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EUROPA: TUBINGA, 4 NOVEMBRE 1945. LA ROSA BIANCA: "LA BILANCIA DELL’ESISTENZA". Commemorazione di Romano Guardini - a cura di Federico La Sala

domenica 12 agosto 2007.
 

LA BILANCIA DELL’ESISTENZA

di ROMANO GUARDINI *

I

Miei gentilissimi ascoltatori!

Ringrazio i familiari e gli amici delle persone nel cui nome ci siamo riuniti per la fiducia che mi hanno accordato, chiedendomi di pronunciare qualche parola di commemorazione.

Si puo’ ricordare un uomo soltanto dicendo come in verita’ egli e’ stato; ma ci sono strade diverse per giungere alla verita’ della sua vita.

La prima via e’ quella di tentare di comprendere, sotto la guida dell’amore e la vigilanza della riflessione, la sua personalita’ e il percorso della sua vita, spingendosi sempre piu’ a fondo in cio’ che gli e’ proprio, fino a quando il suo essere ne risulta alla fine chiaramente illuminato. Non posso percorrere questa via, non avendo conosciuto di persona gli uomini di cui oggi onoriamo la memoria; e gli appunti e i racconti non possono sostituire cio’ che solo l’incontro vivo puo’ rivelare.

C’e’ pero’ un’altra via, ed e’ quella di domandarsi quali idee essi hanno servito e da quali valori si sono sentiti obbligati ad agire. Anche questa via conduce alla verita’ della loro vita; cosi’, infatti, e’ l’uomo: vive di cio’ che e’ fondamentale ed eterno, come di cio’ che e’ individuale e temporale, ovvero lo tradisce e lo trascura e ne e’ poi condizionato. Questa e’ la via che cerchero’ di seguire.

Anche se il mio discorso non si soffermera’ a lungo sulle persone in quanto tali, lo sguardo restera’ tuttavia costantemente rivolto a loro. E io spero che dalle cose che devo dire cadra’ una luce chiara sul loro essere e sul loro agire e li rischiarera’, cosi’ come la nostra esistenza confusa puo’ essere rischiarata soltanto dall’eterno.

Su quale bilancia si pesa la vita di un uomo? Secondo quale ordine si tirano le somme, da cui risultano il guadagno e la perdita di questa vita, e appare chiaro il suo senso ultimo? Di fronte alla natura non si puo’ parlare di bilancia, perche’ tutto va come deve andare secondo la sua legge intrinseca.

Ma nell’uomo l’agire e l’essere sono affidati alla liberta’, e liberta’ significa che si puo’ fare qualcosa di giusto, ma anche di sbagliato, che si puo’ preservare qualcosa ma anche che qualcosa si puo’ corrompere. Qual e’ dunque la bilancia, e quale l’ordine?

II

Ci sono diverse bilance e diversi ordini, a seconda dell’ambito dell’esistenza.

Un primo ordine si riferisce alle cose materiali. Il termine non e’ usato in senso spregiativo, perche’ le cose sono affidate all’uomo affinche’ egli le usi rettamente, per il proprio benessere, come anche per realizzarne l’intrinseca finalita’. In questo ordine troviamo l’ambito ristretto in cui l’uomo "viene al mondo" e prende posto in esso, ossia la casa, il cui governo risiede anzitutto nella cura e nell’uso delle cose.

Fuori della casa l’uomo entra nella professione: anche il lavoro si rivolge prevalentemente alle cose, alla loro acquisizione e utilizzazione. Lo stesso vale ancora per la comunita’ e per lo Stato: le cose costituiscono il fondamento e l’impalcatura della loro esistenza. In massima parte la vita dell’uomo e’ una relazione con le cose e in questo ambito l’ordine e’ quello della retta amministrazione.

Questa si caratterizza per la responsabilita’ che l’uomo esercita nei confronti della propria esistenza e dell’esistenza altrui, entrambe bisognose di molte cose, e per sua personale responsabilita’ nei confronti delle cose stesse; perche’ l’uomo e’ responsabile anche se spesso ritiene di poter fare con le cose cio’ che gli dettano l’arbitrio e la volonta’ di potenza. C’e’ un atto di accusa che si leva dalle cose di cui si e’ fatto abuso. Le Lacrimae rerum di cui parla Virgilio, lacrime della creatura che patisce violenza, sono piu’ vere di quanto sospetti la superficialita’ della vita quotidiana. E c’e’ una vendetta delle cose di cui si e’ abusato, una vendetta che non si lascia facilmente scorgere in ogni suo singolo atto perche’ si compie seguendo binari nascosti e attraverso movimenti impercettibili. Ma la percepiamo nel sentimento inquietante che ci assale quando le relazioni economiche e sociali non sono in ordine, fino al momento in cui questa vendetta non si manifesta in catastrofi che nessuno puo’ piu’ignorare.

Le azioni vengono pesate sulla base di quest’ordine. Si misurano sull’onesta’, sulla fedelta’ e la prudenza, virtu’ poco appariscenti, faticose ma fondamentali per la vita. San Benedetto da Norcia, che e’ stato definito il padre dell’Occidente perche’ appartiene alla schiera di coloro che salvarono l’eredita’ del mondo antico e imbrigliarono il caos delle migrazioni dei popoli dandogli una nuova forma, nel capitolo 31 della sua Regola dice che il cellerario, che presiede agli averi e ai beni del monastero, deve considerare le cose quasi vasa altaris, come i calici del culto divino.

In queste parole non vi e’ certo una sopravvalutazione delle cose possedute: sono parole, infatti, che stanno nella stessa Regola che conduce quanti la seguono al distacco estremo dalle cose. Il loro idealismo, piuttosto, esprime il senso della realta’ tipico dell’uomo romano, che sapeva che solo la coscienziosita’ quotidiana puo’ fondare l’ascesi, per poter raggiungere davvero l’altezza dello straordinario. Tutto questo si avvicina molto alla nostra situazione contemporanea, perche’ di nuovo la "forma" di un’epoca vacilla, e l’uomo e’ abbandonato e la distretta e’ cosi’ grande che nessuno sa come le poche cose a disposizione possano bastare, secondo le parole del Vangelo, "per cosi’ tanti".

L’ordine delle cose deve essere rispettato in ogni caso - benche’ affondi le sue radici in strati piu’ profondi di quanto si pensi. L’uomo, infatti, non fa giustizia alle cose materiali seguendo una concezione puramente materiale. Le cose hanno in se’ il potere di ribellarsi e insorgono contro chi si sottrae alla propria responsabilita’ nei confronti dello spirito.

Malgrado cio’, l’ordine di cui parliamo va senz’altro rispettato. Riposa sulla natura del creato, sulla fiducia e sull’accortezza e si afferma nella prosperita’ dei rapporti umani. E’ qualcosa di grande essere amministratori dell’esistenza.

Ma da questo punto di vista non ci sarebbe molto da dire, sulle persone che qui ricordiamo. Non so come si siano comportati con i loro beni e i loro averi; certo erano quasi tutti giovani e probabilmente, per un bel libro o una giornata felice, avrebbero sacrificato cio’ che forse sarebbe stato necessario per mangiare e vestirsi. E non sarebbero stati da biasimare, perche’ e’ una prerogativa dei giovani il poter credere che di fronte allo spirito e alla vita la razionalita’ delle cose non abbia alcun peso.

III

Un secondo ordine e’ quello dell’azione e dell’opera: dell’azione, che scopre e conquista, intraprende e plasma, vince la necessita’ e compie la salvezza; dell’opera, che ordina i rapporti tra gli uomini, fonda l’autorita’ e il diritto, produce la scienza e l’arte. Senza dimenticare cio’ che fluisce sempre di nuovo nella corrente della vita e non si puo’ piu’ distinguere e diviene chiaro solo nella rivelazione di tutto l’umano alla fine dei tempi: l’amore in tutte le sue forme, il proteggere e dispiegare, sciogliere e liberare, aiutare e curare. Tutto cio’ proviene dalla forza della liberta’, dalla profondita’ dello spirito, dalle sorgenti del cuore e, dall’altro lato, dalle possibilita’ della storia e dalle esigenze del momento. Cio’ sta in un ordine che dalla semplicita’ di ogni giorno sale fino all’altezza dell’eroe e del genio. Nell’ordine dell’azione retta e dell’opera pura, si deve fare e agire non come raccomandano l’ambizione e l’interesse, ma come esige la cosa stessa. Qui sono richieste altre virtu’: il coraggio, che abbandona il terreno protetto ed esce all’aperto perche’ sente una chiamata; la forza di cominciare, che rinuncia alle cose conosciute e ne osa di nuove, perche’ qualcosa di dentro la spinge; la prontezza che si mette a disposizione di cio’ che non e’ ancora, ma che deve essere.

Anche qui c’e’ un peso sulla cui base viene misurato l’uomo e il suo agire: se e’ attento e risponde alla chiamata che giunge dallo spazio del possibile; se e’ puro in spirito e non confonde la chiamata con i desideri egoistici; se e’ pronto a prendere su di se’ le angosce e i dolori del divenire.

Non e’ cosi’ facile comprendere cio’ che avviene in quest’ambito rispetto all’ambito precedente dove avviene cio’ che deve accadere; qui e’ in gioco una grandezza che non consiste in numeri, ma in una nobilta’ interiore, che puo’ essere propria di un semplice gesto e puo’ mancare dove si fanno largo le masse e i milioni di individui. Ma anche questi eventi hanno la loro ragione, in quanto hanno il loro ordine. La ragione non e’ affatto cosi’ misera come spesso si vuol far credere. Essa e’ vasta quanto il mondo. E’ la capacita’ di riflettere sugli ordini dell’esistenza. Puo’ dunque riconoscere anche l’ordine dell’agire e del creare, solo che, per questo, ha bisogno di uno sforzo piu’ onesto e piu’ profondo esponendosi sempre al rischio di considerare come errato cio’ che e’ inconsueto.

Come e’ lontana dal comune modo di pensare la vita di un ricercatore, che dimentica piaceri e salute per trovare una verita’ ancora sconosciuta! Come e’ insensata la sofferenza di un artista, che si consuma per la sua opera! Come e’ incomprensibile l’atteggiamento di chi, chiamato da un’ora della storia, fa cio’ che essa richiede, anche se cosi’ soccombe! E come e’ assurdo per un osservatore indifferente il comportamento di chi ama, quando un’altra persona gli ha affidato sua vita, o quando si sente obbligato dal bisogno di chi e’ stato abbandonato! Anche qui c’e’ un ordine piu’ potente di quello delle cose materiali; piu’ inesorabile nelle sue conseguenze se viene violato, piu’ ricco di frutti se viene realizzato; un ordine che e’ immediatamente trasparente solo a chi gia’ vi appartiene.

Le persone di cui facciamo memoria sono vissute in questo ordine. Appartenevano al mondo dell’universita’, un mondo che e’, nonostante tutto, uno dei mondi piu’ nobili che esistano, perche’ ha degli obblighi solo nei confronti della verita’. Negli anni scorsi l’universita’ e’ stata umiliata. E’ stato corrotto il suo rapporto con la verita’ e con cio’ la sua essenza e’ stata distrutta. E’ stata ridotta a strumento al servizio di fini politici. I fratelli Scholl e i loro amici volevano che l’universita’ ridiventasse cio’ che deve essere: una comunita’ che vive nella dedizione alla verita’, e per questo hanno osato tutto.

Ma oltre a cio’, ad essi importava l’onore del popolo tedesco, la sua vita spirituale, la sua vocazione autentica. Per questo si sono ribellati contro il degrado e la distruzione causata al popolo da quelli che si proclamavano le sue guide, e la loro azione, impotente se considerata da un punto di vista realistico, forse perfino folle, porta in se’ questo significato ed e’ assurta a simbolo della nobilta’ umana.

IV

Abbiamo parlato di due ambiti di vita: quello delle cose e del loro ordine, che si realizza nella fedelta’ di un lavoro di "amministrazione"; e quello dell’agire creativo e del suo ordine, che si realizza nell’obbedienza alla chiamata interiore. Entrambi gli ordini hanno i loro problemi e le loro necessita’. Tanto piu’ e’ difficile comprenderli, quanto piu’ grandi diventano i loro compiti; ma nonostante cio’ si possono comprendere a partire da loro stessi, perche’ hanno il loro fondamento nell’essenza delle cose e della vita. In questo trovano anche la loro garanzia, e chi realizza questo ordine si fonda su questa garanzia.

C’e’, pero’, ancora un altro ordine, che non e’ fondato nel mondo e nella vita; che non e’ garantito da queste realta’ e che percio’ non si puo’ comprendere ne’ giustificare a partire da esse. La sua origine e’ nel cuore di Dio. Un tale ordine e’ stato portato nel mondo per mezzo di Gesu’ Cristo. In Lui si fonda il suo senso, e solo a partire da Lui puo’ essere riconosciuto. Si potrebbe obiettare che queste cose qui non c’entrano; ma noi dobbiamo parlare della verita’, di cui le persone che ricordiamo hanno vissuto, e il cuore di questa verita’ e’ qui. Contraddiremmo la loro stessa volonta’, se non ne parlassimo.

Allora dobbiamo parlare di Cristo e dobbiamo domandarci, come dobbiamo considerare Cristo stesso, affinche’ ci divenga chiaro l’ordine che Egli ha fondato. Cristo non e’ un "grande" nell’ordine dei "grandi uomini", non e’ nemmeno il "piu’ grande" di tutti, ma e’ Colui nel quale Dio e’ venuto tra gli uomini. Ed e’ venuto non come Egli viene in ogni cuore nobile, in ogni spirito elevato, ma in un modo che rivela gia’ da se’ la totale alterita’ che qui e’ in gioco: la rivela - per usare una parola che Egli stesso ha pronunciato - fino allo scandalo. In Cristo il Figlio di Dio, che non ha bisogno di nulla e che non e’ determinato da alcuna necessita’, e’ entrato nell’orizzonte del tempo e si e’ fatto uomo. E ha fatto questo per ricondurre al Padre nell’amore del suo cuore il mondo che si era perduto e per guidarlo verso una nuova vita.

Non c’e’ qui grandezza in senso naturale; ne’ l’audacia dell’eroismo umano ne’ il mistero della creativita’ terrena. Si sbaglia del tutto, se si usano criteri derivati dalla nostra esistenza immediata. Qui c’e’ qualcosa la cui essenza puo’ essere compresa solo da se stessa: l’atto dell’amore. Non quell’amore di cui parlano filosofi e poeti, si chiamino Platone o Dante, ma un amare che comincia in Dio e fa si’ che l’Eternamente Compiuto - che sarebbe cio’ che Egli e’ anche se non ci fossero ne’ il mondo ne’ gli uomini - si offra per elevare l’uomo nella Sua propria vita.

Se uno dice di comprendere questo, esamini pure se stesso: forse non sa nemmeno di che cosa parli. La comprensione autentica comincia con l’inquietudine provocata dall’inaudito. Si fa poi strada nella cognizione che questa realta’ apparentemente priva di senso costituisce il senso ultimo di tutte le cose. Infine si compie nell’abbandono della fede in cio’ che supera ogni realta’ terrena. Questo si e’ compiuto per opera di Gesu’ Cristo e si e’ compiuto in modo tale da dare inizio ad una nuova esistenza. La fede significa collocarsi in questo inizio: considerare il sensus Christi come quello vero; accogliere la realta’ che Egli annuncia come quella definitiva; perfezionare, nella propria vita, la propria forza con la forza che Egli stesso da’.

Nel nocciolo piu’ intimo di questa vita sta il sacrificio. Di nuovo, pero’, dobbiamo distinguere, e voi non dovete risparmiarvi questo continuo esercizio del dire "non cosi’, ma cosi’". Perche’ per gli uomini che oggi ricordiamo il discernimento delle cose essenziali era un proposito importante. Erano impegnati a superare la sconfinata confusione dei concetti, il terribile travisamento e imbrattamento dei valori spirituali che si insinuava ovunque, tesi a far emergere le essenze nella loro nuda verita’ e a ristabilire gli ordini dell’esistenza cosi’ come essi sono veramente. Per questo deve essere anche chiaro che cosa significa "sacrificio" in questo ambito, qui dove ci avviciniamo all’interiorita’ piu’ profonda.

Di certo nessuna grande azione, nessuna opera autentica, nessuna relazione umana sincera e’ possibile senza che l’uomo vi arrischi cio’ che e’ suo. Ma il senso di una tale donazione sta nell’essenza stessa della vita, e’ fondata nella legge del "muori e divieni", e anche l’estrema spoliazione trova qui una giustificazione ed una assicurazione. Ma la donazione, che guida la vita di Gesu’ e che si compie nella sua morte, e’ qualcosa di diverso. Cristo sta nell’esistenza terrena e contemporaneamente al di fuori di essa, sta insieme tra tempo ed eternita’, e la’, nell’ultima solitudine, responsabile solo verso il Padre e riconosciuto solo da Lui, porta a compimento il destino del mondo. E’ il sacrificio di Cristo quello che il credente, ognuno a suo modo e secondo la sua misura, deve compiere nella propria vita.

Da questo sacrificio il credente ottiene una liberta’ estrema, ormai inattaccabile. Nessuno oserebbe compiere un’azione il cui fallimento fosse assolutamente certo, perche’ la giustificazione di ogni azione sta, in ultima istanza, proprio nell’efficacia ch’essa realizza nella struttura della vita e nel corso della storia. Nessuno comincerebbe un’opera, se fosse certo che questa non possa riuscire: quale creazione, infatti, e’ quella che non puo’ compiersi? Ogni agire e ogni creare dipende dunque dalle possibilita’ che il mondo e la vita gli danno, e resta legato ad esse.

Quel sacrificio, invece, che il credente compie in unita’ d’intenzione con Cristo, spera certo anch’esso di poter avere la sua efficacia nella vita immediata - come potrebbe rinunciare a questa speranza? - ma non dipende dalla sua realizzazione, perche’ il suo senso autentico e’ riposto altrove.

Puo’ fallire, puo’ restare nella congiuntura dell’esistenza privo di ogni effetto riconoscibile, puo’ tramontare nell’oscurita’ dell’ignoto - tutto cio’ non toglie il suo senso proprio. In ultimo questo sacrificio e’ compiuto davanti a Dio solo, e’ affidato alla Sua sapienza ed e’ rimesso nelle Sue mani, affinche’ Egli lo inserisca nel grande conto del mondo, dove Egli vuole.

Non si puo’ capire questo comportamento partendo solo da presupposti terreni, ne’ da un’etica del disinteresse ne’ da una filosofia della creazione e della storia. Vive della fede nel nuovo inizio, che si e’ aperto in Cristo e che e’ "scandalo e follia", come il Suo stesso agire e’ stato. In verita’ questo agire sostiene l’esistenza umana. Rispetto all’individualismo dell’epoca precedente, abbiamo imparato che cosa significa comunita’, anche se forse non ne sappiamo ancora abbastanza. Essa penetra nel profondo, piu’ di quanto generalmente percepiamo.

C’e’ il legame che trae origine da tutta la nostra dipendenza dalle cose materiali. Se lo dovessimo aver dimenticato, la distretta di oggi, in cui ne va della vita stessa, ci riporta vicino a questa realta’ in un modo che non si puo’ ignorare.

C’e’ poi il legame costituito dal tessuto delle azioni e delle opere. Di nuovo e’ proprio il nostro tempo che ha insegnato a tutti coloro che vogliono imparare, come l’azione del singolo diventa destino per tutti, nel male, ma anche, grazie a Dio, nel bene. Per cio’ che concerne le opere dello spirito, della conoscenza, dell’ordine e della bellezza, queste sono nutrite dalle correnti che sgorgano dalla vita di tutti e a loro volta divengono sorgenti pronte a colmare ogni calice che si tenda verso di loro. Poi pero’ c’e’ ancora un’altra, ultima comunita’, che nasce dall’azione di Cristo, di cui abbiamo parlato. La fede significa affidarsi a questa comunita’; l’amore significa sostenerla con la vita. Essa scorre, sottratta all’esperienza quotidiana, sotto la nostra esistenza.

Nessuno sa da quali vittorie tragga forza. Nessuno puo’ dire dove e’ stata sofferta la liberazione che conduce la sua vita alla liberta’. E nessuna conoscenza scientifica puo’ stabilire sulla base di quali espiazioni di un’epoca viene concessa la grazia di un nuovo inizio, di cui essa poi approfitta come se fosse un fatto naturale.

Nella profondita’ di questa comunita’ hanno tratto origine i motivi ultimi, che hanno determinato la vita di coloro di cui onoriamo la memoria. Non si deve pensare con questo a nulla di eccezionale. Erano persone normali, che vivevano intensamente la loro vita; gioivano delle cose belle che la vita regalava loro, e sopportavano le difficolta’ imposte. Guardavano diritto al futuro, pronti all’opera buona e fiduciosi nelle promesse che la giovinezza porta con se’.

Ma erano cristiani per convinzione. Stavano nello spazio della fede, e le radici della loro anima affondavano in quelle profondita’ di cui si e’ parlato. Non e’ nostro compito indagare in che modo siano affiorate alla loro coscienza le interpretazioni ultime. Che sia successo, sia pure in modo velato e indiretto, e’ sicuro.

Di certo hanno lottato per la liberta’ dello spirito e per l’onore dell’uomo, e il loro nome restera’ legato a questa lotta. Nel piu’ profondo hanno vissuto pero’ nell’irradiazione del sacrificio di Cristo, che non ha bisogno di alcun fondamento nell’esistenza immediata, ma sgorga libera dalla fonte creativa dell’eterno amore.


* [Dal sito www.nostreradici.it riprendiamo la commemorazione di Sophie e Hans Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf e del professor Huber, tenuta da Romano Guardini a Tubinga il 4 novembre 1945, cosi come pubblicata in traduzione italiana, col titolo "La bilancia dell’esistenza. Commemorazione di Sophie e Hans Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf e Prof Dr. Huber", alle pp. 33-45 del volume di Romano Guardini, La Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 1994 (a cura di Michele Nicoletti e con un’appendice di Paolo Ghezzi).

Romano Guardini, filosofo e teologo tedesco di origine italiana (Verona 1885 - Monaco 1968); docente universitario dapprima a Bonn, poi a Berlino, il regime nazista lo costrinse ad abbandonare la cattedra; nel dopoguerra ha insegnato a Tubinga e a Monaco di Baviera. Opere di Romano Guardini: segnaliamo almeno: Der Herr (1937); Welt und Person (1939); Das ende der Neuzeit (1950); Sorge um des Menschen (1962); in italiano segnaliamo anche almeno Natura, cultura, cristianesimo. Saggi filosofici, Morcelliana, Brescia 1983; Fede, religione, esperienza. Saggi teologici, Morcelliana, Brescia 1984; ed in particolare il libriccino che raccoglie due discorsi commemorativi pronunciati da Guardini in memoria del gruppo dei giovani resistenti e martiri antinazisti di Monaco: La Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 1994; presso l’editrice Morcelliana sono in corso di stampa le opere complete. Opere su Romano Guardini: la piu’ importante biografia e’ quella di H.-B. Gerl, Romano Guardini. La vita e l’opera, Morcelliana, Brescia 1988; un saggio d’interpretazione e’ quello di Hans Urs von Balthasar, Romano Guardini. Riforma delle origini, Jaca Book, Milano 1970.

Sulla Rosa Bianca: tra il 1942 ed il 1943 un gruppo di studenti ed un professore di Monaco realizzarono e diffusero una serie di sei volantini clandestini antinazisti. I primi quattro volantini si aprivano col titolo "Fogli volanti della Rosa bianca" ed erano diffusi in poche centinaia di copie; gli ultimi due intitolati "Fogli volanti del movimento di Resistenza in Germania" ciclostilati in qualche migliaia di copie. Scoperti, furono condannati a morte e decapitati gli studenti Hans Scholl, Sophie Scholl, Christoph Probst, Willi Graf, Alexander Schmorell ed il professor Kurt Huber. Opere sulla Rosa Bianca: Inge Scholl, La Rosa Bianca, La Nuova Italia, Firenze, 1966, rist. 1978 (scritto dalla sorella di Hans e Sophie Scholl, il volume - la cui traduzione italiana e’ parziale - contiene anche i testi dei volantini diffusi clandestinamente dalla Rosa Bianca); Klaus Vielhaber, Hubert Hanisch, Anneliese Knoop-Graf (a cura di), Violenza e coscienza. Willi Graf e la Rosa Bianca, La nuova Europa, Firenze 1978; Paolo Ghezzi, La Rosa Bianca. Un gruppo di resistenza al nazismo in nome della liberta’, Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1993; Romano Guardini, La Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 1994; Paolo Ghezzi, Sophie Scholl e la Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 2003. Alcune piu’ dettagliate notizie biografiche sui principali appartenenti al movimento di resistenza della "Rosa bianca" sono nel n. 909 de "La nonviolenza e’ in cammino" (altri materiali ancora nei nn. 910 e 913)]

* NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO. Numero 178 dell’11 agosto 2007

-  Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal
-  Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
-  Direttore responsabile: Peppe Sini.
-  Redazione: strada S. Barbara 9/E,
-  01100 Viterbo,
-  tel. 0761353532,
-  e-mail: nbawac@tin.it


Sul tema, nel sito, si cfr.:

HEIDEGGER, SENZA L’AMORE CRISTIANO RESTA "SOLO" IL NAZISMO (di Roberto Graziotto).

EUROPA!!! CHE SIGNIFICA ESSERE "EU-ROPEUO". Per la rinascita dell’EUROPA, e dell’ITALIA. La buona-esortazione del BRASILE.

SALVIAMO LA COSTITUZIONE...


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