calcolatore. brutale», come ha spiegato il regista
di Aldo Cazzullo (Corriere della Sera, 06.05.2009)
ROMA - «C’è il giovane Mussolini che combatte un duello verbale con un prete. Il futuro Duce chiede agli spettatori un orologio da taschino. Lo poggia sul tavolo. Proclama: ’Se Dio entro cinque minuti non mi avrà fulminato, avremo la prova che non esiste!’. In quel momento entra in sala una ragazza di Trento, bella e ricca: Ida Dalser. E si innamora di quegli occhi fiammeggianti...».
Dopo Buongiorno notte, sul caso Moro, Marco Bellocchio torna al cinema politico. Due anni fa, il grande regista aveva rivelato al Corriere il progetto di un film sul giovane Mussolini e l’amore divenuto persecuzione e finito in tragedia per la Dalser e il loro figlio, Benito Albino. Ora il film - Vincere - è pronto. Lo producono Mario Gianani e Rai Cinema. Rappresenterà l’Italia al Festival di Cannes, tra due settimane. E Bellocchio ne anticipa il significato politico.
«Il mio Duce è un uomo affascinante: non a caso anche Rachele racconta di essersene innamorata subito attraverso i suoi occhi folgoranti. È un uomo amato non solo dalle donne, ma anche dal popolo: come già per Moro, ho usato materiale di repertorio, visto e non visto (ad esempio un discorso in tedesco di Mussolini a una folla oceanica di nazisti). Documenti che testimoniano l’entusiasmo che la grande maggioranza degli italiani aveva per il capo, un attore dalla recitazione sempre più pagliaccesca con il passare del tempo, tanto che ogni volta guardandolo mi chiedo con stupore: come ha potuto la quasi totalità degli italiani credere così ciecamente a un simile buffone? Il Duce che ho rappresentato non è un uomo buono. Non è il pater familias amorevole tratteggiato dalla tv, che commette il solo errore dell’alleanza con Hitler. È un uomo violento. Calcolatore. Brutale. Buono è suo fratello, Arnaldo, fascistissimo ma molto cattolico, l’unico a prendersi cura del piccolo Benito Albino. Il Duce è invece senza pietà. Anche con la donna che aveva amato, e con il suo stesso figlio».
Mussolini è Filippo Timi. «L’ho scelto per la notevole somiglianza con il Duce da giovane - spiega Bellocchio -. Non mi andava di esagerare con il trucco, all’americana o alla Bagaglino, né di prendere un attore che con la fisicità del Duce non c’entrasse nulla, come Banderas che pure l’ha impersonato. E poi Timi ha il fascino magnetico di Mussolini ed è un attore generoso, sincero, pieno di talento. Il Duce di Vincere vuole essere sempre il primo, il più geniale, il più coraggioso. Dopo il duello con l’onorevole Treves, socialista, trascura di farsi medicare perché vuole verificare di persona che gli arbitri redigano fedelmente il verbale del combattimento e dei feroci assalti, per pubblicarlo poi su Il Popolo d’Italia, ordinando al redattore di fare un grande titolo e che il suo nome preceda quello di Treves. Il primo, il capo, il Duce. In un primo momento avevo pensato a un personaggio simile a Lou Castel di I Pugni in tasca, che uccide la famiglia. Poi una discussione con mio fratello Pier Giorgio mi ha fatto riflettere. Il protagonista dei Pugni in tasca ha la violenza schizofrenica del nazista. Il Duce era diverso. Dannunziano. Futurista. E io l’ho raccontato con un montaggio veloce che ricorda la velocità del futurismo. Il giorno prima di partire per la Grande Guerra, Mussolini porta Ida Dalser al cinema. Scorrono le immagini del fronte, il pianista suona l’inno di Garibaldi, gli interventisti lo intonano - «si scoprono le tombe, si levano i morti... » -, Benito si unisce al coro; i socialisti reagiscono, scoppia un tumulto che ha i colori della ’Rissa in galleria’ di Boccioni. E Ida si lancia in difesa del suo uomo, anche se al settimo mese di gravidanza».
Due anni fa, Bellocchio non aveva scelto ancora la sua protagonista. Diceva solo: «Dovrà essere di una bravura mostruosa». Per questo, spiega oggi, ha scelto Giovanna Mezzogiorno. «Mi è parsa perfetta perché anche lei, come Ida Dalser, ha una fisicità generosa di sé, sempre in movimento, scattante, reattiva. Non so se Giovanna abbia qualcosa di Ida, non glielo auguro, certo si è trasformata in una vera protagonista che di continuo fa piangere e fa arrabbiare. La Dalser storica non è simpatica. È quasi fastidiosa nel non cedere mai, nell’andare sotto le finestre del Popolo d’Italia a gridare e mostrare il bambino, nel continuare sino all’ultimo a voler rivedere il Duce. Ma nel film finisce per diventare un’eroina. Un po’ Antigone e un po’ Medea. Perché è l’unica donna che si oppone davvero, da sola, a un uomo cui la grande maggioranza delle italiane e degli italiani credeva e ubbidiva».
«Ida è una donna colta, conosce le lingue, ha un salone di bellezza. Ma Mussolini, a lungo bigamo, finisce per preferire Rachele: carina, ignorante, ma donna di casa, che sa stare al suo posto: le basta essere la madre dei figli del Duce. Quando nasce il figlio di Ida, Mussolini lo riconosce. Ma il giorno stesso sposa Rachele. È la scelta definitiva, a cui però la Dalser, che ha venduto tutti i suoi beni per finanziare il Popolo d’Italia, non si rassegna. C’era una scena un po’ da libro Cuore che ho tagliato, in cui Ida disperata per l’abbandono va a casa di Mussolini e alla piccola Edda che le apre chiede: ’Papà ti vuole bene?’. Invece ho lasciato la scena, storicamente attestata, in cui le due rivali si affrontano nell’ospedale in cui il Duce è ricoverato. Mussolini è stato ferito gravemente, più di 50 schegge in corpo, e ha appena ricevuto la visita del Re, che solo pochi anni prima da socialista rivoluzionario aveva irriso («nano!») e insultato («assassino!»). Ida non lo vedrà più. Mussolini, che appoggia la guerra ed è ormai in ottimi rapporti con il potere, riesce a farla arrestare. Lei viene portata a Firenze. Quindi a Caserta, al confino. L’accusano persino di essere una spia tedesca, per il solo fatto di essere nata in territorio austriaco. Finisce nel manicomio di Pergine, vicino a Trento. Infine in quello di San Clemente, su un’isola di fronte a Venezia, dove morirà. Ida rivedrà il Duce solo al cinema, da spettatrice».
«Mussolini non aveva ironia. Ironico e provocatorio è il titolo del film, Vincere. Io non ho vissuto il fascismo, ma mi sono in parte formato su una cultura che, dopo essere stata complice del fascismo, l’ha deriso. Lo spirito di sconfitta come espiazione per aver creduto a quell’uomo. Di questo spirito di sconfitta la mia generazione si è in parte nutrita. Per poi conoscere l’altra grande disfatta storica, quella del comunismo (e anche Mao teorizzava la necessità di «osare vincere»). Per questo la nostra identità, di figli degli sconfitti o di una cultura della sconfitta, è stata a lungo depressa, grigia, vinta. All’ombra o nel buio di quella sconfitta si è formata la nostra sensibilità. Poi ognuno ha preso la sua strada: chi si è perduto, chi si è totalmente integrato, chi, come me, si è ribellato e si è liberato da una condanna che sembrava definitiva a un’infelicità passiva, che mi fa essere oggi ottimista senza sentirmi un imbecille, rappresentando da ottimista un’autentica tragedia. Parole come ’vincere’ erano indicibili. Fino all’arrivo di Berlusconi, che ha fondato democraticamente il suo successo sulla sua immagine vincente chiamando alla vittoria e all’ottimismo il popolo italiano: il suo primo partito non si chiamava Forza Italia? Usando la sua tv, così come Mussolini usò per imporre la propria immagine vincente i mezzi che aveva a disposizione, il cinema, la radio, la fotografia, la grafica, persino la scultura e la pittura».
Racconta Bellocchio che il finale è cambiato rispetto al progetto. «Pensavo di chiudere il film con una scena ambientata dopo la Liberazione: il cognato di Ida Riccardo Paicher, l’uomo che non aveva saputo difenderla, esce da un cinema richiamato dalle sirene della polizia, assiste agli scontri di un corteo politico con le bandiere rosse e tutto, e soccorre una ragazza ferita. Poi mi sono detto che il film non meritava un finale consolatorio. È una tragedia, e così deve finire».
Il film sarà presentato a Cannes. Racconta un duce inedito. Di una donna perseguitata e del figlio Benito Albino
Bellocchio e la moglie di Mussolini finita pazza
Il regista: «Il film parte da un documentario su parenti sacrificati»
Le lettere. La moglie scriveva e i federali la perseguitavano
Il figlio. Gli cambiarono l’affido il nome, lo fecero espatriare in Cina
di Malcom Pagani (l’Unità, 06.05.2009)
A Palazzo Venezia, con le donne, Mussolini usava la tecnica musica e magia. Tra il ‘35 e il ‘39 non aveva amanti, ma solo fugaci incontri. Tromba e sparisci». L’eleganza sublime e l’elogio trasversale. Democratico. Stallieri e dittatori. L’altro ieri, tramontata l’aura del 25 aprile pacificato, grazie a Marcello Dell’Utri scoprivamo i partigiani «di destra» e il Mussolini «troppo buono». Qualche giorno ancora e il festival di Cannes racconterà al mondo un altro duce. Bigamo e spietato. «Prima di allora, non sapevo nulla di questa storia. Poi nel 2005 lessi un articolo e vidi un documentario su Mussolini e sui parenti ignoti e sacrificati, la moglie Ida Dasler e il figlio legittimo del duce, Benito Albino».
Da 40 anni Marco Bellocchio esplora i lessici familiari. Codifica linguaggi, pugni tenuti in tasca, condanne, salti nel vuoto, mostri da occultare alla vista o sbattere in prima pagina. Un cinema che ripudia l’oblìo e spinge l’ex salesiano ribelle a occuparsi di terrorismo e psicanalisi, regimi e sacche di consenso. «Vincere», il suo film sul Duce più celato, sarà in concorso a Cannes. In luogo del ‘68 di Placido, la fotografia della donna che pagò caro l’irriducibile desiderio di non arrendersi. Fu bollata, resa incapace di nuocere all’immagine del dittatore, rinchiusa in manicomio.
Pazza. E quindi afona nel gridare, indecifrabile nello scrivere, querula nel chiedere aiuto. Pericolosa. Una serpe cresciuta in seno che rivendica l’amore del capo e diventa un problema. Da internare e dimenticare, usando ogni mezzo.
Stampa, Polizia, medici, prefetti. Il pubblico che si piega al privato e nasconde un segreto inconfessabile. Un gioco di scatole cinesi. Aperta la prima, non ci si può fermare. Il documentarista che insieme al giornalista Norelli ha guidato Bellocchio alla scoperta del lato oscuro di Mussolini si chiama Fabrizio Laurenti. Ha vissuto per 13 anni a New York, ondeggiato tra generi diversissimi e una sera per caso, è caduto sulla materia che avrebbe plasmato in 30 mesi di maniacale lavoro. «Mi dissero che Mussolini aveva avuto un figlio morto in manicomio. Mi sembrò incredibile. “Fidati, a Trento lo sanno tutti”. Decisi di indagare e mi immersi in un pozzo di fonti. Compagni di banco che avevano conosciuto Albino e le sue leggendarie imitazioni del padre, donne che vivevano di fronte al sanatorio dove era reclusa Ida, autentiche lettere autografe firmate Benito. Un materiale troppo importante sul funzionamento della burocrazia fascista per rischiarne l’estinzione».
Ida venne imprigionata a Pergine, «curata» con iniezioni di malaria nel sadico tentativo di «snebbiarle» la coscienza, screditata, messa infine in una fossa comune, nel 1937.
A Benito Albino cambiarono l’affido, il nome, lo fecero espatriare in Cina e poi, vista l’insistenza nel cantare un’aria sgradita, fatto accomodare in una struttura identica a quella della madre. Morì nel 1942.
«La corsa a guadagnare gli elogi del principe era senza freni. Compiacere è un meccanismo “naturale” che funzionava e funziona perfettamente». Laurenti coglie analogie con l’oggi. «Sono cambiate solo le facce. Come diceva Flaiano, correre in soccorso del vincitore è un istinto primario. Quando il potere diventa incontestabile e il consenso raggiunge vette così alte, c’è piaggeria. Ci sarà sempre un momento per essere ricompensati e magari vedersi catapultare in parlamento. Con Albino e Ida fecero cessare il rumore di fondo, il fastidio per una diceria che non doveva circolare».
Lei prendeva carta e penna: il nostro Benitino, “piccolo grande amore” lui riceveva freddi dispacci, frammenti di una violenza soffusa. «Per trovare le lettere incriminate, Tamburini, un federale di Trento, le smontò la casa. Portò via molte cose ma non quei fogli, nascosti dentro un gallo impagliato. Ci sono ancora. Tamburini, a Salò divenne capo della Polizia».
Ida non si adeguò mai. Fu sua moglie, sempre. «Accusò il fratello Arnaldo». Lo stesso che sulla Gazzetta Ufficiale mutò l’identità di Albino. «Gli fece assumere un altro cognome. Cambiò la vita di una persona e quella di una nazione». Al di là di speculazioni, bizzarre similitudini, abbagli, equivoci di inizio estate.
Mussolini e la sua amante Ida Dalser Quando l’ignavia diventa il marchio di una nazione Il volto cinico di una dittatura
di Alberto Melloni (Corriere della Sera, 22.06.2009)
C’è un’opera che gira le sale cinematografiche e inquieta l’Italia. È Vincere, il film di Marco Bellocchio. Racconta la storia di Ida Dalser (una ragazza trentina con la quale Mussolini ha una storia sentimentale dalla quale nasce Benito Albino); le conseguenze del matrimonio (che lei dichiara esistere, ma di cui spariscono le tracce) e l’inferno manicomiale che la inghiotte. Una storia che nel 2005 la provincia di Trento e la Grandestoria portarono su RaiTre in una eccellente puntata.
A differenza del documentario, però, il film di Bellocchio disloca le domande più inquietanti e tragiche dentro lo spettatore. Lo ustiona facendolo sentire impotente davanti al destino di Ida. Lo ossessiona con l’ossessione che lei ha nel dire «suo» un uomo che non lo è mai stato, mentre la maschera del Duce la insegue nei cinegiornali dell’Istituto Luce. Lo commuove col racconto di una maternità spezzata dalla reclusione in manicomio e delle ipocrisie che cercano di raddolcire questa violenza ultima di cui sarà vittima sacrificale immolata da una rete di complicità - nella quale ognuno sente che ora e qui potrebbe dare alla sciagurata Dalser consigli di ipocrisia, forse perfino quello più esilarante e sedativo che ci sia: «Legga Pascoli...»
Non siamo, però, in presenza di un film «politico». La politica che c’è in Vincere non è sullo schermo, ma dentro lo spettatore. Denuda i luoghi comuni, i convincimenti banalizzanti, le edulcorazioni autoassolutorie di cui sono piene la cultura italiana, la storia italiana, la scena pubblica italiana. Quel che Bellocchio fa vedere è un capitolo separato e decisivo di Mussolini, come quelli della grande impresa di Renzo De Felice (al quale, mi sbaglierò, Vincere sarebbe piaciuto). «Mussolini il lurido», verrebbe da intitolare questo tomo supplementare: dopo due ore nelle quali la volgarità prepotente, il sopruso come strumento di seduzione, l’estetica della violenza corrono da un capo all’altro della memoria e dello schermo, fino a che la storia di Ida e Albino Benito entra in chi guarda, incomincia a girare, tagliente.
Diventa una parabola: quella della Dalser, che, come scrisse Sergio Luzzato parlando del citato documentario Rai, è una storia che è «più facile da raccontare che da digerire». Ma la forza di Vincere è che a raccontarla ci pensa Bellocchio. Lasciando a un «noi» di diverse generazioni - a quella dei padri, a quella che i padri non può più interrogarli e a quella che ha dei figli - il compito di digerire i perché, i come mai, che come occhi di luce scandagliano la coscienza comune di una nazione stordita (a cui Giovanna Mezzogiorno dà volto e corpo) da un uomo goffo e superficiale, da un cavaliere dalle molte macchie e dalle tante paure (di cui Filippo Timi esalta le caricaturalità emotive), quasi che, oltre che come autobiografia, il fascismo d’improvviso apparisse come un autoscatto della nazione.
C’è infatti un mondo di medici e parenti, suore e baciapile, idioti e carogne che si muove sullo sfondo del mondo manicomiale che manduca i sogni della quarantenne dichiarata demente. E che, anziché capire la vicenda di questa Cassandra d’Italia (che crede di essere la sola rimasta fregata in un mondo di salvati e invece è solo la prima di un tutto), si adatta volentieri alla logica di un mediocre che sa solleticare il peggio di cui gli ignavi sono capaci - perfino gli ignavi colti, che pensano alla sedazione pascoliana, o gli ignavi in abito religioso, che il giorno della Conciliazione sentono alla radio il trionfalismo di regime, anziché il grido dell’ingiustizia che gli si para innanzi.
Non tocca ai film spiegare il passato, pareggiare i conti, svelare chissà che. Nemmeno a un film come questo, che depura d’un colpo l’antifascismo dal peso della retorica che lo ha reso esangue. E non è a un opera d’arte, neppure a questa dove diventa arte la cucitura fra il girato e il repertorio Luce, che si deve chiedere di spiegare perché il fascismo è stato italiano. Ma la forza con cui Vincere chiede a ciascuno di dire il suo perché, è propria della settima arte, quando viaggia a questo livello.
L’incubo di Albino, figlio di Mussolini
risponde Corrado Augias (la Repubblica, 27.05.2009)
Cortese dott. Augias, ho visto il bel film di Bellocchio ’Vincere’. Mi hanno disturbato le risatine da «bambini scemi» durante la prima parte quando Filippo Timi tratteggia il giovane Benito e l’atmosfera che lo circondava. Che Mussolini avesse personalità e carisma da leader non lo scopro certo io, che fosse un cialtrone lo testimonia lui medesimo, come capita a tutti i cialtroni che non possono uscire da sé stessi neanche volendo. Resta drammatico il rapporto che si instaura fra quel personaggio e un popolo che lo riconosce come guida. Accade talvolta che questi «burattinai» siano in realtà dei «burattini» che ad un certo punto si scollegano dai fili di chi crede di poterli tenere alla giusta distanza. Tutto ricade sulle spalle del popolo che non sempre ha i mezzi per riconoscerli per ciò che sono. L’attualità del film di Bellocchio è da questo punto di vista sconvolgente. Che abbia sin qui raccolto maggiori consensi all’estero, dove lo possono guardare con sereno distacco, che non in Italia, dove richiamando alla memoria il passato, si alza come un potente grido di allarme, forse è, allo stato delle cose, inevitabile.Vittorio Melandri vimeland@alice. it
’Vincere’ come ha benissimo riferito la nostra Natalia Aspesi da Cannes, racconta la vicenda di Ida Dalser, giovane donna trentina (nata nel 1880) che Mussolini avrebbe sposato con rito religioso e dalla quale nel 1915 ha avuto un figlio (Benito Albino) da lui regolarmente riconosciuto. Credo di capire da dove siano venute le ’risatine’. Nella prima parte il rapporto tra i due amanti è descritto in tutta la sua passionalità. Mentre però nella donna (interpretata da Giovanna Mezzogiorno) c’è dedizione completa. In Mussolini (Filippo Timi), all’ardore amoroso si mescola l’ambizione politica per cui lo si vede (di spalle) mentre, scioltosi da un abbraccio, si affaccia nudo su una piazza deserta che di colpo si riempie delle grida di una folla osannante come sarà poi a piazza Venezia.
Proprio perché così appassionata, la sventurata Ida diventa un impaccio per il giovane aspirante dittatore e Mussolini è costretto a disfarsene. Come? Facendo rinchiudere in un manicomio lei e in un altro asilo per alienati suo figlio Benito Albino. La donna protesta di essere sua moglie, il giovane si proclama suo figlio ma questo può solo peggiorare la loro situazione. Il controllo di Mussolini sulla polizia e sui media sta diventando totale. E quando si dispone di una stampa servile nulla può la verità. E’ questo aspetto che a buon diritto ha impressionato il signor Melandri. Mi ha scritto da Bologna Valeria Babini (babini@philo. unibo.it): «Bellocchio ci dà, attraverso il racconto di una vicenda privata, la storia di un incubo che è stato di tutti».
L’arsura del potere
Il critico: La prole di Napoleone, di Roberto Escobar
Lo storico: Impreciso ma efficace, di Emilio Gentile
Il film di Marco Bellocchio Vincere racconta, più che il presunto matrimonio religioso del duce, la buia ascesa di un uomo che approfittò della Grande guerra per smania di dominio
Il critico: La prole di Napoleone
di Roberto Escobar *
Dal buio emergono indistinte figure "in marcia". Intanto, rivolto a Ida DaIser (Giovanna Mezzogiorno), Benito Mussolini (Filippo Timi) fantastica sul proprio futuro, sicuro di una grandezza che oscurerà Napoleone. C’è fanatico amore di sé, nei suoi occhi. E c’è rapimento affascinato in quelli della sua amante (più tardi diventata sua moglie). Poi la macchina da presa torna sulle figure in marcia: sono ciechi guidati da ciechi.
Bastano queste immagini a dirci quel che non è, Vincere (Italia e Francia, 2009,128’). Non è una storia d’amore, come qualche distratto suppone. Certo, Marco Bellocchio racconta l’amore e il desiderio fra il capo del fascismo e la sarta di Trento. E racconta come la loro relazione, con il figlio che ne venne, fu nascosta dalla complicità vile di ministri, prefetti, medici, religiose. Ma è la marcia nel buio che Bellocchio davvero racconta, e che davvero fa riemergere dalle ombre del passato. E da ombre Vincere è di continuo percorso. Ombre sono i ciechi che si affidano a ciechi Ombre è il bianco e nero di cinegiornali e film che passa sgranato sulle immagini a colori, spaesante come un fantasma che la coscienza non abbia voluto dissolvere. E ombra è la memoria sbiadita di quegli anni.
Della memoria, alla fine, racconta il film: di una memoria perduta in immagini che nel tempo si son fatte mute. Chi è il giovane verboso che approfitta della Grande guerra per la sua sete di dominio? Chi è l’uomo che esibisce una virilità di cui oggi (forse) si ride? Chi è l’oratore che torce la bocca in slogan di morte? Tutto è troppo visto e insieme troppo dimenticato, per non passarci davanti senza lasciar traccia. Ogni crimine è ormai fantasma. Ma nel film, nel suo racconto di due vite distrutte, il fantasma riprende corpo. Le carni e il sangue di Ida e del figlio diventano il luogo - molto materiale, molto "evidente" - in cui la Storia torna a parlarci, obbligandoci a prender posizione. Ida non è antifascista, e non lo è il figlio. Anzi, sull’una e sull’altro il capo del fascismo esercita un fascino almeno pari a quello che esercita sulla gran maggioranza degli italiani Ed è questo che li condanna: da lui vogliono un amore impossibile, e per loro dunque mortale.
«Questo è il tempo del silenzio, il tempo degli attori», consiglia a Ida un medico. il Paese è muto e sordo, compatto nell’annullamento d’ogni libertà e pietà. Conviene, aspettare. Conviene nascondersi. Ma come può nascondersi chi voglia esser riconosciuto e insieme voglia servire? A lui tocca una sorte di morte, come a Ida e a suo figlio. E agli altri? Agli altri tocca la sorte dei ciechi che s’affidano a un cieco. Lo testimoniano le immagini che chiudono Vincere: una città nera del buio della notte e accesa dal bagliore delle bombe.
Lo storico: Impreciso ma efficace
di Emilio Gentile *
Benito Mussolini non era a Trento nel 1907, ma vi fu per quasi un anno nel 1909. Ma non fu a Trento, bensì a Losanna nel 1904, che egli avrebbe sfidato Dio a colpirlo entro dieci minuti per provare la sua esistenza. La smargiassata, con la quale inizia Vincere, non è di sicura fonte mussoliniana, ma gli è stata attribuita dalla sua ex amante e maestra di marxismo Angelica Balabanoff.
Un fìlm ambientato storicamente non è un compito di storia, perciò non implica una critica alla sua qualità artistica il segnalare qualche imprecisione, inesattezza e anacronismo. Come, per esempio, un gagliardetto degli Arditi, nella sede del «Il Popolo d’Italia» prima dell’intervento italiano nella Grande Guerra, perché il corpo degli arditi fu costituito nel 1917. Oppure il tentato incontro fra la Dalser e il ministro Fedele, avvenuto nel 1926, ambientato nel mausoleo a Cesare Battisti inaugurato nel 1935. O il riferimento alla Guardia Regia, sciolta nel 1922, fatto dall’umanissimo psichiatra del manicomio di Venezia in un colloquio con Ida negli anni Trenta.
Uno storico non può evitare di verificare i riferimenti storici che un film contiene, ma può apprezzare egualmente quanto il regista propone per interpretare una vicenda storica. Può apprezzare, per esempio, la rappresentazione del presunto matrimonio religioso di Mussolini con la Dalser, che sarebbe avvenuto in una chiesa del Trentino nel settembre 1914, come una sorta di appagamento onirico della donna sedotta e abbandonata. Un matrimonio religioso nell’Austria in guerra, fra una cittadina austriaca e uno dei massimi dirigenti nazionali del partito socialista, direttore dell’organo ufficiale del partito, molto noto nel Trentino come virulento mangiapreti e spregiatore di Dio, avrebbe forse lasciato tracce più clamorose, anche in mancanza di una trascrizione nel registro parrocchiale, mai rintracciata.
E altrettanto efficace appare storicamente, l’interpretazione della ostentata ostinazione con quale Ida pretendeva di essere accanto al duce al potere, padre del suo unico figlio che portava il suo nome. lda non voleva rassegnarsi a esser cancellata come non fosse mai esistita, e neppure accettare nell’ombra una vita normale, mentre il preteso marito era all’apoteosi in Italia e nel mondo. Voleva per sé e per il figlio la gloria del duce. Vittima della sua stessa spasmodica ambizione, finì schiacciata dal cinico potere mussoliniano.
Storicamente efficace appare, infine, l’evocazione dell’ambiente di un regime totalitario, nel contrasto fra folle adoranti il duce, cortei di alti prelati congiunti ad alti gerarchi, madri dalle grandi poppe allattanti la nuova prole italica e la spietata reclusione manicomiale, fino alla morte, di Ida e di Benito Albino. Nelle ultime scene, il figlio sembra annunziare, con l’imitazione del padre a Berlino, il destino tragico di un Mussolini hitlerizzato. Che alla fine riappare, giovane, nell’atto di sfidare Dio, sotto lo sguardo affascinato di Ida, per finire schiacciato in effige dalla disfatta della storia. Qualcuno potrebbe pensare che, alla fine, trentasei anni dopo, Dio avesse accettato la sfida.
* Il Sole 24 Ore Domenica 24.05.2009
Il Mussolini di Marco Bellocchio
Da Crono al padre duce
di Giulia Galeotti *
Per molti versi, Vincere di Marco Bellocchio è anche l’emblema di ciò che per secoli è stata la paternità fuori dal matrimonio. Una paternità spietata che poteva disporre a suo completo piacimento dei figli (e, quindi, di riflesso delle loro madri), in nome di un potere maschile che, come un sofisticato Crono, era l’arbitro assoluto delle loro esistenze, autentico signore della vita e della morte.
Nonostante alcune imprecisioni storiche, la bella pellicola di Bellocchio riesce bene a comunicare questo lato oscuro della paternità, che fino all’utilizzo in aula del Dna - negli anni Ottanta del xx secolo - è stata inscindibilmente legata alla volontà maschile: o un uomo si riconosceva volontariamente come padre oppure non vi era modo alcuno (salvo rarissime eccezioni) di ancorarlo alle proprie responsabilità. In questo senso la vicenda di Mussolini che Vincere racconta è assolutamente paradigmatica. Tutto il film è profondamente cupo e buio. L’unico punto di luce sono gli occhi sgranati di Ida Dalser, per la passione travolgente prima e per la follia poi (personaggio ben interpretato da Giovanna Mezzogiorno), e quelli di Benitino, ossessionato sin da piccolo dalla figura del padre sino alla folle chiusura del film (anche Filippo Timi dà un’ottima prova di sé).
Contrariamente alla prassi più in voga, il futuro Duce non si limita a concepire un figlio dalla bella amante per poi abbandonare l’uno e l’altra, ma - come emerge dai documenti d’archivio - l’11 gennaio 1916 si reca nello studio dell’avvocato Guido Gatti e, dinnanzi al notaio Vittorio Buffoni e a due testimoni (Carlo Olivini di Brescia e Irma Marcosanti di Viareggio), sottoscrive una dichiarazione con la quale riconosce, "per ogni conseguente fatto di legge", che il bimbo "chiamato attualmente Benito Dalser, nato a Milano all’Istituto della maternità l’11 novembre 1915" è suo figlio. In questo senso colpisce la scelta di Bellocchio di concentrarsi sul presunto matrimonio tra i due amanti - del quale non v’è traccia storica - piuttosto che soffermarsi su questo aspetto di cui invece ci è giunta ampia documentazione, e cioè il riconoscimento formale di Benito Albino da parte di suo padre (la pellicola lo accenna solo tardi e di sfuggita).
Siamo del resto in un’epoca in cui tale volontaria attestazione dava all’uomo un potere esclusivo anche in caso di nascita fuori dal matrimonio. Come molte donne hanno vissuto drammaticamente sulla loro pelle (Maria Montessori in testa), dinnanzi al riconoscimento maschile la donna - anche se era stata lei concretamente ad occuparsi per anni del nato - si trovava del tutto priva di poteri sulla prole. È proprio il comportamento di Mussolini verso il bambino che per molti versi legittima la spirale di follia da cui Ida, che resterà sempre follemente innamorata di lui, verrà travolta. Se il tribunale di Milano condannerà il futuro Duce a versare 200 lire mensili per il mantenimento del bimbo, ecco che - sebbene solo molto tardi e disordinatamente - Mussolini effettivamente pagherà; nel 1920, quando ormai la relazione tra i due è finita, la Dalser riesce a braccare Mussolini a Napoli, convincendolo a battezzare il figlio; poco dopo, il fratello di Mussolini e Riccardo Paicher, cognato di Ida, che momentaneamente riuscì ad assumere la tutela del nipote, troveranno un nuovo accordo economico; ancora nell’anno scolastico 1924-1925 i documenti parlano chiaro: leggiamo dell’alunno Benito Albino Mussolini "figlio di Benito Presidente del Consiglio dei Ministri e di Ida Dalser".
Bellocchio ben descrive la situazione paradossale in cui la donna si trova: se tutti sanno che la paternità che ella non smette mai di rivendicare è vera, la sua pazzia è nel non voler vedere la crudeltà del comportamento di Mussolini, imputandola a una sorta di prova d’amore a cui l’uomo la starebbe sottoponendo, onde sincerarsi dei suoi veri sentimenti.
Il film è sapientemente diviso in due parti. Nella prima il giovane Mussolini - arrogante, brutale e violento - domina la scena in prima persona, mentre nella seconda, quando ormai la sua carriera politica è decollata, lo vediamo e ascoltiamo solo attraverso i filmati dell’istituto Luce. Difficilmente Bellocchio avrebbe potuto scegliere un modo migliore per segnare il cambiamento nella vita di Ida (e di Benitino): l’ottica dalla quale la vicenda si muove è proprio quella dei loro occhi, sgranati e impotenti dinnanzi al potere di un uomo che, da lontano e passo dopo passo, li schiaccia fino a ridurli entrambi al silenzio. È il padre inutilmente rincorso, atteso e desiderato per tutta la vita.
In questi giorni nelle sale v’è un altro film italiano che parla di paternità: questa volta però è protagonista la paternità del nuovo millennio. Ci riferiamo a La casa sulle nuvole in cui v’è il padre adolescente che (inutilmente) rincorre un’età ormai superata anagraficamente, venendo prima odiato, poi perdonato e infine accudito dai figli ben più maturi di lui.
In Vincere, del resto, Bellocchio inserisce - involontariamente? - una scena che anticipa la tappa successiva della storia della paternità: mentre è detenuta in manicomio, Ida si commuove dinnanzi a Il Monello di Charlie Chaplin. È la storia nella storia: il celebre attore-regista ha svolto infatti un ruolo chiave nella vicenda della paternità occidentale. Ma questo capitolo lo lasciamo al prossimo film.
* ©L’Osservatore Romano - 28 maggio 2009
STATO E CHIESA: APOLOGIA DELL’UOMO DELLA PROVVIDENZA, DI IERI E DI OGGI. Benito Mussolini aveva carisma, come Berlusconi. Una riflessione di Lucetta Scaraffia, sul film di Marco Bellocchio
Non si può continuare a dire che gli italiani che hanno favorito e accettato l’ascesa di Mussolini erano solo stupidi e accecati, esattamente come oggi si dice di chi vota Berlusconi: nella vita politica moderna il fascino carismatico occupa un posto importante, e bisogna farsene una ragione.
L’unico italiano in concorso "rischia" di ammaliare la giuria di Cannes
Con "Vincere" Bellocchio squarcia (di nuovo) la storia d’Italia
di Roberta Ronconi (Liberazione, 20.05.2009)
Cannes. Marco Bellocchio continua a battere sui nervi tesi della storia italiana, e lo fa con coraggio e senza sconti (nemmeno a se stesso), con una generosità che gli riconoscono più i critici stranieri che non gli italiani.
A Cannes il maestro italiano arriva con Vincere, film che sta sollevando un polverone in Italia, e questa volta polverone storicamente giustificato. La vicenda del figlio segreto del duce e della sua presunta prima moglie (scomparsi tutti i documenti ufficiali) è ferita ancora così infetta da provocare negazioni isteriche.
Dopo quelle esagitate di Alessandra Mussolini dalle solite poltroncine di Vespa, è ancora di questi giorni la pubblicazione sul settimanale Oggi di documenti sulla "follia" di Ida Dalser, malattia mentale i cui segni erano, secondo la pubblicazione, evidenti ben prima della nascita del piccolo Benito Albino. Smentiscono, qui da Cannes, con forza Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli, autori del documentario Il segreto di Mussolini a cui Bellocchio si è in gran parte ispirato. Così come da oltre mezzo secolo tentano di gridare la loro contro-verità le genti delle zone del Trentino dove Ida era cresciuta e amata. Furono loro, i conterranei di Ida e della sua famiglia, tra i pochi a difenderla, anche contro la giustizia fascista. Soprattutto le donne che videro in lei una madre-martire, gettata a marcire in un manicomio come suo figlio, dove entrambi morirono senza essersi mai potuti rincontrare.
Una storia nascosta sotto il tappeto dell’ipocrisia italiana, scomparsi e distrutti tutti i documenti. Salve solo poche lettere, da cui trapela una donna disperata ma lucida, che dopo la passione travolgente per Mussolini e il suo abbandono è determinata solo a tener viva la verità. Sua e di suo figlio. A costo della libertà, della giovinezza, della vita. A costo di tutto, pur di risultare nelle pagine della Storia come la prima moglie, madre del primogenito del duce. Una avanguardista, futurista, rivoluzionaria, donna a cavallo tra un femminismo ante-litteram e l’adorante donna del capo.
Tra Antigone e Aida, «la nostra è una storia piena di eroi, soprattutto uomini, antifascisti - spiega Bellocchio -. Avevo voglia invece di raccontare la storia originale di una donna che si oppose a Mussolini fino allo stremo, dopo aver condiviso con lui le prime idee rivoluzionarie e averlo amato con passione».
Interpretato con impressionante professionalità da Giovanna Mezzogiorno e da Filippo Timi (più facile, per lui, entrare nei panni del giovane esaltato Mussolini), per il racconto cinematografico Bellocchio sceglie la strada del melodramma, privilegiando così nell’intento la follia amorosa a quella storica. Questa seconda la lascia raccontare per intero ai documenti dell’Istituto Luce che da metà film in poi sostituiscono completamente la parte del duce-finzione con quello reale. Nell’opera si crea una frattura tra la potenza dell’invenzione e la freddezza del documento. Frattura che non si sana e che - a nostro avviso - impedisce la nascita del capolavoro.
Ma poco importa, la densità di Vincere rimane in gran parte intatta. Rafforzata proprio dal soggetto, dal disvelamento storico, dall’intenzione - peccato, poi tradita - di vedere la grande tragica storia di un paese attraverso gli occhi di una piccola, fragile, potentissima, innamorata, tragica donna che alla fine delle sue pene è capace di scrivere al suo Benito: «Va’ là Duce che sei solo un pover’uomo».
Di collegamenti con il presente e con il caso Berlusconi-Lario, Bellocchio è costretto a parlare sotto sollecitazione dei giornalisti italiani: «Sono restio a fare paragoni tra Mussolini e Berlusconi, anche se le analogie sono ovvie. Il fatto è che la sinistra si è rotta i denti nello scontro frontale contro il Berlusconi brutto e cattivo. Dimenticandosi in questo accanimento del suo ruolo politico».
In realtà, nella mania tutta italiana di fare una lettura politicizzata del cinema, più che all’anti-berlusconismo, in Bellocchio pesa il profondo, inossidabile anti-clericalismo. Quello che con forza gli fa rivendicare la sua «laicità di fronte a una chiesa cattolica che ha le chiese vuote ma che ci riempie i giorni con le notizie su Ratzinger». Sanguigno come di rado, il regista si scaglia contro quei Patti lateranensi che nel ’29 vede allearsi «un’ideologia cattolica criminale - si scalda nell’intervento - con il cinico calcolo di Mussolini. Un’alleanza vergognosa che porterà il Papa a definire Mussolini come "l’uomo della provvidenza"».
Vincere esce oggi nelle sale italiane, distribuito da 01. Già venduto in Francia e osannato come pochi dalla rivista-bibbia del cinema Variety , il film scritto da Bellocchio assieme a Daniela Ceselli ha dalla sua anche l’avvolgente fotografia di Daniele Ciprì. Vederlo è il minimo, amarlo soggettivo.
Diventa un caso "Vincere", unico film di casa nostra in concorso al festival
Il Duce di Bellocchio "Con radio e cinema cambiò la politica"
Italiani tiepidi, all’estero piace
"Mussolini divenne papista per calcolo anche oggi ci si piega al Vaticano con cinismo"
di Natalia Aspesi (la Repubblica, 20.05.2009)
CANNES. «Concepito come un potente melodramma, nella struttura e nel tono, Vincere? si apre con la grandiosità di Il crepuscolo degli Dei stemperandosi poi come fosse Sigfrido. Wagner, in tutti i casi». È il giudizio entusiasta di Variety, come molto positive sono le critiche di quasi tutti i giornali stranieri che candidano il film al palmarès. Come mai parte della stampa italiana è rimasta invece perplessa e, amando e stimando molto il regista Marco Bellocchio, ora si batte il petto e pensa di non aver capito niente? Può essere che essendo Mussolini, per noi italiani, una figura ancora troppo nera, funesta, eppure caricaturale, metta disagio vederlo giovane, bello, nudo e impegnato in lunghi affamati amplessi? O che rivedendo il filmato del suo discorso di Ancona, in cui appare oggi come un irresponsabile buffone, ci si vergogni pensando che mai un uomo fu tanto amato da un intero popolo malgrado la sua tragica ridicolaggine, e che purtroppo questi innamoramenti si ripetono?
Marco Bellocchio assicura che raccontando la storia del breve amore tra Mussolini trentenne e Ida Dalser di tre anni più grande, che sino alla morte non si rassegnò al ripudio suo e del figlio di entrambi, non aveva nessuna intenzione di provocare riferimenti al presente italiano. «L’antiberlusconismo non mi sfiora perché ha distrutto la sinistra italiana, rendendola incapace di proporre alternative, di rendersi conto della realtà, di capire e farsi capire dalla gente. Oggi io mi riconosco nei radicali, e comunque, essendo ottimista, dovunque ci sia la capacità di guardare oltre il momento contingente. Se proprio devo trovare un’analogia col presente, mi pare che Mussolini sia stato il primo uomo politico mediatico, che si sia servito della propria immagine, del proprio corpo, per asservire il paese al suo potere: sapeva come conquistare le masse apparendo in divisa, partecipando alla battaglia del grano a torso nudo, sollevando bambini e baciandoli, trasformando fatali errori come la guerra di Etiopia in entusiasmante propaganda.
Allora non esisteva l’idea di conflitto di interessi, c’era la dittatura: e il Duce controllava tutti i mezzi d’informazione, radio, giornali, e soprattutto il cinema, messi al servizio della sua glorificazione personale: i funzionari provvedevano e censurare ogni sua immagine che limitasse il suo imperio e non fosse abbastanza carismatica. Non sempre era necessario massacrare o chiudere in galera gli oppositori: bastava renderli invisibili, cancellare la loro immagine e le loro parole da ogni forma di comunicazione; e nello stesso tempo far dilagare la propria ovunque, ossessivamente negli uffici, nelle scuole, negli ospedali, nelle strade». Come capita oggi con il premier, moltiplicato quotidianamente nei giornali e alla televisione.
Bellocchio mostra Mussolini giovane (il bel baffuto Filippo Timi) quando, socialista, antinterventista, giornalista dell’Avanti!, marcia con i compagni (i socialisti di Bellocchio sono sempre vecchi, litigiosi e urlanti) gridando «strapperemo le budella al papa per strangolare il re!». Poi nel ’27 sposa in chiesa Rachele già sposata civilmente nel ’15, un mese dopo aver riconosciuto Albino Benito, figlio suo e di Ida che aveva sposato in chiesa nel settembre del 1914: il suo potere si trasforma in dittatura, e Vincere ci mostra il vecchio tremolante filmato della firma dei patti lateranensi nel ’29: «Cinicamente, Mussolini era diventato papista per consolidare il suo potere, tanto da meritarsi, da parte di Pio XI, il titolo di "Uomo della provvidenza": oggi le chiese sono semivuote ma si pratica una sottomissione altrettanto cinica e formale alle posizioni del Vaticano, che ricambia con il suo appoggio ottenendo anche di avere come in nessun altro paese cattolico al mondo, Papa Benedetto XVI quotidianamente e più volte al dì nei telegiornali».
La tragedia dell’ostinata Ida Dalser (l’appassionata Giovanna Mezzogiorno) e del figlio Benito Albino (da adulto lo stesso carismatico Timi), separati per sempre e fatti scomparire in due diversi manicomi, era conosciuta nel loro paese, Sopramonte, e in tutto il Trentino, ma tale era stata la rete di sindaci, poliziotti, medici, avvocati, tutori, magistrati, ecclesiastici, funzionari pubblici, disumani e cortigiani, che avevano provveduto a stracciare documenti e a sorvegliare e punire la fastidiosa ripudiata e il suo innocente figlio.
In Italia dove tutto si sapeva delle tante amanti del duce, di questa moglie non si sapeva nulla: «Se sospettavano che qualcuno ne parlasse, arrivavano le squadracce fasciste e bastonavano le persone e distruggevano le case», dice Fabrizio Laurenti che con Giancarlo Norelli tre anni fa ha prodotto un documentario molto bello per RaiTre, cui Bellocchio si è ispirato. «Quando sei anni fa ho cominciato le ricerche, dopo più di 70 anni dalla morte di Ida e più di 60 dalla fine del fascismo, i pochi sopravvissuti di quegli anni avevano ancora paura a parlare, a rivelare dove erano nascoste le lettere che dal manicomio Ida scriveva al duce, al papa, al re, e che non furono mai spedite». Vincere, dice Bellocchio, è non solo la rievocazione di una storia vera e crudele e di una drammatica stagione politica, di guerra, miseria e morte, della giovinezza violenta di un futuro dittatore e della tragica parabola di una donna che osò opporsi sola al potere, ma è anche un tetro ritratto di quel che fu e potrebbe ancora essere, la società italiana.
«Vincere» La storia della moglie segreta di Mussolini
L’ira di Bellocchio: «Il mio melodramma pugnalato in Italia»
Elogi all’estero e applausi dal pubblico
Confronti. «Analogie tra il Duce e Berlusconi? L’uso dei media e dell’immagine.
Tra Ida Dalser e Veronica Lario nessun paragone»
di Giuseppina Manin (Corriere della Sera, 20.05.2009)
CANNES - «Siamo stati pugnalati alla schiena dalla stampa italiana». Marco Bellocchio ha appena letto i commenti su Vincere (da oggi nelle sale) e ne è rimasto amareggiato. Non tanto per i giudizi, non sempre lusinghieri, ma per quella loro «frettolosità» che, a suo dire, impedisce una seria riflessione. Nel frattempo, a consolarlo arrivano le prime recensioni straniere.
Variety, bibbia del cinema americano, definisce Vincere «un film che toglie il respiro», l’autorevole Screen parla di «Fuochi d’artificio d’autore». Perfino L’Osservatore Romano lo elogia. E in nottata alla proiezione per il pubblico sono arrivati lunghi e calorosi applausi. «Qualunque cosa succeda sono molto orgoglioso di questo film, un melodramma futurista », lo definisce Bellocchio, 70 anni, sette volte al Festival, una da giurato. Regista civile, scomodo, stavolta sa di aver portato in gara un film che scotta, su uno dei segreti meglio custoditi del fascismo: la relazione del giovane Mussolini (nel film Filippo Timi) con Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno), forse sposata forse no, la nascita di un figlio, Benito Albino, prima riconosciuto, poi rinnegato. Una storia ricca di appigli con il presente. «Per la stampa straniera il parallelo Mussolini-Berlusconi è inevitabile - assicura -. In effetti, qualche analogia non manca». Per esempio? «L’uso dei media e dell’immagine. Mussolini è stato il primo a capire quanto fosse importante. Come Berlusconi ha preteso il controllo di ogni foto, di ogni filmato. Come Berlusconi era lui il padrone di gran parte dei mezzi di comunicazione». Un uso dei media spregiudicato e abilissimo nella cui trappola oggi, spiega Bellocchio, è caduta la nostra sinistra, convinta di batterlo sullo stesso terreno cavalcando l’antiberlusconismo. «Mentre la sola vera arma sarebbe quella di proporre un’alternativa di idee. Tanto per cominciare un sano laicismo, fronte su cui invece resistono solo i radicali. Perciò alle prossime elezioni voterò per loro. Non ne posso più di aprire la tv e vedere il Papa. La Rai è un servizio pubblico, non del Vaticano. In nessun altro Paese d’Europa accade questo, solo da noi».
E poi c’è la questione delle donne. Certi politici sembrano attrarle come mosche al miele. Tutte pazze per il Duce, ai tempi. Un immaginario erotico femminile segnato dal maschio Benito, dal torace possente, virile pelata, voce stentorea, labbra e gli occhi roteanti all’unisono come gli attori del cinema muto. Chissà che amante, sognavano impiegate e sartine, maestre e signore dell’alta società. Persino belle, colte e appassionate com’era Ida Dalser. Quando lo incontrò, poco più che ventenne, Mussolini non era ancora il Duce. Un ambizioso socialista populista, agitatore di folle, mangiapreti. Ida ne è folgorata. Per lui vende tutto quello che ha, i soldi servono a finanziare il «Popolo d’Italia» il giornale che gli fa da trampolino di lancio. Gli dà un figlio. In cambio chiede solo di essere amata. «Ma Mussolini era quanto mai spregiudicato e cinico verso le donne, le usava finché gli servivano poi le gettava via - prosegue Bellocchio -. Così successe con Ida. Solo che al contrario delle altre lei non si rassegnò, non volle mai scendere a patti, accettare vitalizi o risarcimenti. Lei sosteneva di essere la moglie, e voleva che Benito si occupasse di loro figlio».
Una battaglia pubblica contro l’uomo più potente e tutti i suoi accoliti che fa di Dalser un’eroina, sostiene Bellocchio. «Nel tentativo di non farsi dimenticare Ida scrisse lettere su lettere a tutti, dal Papa all’allora direttore del Corriere Albertini ». Una denuncia mediatica per qualcuno affine a quella recente di Veronica Lario. «Mi sembra tutta un’altra storia - risponde Bellocchio -. La signora Lario ha reso pubblica la sua volontà di divorziare ma non mette certo in discussione i suoi diritti e privilegi. Ida è morta in manicomio, offesa e dimenticata. Non sarà certo la sorte di Veronica».
Più politica che passione Bellocchio convince a metà Applausi (di cortesia) a «Vincere» sull’amore segreto del Duce
Aspettative in parte deluse alla prima per la stampa del film, forse troppo complesso, dell’unico italiano in gara. Stasera controprova con il pubblico: un bookmaker ieri lo dava per favorito
di Paolo Mereghetti (Corriere della Sera, 19.05.2009)
CANNES - Un applauso contenuto, più di cortesia che veramente convinto, ha chiuso la prima proiezione di Vincere a Cannes. Vedremo domani, davanti al pubblico della Sala Grande se le anticipazioni del bookmaker inglese che dava ieri il film di Bellocchio come favorito numero uno per la Palma saranno confermate.
Quello che è certo è che un film così denso e complesso, anche stilisticamente, avrebbe bisogno di più di una visione e più di una riflessione per portare a un giudizio calibrato e pertinente.
Nell’impossibilità (una programmazione poco razionale quest’anno ci costringe a scrivere subito dopo la visione) cercheremo di procedere per gradi. Cominciando dalla storia che racconta l’odissea di Ida Dalser, la donna trentina che incontrò Benito Mussolini quando era socialista e direttore dell’Avanti a Milano, se ne innamorò (verrebbe da dire molto contraccambiata), gli offrì tutti i suoi soldi per iniziare l’avventura del Popolo d’Italia dopo la «conversione» interventista, rimase incinta del piccolo Benito Albino (che il padre riconobbe legalmente, nonostante avesse già la figlia Edda da Rachele Guidi) e fu ben presto abbandonata al proprio destino da un leader politico che stava diventando il padrone d’Italia.
Se nella prima ora (il film ne dura poco più di due) la straordinaria prova degli attori principali - Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno - sa trasmettere al pubblico il misto di passione e narcisismo che guida il futuro Duce anche nei comportamenti privati e lo struggimento incosciente di una donna che si concede totalmente a quello che crede un grande amore, nella seconda parte il film cambia registro affidando solo ai cinegiornali il resoconto della carriera politica di Mussolini e documentando con rigore, ma anche con freddezza, l’odissea della donna rinchiusa dal fascismo nei manicomi di Pergine e San Clemente.
I grandi temi della carriera di Bellocchio si possono ritrovare in larga parte dentro Vincere, dal peso della figura paterna, autoritaria e lontana, allo sbandamento rabbioso di un figlio che si vede privato prima di uno e poi dell’altro genitore fino alla ribellione impotente della donna che paga l’aver dato ascolto alle proprie passioni rifiutando ogni «finzione» razionale (come le suggerisce uno psichiatra). Anche stilisticamente, il gusto visivo per i chiaroscuri (come sempre con predominio degli scuri sui chiari) attraversa tutto il film, grazie soprattutto alla bellissima fotografia di Daniele Ciprì. Mentre negli ambienti si ritrovano i «labirinti domestici» dove l’orientamento (e la via di fuga) è sempre problematica.
Ma tutti questi elementi faticano a trovare una sintesi che arrivi immediatamente al cuore dello spettatore, come succedeva per esempio nell’Ora di religione o in Buongiorno, notte e la presenza della co-sceneggiatrice Daniela Ceselli fa venire in mente di più la struttura della Balia, con il suo amore impossibile. Anche se qui le «gabbie» che dividono le persone sono più politiche che di classe. Anzi, proprio la parte politica alla fine finisce per schiacciare il nostro interesse per la storia della Dalser e di suo figlio (morti in manicomi diversi, lei a Pergine, lui a Mombello), grazie al montaggio di Francesca Calvelli che fonde perfettamente immagini di repertorio e musica, questa sì l’unico elemento davvero melodrammatico in un film che, dopo questa prima visione, ci sembra prediliga la Storia alla Passione.
Presentato ieri sera in anteprima mondiale l’unico film italiano in concorso: l’atteso «Vincere» di Marco Bellocchio, la storia della donna che Mussolini fece internare in manicomio per opportunità politica.
Bellocchio racconta il fascismo ma sembra proprio l’Italia di oggi
«Oggi siamo tutti costretti a recitare. Non che la verità non vada detta, ma non va gridata. Faccia la buona madre fascista, che sta in casa e in silenzio. Preghi la Vergine perché la Chiesa è l’unica madre di cui hanno paura... e il fascismo, poi, non durerà in eterno».
di Gabriella Gallozzi (l’Unità, 19.05.2009)
C’è davvero tanto Bellocchio, soprattutto la sua difesa sempre viva della laicità, in questo attesissimo Vincere, in cui racconta la drammatica vicenda della prima moglie del duce, Ida Dalser, fatta «sparire» dalla storia ufficiale insieme al suo primogenito Albino. Il film è stato accolto dagli applausi non del tutto calorosi del pubblico degli accreditati. Un film comunque attesissimo per gli italiani, perché è l’unico di casa nostra ad affrontare il concorso. E attesisissmo per il pubblico internazionale perché segna il ritorno sulla croisette di un maestro del cinema europeo che, guarda un po’ proprio qui, pochi anni fa, aveva già portato un altro manifesto del suo laicismo: L’ora di religione.
L’aveva detto lui stesso che Vincere sarebbe stato un melodramma dal ritmo futurista. E così è. Un melodramma che procede su due piani: quello storico, che prende le mosse dai movimenti interventisti e irredentisti nel primo decennio del Novecento. E il piano privato: quello dell’amore di Ida Dalser per il Mussolini socialista direttore de L’Avanti. I due interpreti, Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno, davvero notevoli - non è da escludere un ingresso italiano nel Palmarés grazie a loro - offrono un apporto fondamentale a tutto l’impianto drammaturgico. Che a tratti, però, soffre forse di una difficoltosa fusione fra i due piani storico e privato, entrambi densissimi di «materiale».
Ne viene fuori comunque il ritratto «promesso» da Bellocchio di un’eroina tragica all’Antigone o da melodramma alla Aida. Ida infatti, nonostante il rifiuto sempre più violento del duce è lì che combatte contro tutto e contro tutti per ottenere il riconoscimento del suo status di moglie, scalzato via, invece, per opportunità politiche - ad un passo dal Concordato Mussolini non poteva avere contrasti col Vaticano - da donna Rachele, riconosciuta da tutti la vera moglie. Donna coraggiosa e testarda non perderà occasione per sputare in faccia al regime e ai suoi uomini la verità. E per questo sarà «punita» definitivamente: internata in manicomio lì morirà lontana dal figlio Albino, anche lui internato in un istituto dove morirà a guerra finita.
Una pagina di storia dimenticata, anzi cancellata - il fascismo fece sparire tutti i documenti - che Bellocchio ci riconsegna come un testimone. Perché hai voglia a dire - come ha fatto fin qui il regista - di non aver voluto raccontare il fascismo pensando al presente. Andate al vedere il film - nelle sale venerdì - e vedrete quante analogie con l’oggi. Solo che allora le mogli «scomode» venivano nascoste e cancellate, oggi invece vengono «crocifisse» sui giornali con il seno scoperto.
Vorrei esaminare il film di Bellocchio e la vicenda storico-politica sine ira ac studio. In primo luogo va apprezzata la scenografia e la ricostruzione di certe atmosfere da parte del regista. Da un punto di vista storiografico non sono però accettabili alcuni strafalcioni ed inesattezze cronologiche e situazionali come la confusione tra Angelica Balabanoff ed Ida Dalser a proposito dell’episodio dell’orologio. Gaudens Megaro, nel suo "Mussolini dal mito alla realtà" ci fornisce dettagli che pochi oggi conoscono. Non è il caso di soffermarsi sul livello culturale e di cognizione storiografiche di registi, attori ed attrici italiane contemporanee a proposito del periodo 1914-1945. Ignoranza, stereotipie conoscitive e cialtroneria predominano. Il discorso ci porterebbe lontano. Gente assolutamente ignorante si auto-promuove psico-biografa. La puntata di "Porta a Porta" dedicata al film di Bellocchio ha "brillato", come al solito, per pochezza e superficialità. Pochezza e superficialità che accomunava tutti a tutti da Alessandra Scicolone Floriani alla Mezzogiorno ed a Vespa.
Abbiamo alcuni dati di fatto. Ida Irene Dalser non è mai stata sposata con Benito Mussolini, come risulta dalla sentenza pronunciata dal Tribunale di Milano, presidente Giovanni Maria Antonioli, giudici Vincenzo Porro e Luigi Serra, nella causa promossa il 19 maggio 1916 (e non siamo in periodo fascista) da Ida Dalser, proprietaria di un salone di bellezza, contro Benito Mussolini, giornalista, per essere stata «sedotta e resa madre con promessa di matrimonio non mantenuta». La Dalser nasce a Sopramonte (Trento) il 25 agosto 1880 da Albino Dalser e Caterina Corradini. E’ più grande di 3 anni di Mussolini. Giunge a Milano nel 1906 e si occupa in qualità di governante. Notizie importanti ci fornisce il "Rapporto dell’ispettore generale di Pubblica Sicurezza Gasti su "Mussolini e i Fasci di combattimento"" redatto il 4 giugno 1919. Dopo qualche anno va a Parigi per apprendere la professione di <
Allo scrivente interessa sottolineare alcune cose semplicemente:
1) certamente il comportamento di Benito Mussolini verso un figlio che porta il suo stesso nome e cognome è stato inqualificabile sino alla morte del ragazzo 27enne.
E’ assurdo che un padre abbia fatto cambiare addirittura il cognome del ragazzo in Benito Albino Dalser. Elena Curti, figlia naturale del Duce, dallo scrivente intervistata, ha rivelato il senso di rimorso del padre verso la sorte del fratellastro che confidò a Lei stessa privatamente. In questo senso l’atteggiamento di disinteresse del padre verso Benito Albino non ha giustificazioni di sorta. Sangue del proprio sangue non può ignorarsi.
2) La Dalser, ha utilizzato il figlio per accaparrarsi della vicinanza del padre naturale e della posizione relativa.
Non era nuova a comportamenti ricattatori del resto, vedi il precedente attuato dalla stessa verso il professor Giuseppe Brambilla, con realtivi strascichi giudiziari.
3) Ma soprattutto, nella disamina della vicenda Mussolini-Dalser, non si vuole, per ignoranza di molti o per malafede di pochi (che conoscono l’affaire spionistico), considerare la delicatezza della questione. Siamo in piena prima guerra mondiale. Contatti d’intelligence, diplomazia sotterranea, servizi segreti zaristi russi, francesi ed inglesi che cercano di staccare l’Italia giolittiana dalla Triplice Alleanza con Germania guglielmina ed Austria asburgica ed ungarica. Mussolini viene sollecitato anche da Antonino Paternò Castello marchese di Sangiuliano a fare propaganda per l’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia dei Romanov non ancora sovietizzata). E riceve fondi e sostanze dai servizi francesi, forse da Pietrogrado, dagli Agnelli, gli Ansaldo, i Perrone e poi da influenti personaggi delle comunità israelitiche. La Dalser, orecchiante o addentrata perché amante dell’ex direttore dell’<
Alessandro De Felice (www.alessandrodefelice.it)
Buonasera Sig. De Felice! sono la nipote del citato avvocato "tal Bonavita". Si chiamava Francesco, era di Forlì, ma soprattutto era un grande amico di Alessandro Mussolini, prima che uno dei legali di Benito e non le nascondo che mi piacerebbe sapere di più su lui e sul figlio Stelio. possiedo una certa quantità di materiale dell’epoca riguardante la famiglia Mussolini, ma di cui ignoro troppo delle cose che ho tra le mani. se fosse interessato, mi piacerebbe un confronto/incontro.
Cordialità Donatella Bonavita donatellabonavita@mac.com