A colloquio con la teorica femminista ospite del Festivaletteratura di Mantova che si è aperto ieri. Celebre il suo saggio “Speculum” dal quale prese le mosse il pensiero della differenza di genere. Al pubblico ha presentato l’ultimo libro “In tutto il mondo siamo sempre in due”
Luce Irigaray, filosofa convertita allo spiritualismo
di Maria Vittoria Vittori (Liberazione, 07.09.2006)
Mantova. Con la maglietta del Festivaletteratura e lo sguardo vispo, Luce Irigaray gioca a fare la ragazza. E non solo per l’aspetto: «Sono fuori dall’istituzione» ama ripetere. Ma poi racconta delle ragazze - quelle vere - che «scelgono di fare il dottorato sulle mie opere, e spesso sono molto sole. Per loro conduco da alcuni anni, in Inghilterra, un seminario internazionale. E penso di trasformare questa esperienza in un libro: Luce Irigaray teacher. Il dettaglio intenerisce, ma non evita una domanda. Questa: dov’è finita la ragazza di un tempo? Dove la filosofia che con Speculum. L’altra donna ha segnato un passaggio significativo nel pensiero e nell’approccio relazionale e politico? L’intenzione di confrontarsi con il percorso critico di un’intellettuale multiforme - filosofa, linguista, psicoanalista - che è stata capace, all’inizio degli anni Settanta, di elaborare una nuova cultura, deve fare i conti con una conversazione continuamente interrotta. E’ sulla difensiva, Luce Irigaray, venuta qui a Mantova per parlare del suo nuovo libro, In tutto il mondo siamo sempre in due (Baldini Castoldi Dalai, pp. 414, euro 17,50); ha timore di non essere compresa a sufficienza, di essere fraintesa.
Nemmeno la sua presentazione nelle note biografiche le garba molto. «Sono stupefatta nel vedere che sono presentata come un’allieva di Lacan, che si parla di me soltanto come l’autrice di Speculum. Mi stupisce sentir dire che ho ricevuto molto dal movimento delle donne: scrivere Speculum è stato come attraversare il deserto. E ancora, che non sono mai stata veramente coinvolta nel movimento delle donne. Per questo libro, non dimentichiamolo, sono stata buttata fuori dall’Università».
Glissa sulle domande relative al pensiero della differenza, e alla sua evoluzione, anche qui giocando di rimessa, attenta a ribadire i confini del “suo” pensiero. «Si è fatto di questo pensiero della differenza un pensiero solo delle donne e fra le donne. Non l’ho mai detto. Questa era una tappa necessaria per strutturare il soggetto femminile, ma la finalità resta una cultura a due soggetti. E’ una cultura a due soggetti che ci permette di entrare nel multiculturalismo, essendo la differenza uomo-donna la prima differenza».
Proviamo a trasferire la conversazione sul piano politico. «Il problema non è far entrare le donne, è portare alla politica i valori specifici delle donne. Quelli legati ad un’identità relazionale più precoce, più sviluppata, più creativa. Mi sembra che il primo valore da promuovere nelle città sia proprio il valore della relazione. Ancora, le donne hanno a cuore la salvaguardia della natura, e la natura, dal canto suo, ha più che mai bisogno di loro; sono interessate all’abitare, alla salute, sono più predisposte ad accogliere l’altro».
Nel trasloco di argomenti che si sta effettuando, dai fermenti utilmente contraddittori del pensiero e del movimento delle donne al rapporto con la natura, la Irigaray appare più rilassata. Il motivo lo spiega lei stessa quando si tocca il tema che le sta veramente a cuore: la spiritualità. E già, perché dalla felicità come finalità ultima della politica, che affiorava nelle opere più recenti, la filosofia si è trasferita ai piani alti della dimensione spirituale. E’ di questo che desidera parlare: della cultura del respiro che, in alcuni saggi contenuti nel suo ultimo libro, assume a volte quelle indistinte tonalità che virano al mistico e profumano di New Age.
E’ qui che la Irigaray, abbandonando ogni reticenza, dà il meglio della sua nuova identità di guru. Maturata attraverso l’assidua pratica dello yoga. «A poco a poco la pratica dello yoga ha cambiato il mio modo di pensare e di vivere. La cultura dello yoga è la cultura del respiro, che è fonte di vita, e ha bisogno di riferimenti spirituali per alimentarsi. Nella cultura occidentale abbiamo criticato i valori spirituali ma siamo ricaduti nell’ideologia e nel conformismo. Invece credo che sia necessario scoprire un cammino di spiritualità che ti renda autonomo. Non è criticare l’altro che ti rende autonomo, ma coltivare il tuo proprio respiro. Questo ti dà libertà, autonomia, responsabilità, la possibilità di passare da una cultura all’altra. La questione è: dobbiamo sfruttare il respiro degli altri o condividere il respiro con gli altri?» Annuncia, la nuova e più che mai feconda Luce, nuove iniziative e nuovi progetti: e se alcuni rientrano nel suo precedente percorso - un libro che raccoglie le conferenze tenute in Italia, che uscirà tra breve da Liguori, un altro intitolato
Condividere il mondo, di prossima uscita in Inghilterra, che si muove «tra la differenza sessuata e il multiculturalismo» -, altri si preannunciano sorprendenti. Come la raccolta di interviste La vita dell’amore, e un libro di poesie che si intitola Preghiere quotidiane.
Lui, lei e la natura. Caldamente consigliato dalla vostra Luce. Spirituale.
Paura
Le nostre vite esposte all’incertezza
Un sentimento che oggi ha preso il sopravvento
La filosofa e psicoanalista francese: non riguarda solo i bambini, è la vita reale che spaventa gli adulti
Ed è dentro di noi che
dobbiamo trovare la causa del suo potere
È indispensabile tornare a una cultura più complessiva del nostro essere
Essere fedeli alla nostra singolarità esige di sviluppare le relazioni con l’altro, gli altri
di Luce Iragaray
(la Repubblica, 01.04.2009)
La paura è sempre esistita, ma essa assume caratteri particolari nella nostra epoca. Anzitutto la paura è generale e ovunque. La paura di respirare un’aria inquinata e di mangiare un cibo tossico; la paura di essere contaminati da qualche virus, sennò da qualche ideologia; la paura di perdere il lavoro ma pure i beni acquisiti grazie al lavoro; la paura che non ci sia un domani: per la salute, per l’amore, per i viveri o l’acqua, per il pianeta; la paura di stare a casa ma anche di uscire di casa dove una qualsiasi violenza potrebbe colpirci.
La paura, quindi, non è solo un affare di bambini non ancora cresciuti e che hanno bisogno di adulti per essere aiutati a entrare nella vita reale. La stessa vita reale oggi spaventa prima gli adulti che sono consapevoli del carattere precario e pericoloso della nostra esistenza attuale, che sono pure capaci di prevedere l’incertezza dell’avvenire per l’umanità. La paura non è più un problema che si può curare con l’età, nemmeno con una terapia.
Risulta da fenomeni oggettivi che si sommano e creano un ambiente di vita che ci rende vulnerabili e in un certo modo malati. Ma si tratta di una malattia che nessun medico né nessuna medicina possono guarire? Certo, ci sono medici che prescrivono neurolettici o antidepressivi, ma non curano perciò la paura. Ci sono anche persone che fanno uso di droghe meno legali per trovare conforto, ma diventano tossicodipendenti senza aver superato la soggezione alla paura, piuttosto l’hanno raddoppiata.
Superare la paura generalizzata che corrisponde ormai all’atmosfera della vita quotidiana richiede il passaggio a un’altra epoca. Cerchiamo ancora di imputare qualche altro - individuo o cultura - della causa della paura. Questa risulterebbe da una certa sorta di terrorismo, dalle forme assunte da tale e tal altra religione, o dal modo di comportarsi di un altro popolo o di un’altra generazione.
Addossare a qualcun altro la responsabilità della paura non ci può aiutare a superarla. È piuttosto in noi stessi e nel nostro modo di vivere che dobbiamo trovare la causa dell’onnipresenza della paura e del suo potere. Se la nostra tradizione si fosse curata un po’ meglio di coltivare il respiro e l’energia, saremmo più capaci di rimanere in noi e di resistere alla paura. Ci siamo tanto allontanati da noi che non abbiamo un luogo in cui ripararci, qualcosa in noi a cui appoggiarci per sfuggire alla pressione ambientale. La quale incita una gran parte di noi a rifugiarsi nel divertimento, come accade spesso nei tempi incerti. Ma un simile comportamento, che corrisponde a una sorta di droga, contribuisce ad alimentare l’incertezza!
Tornare a una cultura più complessiva del nostro essere è indispensabile, non solo per sopravvivere ma anche per tentare di aprire nuovi orizzonti. Oltre al fatto che sia stata una cultura del fra simili, che affronta le differenze in un modo quasi soltanto quantitativo e gerarchico, la nostra tradizione ha favorito un’educazione delle facoltà mentali a discapito di una formazione più globale. Questi caratteri culturali ci hanno resi abbastanza deboli e poco capaci di convivere nella differenza, cioè di adattarci alle realtà del nostro tempo.
Siamo stati educati a seguire modelli culturali preesistenti piuttosto che a edificare insieme un nuovo mondo grazie alle fecondità delle nostre differenze. Ora, questo è il lavoro che spetta a noi di compiere oggi. Un tale lavoro esige da noi di essere più autonomi e creativi di quanto siamo.
Infatti, abbiamo ancora da superare la dipendenza da quelli che crediamo conoscano meglio di noi quali siano il nostro bene o il nostro male. Adulti, restiamo anche bambini a causa di una simile aspettativa riposta in quelli che sostituiscono l’autorità parentale. Fidarci del loro parere e della loro parola senza rimanere all’ascolto delle nostre percezioni e della nostra esperienza, ci rende fragili e recettivi alla paura, di cui, per altro, certi usano per stabilire un loro potere. Ci fanno credere che se non rispettiamo i loro consigli, rischiamo di danneggiare il nostro corpo, il nostro statuto sociale, perfino la nostra anima.
Sfortunatamente non ci svelano che cosa perdiamo fidandoci della loro autorità senza essere fedeli al nostro proprio sentire. Una condizione necessaria per costruire una vita adulta autonoma.
Essere fedeli alla nostra singolarità e incaricarci di farla fiorire deve accompagnarsi con il rispetto della singolarità dell’altro e l’aiuto portato al suo proprio compimento. Questo ci richiede di crescere come adulti autonomi capaci di proseguire il proprio cammino senza rinunciare a esso per qualsiasi paura. Esige anche di sviluppare le relazioni con l’altro, gli altri, non solo in quanto figli di una stessa particolare famiglia - naturale, culturale, politica, nazionale, eccetera - i figli che sono radunati in nome di una specifica appartenenza, e che formano un tutto che, almeno in parte, si richiude a partire dall’esclusione dell’altro in quanto differente. Figli che sono più o meno in competizione per essere il capo, il primo, il più bravo, il più competente, il più amato eccetera. Abbiamo piuttosto da crescere fino a raggiungere una maturità che ci consenta di comporre una famiglia umana di fratelli e di sorelle di cui le differenze si intrecciano e si fecondano in nome di un’appartenenza naturale universale e della libera volontà di ciascuno e di ciascuna di costruire insieme un mondo che corrisponda all’epoca in cui viviamo e abbiamo da convivere nella dignità, nella pace e, per quanto difficile questo talvolta sia, nella felicità.
Le ipocrisie sull’amore
di LUCE IRIGARAY (la Repubblica, 16 settembre 2008)
Cercando nel dizionario Robert l’etimologia della parola "prostituire" o "prostituirsi", ho scoperto che il suo primo senso e’: esporre in pubblico cose che richiedono un po’ di riservatezza, un po’ di discrezione. Il significato della parola anzitutto conosciuto da noi oggi e’, infatti, piu’ tardo, cioe’ il suo riferimento alla prostituzione del corpo per rapporti sessuali con una, o generalmente parecchie persone, in cambio di denaro.
Stranamente, il primo senso della parola dovrebbe svanire quando si tratta di sessualita’. Anche se e’ per natura pubblica, la prostituzione dovrebbe allora rimanere invisibile. Ma come una cosa pubblica puo’ esercitarsi in modo nascosto? Questo e’ il paradosso legato alla prostituzione: esiste a condizione che non si sappia e che non si veda che esiste. Di conseguenza, e’ cacciata da tutti i luoghi pubblici in cui si potrebbe sapere o vedere che si esercita: le case di tolleranza, le strade, eccetera. Non c’e’ nulla di strano in tale contraddizione.
La prostituzione partecipa della sorte riservata alla sessualita’ nella nostra cultura: esiste a patto che non si sappia, che non si manifesti in quanto tale. Nulla nei programmi scolastici tiene conto della necessaria educazione sessuale dei bambini, dei ragazzi e adolescenti. I programmi scolastici si fermano a insegnamenti relativi agli organi di riproduzione senza abbordare la questione dell’attrazione sessuale e delle vie per condividere il desiderio a un livello corporeo.
L’istruzione si limita a descrizioni naturaliste degli organi sessuali da una parte, e dall’altra all’esposizione delle sventure amorose vissute dai personaggi della nostra letteratura. Si puo’ capire che i ragazzi cerchino presso le prostitute un’educazione un po’ piu’ adeguata a cio’ che provano. Sfortunatamente, visto il disprezzo della sessualita’ nella nostra tradizione, e pure l’etica della stessa prostituzione, questi maschi in cerca di educazione sessuale ricadono in rapporti sessuali piuttosto naturalisti, senza desiderio ne’ amore, che si svolgono in luoghi spesso sordidi e in cambio di denaro.
Una simile iniziazione alla sessualita’ non favorisce gli abbracci amorosi futuri fra amanti; e’ piuttosto incitamento a mostrare le proprie capacita’ in un rapporto venale fondato su una certa schiavitu’. Questo non contribuisce allo sviluppo della personalita’ del ragazzo, in particolare nella sua dimensione affettiva e relazionale, per la quale ha tanto bisogno di un’istruzione appropriata.
La ragazza, da parte sua, non ha quasi mai l’opportunita’ di un’iniziazione sessuale scelta da lei. Diviene il piu’ delle volte una sorta di prostituta involontaria, anche nello stesso matrimonio, e l’attrazione sessuale che prova si fa sogno sentimentale in attesa di qualche principe o signore, forse estraneo alla nostra vita terrena. Si possono immaginare i problemi e le delusioni dei primi abbracci amorosi.
Ora l’attrazione sessuale e’ cio’ che ci puo’ facilitare il passaggio dai bisogni individuali legati alla sopravvivenza a una condivisione con l’altro. E’ cio’ che ci puo’ aiutare a trascendere il nostro corpo come materia attraverso il desiderio, un desiderio che fa da ponte e mediazione tra corpo e anima, e anche fra l’altro e noi stessi. Questa spiritualizzazione del corpo e dell’amore carnale e’ resa impossibile per mancanza di una cultura della sessualita’, per la sua repressione e riduzione a un bisogno, sessuale e perfino procreativo, che non ha piu’ nulla di propriamente umano.
*
Fonte: NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE.
Supplemento settimanale del giovedi’ de "La nonviolenza e’ in cammino"
Numero 218 del 6 novembre 2008
Sull’argomento, si cfr (cliccare sul rosso per leggere l’articolo ->):
Una nuova democrazia? Fondiamola sull’amore
Luce Irigaray intervistata da Maria Serena Palieri (l’Unità, 17.06.2008)
Se alla parola «filosofia» dessimo il significato di «saggezza dell’amore» anziché «amore della saggezza» come si è fatto per duemila anni?
Oggi i cittadini sono come bambini in ascolto del Capo. La trappola è nel fatto che il Capo è stato eletto da noi stessi. Nostra è la colpa
Ségolène e Hillary candidate alle massime cariche sono una vera rottura col passato? Senza un programma «da» donne c’è il rischio di screditare il nostro sesso
«Chiedere l’uguaglianza, come donne, mi sembra un’espressione sbagliata per un obiettivo reale. A chi o a che cosa vogliono essere uguali le donne? Agli uomini? A una retribuzione? A un impiego pubblico? Uguali a quale modello?
Perché non uguali a se stesse?»
Si intitola La via dell’amore l’ultimo saggio della filosofa che, dal 1974 e dallo «scandalo» di Speculum, è punto di riferimento del pensiero femminile. Un testo che propone una provocazione radicale. Lei stessa ce la spiega
Filosofia: parola composta, dal greco, a partire da due altre, «amore» e «saggezza». Ma queste due, una volta mescolate, a quale terzo nuovo senso danno luogo? Da due millenni e mezzo diciamo che filosofia significa «amore della saggezza». E se, invece, significasse «saggezza dell’amore»? Cosa sarebbe successo, insomma, se nella storia umana la saggezza fosse stata regolata dall’amore?
Luce Irigaray, filosofa e psicanalista, dopo trentaquattro anni di cammino tenace - è del 1974 lo «scandaloso» successo di Speculum, il saggio con cui decostruiva Freud, Platone e Hegel, tra gli altri, per indagare nel continente ignoto dell’identità e della sessualità femminile, del 1984 il saggio che poneva un primo mattone della sua originale teoria successiva, Etica della differenza sessuale, del 1992 quello in cui cominciava a saggiare l’idea di una «polis» aperta ai due sessi, Io, tu, noi, per una cultura della differenza - è arrivata in questo 2008 nelle nostre librerie, per Bollati Boringhieri, con un testo dal titolo magnificamente innocente, La via dell’amore. Di innocente, in questo pamphlet, c’è lo sguardo con cui Irigaray, studiosa settantottenne, partendo da quello slittamento di senso di una parola bimillenaria, «filosofia», finisce per leggere con incandescente radicalismo il nostro tempo. «La tradizione occidentale ha privilegiato la sapienza a discapito dell’amore. E l’uomo occidentale ha confuso poi la sapienza col dominio sulla natura, compresa la natura propria e quella dell’altro. Perché l’ha fatto? Perché doveva emergere dal mondo materno, inteso come natura, e invece di risolvere la cosa in termini di relazione nella differenza, ha scelto la via del dominio sul mondo naturale, mondo materno compreso»: così Irigaray riassume, per noi, quel mistero delle origini. «Forse in un primo tempo non poteva fare altrimenti» aggiunge. «E la mia ipotesi è che l’uomo abbia bisogno ora che la donna si individui in quanto donna per aiutare lui, l’uomo, ad uscire dal mondo materno». Nell’ultimo decennio alcuni studiosi (uomini) si sono avventurati a parlare di «fine della storia»: stop, l’evoluzione umana è arrivata al capolinea. Per Luce Irigaray sembra sia vero il contrario: siamo a un inizio. Con un’avvertenza: «La liberazione femminile, se avviene solo “contro” gli uomini, non servirà a granché. Anche i separatismi, che pure hanno avuto una funzione storica, sono da superare, salvo che come strategia puntuale per ottenere certi diritti» osserva.
In un momento in cui la democrazia collassa fare un discorso sulla saggezza dell’amore e la relazione a due può sembrare un lusso. Lo è? Oppure quella che Irigaray propone è un’altra idea di democrazia, una democrazia radicale?
«Nella cosiddetta democrazia, secondo me, la gente è diventata troppo dipendente, i cittadini sono come bambini, in ascolto di quanto decide il capo. La trappola è nel fatto che il capo è stato eletto da noi stessi. Così, i disastri della democrazia sarebbero comunque colpa nostra. Dunque, cerco di dire che la gestione della città, la gestione di noi stessi e dei rapporti tra di noi, invece, deve essere a carico nostro. La politica è compito di noi tutti e tutte, non solo dei politici. La politica, e in particolare la democrazia, spesso, hanno lavorato più a separare i cittadini che ad avvicinarli. Il mio discorso punta a riannodare queste relazioni, facendo leva sulla potenza estrema - per chi la sa vedere - della differenza. L’amore è alla nostra portata e rifondare la società civile è compito di noi tutti e tutte. Intendo la parola “amore” in senso forte, non debole, non paternalistico né sentimentale, amore come rispetto dell’umano, nella sua totalità. La mia perdita di fiducia nella politica risale a molti anni fa. È allora che ho deciso che, anziché criticare e aspettare, dissipando così salute ed energia, da subito potevo usarle, invece, per creare legami. Ho cominciato, cioè, a lavorare sul “due”. Rifondare la relazione a due è il mezzo per rifondare la società civile. Puoi farlo ogni giorno, dieci volte al giorno, e a sera hai fatto qualcosa».
Il saggio affronta anche il rapporto tra religione e filosofia. La questione religiosa è, in questo momento, scabrosa. Lei come la intende?
«Io vivo in Francia. Sono politicamente laica. Trovo che l’avanzata dei fondamentalismi, e le crisi politiche che ne conseguono, derivino dal fatto che la filosofia, come detto all’inizio, si sia disinteressata dell’amore, a favore della sapienza governata dal Logos. Ma, siccome l’amore fa parte dell’umano, esso è finito delegato alla religione. E questo ha creato un disastro. Sia nella religione, che in politica».
Il saggio ha come bersaglio polemico anche il nuovo universo, informatico, nel quale viviamo. E quello che lei ha definito «capitalismo intellettuale». Perché?
«Non definisco l’informatica in quanto tale come capitalismo intellettuale, ma l’uso che alcuni ne possono fare e le conseguenze di un uso generalizzato di essa. Il linguaggio dell’informatica deriva dalla logica occidentale che ha creato un mondo parallelo a quello della vita, dove esistono le differenze. L’informatica, con la sua logica binaria, estranea alla vita, appartiene a questo mondo parallelo. Per sfuggire a questo dominio dobbiamo cercare di tornare a un linguaggio concreto, carnale, fatto di rispetto della stessa natura e di relazione tra noi. Prendiamo il silenzio: l’informatica non sa cosa sia, il silenzio è qualcosa che non è né bene né male, ma è un luogo dove ci si può incontrare, nel rispetto delle nostre differenze, ed elaborare un mondo comune, a partire da trasformazioni dei rispettivi mondi. L’informatica non sa cosa sia il silenzio, nemmeno l’intimità. La nostra logica occidentale corrisponde a un linguaggio che nomina il reale per appropriarsene, ma così lo immobilizza, lo uccide in qualche modo. Noi diciamo “un albero” e, nel dirlo, cancelliamo la vita, le trasformazioni che un albero vive in primavera, in autunno, in inverno. La logica occidentale è anzitutto un padroneggiare il mondo in una maniera mentale: ad esempio dire “un castagno” parla prima al cervello, invece parlare di “questo castagno qui in fiore” si rivolge a tutto il nostro essere. Insomma, io cerco di tornare a, o di inventare, un linguaggio carnale, che tocchi, che corrisponda al nostro essere totale e che ci consenta di comunicare in quanto viventi».
Lei contrappone «familiarità» a «intimità». Valorizzando la seconda a scapito della prima. Perché?
«La familiarità è ciò che ci unisce in un passato comune attraverso abitudini, costumi: io e te siamo dello stesso paese, condividiamo la nostra casa di famiglia, abbiamo vissuto insieme quell’evento... La familiarità è legata al passato. Ci incarcera nel nostro modo di vivere, nella nostra propria lingua. Ci impedisce quindi di avvicinarci all’altro: all’altro sesso, all’altra generazione, allo straniero. Ci impedisce di creare intimità con l’altro, attraverso le differenze». Nel suo saggio parla anche della «fabbricazione di bellezza» e della «fabbricazione di erezione». Insomma, parlando di «saggezza dell’amore» si finisce a parlare di lifting e Viagra... «Non andiamo perfino verso la fabbricazione dello stesso corpo? La nostra sapienza prima ha voluto dominare la natura, ora vuole fabbricare la natura al posto di lasciarla essere e crescere. Per la natura non c’è più posto. Se si fosse coltivata un po’, invece, la saggezza dell’amore, di tutto questo non ci sarebbe bisogno: la relazione carnale basterebbe per farci apprezzare i nostri corpi come sono, dei corpi che sarebbero d’altronde più seducenti perché più vivi, come si può verificare nelle culture che coltivano il respiro, l’energia della vita al posto di inventare artifici per mascherarla».
Ma l’informatica, che ci dona l’ubiquità, così come la velocità che ci consente di raggiungere ogni angolo del pianeta, non accentuano la vicinanza? Non aiutano a comunicare?
«Lo crede? Ha visto il numero di persone che parlano ormai da sole per strada? E che si arrabbiano se tu interrompi il loro parlare da soli? E che, quando non parlano da soli per strada parlano a casa col loro computer? In fedeltà a una nostra tradizione occidentale, le persone si parlano sempre più in assenza di una presenza carnale: le dita toccano molto i tasti del computer ma poco il corpo dell’altro. In noi esseri umani, poi, ci sono ritmi diversi: i ritmi di digestione, cuore, respiro, parola, pensiero. Le macchine ci stanno riducendo a un ritmo uniforme, a un ritmo perfino solo mentale. E questo è pericoloso...».
Luce Irigaray cosa pensa di questo mondo del 2008, in cui ci sono state donne candidate a cariche mai avute prima: Ségolène Royal all’Eliseo, Hillary Clinton alla Casa Bianca?
«Alle donne che si candidano chiedo di presentare un programma “da” donne. Altrimenti temo che facciano perdere credibilità al nostro sesso. Vedo molte donne che vogliono diventare uomini, per entrare in politica. Ho paura che le donne stiano lentamente omologandosi. Il totalitarismo più sottile, oggi, è l’omologazione. E se perdiamo l’ultima carta della differenza sessuale, da dove rifonderemo la democrazia? Io vedo fondamentalismi, denaro, violenza. Per la democrazia abbiamo bisogno di differenze. Puntare solo sull’uguaglianza è sbagliato. È molto impegnativo costruire una cultura rispettosa delle differenze, partendo dalla differenza tra noi, perché questo richiede una rivoluzione nel nostro modo di pensare. Tuttavia è necessario farlo oggi: è la vita stessa che è a rischio, in particolare perché ci manca la possibilità di sperare in un futuro. Bisogna riaffidare a ciascuno e ciascuna il compito di costruire un futuro possibile per l’umanità».
E un programma politico da donne in cosa dovrebbe consistere?
«Io penso che il mio modo di pensare e di parlare siano fedeli alla mia appartenenza al sesso femminile, sono basati sulla mia esperienza di donna. Dopo aver lavorato per anni sulla sessuazione del discorso ho capito che, in modo più colto, sono fedele alla ragazza che sono stata: privilegio, cioè, il dialogo fra soggetti, fra due soggetti differenti, senza considerare genealogie o gerarchie, e preferisco il presente e il futuro al passato. Fare una politica “da”, “di” donna esige per prima cosa di cambiare il modo tradizionale di parlare,per esprimersi come donna pur rispettando la differenza dell’altro. Significa entrare in un’altra logica, in cui la relazione con l’altro, nella sua singolarità, prevale sulla relazione con l’oggetto, con il denaro. Ciò richiede di scoprire e utilizzare un linguaggio che rimane sensibile, toccante, senza cancellare però i limiti delle rispettive identità o mondi. Bisogna curare l’aspetto creativo, performartivo della parola».
È anche da qui che passa la «via dell’amore»?
«In effetti una politica “di” donne potrebbe corrispondere a una saggezza dell’amore. È una saggezza che le donne devono acquistare e coltivare, sia a livello pubblico che privato. Ovviamente essa non può limitarsi a imporre nella vita pubblica le sole cose consentite alle donne nella nostra tradizione: sentimenti più o meno infelici e rivendicativi. Importa che scopriamo, invece, una libertà positiva e non solo negativa, cioè non l’essere libere malgrado o contro gli uomini, ma esserlo per noi stesse e per un’opera che corrisponda al nostro essere. È un peccato che le donne spendano tuttora la loro energia nel litigare con gli uomini o nel diventare uomini. Non sarebbe meglio affermare i propri valori ed elaborare una nuova cultura, una cultura che cerchi di dialogare con l’altro, con tutte le forme di altri?».
"La via dell’amore", il nuovo saggio di Luce Irigaray
di Umberto Galimberti *
E se "filo-sofia" non volesse dire " amore della saggezza" ma "saggezza dell’amore", così come "teo-logia" vuol dire discorso di Dio e non parola di Dio, o come "metro-logia" vuol dire scienza delle misure e non misura della scienza? Perchè per "filo-sofia" questa inversione nella successione delle parole? Perchè in Occidente la filosofia si è strutturata come una logica che formalizza il reale, sottraendosi al mondo della vita, per rinchiudersi nelle università dove , tra iniziati, si trasmette da maestro a discepolo un sapere che non ha alcun impatto sull’esistenza e sul modo di condurla? Sarà per questo che da Platone, che indica come condotta filosofica " l’esercizio di morte",ad Heidegger, che tanto insiste suill’essere-per-la morte , i fillosofi si sono innamorati più del saper morire che del saper vivere?
Questa è la provocazione di Luce Irigaray che, nel suo ultimo libro: La via dell’amore, denuncia l’atteggiamento tipico e totalmente irriflesso del filosofo che, nella cura della purezza del logos, trascura il dia-logo con uno o più soggetti differenti, come le donne, per esempio, onde evitare i delicati problemi relazionali che nascono dal confronto con l’altro. E’ saggio tutto questo? O è semplicemente il sintomo di una paura o di una incapacità di entrare in relazione con l’altro?
Con questa provocazione Irigaray non intende distruggere l’edificio concettuale che la filosofia ha costruito in Occidente, ma denunciarne il carattere parziale, dovuto al fatto che si è preferito coltivare la purezza delle idee piuttosto che il rapporto intersoggettivo tra gli uomini, tutti portatori di idee, amputando così la verità, l’etica, la teologia stessa dei suoi valori di base, per privilegiare un monologo solipsistico, sempre più lontano dal reale.
Tutto ciò non corrisponde a una saggezza umana, ma piuttosto a un esilio circondato da fortificazioni dove il filosofo si ripara, servendosi soprattutto di una lingua difficilmente accessibile e più preoccupata di " parlare di" invece che di " parlare con" gli altri e così apprendere che non c’è una sola verità, una sola bellezza, una sola scienza.
E questo vale soprattutto oggi dove, per effetto della globalizzazione sperimentiamo che la diversità non è solo tra l’uomo e la donna, e più in generale fra i soggetti, ma tra le differenti culture, ciascuna delle quali è portatrice di un’oggettività difficilmente catalogabile con le nostre categorie, oltre che di una simbolica e di una sensibilità che richiedono di essere non solo comprese, ma pensate.
Qui più del logos conta il dia-logo, che è possibile solo quando riconosco che l’altro possa avere un gradiente di verità superiore al mio. Questa è l’essenza della tolleranza che le religioni, nonostante il gran parlare che ne fanno, misconoscono. Perchè non si può dialogare con chi si ritiene depositario di una verità assoluta. Questo la filosofia deve dire alle religioni, ma solo se si presenta non tanto come amore per la saggezza quanto come saggezza dell’ amore. Perchè è proprio dell’amore il riconoscimento dell’alterità dell’altro.
Bisogna allora passare dalla "trascendenza verticale" proposta dalle religioni alla "trascendenza orizzontale" che riconosce l’altro non nel Grande Altro ma nell’altro che ogni giorno incontriamo e che invoca un discorso per elaborare non la città ideale di Platone che sta nell’iperuranio, ma un universo che sia da tutti il più possibile condiviso. Meno filosofia del logos e più pratica filosofica attenta al mondo della vita. Questo forse oggi è necessario se non addirittura urgente.
LUCE IRIGARAY,
La via dell’amore,
Bollati Boringhieri
Traduzione di Roberto Salvatori
Pagg. 117,
Euro 14
* La Repubblica/Almanacco dei libri, 12.04.2008.
IL FUTURO E’ DONNA? ...nelle problematiche attuali
di LAURA TUSSI
Riconoscere la soggettività della donna corrisponde a riconoscere anche la differenza: la pari dignità non viene stabilita sulla base di una omogeneizzazione dei due sessi, ma sulla identificazione della differenza come valore. Non si vuole qui fare l’elogio del pensiero della differenza sessuale (che è comunque un momento alto della partecipazione femminile all’elaborazione culturale) ma sottolineare ancora una volta che la rilevazione della differenza sessuale come positività dà diritto di cittadinanza culturale a tutte le altre differenze (etnica, culturale appunto, ma anche di età, di salute, di stato sociale ecc.). Ciò sembra importante soprattutto in un momento in cui le differenze etniche-culturali stanno spaccando nazioni, anche da lungo tempo costruite sull’unione di etnie diverse, in tanti piccoli satelliti. Rimane certamente un problema quello delle varie forme di discriminazione e di violenza sulle donne e sulle bambine. Una questione grave è il precariato sul lavoro, il cosiddetto mobbing e la precedenza data al licenziamento, o alla messa in cassa integrazione, delle donne nelle situazioni di chiusura totale o di de-localizzazione delle aziende. Legati al fenomeno dell’immigrazione ci sono i problemi dello sfruttamento e del traffico di donne. Di crescente rilievo sociale, giuridico e morale è la piaga culturale che riguarda quelle donne immigrate le quali, lavorando in particolare quali badanti o infermiere nelle nostre case e nei nostri ospedali, fanno partecipi le nostre famiglie dello stato di disagio in cui si trovano le loro stesse famiglie rimaste nei paesi di provenienza: prive di madri, figlie, sorelle... La sfida del ricongiungimento del nucleo familiare ci coinvolge nel nostro più intimo vissuto quotidiano. Partire dai diritti umani delle donne e delle bambine porta a considerare con mente nuova la pratica della socialità, della politica, dell’economia, dell’educare e del formare per un avvenire globale completo. Alla fine non può non scattare una più avvertita consapevolezza del valore della centralità della famiglia, del rilievo e della irrinunciabilità degli essenziali servizi sociali, della necessità di politiche pubbliche sostanziate di adeguate risorse. E’ stato grande l’apporto femminile nella crescita globale dell’attenzione e responsabilizzazione verso i soggetti più deboli (bambini, anziani, handicappati) che, essendo un tempo gestiti individualmente dalle donne nell’ambito familiare, poi non venivano presi in responsabilità dal sistema sociale. Altrettanto grande è stato il contributo femminile alla sensibilizzazione verso le tematiche ecologiche, alla tutela e preservazione dell’ambiente, legata anche all’antica consuetudine, come donne, della gestione del quotidiano. Al femminile è la presa di coscienza dei grandi temi della pace, del ripudio della guerra, delle denunce alla violazione dei diritti umani in ogni realtà. Non vi è dubbio che per portare avanti un impegno in prima istanza individuale, una presa di coscienza, e poi collettiva, le donne devono innanzitutto conoscere e riconoscere se stesse per poter chiedere all’alterità un corrispondente riconoscimento. In questo senso le donne devono compiere ancora lunghi percorsi di emancipazione. In alcuni casi debbono creare e ricreare immagini di sé che non hanno avuto, non limitandosi ad un inventario dell’esistente, della realtà di fatto, del contingente.
Le culture si sono sviluppate sui tentativi successivi degli umani di superare le diversità, di colmare lo scarto, di rendere realizzabile l’utopico. La rivelazione della differenza sessuale come positività, attribuisce diritto di cittadinanza culturale a tutte le altre differenze, etniche, culturali, ma anche di età, intergenerazionali, di salute, di stato sociale. Questo è importante soprattutto in un momento in cui le differenze etnico-culturali sgretolano nazioni, anche da lungo tempo costruite sull’unione di etnie diverse, in tanti piccoli satelliti. La differenza di sesso è forse attualmente quella che subisce i maggiori attacchi. Anche le scienze dimostrano che riconoscersi in un sesso è un processo culturale oltre che fisiologico e psichico. Le elaborazioni del neofemminismo hanno dimostrato che la partecipazione delle donne ai processi culturali è stata di notevole spessore, anche se sotterranea, tacita, priva di protagonismi, quasi ignorata dalle donne stesse.
Proprio nella quotidianità e non nelle orchestrazioni metafisiche si gioca il senso più rilevante della nostra esistenza, anche come donne. In questo senso Hannah Arendt scriveva con evidente lucidità: “E’ vano cercare un senso nella politica o un significato nella storia quando tutto ciò che non sia comportamento quotidiano o tendenza automatica è stato scartato come irrilevante”. Abbiamo come donne forza, tenacia, creatività, capacità di resistenza anche in situazioni di tensione. Abbiamo anche una certa “innocenza” che deriva dal fatto di essere state lontane dai luoghi di potere.
Abbiamo dimestichezza con le origini della vita e della morte: “sappiamo” per retaggio atavico. Eros e Tanatos trovano ricomposizione nella nostra stessa esistenza. Dobbiamo innanzitutto riuscire ad utilizzare le forze positive che si liberano nell’inevitabile conflitto tra i “diversi”, per sesso, per età, per cultura, come stimoli a cambiare, a crescere, neutralizzando la parte negativa del conflitto che si esprime in prevaricazione, ricerca di possesso dell’altro, tentativo di omologazione dell’altrui diversità ad un modello costruito a nostra immagine e somiglianza o per nostro tornaconto. Il conflitto sessuale non è a se stante, ma partecipa di una conflittualità che permea tutto il reale, perché è un atto creazionale, proiettato nell’avvenire.
Laura Tussi
SULL’IMPORTANZA DELLA INDICAZIONE di IRIGARAY, come di Laura LILLI, come di Franca Ongaro Basagla (ricordo la sua straordinaria "voce": DONNA, nella Enciclopedia EINAUDI), ricordo che .....
Che cecità!!! Allo stesso modo fu liquidata l’indicazione, sorprendente e coraggiosa, di Elvio Fachinelli (La mente estatica, Adelphi, Milano 1989), nel solco della lezione freudiana, di un soggetto (in questo già anticipato filosoficamente dalle intuizioni kantiane di un soggeto attivo e recettivo) bi-sessuale (maschile e femminile) - dal punto di vista psichico, senza n-e-g-a-r-e la differenza dei vari sessi !!! Sull’argomento cfr. IL PUNTO DI SVOLTA. L’INDICAZIONE di FACHINELLI E LA SUA IMPORTANZA (in: Federico La Sala. La mente accogliente. Tracce per una svolta antropologica, Antonio Pellicani Editore, Roma 1991, pp.138-161 - in rete: www.ildialogo.org/filosofia, 06.01.2006).
Federico La Sala
PER NON BANALIZZARE ... E APPROFONDIRE, RICORDO IL CONTESTO E LA FONTE DELLA CITAZIONE DELLA INDICAZIONE DI LAURA LILLI: "E’ evidente che ormai, alle soglie del Duemila, siamo alla vigilia di una svolta epocale: i soggetti sono due, e tutto è da ripensare"(L. Lilli, Contro Wojtyla, "La Repubblica" del 24.11.1993).
Sul tema, per riflettere di più e ancora, allego un intervento di Monica Lanfranco. Federico La Sala
La libertà delle donne
di Monica Lanfranco (www.carta.org, 8 settembre 2006)
Il nuovo mensile Carta Etc in edicola da sabato 9 settembre è dedicato in gran parte ai fondamentalismi. Sul tema scrivono anche Monica Lanfranco con questo editoriale e Pierluigi Sullo nella lettera inviata ad Hamza Piccardo dell’Ucoii e pubblicata nel settimanale in edicola dal 9.
Razzismo, sessismo, xenofobia, omofobia: sono alcune delle piaghe più atroci che affliggono il mondo globalizzato di oggi. Nonostante l’informazione apparentemente libera, disponibile e moltiplicata all’infinito dalle nuove tecnologie, nessun luogo e nessuna cultura può dirsi davvero immune da questi frutti malati e orrendi generati da due elementi indissolubili, quando si tratta di confrontarsi con l’altro, o l’altra da sé: paura e ignoranza. Non serve scomodare la psicoanalisi per riconoscere che senza la conoscenza non ci può essere incontro, e che solo con la pazienza e l’ascolto si può sconfiggere il pregiudizio, aprendo conflitti anche forti sulle differenze, ma non cedendo alla guerra e alla violenza. E’ altrettanto innegabile che esistano visioni del mondo e dei rapporti umani molto diverse, spesso lontane, talvolta ingiuste, su questo pianeta. E’ altrettanto vero che dove c’è violenza, ineguaglianza, ingiustizia, sopraffazione e impari accesso alle risorse non si possono affermare allo stesso tempo la libertà e la pace. Temi enormi, terribili realtà che si incarnano nelle vite di donne e uomini che soffrono, vivono esistenze dimidiate, muoiono senza aver realmente vissuto. In molte parti del mondo le ingiustizie hanno origini complesse, ma sempre presente c’è un fattore umanissimo e devastante, che spesso regola scelte collettive e individuali: l’intreccio tra patriarcato e fondamentalismo religioso, che purtroppo è presente in ogni credo, nessuno escluso.
Su questo nodo la rivista Marea, trimestrale di cultura e politica di genere, ha provato a riflettere con un appuntamento internazionale dal titolo "La libertà delle donne è civiltà - donne e uomini che lavorano contro i fondamentalismi religiosi, per l’autodeterminazione e la cittadinanza", che si è svolto a Genova il 26 e 27 maggio scorsi, i cui materiali in gran parte vi proponiamo nello speciale mensile settembrino di Carta [Carta Etc. in edicola da sabato 9 settembre]. Si è voluto di proposito usare il concetto di "civiltà", proprio perché è ormai difficile disgiungerlo da quello di scontro, mentre invece è proprio nel necessario legame tra civiltà e incontro che l’appuntamento genovese ha acceso i riflettori.
Quale civiltà? Per noi quella che origina il suo dispiegarsi nel percorso di liberazione degli esseri umani: quella che ha visto, per esempio, nell’occidente che oggi rischia di chiudersi a fortezza contro la disperazione degli ultimi di buona parte di ogni sud, nascere nel secolo scorso i movimenti per la dignità del lavoro, della liberazione delle donne dal giogo patriarcale, della piena autodeterminazione e l’inviolabilità del corpo e delle scelte riproduttive e sessuali. Tutte conquiste che sono ancora chimere in molti paesi, risultati mai acquisiti e scontati del tutto dove sono leggi e senso comune, perché costantemente minacciati, appunto, dal rigurgito fondamentalista, che si configura come emergenza planetaria. In Italia, proprio nell’ultimo terribile scorcio di estate, si è manifestata la violenza contro le donne in maniera pesantissima: la recrudescenza di stupri, l’aumento delle violenze in famiglia (famiglie italiane e cattoliche), accanto al disvelarsi della sudditanza di molte donne nelle comunità migranti, con l’omicidio della giovane Hiina, pachistana, e il suicidio dell’indiana Kaur.
Ciò che emerge è che i fondamentalismi religiosi non hanno semplicemente una "vocazione" misogina: sono una visione politica il cui profilo è senza esitazioni definito fascista (ben prima e con ben altre motivazioni rispetto alla battuta di Bush) dalla rete internazionale Women living under muslim laws: "Il fondamentalismo è la forma attuale del fascismo. Come il nazismo in Germania, esso emerge da un contesto di crisi economica e di impoverimento, si costruisce sul malcontento della popolazione, manipola i settori più poveri, esalta i loro valori morali e la loro cultura (l’identità ariana in Germania, il glorioso passato di Roma in Italia), si ammanta della benedizione del loro Dio (le SS portavano sulla loro cintura la scritta "Gott Mit Uns" - Dio è con noi), vuole convertire o sottomettere il mondo, eliminare e sradicare gli oppositori politici così come gli untermensch. Lontani dall’essere oscurantisti ed economicamente arretrati, i fondamentalismi sono modernisti e capitalisti. L’altra faccia della globalizzazione è la frammentazione delle comunità secondo i binari della religione, dell’etnicità o della cultura. È questa la situazione sfruttata dai fondamentalismi".
Ma c’è un altro fantasma da affrontare: quello dell’indifferenza . In ogni caso di violenza e di discriminazione che coinvolge le donne proprio dntro il luogo più intimo, la famiglia, registriamo la solitudine delle vittime. Una solitudine sociale, nella quale le donne in generale e quelle straniere in particolare vivono grazie anche alle posizioni ’progressiste’ che usano l’alibi del multiculturalismo per non affrontare uno dei nodi centrali del disagio creato nel nostro tempo dalle differenze culturali e politiche: quello del conflitto tra i generi. Da una parte c’è la soluzione razzista e leghista che vede tutti gli stranieri come un indistinto malefico,e li vuole fuori dalla fortezza di un occidente che mostra il peggio di sè; dall’altra c’è chi, per non apparire razzista e leghista, minimizza il problema della mancanza di libertà delle donne nella visione di alcune comunità straniere. Come scrive Pragna Patel, femminista del Southall Black Sister, che opera a Londra tra le comunità indiane e africane "il multiculturalismo fa spazio ai rappresentanti non eletti delle comunità, in genere maschi e appartenenti a gruppi religiosi, ma anche appartenenti alla classe degli uomini di affari, i quali determinano i bisogni della comunità e mediano fra la comunità e lo stato. Neanche a dirlo, questi leader hanno scarso o nullo interesse nel promuovere la giustizia sociale o l’eguaglianza delle donne. Anche se gli interessi della comunità sono spesso declinati nel nome dell’anti-razzismo o dei diritti umani, ciò include molto raramente il riconoscimento dei diritti individuali delle donne o di altri sotto-gruppi all’interno della comunità. La maggior parte della vita religiosa istituzionale nelle comunità delle minoranze deve ancora passare attraverso il processo di liberalizzazione e democratizzazione che le istituzioni religiose della società mondiale sono state costrette a subire. Nelle comunità appartenenti a minoranze, le istituzioni religiose sono dominate da un’agenda religiosa conservatrice, misogina ed omofobica, e nonostante ci siano isole liberali all’interno delle comunità delle minoranze, le loro voci sono marginali".
Tacere su questa rimozione non solo fa fare a noi occidentali di sinistra e al femminismo un gigantesco passo indietro nella storia del percorso dell’emancipazione e dell’autodeterminazione, ma infligge un colpo mortale a quanti, donne e uomini in paesi e culture dove ancora la religione e il patriarcato sono leggi, anche dello stato, vorrebbero modificare questo stato di cose. Irshad Manji, nel suo "Quando abbiamo smesso di pensare", ci chiede anche di assumerci questa responsabilità.
CARTA ETC n. 08/2006
IL PRIVATO E IL POLITICO. QUESTIONE FEMMINILE.
DONNE ALL’OMBRA DEL PUBBLICO POTERE
di Luce Irigaray (la Repubblica/DIARIO 47, 02.02.2007)
EMANCIPAZIONE.
I movimenti di liberazione delle
donne hanno rappresentato uno
dei momenti in cui la distinzione
pubblico e privato vacilla‘‘
STORIA.
L’uomo occidentale, nonostante i
suoi sforzi, non è ancora riuscito
a emanciparsi dalla madre. Ha
elaborato una cultura “tra uomini”
In nome di che cosa si può decidere della separazione dell’ambito privato e dell’ambito pubblico? E chi può prendere una simile decisione?
Forse è una delle questioni più sottili che dobbiamo affrontare. Ma generalmente ci sfugge perché è risolto, a nostra insaputa, dal costume, dalla tradizione. Sembra naturale che debba essere così. Salvo che si resta talvolta un po’ perplessi davanti a certi eventi, certi incontri, con altre culture e anche con altre generazioni. I limiti non sono sempre stabiliti allo stesso posto, nello stesso modo. Si fanno in pubblico delle cose che si facevano solo in casa, e non si sa più come comportarsi, dove passa la separazione tra vita privata e vita pubblica.
I movimenti per l’emancipazione e la liberazione delle donne hanno rappresentato uno di questi momenti in cui le certezze rispetto a che cosa è il privato e quale altra il pubblico hanno vacillato. E questo terremoto non ha finito di sconvolgere i nostri punti di riferimento. Probabilmente perché il posto dove una donna può stare è stato una delle chiavi che è servita per assicurare la chiusura dell’ambito privato rispetto a quello pubblico.
Ma se le donne escono dalla casa, dove si sposta la separazione? E che cosa, infatti, definiva prima la vita privata? Il mantenimento della donna a disposizione del capo famiglia per soddisfare le sue necessità?
Forse sarebbe interessante esaminare le diverse necessità a cui la donna in casa doveva corrispondere per capire qualcosa della definizione del privato rispetto al pubblico.
La donna in casa era una casalinga indispensabile per assicurare i bisogni della vita del cittadino che lavorava fuori casa. Ma questo non necessita di una parete tra privato e pubblico tranne per nascondere il possibile sfruttamento della lavoratrice. È vero che il lavoro della casalinga non è regolamentato da un codice del lavoro che controlla gli orari, le assicurazioni sociali, i congedi per malattia, le ferie, l’età della pensione, eccetera. Il privato qui servirebbe a coprire la deregolamentazione del lavoro in casa. Ora questo lavoro sostiene l’insieme del mercato lavorativo, e non è chiamato in causa senza comportare problemi allo stesso Stato. Deve inventare diversi mezzi per sostituire la permanenza della donna in casa.
Un’altra funzione della sfera privata sarebbe collegata alla procreazione. Ma questo aspetto della vita generalmente si esibisce più che nasconderlo, oltre al fatto di non appartenere in senso stretto alla sfera privata. L’ambiguità della separazione tra privato e pubblico è particolarmente evidente su questo punto. Si sostiene che la casa familiare non deve essere di dominio pubblico ma lo Stato non smette di intervenire sulla regolamentazione delle nascite.
Lo fa attraverso la legislazione, penale più che positiva è vero, lo fa anche attraverso diversi vantaggi concessi a coloro che accettano di procreare i futuri cittadini e lavoratori. Si deve notare che, se i figli sono esibiti come la testimonianza della potenza maschile, non si parla altrettanto delle diverse prove di cui necessita la maternità dalla parte delle donne. Sembra andare da sé, che questo corrisponde al lavoro femminile, alla conquista della sua umana dignità da parte della donna.
I numerosi commenti sulle fatiche del lavoratore non si sono molto soffermati su quella del lavoro materno. Questo deve rimanere un affare privato che, appena ragazza, una donna si suppone capace di portare a buon fine quasi da sola. Potrà dimostrare le sue capacità presentandosi, sorridente, in pubblico con il bambino in braccio. È vero che si tratta della più bella opera che si possa compiere, ma a quale prezzo! Fortunatamente la stessa natura è qui di aiuto...
Il privato è dunque un posto dove la donna fa da casalinga, procrea e cura i figli. Finora l’uomo non è ancora molto intervenuto nella definizione del settore privato. Sembra che il suo ruolo sia legato alla proprietà: della terra, della casa, dei beni e perfino della donna e dei figli. Sarebbe questa relazione con la proprietà che crea la separazione tra il pubblico e il privato. Una separazione che si accompagna con la divisione tra natura e civiltà, e, in parte, tra diritto naturale e diritto civile.
L’esistenza della proprietà privata è anche collegata in qualche modo alla monogamia, almeno legale e in linea di principio. E questo non va senza ambiguità per la donna: da un lato sembra più protetta, dall’altro si trova più isolata e divisa dalle altre donne, cosa che la rende più vulnerabile all’influenza e al potere dell’uomo.
Ma perché una donna in casa a disposizione del marito? Oltre ai punti già considerati, siamo di fronte a un processo di individuazione non ancora compiuto dall’umanità. Quale siano i suoi sforzi per differenziarsi dalla madre, assimilata alla natura, l’uomo occidentale non è ancora riuscito a emanciparsi dalla madre.
Ha elaborato una cultura, una società, una politica, del “tra-uomini” per emergere dal mondo materno, ma ha tuttora bisogno di un luogo privato per proseguire nell’impresa dell’affermazione di un’identità maschile, e questo lontano dallo sguardo degli altri maschi. Questo processo di individuazione maschile trasforma la donna in un sostituto materno, e l’ambito privato in un luogo di familiarità e di confronto con la natura che non deve contaminare l’ambito pubblico né essere controllato da esso.
Una volta di più, sono le donne a perturbare l’ordine stabilito. Ma questo può essere la probabilità di una ripresa di un processo di individuazione per l’umanità. A patto che la donna sia capace di riuscire nel proprio passaggio dall’identità naturale all’identità civile e culturale, e che divenga così quella che aiuta l’uomo a uscire dal mondo materno.
L’individuazione umana si conquista in due, nel rispetto delle reciproche differenze. È un passo ancora da compiere, che sposta il limite tra privato e pubblico attraverso l’apprendimento di un’intimità che possa sostituire una familiarità indifferenziata e incolta, che sta ora minacciando la nostra vita civile e culturale.
WANDA TOMMASI PRESENTA "OLTRE I PROPRI CONFINI" DI LUCE IRIGARAY *
L’ultimo libro di Luce Irigaray, Oltre i propri confini (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007), raccoglie conferenze e dialoghi fra la pensatrice francese e intelocutrici/interlocutori italiani: il titolo allude al tentativo dell’autrice di oltrepassare i propri confini (nazionali, culturali, linguistici), per intrecciare della relazioni con la cultura e con il femminismo italiani, che, specialmente nelle pratiche e nel pensiero della differenza sessuale, ha raccolto e sviluppato in modo fecondo l’eredita’ della pensatrice francese.
Nell’introduzione, Irigaray auspica un ritorno all’entusiasmo del ’68, a quello "stato divino" che aveva segnato il femminismo degli anni ’70, quando molte donne, uscite dall’isolamento in cui le aveva confinate la cultura patriarcale, avevano trovato una parola pubblica condivisa ed erano state toccate dalla grazia e dalla gioia dell’incontro fra loro, al di la’ delle differenze fra i percorsi singolari di ciascuna.
Allora, cio’ che univa era piu’ forte di cio’ che poteva dividere le donne fra loro: oggi, a quasi trent’anni di distanza da quel felice inizio, al di la’ dei numerosi conflitti, delle ferite e di molto negativo che spesso ha reso difficili le relazioni fra donne, pur accomunate da un ideale condiviso, Irigaray auspica che si riesca nuovamente ad attingere alla freschezza degli inizi e a trovare la forza - la grazia? - per porre le basi di una nuova cultura e civilta’, a partire dalla consapevolezza che "in tutto il mondo siamo sempre in due".
Fra le diverse piste di lettura che questo libro suggerisce, ne scelgo tre: in primo luogo l’idea che la differenza sessuale e’ il migliore passaporto per varcare ogni confine, per entrare in contatto con tutte le altre differenze; in secondo luogo, il tema del desiderio femminile, e infine l’incrocio fra l’amore dell’altro essere umano e l’amore dell’Altro divino.
Lascio volutamente sullo sfondo, in questo mio percorso di lettura, le questioni che riguardano "una democrazia da ripensare" (p. 56). Non che queste ultime non siano importanti, a partire dalla basilare affermazione che "imporre lo stesso modello ugualitario a tutti e tutte non tiene conto dell’ideale della democrazia" (p. 63), ma ho l’impressione che, in questo campo, le intuizioni migliori di Irigaray siano negli accenti profetici e utopici, indubbiamente molto suggestivi, ma difficilmente traducibili in proposte politiche concrete. Sorrette da grandi interrogativi, del tipo "come aiutare il divenire umano delle donne, dei giovani e degli stranieri" (p. 63), e dall’intento di fondo di favorire una cultura del desiderio, queste indicazioni convergono verso un "abbozzo di una politica rispettosa delle differenze" (p. 67), obiettivo che e’ sicuramente auspicabile ma, a mio parere, non altrettanto facilmente realizzabile.
*
Mi concentro dunque innanzitutto sulla prima delle questioni che ho scelto di trattare, cioe’ la differenza sessuale come apertura privilegiata per entrare in contatto con tutte le altre differenze: nel ribadire che la differenza fra i sessi e’ il primo, "il piu’ fondamentale e universale incrocio da rispettare" (p. 116), Iragaray rilancia innanzitutto il senso della differenza sessuale come intreccio di natura e cultura o, con le sue parole, come "specifica articolazione fra corpo e parola" (p. 117), come alfabeto di base di ogni cultura e civilta’. Mentre la tradizione occidentale ha privilegiato il soggetto unico e ha operato sempre nel senso della riconduzione dell’altro/a al Medesimo, una cultura che metta al centro la differenza di essere donna/uomo e la relazione, inscritta nello stesso corpo femminile e quindi particolarmente legata a quel soggetto costitutivamente relazionale che la donna e’, puo’ porre le basi di un dialogo con l’altro (l’uomo), e, a partire da li’, con ogni altra differenza (naturale, linguistica, culturale, ecc.). Una cultura della differenza sessuale e’ un invito a uscire dal proprio orizzonte per costruire un mondo nuovo che lasci spazio a tutte le altre differenze: alla sua base, vi e’ la necessita’ di disegnare i primi confini, quelli legati al fatto che siamo donne oppure uomini, confini che dobbiamo al tempo stesso rispettare e aprire per incontrare l’altro. In questa prospettiva, che a mio parere e’ pienamente condivisibile e che dischiude per il pensiero e per le pratiche della differenza un grande compito politico nel presente, Irigaray parla spesso di "differenza sessuataî" piuttosto che di "differenza sessuale". Il motivo di questa scelta terminologica deriva dalla convinzione che occorra anteporre cio’ che accomuna tutte le donne - cioe’ la differenza femminile, nel suo significato sia naturale sia culturale - a cio’ che potrebbe invece dividerle, come gli orientamenti sessuali. Secondo Irigaray, l’espressione "differenza sessuale" suggerisce qualcosa che ha a che fare con le scelte sessuali, mentre la scommessa dell’autrice e’ di altro tipo. Essa e’ duplice: si tratta di tenere insieme natura e cultura, e al tempo stesso di evitare inutili divisioni fra donne dovute a diversi modi di vivere la sessualita’. Di fatto, proprio questo e’ cio’ che intende anche Diotima con il pensiero della differenza sessuale; quindi, a mio avviso, si tratta di una divergenza nelle scelte terminologiche piuttosto che di una questione di sostanza.
Analogo discorso si puo’ fare a proposito dell’identita’, che apparentemente delinea un’altra divergenza rispetto a Diotima: l’autrice parla di identita’ sessuata, mentre io penso, con altre di Diotima, che occorra puntare non sull’identita’, ma sempre sulla differenza, nel suo gioco, da rilanciare sempre, con l’identita’ umana. L’identita’ umana e’ formata dal differire, naturale e culturale, di donne e uomini, dal gioco sempre rinnovato della differenza sessuale. Ho riluttanza a parlare, ad esempio, di identita’ femminile, perche’ temo che l’identita’ rischi di diventare una gabbia in cui la donna sia nuovamente rinchiusa, e preferisco affidarmi al libero gioco della differenza. Irigaray ritiene tuttavia che l’identita’ femminile consista in una propensione alla relazione, in un’apertura all’altro, che impedisce ogni staticita’ e ogni fissazione in un ruolo. Dunque, nella sostanza, fra noi e Irigaray anche su questo punto la distanza non e’ grande, nonostante la divergenza terminologica. Nella scelta del termine identita’ da parte di Irigaray, pesa inoltre l’esigenza di sottolineare la necessita’ di una certa oggettivita’, anche per la differenza femminile, affinche’ la donna possa ritornare a se’ senza perdersi nell’altro, affinche’ possa rientrare nei suoi propri confini e rendersi cosi’ disponibile a un autentico incontro.
*
Il secondo filo conduttore che vorrei far risaltare in questo testo e’ il tema del desiderio femminile: dopo aver attraversato la questione della crudelta’ delle donne, di un’aggressivita’ a lungo repressa, ma che attualmente si esprime apertamente, spostandosi nella sfera pubblica e facendo spesso corpo con le rivendicazioni emancipazioniste, promosse dallo stesso femminismo, Irigaray si sofferma sulla difficile arte di condivisione del desiderio: "Il desiderio rappresenta un in-piu’ di vita che si ricava dalla relazione con l’altro" (p. 92).
Anziche’ scaricare l’energia nata dall’incontro, cosa che propone in generale la nostra cultura (valga come esempio Freud), l’autrice suggerisce tre vie possibili per condividere il desiderio, e anche per educarlo e coltivarlo: si tratta, in particolare per le donne, di acquietare la propria avidita’ nei confronti dell’altro/a, e di venire a capo del circolo vizioso di rabbia e aggressivita’, incentivato dalla sensazione di dipendenza e dalla mancanza di autonomia. Cose queste molto difficili da realizzare nella pratica: nel proprio percorso personale, Irigaray dice di averle apprese appunto attraverso delle pratiche, in particolare lo yoga e il respiro consapevole. Indica infatti come strade per venire a patti con la violenza del desiderio e per fare di quest’ultimo qualcosa di condiviso, in primo luogo la condivisione del respiro: cantare insieme o respirare insieme la stessa aria in campagna sono modi semplici di rendersi conto che e’ possibile "condividere nella differenza senza distruggere nessuno/a" (p. 93). La seconda strada di condivisione del desiderio e’ quella che si puo’ sperimentare nel creare insieme: un "fare insieme grazie all’energia nata dal desiderio comune" (p. 93). Molte pratiche di donne, legate al pensiero della differenza, in Italia e non solo, vanno proprio in questa direzione.
Infine, la terza strada di condivisione e’ quella del "desiderio per l’altro in quanto tale" (p. 94): e’ la piu’ promettente, ma anche la piu’ difficile da praticare, dal momento che la relazione amorosa si e’ declinata nella nostra cultura o come tendenza a fare uno, in una fusionalita’ che non rispetta l’essere due, oppure nella coppia attivo/passiva, soggetto/oggett(a).
*
Con questo, siamo gia’ passati alla terza pista di lettura che propongo in questo mio itinerario, cioe’ al tema dell’amore. A questo proposito, Irigaray parla dell’incrocio fra l’amore dell’altro umano e l’amore dell’Altro divino: "Amare l’altro come noi stessi equivarrebbe, secondo i comandamenti cristiani, ad amare l’Altro. Questo mistero del cristianesimo non e’ stato realmente inteso. Implica, mi pare, che la singolarita’ della persona sia sempre considerata e rispettata prima dell’interesse collettivo.
Anteporre l’istituzione cristiana al divenire divino di ciascuno/a di noi non fa parte del messaggio cristiano, secondo me. E questo impedisce a ognuno di camminare fino ai confini della terra, che lui, o lei, e’" (p. 126). Un amore dell’altro con la minuscola che consenta, in particolare alla donna, di ritornare a se stessa, senza perdersi ne’ perdere i propri confini, e’ la condizione per avvicinarsi all’Assoluto, lasciandosene toccare. Come gia’ in Etica della differenza sessuale, in cui Irigaray elaborava il concetto di trascendentale sensibile, si auspica qui il diventare parola della carne, e si fa riferimento all’esperienza delle mistiche, in cui il lasciarsi toccare dalla grazia e’ al tempo stesso un toccare il divino, una carezza data e al tempo stesso ricevuta.
*
Trattando dell’amore per l’altro essere umano, l’autrice fra anche riferimento al negativo, che viene in primo luogo inteso come mistero, come territorio inappropriabile fra me e l’altro/a. Questo mistero va rispettato e conservato: "L’esistenza di un mistero salvaguarda l’uno e l’altro" (p. 35). E’ questo un significato di negativo che rimanda, implicitamente e polemicamente, a Hegel: mentre in Hegel il negativo e’ un modo di appropriarsi dell’altro e di ricondurlo al Medesimo, invece in Irigaray il negativo serve precisamente a preservare l’alterita’ dell’altro, il mistero della sua singolarita’.
Un altro significato del negativo che compare nel testo e’ quello che nasce dalla negazione maschile della madre, dal matricidio originario che, secondo Irigaray, e’ all’origine della cultura patriarcale. Questa seconda accezione di negativo e’ piu’ vicina a quanto l’autrice affermava diversi anni fa nel saggio "Il corpo a corpo con la madre", in Sessi e genealogie.
Richiamo questi due significati del negativo perche’ la riflessione di Diotima, negli ultimi due libri (La magica forza del negativo e L’ombra della madre), si e’ molto interrogata sul negativo: sia quello che capita nelle nostre vite e che, se non viene lasciato fare il suo lavoro, rischia di andare a male, e quello che spesso interviene pesantemente nelle relazioni fra donne, facendole ammalare. Dietro quest’ultimo aspetto del negativo, noi di Diotima abbiamo intravisto l’oscuro materno, i nodi non risolti della relazione con la madre, un’ombra che pesa sui rapporti fra donne e che provoca molti conflitti e sofferenze.
*
Su quest’ultimo nodo, cruciale per la politica delle relazioni fra donne, Irigaray aveva detto cose molto importanti gia’ in Etica della differenza sessuale. In quest’ultimo libro, la questione e’ ripresa quando si parla della crudelta’ delle donne, ma in generale l’attenzione dell’autrice va, piuttosto che in direzione del negativo, verso il compito, che si puo’ definire etico, di coltivare la felicita’, con accenti che volutamente privilegiano il desiderio e il piacere, nella convinzione che solo una cultura dell’energia, necessaria sul piano sia vitale sia spirituale sia intellettuale, possa consentire alle donne di trovare una via d’uscita rispetto alle molte, troppe ferite e sofferenze che nella storia passata esse hanno ricevuto.
*
Fonte:
LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
Supplemento domenicale de "La nonviolenza e’ in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini.
Redazione: strada S. Barbara 9/E,
01100 Viterbo,
tel. 0761353532,
e-mail: nbawac@tin.it
Numero 173 del 20 luglio 2008
[Dalla rivista della comunita’ filosofica femminile Diotima "Per amore del mondo", fascicolo della primavera 2008 col titolo "Un certain regard", disponibile nel sito www.diotimafilosofe.it, riprendiamo la seguente recensione....].