GIOACCHINO DA FIORE E LA CHIESA CATTOLICA. Lettera del cardinale Angelo Sodano, in occasione dell’VIII centenario (2002) della morte dell’Abate - a cura di Federico La Sala

sabato 9 gennaio 2016.
 


-  LETTERA DEL CARDINALE ANGELO SODANO
-  ALL’ARCIVESCOVO GIUSEPPE AGOSTINO
-  IN OCCASIONE DELLE CELEBRAZIONI PER L’VIII CENTENARIO
-  DELLA MORTE DELL’ABATE GIOACCHINO DA FIORE

Eccellenza Reverendissima,

l’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, affidata alle sue cure pastorali, si appresta a celebrare l’VIII centenario della pia morte dell’Abate Gioacchino da Fiore, che illustrò la sua terra di origine e l’intera Chiesa con una singolare testimonianza di fede. Il Santo Padre, informato dell’iniziativa, desidera unirsi spiritualmente al comune rendimento di grazie al Signore per il dono da Lui fatto alla Chiesa nella persona di questo sacerdote umile e pio, ed auspica che le celebrazioni centenarie suscitino nei fedeli di codesta Arcidiocesi e dell’intera Calabria un più consapevole attaccamento alle proprie radici cristiane per un rinnovato slancio di fedeltà a Cristo e di amore ai fratelli.

Il 30 marzo 1202, presso la grangia di S. Martino di Canale, Gioacchino, abate di Fiore, terminava il corso della propria esistenza terrena. Commentando l’evento, Luca di Casamari, Arcivescovo di Cosenza, scriveva che nel sabato in cui si cantava il Sitientes gli fu concesso, raggiunto il vero sabato, di affrettarsi come un cervo alle sorgenti delle acque (cfr Memorie, p. 192).

Gioacchino nacque a Celico, in Calabria, intorno al 1135 e, ordinato sacerdote, a circa 35 anni entrò dapprima nel monastero cistercense di Santa Maria della Sambucina nei pressi di Luzzi e poi in quello di Corazzo, divenendone Abate già nel 1177. In tale veste, tra il 1182 ed il 1183 si recò a Casamari e lì rimase per circa un anno e mezzo.

Il periodo trascorso in tale monastero gli permise di lavorare alla redazione delle sue opere maggiori. Ritornato a Fiore, dette vita ad una nuova famiglia monastica, le cui Costituzioni risultano oggi perdute.

A motivo dei suoi incarichi e delle sue molteplici competenze, Gioacchino si trovò ad intrattenere numerosi contatti con la Sede apostolica. Nel maggio del 1184 lo troviamo a Veroli, presso il Papa Lucio III e la Curia. Qualche anno più tardi egli è a Roma presso Clemente III, e il 25 agosto 1196 ottiene dal Papa Celestino III la Lettera bollata Cum in nostra, con la quale viene approvata la famiglia monastica da lui fondata.

È vero che successivamente il Concilio Lateranense IV dovette correggere certi aspetti della sua dottrina trinitaria e che la sua dottrina del ritmo trinitario della storia creò gravi problemi nella prima fase della storia francescana; tuttavia lo stesso Concilio Lateranense IV difese la sua integrità personale, comprovata dalla sua lettera a Papa Innocenzo III ("Protestatio") e dal Commento all’Apocalisse. Tra i suoi lettori ed estimatori Gioacchino annoverò il Papa Innocenzo III, che più volte ebbe a citarlo nei suoi documenti. L’Abate di Fiore professò sempre fedeltà e obbedienza alla Sede di Pietro, a cui sottopose con umiltà le proprie opere. Nel Commento all’Apocalisse così ne espone il motivo: se san Paolo "portò i suoi scritti agli apostoli che lo precedevano, nel dubbio di correre o di aver corso invano (cfr Gal 2, 2), quanto a maggior ragione io, che sono niente, non voglio essere giudice di me stesso, ma dev’esserlo piuttosto il Sommo Pontefice, che giudica tutti ed egli stesso non è giudicato da nessuno" (fol. 224ra-b). Affermazioni riproposte anche nell’Epistola prologale, che viene ritenuta il suo "testamento".

Negli scritti come nella sua vicenda terrena, Gioacchino appare una persona innamorata di Dio, un apostolo ardente di zelo, un predicatore appassionato. Egli fu soprattutto uomo della Parola. La sua opera esegetica - nonostante i problemi che pone - merita attento studio e può essere fonte di conoscenze utili, anche a motivo del suo spirito ecumenico.

Dalla continua meditazione della Parola rivelata, Gioacchino trasse l’energia spirituale per additare agli uomini le vie di Dio. Ricorda il suo biografo: "Nel tempo dell’ira, come un altro Geremia, Gioacchino è stato fatto riconciliazione, intercedendo soprattutto per i poveri" (Vita, p. 190). Non ebbe timore di affrontare a viso aperto i potenti della terra, come l’imperatore Enrico VI, che invitò a recedere dal suo comportamento indegno, se non voleva subire l’ira divina (cfr ibid., p. 189). Fermezza mostrò pure nei confronti dell’imperatrice Costanza (cfr Memorie, p. 195).

Gioacchino, che considerò scopo e passione della sua esistenza l’amore della Parola di Dio, ricorda all’uomo di oggi, inondato di parole e spesso affascinato da pseudo-valori, che "una sola è la cosa di cui c’è bisogno" (Lc 10, 42), e che occorre vivere di "ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4, 4). Egli testimonia, altresì, che la Scrittura va letta con la Chiesa e nella Chiesa, "credendo integralmente ciò in cui essa crede, accettando le sue correzioni riguardo sia alla fede che ai costumi, rifiutando ciò che essa rifiuta e accogliendo ciò che essa accoglie, e credendo fermamente che le porte dell’inferno non possono prevalere contro di essa" (Epistola prologale).

Egli ebbe in gran conto la preghiera e la contemplazione, vissute nel silenzio e nella quiete, in continua ricerca di Dio, "Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento" (Gc 1, 17). La sua singolare esperienza costituisce per il credente del nostro tempo un potente richiamo a non temere la solitudine, ma a costellare l’esistenza di spazi di raccoglimento e di orazione per ritrovare nell’incontro con Dio la possibilità di un’esistenza più piena e più autentica.

L’Abate di Fiore visse in grande povertà e considerò unica vera ricchezza il possesso di Dio. Incurante del prestigio che gli veniva dalla sua carica e della stima dei potenti del tempo, mantenne sempre un atteggiamento umile, e fu tenace e gioioso imitatore del Figlio di Dio che, da ricco qual era, si fece povero per noi (cfr 2 Cor 8, 9) sino a non avere dove posare il capo (cfr Mt 8, 20). Il suo continuo riferirsi a Cristo "mite ed umile di cuore" (cfr Mt 11, 29) è ricordato dall’Arcivescovo Luca di Casamari che, riferendo come l’Abate si recasse frequentemente a pulire "con le proprie mani tutta l’infermeria" (Memorie, p. 195), aggiunge: "Mi meravigliavo che un uomo di tanta fama, dalla parola tanto efficace, portasse vesti vecchie e logoratissime, in parte corrose nelle frange" (ibid., p. 191). Questo singolare anelito alla povertà e al nascondimento fa di Gioacchino un potente richiamo a considerare i perenni valori evangelici come la via migliore offerta agli uomini di ogni tempo per costruire un mondo giusto, fraterno e solidale.

Considerando le testimonianze di virtù autenticamente cristiane offerte dall’Abate di Fiore, il Sommo Pontefice esprime l’auspicio che la ricorrenza dell’VIII centenario della sua morte costituisca per l’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, la quale gli dette i natali e ne conserva le spoglie mortali, come anche per il Popolo di Dio che è in Calabria, una preziosa occasione di riflessione e di spirituale edificazione. Con questi voti, Sua Santità invia una speciale Benedizione Apostolica a Vostra Eccellenza Reverendissima, ai fedeli dell’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano ed a quanti, animati da sincero desiderio di verità, si accosteranno alla figura di quest’insigne figlio della Calabria nel corso delle celebrazioni giubilari. Unisco il mio personale augurio di pieno successo delle celebrazioni programmate, mentre mi valgo della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio

dell’Eccellenza Vostra Reverendissima dev.mo

ANGELO Card. SODANO Segretario di Stato





SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:

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