Etero-topie

"Occidente" e "Oriente". «Chi è più credibile», si chiedeva Pascal, «Mosè o la Cina»? François Jullien e Jean François Billeter: dibattito in corso - a cura di pfls

lunedì 8 gennaio 2007.
 

L’alterità cinese, a carte scoperte

In «Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente», François Jullien ribadisce ancora una volta che il grande paese asiatico è l’unico altrove possibile per il «noi» europeo. Ma, ribatte il sinologo Jean-François Billeter, questo è un mito che può trovare legittimità solo in un contesto filosofico

di Marco Dotti (il manifesto, 06.01.2007)

A dispetto delle critiche, talvolta molto dure, che di continuo gli vengono mosse, anche nel suo ultimo libro Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente (traduzione di Massimiliano Guareschi, Laterza, pp. 102, euro 10), François Jullien non esita a ribadire l’idea guida che sta alla base della propria ricerca. Un’idea che vede rappresentati nella Cina elementi critici e di rottura a tal punto autonomi, quanto a genesi, e inclassificabili, quanto a forme e sviluppo, da farne - secondo l’ex direttore del Collège international de philosophie, oggi responsabile del Centro «Marcel Granet» dell’Università di Paris 7 - l’unico, vero altrove possibile rispetto all’ordine dell’Occidente.

Chiunque intenda realmente uscire dal solco tracciato dai modelli e dal sistema di pensiero europeo, rivolgendosi così «fuori» e non semplicemente ai margini di tale percorso e al tempo stesso decida di abbandonare i punti di riferimento che gli sono familiari, addentrandosi in una sorta di «esteriorità delle lingua», della storia e della cultura, non ha alternativa che non sia rivolgersi all’apparente oscurità della Cina.

Una riflessione di Blaise Pascal, redatta a margine dei Pensieri, offre a Jullien lo spunto per soffermarsi sul percorso storico e sulla possibilità di comprendere, lontano dagli schemi dell’esotismo che dal sedicesimo secolo a oggi si sono succeduti, questa alternativa e la sua «oscurità» per molti versi sconcertante. «Chi è più credibile», si chiedeva Pascal, «Mosè o la Cina»? Benché Pascal, al pari di Montaigne, Voltaire, Leibniz o Hegel che pure ne scrissero, non vi si sia mai recato, attraverso quella semplice opposizione egli rivela di non ignorare la grande «forza di obiezione» che la Cina costituisce nei confronti del mondo europeo.

La forza della formula di Pascal risiederebbe appunto nel fatto di presentare il rapporto fra Cina e Occidente in termini di alternativa fra «due opzioni di pensiero e nel fatto che questa stessa alternativa è del tutto asimmetrica». A proposito di questa asimmetria, Jullien invita a osservare attentamente le figure messe in gioco da Pascal che se da un lato colloca Mosè, capace di simbolizzare «l’avventura dell’Europa attraverso il monoteismo», dall’altro non gli oppone alcuna immagine di un «padre fondatore», né Confucio, quindi, né Lao Tze ma «la Cina» stessa, intesa come spazio e conseguente apertura alla possibilità di un pensiero realmente «fuori quadro», rispetto agli schemi ordinari. Pensiero che non passa per la grande filiazione che, dalla tradizione ebraico-cristiana alla Grecia, «giunge fino a "noi, il "noi" europeo».

Al Libertino, suo doppio con cui nei Pensieri talvolta instaura un immaginario dialogo, Pascal farà poi pronunciare parole altrettanto significative e «efficaci», giocando sulla polisemia di un verbo, «obscurcir», che può indicare tanto il rendere incomprensibile qualcosa, quanto il gesto con cui il giocatore dissimula intenzioni e copre le proprie carte, durante una partita. «La Cina oscura» (obscurcit), si legge, «al che io rispondo: " Sì, la Cina è oscura, ma vi si può trovare chiarezza, cercatela"».

Come cercarla, dunque, questa chiarezza? A quali fonti rivolgersi, e soprattutto dove? È all’intelligenza, osserva Jullien, che Pascal affida la risposta, attribuendole il compito di «dissipare tutto ciò che può interporsi come uno schermo nebuloso fra il pensiero cinese e il nostro». Il ragionamento di Pascal sembra a sua volta chiarirsi grazie a quella che a Jullien appare come una vera e propria formulazione di un metodo: «Bisogna considerare tutto questo nel dettaglio, bisogna mettere le carte sul tavolo». Metterle sul tavolo, giocare a carte scoperte, corrisponde allora al moderno «lavorare localmente, con pazienza» attraverso una comparazione che non fugga più la frontalità, il faccia a faccia fra due sistemi di pensiero, ma soprattutto sappia seguirne ovunque le relative, talvolta insospettate diramazioni. Una comparazione, detto altrimenti, che cerchi i punti di frattura e non solo quelli di incontro fra le due culture.

Ma, nonostante i meriti delle sue intuizioni, almeno in questo contesto Pascal non si sottrae a una prospettiva ancora, suo malgrado, utopica. Dopo averlo fatto vacillare sotto il peso dell’altrove, il sistema stesso viene rimesso al suo posto. Ci si limita dunque a constatare l’esistenza di uno spazio lontano, di un luogo critico e fuori quadro, senza che tutto questo costituisca per il retroterra del pensiero europeo una «esteriorità» capace di porlo in discussione fin dentro le «sue evidenze, in ciò che costituisce il suo impensato».

Jullien riprende la nozione di «esteriorità» da Foucault che, nel 1966, ne Le parole e le cose, chiosando un testo di Borges parlava di una «eterotopia» della Cina da distinguere dalla sua rassicurante «utopia». Se le utopie consolano, le eterotopie, scriveva Foucault, «inquietano, probabilmente perché minano segretamente il linguaggio, perché devastano la sintassi e non soltanto quella che costruisce frasi, ma anche quella, meno manifesta, che fa "tenere assieme"le parole e le cose"».

Non c’è da stupirsi che, proprio sul tema attorno al quale da anni Jullien articola le proprie indagini, si concentri una delle critiche più dure che, negli ultimi tempi, gli sono state rivolte. Quello dell’alterità radicale della Cina appare infatti a Jean François Billeter, sinologo e professore emerito dell’Università di Ginevra, un vero e proprio «mito», che può trovare la propria legittimità in un contesto propriamente filosofico ma che, se trasferito altrove, rischia di diventare un pericoloso vizio di forma, buono per tutti i tempi e per ogni occasione. Al pari del concetto di «efficacia» che, sviluppato dapprima in due dei suoi libri più noti, La propensione delle cose e Il trattato dell’efficacia, è stato infine sottratto al discorso tecnico e trasferito da Jullien in un «contesto manageriale e aziendale», con tutte le conseguenze del caso.

È singolare, afferma Billeter in Contre François Jullien (Allia, pp. 122, euro 6,10), libro che, a dispetto del titolo un po’ brusco, ha avuto il merito di sollevare una serie di critiche su questioni per nulla secondarie, che simile impostazione sia in qualche modo riconducibile alla visione della Cina tramandata dai primi gesuiti e che quella stessa visione sia stata dapprima avallata dai loro più feroci avversari - Voltaire su tutti - poi sviluppata «nella sua forma estrema» da letterati laici di primo ordine come Victor Segalen e infine accolta dalla maggior parte degli intellettuali francesi che vi intravedono «la continuazione dell’elitarismo repubblicano che si illudono di incarnare».

Billeter ritiene che, nel corso degli anni, il suo giovane collega abbia progressivamente annacquato le proprie posizioni, smettendo di «interrogare il pensiero dell’Occidente attraverso quello cinese», facendosi invece prendere la mano da ossessioni tutte sue e da quella che, a poco a poco, è diventata la raffigurazione immaginata di una terra promessa, altrettanto mitica e utopica di quella che si vorrebbe «liberare».

Questo sarebbe testimoniato anche dall’improvvisa e alquanto singolare iperattività dell’autore: dei ventitré volumi pubblicati da Jullien, diciotto sono stati editi proprio dopo il 1989. Non soffermandosi solo su fattori esterni, più che uno scontato pamphlet, Contre François Jullien si rivela però un prezioso strumento di riflessione che, anche quando non se ne condividono finalità, stile e presupposti, non sarebbe sbagliato leggere in contrappunto a Pensare l’efficacia o al più articolato e stimolante Nutrire la vita. Senza aspirare alla felicità (traduzione di Mario Porro, pp. 190, euro 13,50) recentemente apparso per l’editore Cortina.

Nella convinzione che solo critiche dure e precise siano quanto di meglio un autore possa chiedere, per allargare «una di quelle fessure» che, parafrasando lo stesso Jullien, stimolando l’opera, ne rinnovano anche la vita. Purché, per tornare a Pascal, le carte siano davvero tutte sul tavolo.


Sul tema, nel sito, si cfr.:

RIPENSARE L’EUROPA. PER IL "RISCHIARAMENTO" ("AUFKLARUNG") NECESSARIO.
-  FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA.


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