In principio era il Logos (non il "Logo")!!!

IL LOGO DI MUSSOLINI. Le radici dell’Europa e il "fascismo" (di tutte le ispirazioni). Il "gioco" di ogni progetto e "duce" autoritario è stato sempre questo: "AF-FASCInARE" E "AG-GIOGARE" IL POPOLO. NELLO AJELLO ed EMILIO GENTILE fanno il punto.

giovedì 7 dicembre 2006.
 

FASCIO LITTORIO. IL LOGO DI MUSSOLINI

di Nello AJELLO *

«Il Fascio Littorio è stato adottato come emblema statale», annunzia il 9 dicembre 1926 - ottant’anni fa, esatti - Il Popolo d’Italia, quotidiano di proprietà di Benito Mussolini e diretto da suo fratello Arnaldo. La decisione, promulgata il giorno prima dal governo, mostra «un nuovo segno dello spirito di Roma che torna». Essa sancisce, inoltre, «due perfette identificazioni realizzate» dal regime: «il Partito si identifica con la Nazione, il Partito vive nello Stato».

La solennità dello stile non lascia dubbi sul carattere coercitivo del provvedimento. «Da oggi», precisa il giornale, «il Fascio Littorio, oltre a costituire l’orgoglioso distintivo di ogni camicia nera, ha diritto al rispetto di tutti gli Italiani. Non solo, ma ogni offesa, ogni sfregio al Littorio è un reato che cade sotto la rigorosa sanzione del Codice Penale». Così, «chi distrugge o sfregia» il nuovo simbolo della Nazione «viene punito con la detenzione da tre a venti mesi. Ciò servirà anche di avvertimento perché non si rinnovino certi stupidi tentativi di sfregio al simbolo di Roma e della nostra rivoluzione vittoriosa».

Il concetto di “sfregio” è stato ripetuto a sazietà. Ma adesso il giornale dei Mussolini va sul concreto: di recente, rivela, in provincia di Vicenza «sono state messe in circolazione alcune delle nostre monete da due lire con la falce e il martello incisi sul Fascio Littorio». I colpevoli del sacrilegio non vengono rivelati. Considerando però che in quel 1926 esiste molta gente che ce l’ha a morte con il più imperioso simbolo del regime, ci si può chiedere perché si sia ricorso proprio a quel tipo di dispetto istituzionale, cioè alla provocatoria ammucchiata consistente in fascio più falce e martello. La risposta è insita nella genesi stessa del fascio, nella sua provenienza in quanto emblema o “logo”, e nella disinvoltura mostrata da Mussolini nel farlo suo.

All’epoca del Regio Decreto, insomma, non doveva essere scontato o obbligatorio che il fascio imponesse al pubblico un’immagine di destra. La sua storia induce a dubitarne. In Roma antica, il fascio era l’insegna dell’autorità dei più alti magistrati (consoli, questori, dittatori), di cui simboleggiava l’esercizio del potere e della giustizia. Di origine etrusca, consisteva in una pila di verghe di olmo o betulla, legate insieme da cinghie. In alto veniva inserita una scure: a questa variante, introdotta a partire dall’epoca di Silla, si attribuì una valore di violenza o di morte. Il fascio era portato da ufficiali, chiamati “littori”, davanti ai magistrati quando essi comparivano in pubblico. Nel loro incedere anche le vestali erano precedute da un corteo di littori, che reggevano quel simbolo sulla spalla sinistra; il suo impiego in un contesto muliebre non bastava tuttavia a ingentilire l’emblema, che restava alquanto truce.

Ce n’era abbastanza perché lungo i secoli l’evocazione del fascio venisse utilizzata in contesti retorici. Il pensoso Leopardi accenna in una sua poesia agli «augusti consolari fasci». Assai più incline al patriottismo, Giosuè Carducci figura tra coloro che traghetteranno l’antico simbolo romano fino al Risorgimento: immaginerà, infatti, che l’Italia avesse trovato la sua unità «appoggiandosi con una mano alla croce di Cristo, ma ben presto aveva disteso l’altra a ricercare fra le rovine di Roma i fasci consolari».

Per il fascio cominciava infatti una seconda vita, connessa alle lotte politicosindacali dell’Ottocento. In questa fase esso assunse un significato di unione di forze. Fra i primi a utilizzarne il nome furono, fra il 1870 e il 1880, i Fasci Operai dell’Emilia, capeggiati a Bologna da Andrea Costa. Nel 1883 nacque il Fascio della Democrazia, formato da più di trecento associazioni che si prefiggevano di coordinare la propaganda democratica a sfondo laico e irredentista. Nel decennio successivo usò la dizione di Fasci siciliani quel movimento di contadini poveri che Francesco Crispi energicamente represse nel 1894.

Fascio atto terzo. Esso si svolge all’ombra di Benito Mussolini, legandosi alla variabilità del suo destino politico. Si chiamarono dapprima Fasci di azione rivoluzionaria quelli che il futuro dittatore promosse per sostenere l’intervento dell’Italia nella Grande guerra. Si trattava di attrarre sotto un’unica insegna le forze interventiste di sinistra, e questa intenzione - patriottica ma, insieme, nettamente progressista - avrebbe allarmato i nazionalisti di parte conservatrice. Quando il 23 marzo del 1919 fondò a Milano i Fasci di combattimento - primo nucleo della sua prossima ideologia di potere - Mussolini, come racconta Renzo De Felice, «non aveva per nulla le idee chiare su cosa sarebbero potuti essere».

L’ambiguità delle origini, comunque, non danneggiò il successo popolare del simbolo. Le sue oscillazioni continuarono, al punto da obbligare Alfredo Panzini, autore di un fortunato Dizionario moderno, ad aggiornarne più volte la definizione: nel dicembre del ‘26 (data fondante, come abbiamo visto) registrò il Fascio Littorio come «emblema del nuovo Stato Italiano». L’anno successivo lo definì «obbligatorio accanto all’emblema sabaudo». Nel 1929 avrebbe infine alluso al definitivo accerchiamento della monarchia, registrando la comparsa nell’iconografia pubblica dello «stemma sabaudo fra due fasci».

Il fascio è ormai onnipresente. Figura nel distintivo del partito (la “cimice”, come la gente lo ribattezza) e nelle mostrine delle camicie nere. Invade biglietti di banca, francobolli, copertine di sillabari. Campeggia in ghisa sui tombini di raccolta delle acque. Fasci in rilievo ornano, accanto alla data di costruzione, i nuovi stabili anche privati. Si chiama sinteticamente “Fascio” ogni sezione locale del partito e al fascio s’intitolano le centinaia di bollettini dei gruppi rionali. Il fatto di essere diventato ubiquo fa nascere qualche problema di uniformità: nel 1934, emanando un “Foglio di disposizioni” sul vestiario del perfetto italiano, il regime fascista rac- comanda che sul berretto dei militi il fascio figuri ricamato nella parte anteriore «in oro o metallo d’oro con la scure a destra».

A proposito della scure, una canzone le restituisce l’antico significato punitivo: «Annientato sarà dalla scure / che brandisce la mano littoria / chi si oppone alle mete sicure / che il fascismo ha segnato alla storia». Nel Canto delle bimbe fasciste se ne contempla un uso sentimentale: «Stretti in fascio i nostri cuori / senza ceppi memorandi / senza affanni né dolori / sono come il cuor dei grandi».

In corrispondenza con il frenetico successo che gli è arriso per vent’anni, la decadenza del fascio si rivela brutale all’indomani del 25 luglio 1943. All’esaltazione subentra l’iconoclastia, quasi che l’antico emblema sia responsabile della catastrofe fascista. Come l’Italia s’era stipata di folle osannanti al fascio, così ora sembra gremirsi di scalpellini che vogliono abolirne le tracce. In perfetta consonanza, nei loro diari, registrano il fenomeno due persone assai diverse fra loro: Pietro Nenni e Corrado Alvaro. Usano parole quasi identiche. «I simboli del fascismo», scrive il capo socialista il 6 agosto, «sono stati scalpellati dai pubblici edifici e si direbbe che non abbiano avuto la minima presa nei cuori». E il romanziere calabrese: «I muratori e gli scalpellini della Capitale, per molti giorni, non hanno da fare altro che scalpellare le insegne del fascio». Il risultato? «Tutto buchi», conclude Alvaro, riferendosi - per estensione e con tristezza - al Paese in generale.

In seguito molti italiani si accorgeranno che quell’opera di ripulitura dal fascio, benché provvisoriamente solerte, non poté essere completa. Qua e là si trovano residui, magari sdruciti, dell’antico simbolo. Ormai sembra tardi per fare altri buchi.


Una foresta di simboli per plasmare la folla.
-  Nessuna politica ne ha fatto a meno

di EMILIO GENTILE *

«Giù il cappello!», urla il ragioniere Giuseppe D’Amore (Aldo Fabrizi), in divisa fascista, schiaffeggiando il cavaliere Antonio Cocozza (Totò) che assiste indifferente al passaggio del gagliardetto col fascio littorio. Questa scena, tratta da un film di Mario Mattoli, non è un’invenzione polemica. Nel novembre 1926 il Foglio d’ordini del Partito fascista, in una nota intitolata Giù il cappello, dichiarava legittima la consuetudine dei fascisti di «esigere dai passanti durante le nostre sfilate, il saluto ai gagliardetti che sono il simbolo vivo della nostra passione nutrita di sacrificio e della nostra fede nuova italiana e fascista».

L’imposizione dei propri simboli fu una manifestazione peculiare del fascismo, fin dalle origini. Una “guerra dei simboli” accompagnò la violenza squadrista contro gli avversari, la distruzione delle organizzazioni proletarie, la marcia su Roma e la conquista e il monopolio del potere.

I fascisti ebbero sempre una passione per i simboli e i riti: il saluto romano, la camicia nera, il manganello, il giuramento, il culto dei caduti, le parate di massa. Da Gustave Le Bon, precursore della psicologia della folla, Mussolini aveva appreso che «una credenza religiosa o politica si fonda sulla fede, ma senza i riti e i simboli la fede non potrebbe durare». La massa, sentenziava il Duce, è «un gregge di pecore finché non è organizzata», ma per soggiogarla e guidarla occorrevano sia la forza che l’entusiasmo: «Il saluto romano, tutti i canti e le formule, le date e le commemorazioni sono indispensabili per conservare il pathos ad un movimento».

Negli anni del regime questa passione divenne un’ossessione maniacale, per celebrare ovunque, in ogni luogo e in ogni momento della vita degli italiani, il “culto del littorio”. Per oltre due decenni, durante il fascismo, l’Italia fu invasa da una foresta di simboli. Oltre l’onnipresente fascio littorio, erano simboli del regime anche le variegate uniformi delle organizzazioni maschili e femminili del Partito fascista, i monumenti della nuova architettura in “stile littorio”, i riti periodici della “rivoluzione delle camicie nere”, le feste civili, le feste folcloristiche e persino le manifestazioni sportive e le esibizioni ginniche. I massimi eventi simbolici del regime erano gli incontri del Duce con la folla e le adunate oceaniche per celebrare momenti eccezionali, come la proclamazione dell’Impero.

Qualche studioso ha sostenuto che la sovrabbondanza di simboli nel fascismo prova la sua carenza ideologica. Una simile interpretazione sottovaluta la funzione del simbolismo politico. Nella religione, come nella politica, il simbolo è sempre un’interpretazione della vita condensata in un oggetto, in una parola, in un’immagine, in un comportamento, in un luogo o in una persona.

Il simbolo è il linguaggio proprio della credenza e del mito. L’uomo è un animale simbolico, ha affermato il filosofo Ernst Cassirer, uno dei maggiori studiosi del simbolismo. Inoltre, ha spiegato il filosofo Manuel García Pelayo, il simbolo è un mezzo potente per integrare l’individuo nel gruppo, per modellare un’identità collettiva. Per questi studiosi, l’esperienza fascista fu un importante campo di osservazione per elaborare una teoria moderna dei simboli come strumenti del potere.

Il potere ha sempre usato il linguaggio dei simboli e dei miti. Nessuna politica, democratica, autoritaria o totalitaria, ha fatto a meno di simboli e miti, anche quando professava un’ideologia razionalista, come il marxismo. La foresta dei simboli nei regimi comunisti era altrettanto lussureggiante della foresta dei simboli nei regimi fascisti. Il fascismo, tuttavia, è stato l’unico regime che ha esaltato apertamente il primato del mito nella vita collettiva. Il suo simbolismo fu la coerente espressione ideologica di un esperimento totalitario, che soggiogò l’uomo e le masse, eccitandone l’irrazionalità, attraverso miti e simboli, perché negava loro il diritto e la capacità di potersi governare liberamente con l’esercizio della ragione.

-  Lo storico Emilio Gentile è autore di numerosi libri, tra cui “Il culto del littorio La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista”, Laterza 2005


* la Repubblica/DOMENICA, 03.12.2006


Sul tema del "fascio", da un punto di vista filosofico, nel sito si cfr.

-  Per la rinascita dell’Europa, e dell’Italia. La buona-indicazione del Brasile.

-  SOCIETA’ ARCAICA, NEVROSI OSSESSIVA E FASCISMO.

-  IL CATTOLICESIMO CON LA CROCE UNCINATA

-  DONNE, UOMINI E VIOLENZA: "Parliamo di FEMMINICIDIO"... L’importanza della lezione dei "PROMESSI SPOSI", oggi - nell’epoca dei Borromeo-Ratzinger ... degli Innominati, e dei don Rodrigo-Katzsav!!!


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