Vaticano, "chiuso per restauro"
di Paolo Izzo *
Cara “Liberazione”,
se un giorno si trovano le ossa di una donna nei loro lucernai, dove la luce non entra e nessuna chiarezza è possibile. Se un altro giorno si scopre che l’obbligo della loro astinenz riguarda soltanto i rapporti con l’altro sesso, ma non sono esclusi uomini e bambini; che le violenze su questi ultimi sono fisiche e morali, “annullanti” e distruttive...
Se un altro giorno ancora si stabilisce che, quando la loro parola non ti giunge attraverso campane, messe e politica, viaggia indisturbata su onde elettromagnetiche e cancerogene; vittime sempre i più deboli, i bambini.
Se l’ultimo giorno ci si rende conto che sono ancora tra i Paesi più ricchi del mondo, nonostante l’apparente carità mondiale: evangelizzazione mascherata da solidarietà.
Allora, c’è qualcosa che, ignominiosamente, non va.
Allora, diventa necessario e urgente che dalle loro porte lascino entrare e uscire soltanto... l’arcangelo della Giustizia. E che per tutti gli altri mettano un bel cartello: “chiusi per restauro”
Paolo Izzo
* Liberazione, Lettere - 15.07.2010
di Filippo Di Giacomo (l’Unità, 28 luglio 2010)
Le miserie chiesastiche di questi giorni? Roba vecchia. Per chi ha memoria, e una biblioteca ordinata, il recente scoop del settimanale più diffuso della galassia berlusconiana è stato solo una rifrittura di ciò che, negli anni del wojtylismo populista, era conosciuto da tutti e da tutti usato e strumentalizzato per aver accesso agli ambienti del potere ecclesiastico.
Coloro che si occupano di informazione vaticana, provano una stretta al cuore nel rileggere i titoli (“Via col vento in Vaticano”, il più conosciuto, ma anche “Verbum gay verbum Dei”, il più impressionante per la sua veridicità) di quella trentina di pamphlet che, come nelle corti pontificie del Rinascimento, hanno scandito ventisette anni fatti di luci pubbliche e di ombre per niente nascoste, anzi persino ostentate. Che queste non siano state ancora rimosse, nonostante il chiaro e pressante magistero di Benedetto XVI, è forse un aspetto molto marginale di una questione più grande, ovvero l’ormai innegabile fallimento della Chiesa dei chierici.
La disobbedienza del clero, anche di quello chiamato a collaborare con lui, ripropone con forza al Pontefice la necessità di riaffidare ai laici i campi nei quali il Concilio Vaticano II li aveva visti come “inviati in missione”. E riproporre la questione del ruolo dei laici nella Chiesa, sull’orizzonte tracciato dall’evoluzione delle società umane negli ultimi decenni, presuppone che venga proposta e chiarita fino in fondo il ruolo delle battezzate cattoliche in tutti gli ambiti del vivere ecclesiale. A parole, la Chiesa ama le donne. Ma le donne amano la Chiesa?
La risposta è difficile. Quando la quasi totalità delle battezzate cattoliche dell’Occidente e delle Americhe non segue la dottrina ufficiale negli ambiti che chiamano in gioco la loro libertà di scelta, la risposta tenderebbe al negativo. Quando poi si guarda in uno qualsiasi dei campi immensi dove la Chiesa testimonia la propria missione, la presenza delle donne è talmente qualificante da apparire sostanziale e, addirittura, indispensabile. Persino nella misogina, e corrotta, Roma dei chierici, nelle Università pontificie, il dieci per cento del corpo accademico è in mano alle donne.
Certo, per i pregiudizi di sempre e le paure clericali moderne, quasi nessuna di loro viene promossa alla titolarità della cattedra. Così come le magistrate che operano nei tribunali ecclesiastici italiani: restano subalterne a chierici che, spesso, hanno una qualifica giuridica inferiore alla loro. Nella Chiesa succede ancora così: pastorale, carità, istruzione, culto diventano sempre debitori del genio femminile. Ma chi comanda, deve avere la tonaca.
Certo, spaziando per il vasto orbe cattolico, si trovano già numerose brecce aperte in quasi tutte le strutture intermedie del vivere sociale cristiano. In cima alla piramide, negli ultimi cinquant’anni, non è ancora arrivata nessuna. In realtà, i Papi ci hanno già provato. Ma è stato soprattutto agli inizi del mandato dell’attuale segretario di stato vaticano che sui giornali si sussurrava di un organigramma ratzingeriano-bertoniano al femminile anche per la curia romana. Papa Benedetto XVI e il suo segretario di stato non provengono da culture ecclesiali misogine. In Portogallo quest’anno, il servizio liturgico per Benedetto XVI è stato curato da giovani donne.
Sulla necessità di una rievangelizzazione del femminile al femminile, cioè sull’attivazione ministeriale delle battezzate cattoliche (anche se “ministero” non è necessariamente sinonimo di sacerdozio) ha ampiamente parlato il Concilio Vaticano II.
L’argomento, in Italia, è stato poco trattato perché quando Bernard Haring, l’indimenticato maestro di teologia morale che tanto dispiace al cardinale Caffarra, alla fine degli anni Settanta lo pose come questione vitale per il futuro della Chiesa, il solito censore autoritario ma non autorevole che accompagna ogni stagione dell’Osservatore Romano lo stroncò per sospetta lesa maestà. Erano gli anni dell’esplosione del movimento femminista e, spesso, non si riusciva a distinguere la forma dalla sostanza.
Con Giovanni Paolo II, che all’universo femminile parlava non solo con i documenti ma anche con il cuore, il cattolicesimo contemporaneo ha cercato la strada per uscire dal ghetto dei chierici. Negli Stati Uniti e in diversi Paesi europei, Francia in testa, lo scandalo dei preti pedofili ha innescato una campagna d’opinione a favore di una proposta: affiancare ad ogni Conferenza Episcopale una Conferenza dei battezzati. Non sarebbe strano se Benedetto XVI, un papa che alla cristologia sta offrendo i suoi giorni e le sue fatiche, ci insegnasse un’ecclesiologia che torni al Vangelo anche con la voce forte e chiara delle battezzate cattoliche del mondo intero.
La teologia morale mostra a Trento i suoi nuovi volti
di Dominique Greiner ("La Croix", 28 luglio 2010 - traduzione: www.finesettimana.org)
“Quando i padri presenti al Concilio di Trento crearono la disciplina della teologia morale per la formazione dei preti nei seminari, non potevano immaginare chi l’avrebbe insegnata cinque secoli dopo: uomini, donne, chierici, religiose, laici...”, constata padre James Keenan, il principale organizzatore, che ha accolto i 600 teologi moralisti venuti da 73 paesi per il secondo incontro mondiale di specialisti di etica riuniti a Trento, nell’Italia settentrionale, dal 24 al 27 luglio.
Il profilo dei partecipanti colpisce innanzitutto per la giovane età ed il carattere internazionale. I grandi nomi della teologia morale sono presenti (Charles Curran, Lisa Cahill, Marciano Vidal, Klaus Demmer, Margaret Farley...) accanto alla nuova generazione. Ma è anche il notevole numero di donne a caratterizzare questo incontro: sono 150, religiose e laiche, 90 delle quali insegnano teologia morale, mentre le altre sono essenzialmente impegnate in un lavoro di tesi o lo hanno appena terminato.
Viviane Minikongo Mundela è una di loro, una delle prime laiche africane dottore in teologia. Ha sostenuto la sua tesi di morale alcuni mesi fa all’Università cattolica di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo). Trentottenne e madre di tre figli, l’ultimo dei quali ha cinque anni, questa congolese (RDC) ha ottenuto il visto solo alla vigilia della partenza e dopo molti interventi degli organizzatori, che tenevano alla sua presenza.
“Per gli uomini, e forse ancor di più per le donne, è veramente una corsa a ostacoli uscire dal paese. Le ricchezze del paese, invece, non hanno bisogno di visti”, constata non senza amarezza ed in linea con la sua tesi su un’etica planetaria per rispondere alla sfida della globalizzazione. “Il nostro paese è ricco, ma paradossalmente è la nostra ricchezza a renderci poveri, perché suscita le bramosie e non ci dà alcun beneficio”, riassume. Senza il sostegno del marito, Viviane non avrebbe certo potuto portare a termine il suo dottorato.
Ma l’accesso al massimo livello della formazione teologica è difficile anche per le religiose, per ragioni che non sono economiche. Suor Léocalie Billy, camerunense che prepara la sua tesi a Friborgo (Svizzera) e a Strasburgo sulle sfide della solidarietà, ne fa il suo cavallo di battaglia. “La tradizione africana dà alla donna un posto che le istituzioni ecclesiali continuano a non riconoscerle”, dichiara. Il suo impegno in una lavoro di tesi sulla morale è già in se stesso un atto di liberazione “perché la donna, perché la religiosa possa studiare”. Ma anche per il fatto che le donne hanno un sensibilità propria, preziosa per la teologia morale. È pure l’opinione di Viviane Minikongo: “Oltre alla ragione, la teologia morale ha bisogno anche di emozioni, di cuore, d’amore.”
Del resto, certi teologi lo riconoscono. Ad esempio, all’altro capo del mondo, Dominador Bombongan, laico filippino, dice di trovarvi “un approccio più intuitivo, più olistico (cioè globale), particolarmente prezioso in un contesto di dominio maschile, e che viene a completare utilmente le teologie della liberazione”.
Queste esperienze testimoniano una grande circolazione di idee, favorita da una forte mobilità internazionale di studenti ed insegnanti. La disciplina ne viene arricchita. “L’Asia ci porta la dimensione del dialogo interreligioso e ci invita all’armonia, l’Africa ci parla di liberazione e di inculturazione, l’India ci fa sentire in maniera particolare la voce di chi soffre”, riassume padre Keenan, felice di un congresso, in cui i disaccordi, a volte profondi, si esprimono, ma sempre in maniera rispettosa.
È quello che, a suo modo, sintetizza il logo che accoglie i partecipanti: il rosone dai colori caldi della cattedrale del capoluogo dell’Alto Adige che interseca il globo terreste, illuminato da una luce bianca che evoca l’ostia eucaristica - eucarestia le cui basi dottrinali sono state definite dal Concilio di Trento. Un modo per dire che la teologia morale intende contribuire a portare una luce al mondo, illuminata dalle risorse della fede espresse dalla tradizione cristiana.
I 240 contributi hanno effettivamente permesso di tornare sugli apporti del Concilio di Trento, di esplorare gli sviluppi della tradizione morale nell’epoca moderna fino alle problematiche contemporanee (sviluppo, guerra giusta, diritti umani fondamentali, ecologia...). Ma, sorprendentemente, i problemi di etica economica, di etica degli affari e di etica dei media non sono stati affrontati, con grande rammarico degli organizzatori, mentre particolarmente numerosi sono stati i contributi nel campo della bioetica e, un po’ meno, dell’etica sociale.
Prova che la teologia morale, come le altre discipline, è tributaria della domanda sociale e dei finanziamenti, che oggi favoriscono ampiamente la bioetica. Certi teologi lavorano all’avvicinamento dei settori: “L’aids non è solo una problema di bioetica, spiega padre Keenan. È anche un problema di giustizia nell’accesso alle medicine e alla cure.”