Per una storia più ampia e più umana (M. Bloch, 1941)

PAPÀ, SPIEGAMI A CHE SERVE LA STORIA. La risposta di Mac Bloch, in un saggio di Diana Napoli - a cura di pfls

martedì 7 agosto 2007.
 

-  1. Diana Napoli: Marc Bloch, o delle virtu’ della storia
-  2. Diana Napoli: Un profilo di Marc Bloch
-  3. Et coetera *

1. DIANA NAPOLI: MARC BLOCH, O DELLE VIRTU’ DELLA STORIA

Marc Bloch, insigne medievista, scrisse tra il 1941 e il 1943, anno in cui decise di entrare in clandestinita’ affiliandosi al movimento della Resistenza Franc-Tireur, un testo sulla storia dal titolo Apologia della storia o mestiere di storico e il cui senso, al di la’ delle indicazioni metodologiche o delle riflessioni preziosissime sul "laboratorio" dello storico, e’ ben riassunto dall’incipit: "Papa’, spiegami allora a cosa serve la storia".

Questa domanda, apparentemente banale, non e’ solo un modo particolarmente accattivante attraverso cui l’erudito si mette in discussione in presenza del pubblico dei lettori, professionisti come lui o semplici appassionati della materia. Si tratta infatti di una domanda tragica che si pone lo storico Marc Bloch, storico e cittadino francese, ad armistizio firmato, dopo non solo una disastrosa campagna militare (la drole de guerre) e il dissesto della Francia, ma soprattutto dopo un decennio di progressiva disgregazione della societa’ francese e di crisi della democrazia che egli, al pari di tanti altri studiosi, uomini di cultura, intellettuali, non aveva esitato a definire come una crisi di civilta’, e piu’ precisamente della civilta’ europea. E, non da ultimo, dopo due interi decenni in cui egli aveva costantemente ribadito quanto la storia potesse essere strumento efficace per condurre l’azione, grazie a virtu’ che le erano proprie e che, convenientemente insegnate, avrebbero permesso, come lui stesso si esprime, all’incontro tra le realta’ umane di essere fraterno.

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Febvre, aveva fondato nel 1929, dall’universita’ di Strasburgo in cui insegnava, la rivista "Annales d’histoire economique et sociale". Rispetto alla scuola (dato che poi lo e’ diventata) delle "Annales", si e’ molto insistito sulle novita’ metodologiche che hanno consentito un allargamento del campo di indagine della storia, fino ad allora ristretta generalmente al dominio propriamente politico-diplomatico o all’affresco biografico-psicologico.

Bloch inizia ad utilizzare i metodi della sociologia, insieme a Febvre smonta la rigidita’ delle periodizzazioni, rende estremamente fecondo il dialogo con la geografia, difende il metodo comparativo come metodo privilegiato d’indagine e tuttavia non e’ verosimile attribuire solo a queste "invenzioni" in se’ (o alla ripresa di intuizioni di qualche precedente maestro, come Fustel) il successo che, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, ha arriso alle "Annales".

La fortuna e la fecondita’ dell’insegnamento di Bloch si devono soprattutto a due ordini di idee (invero collegate): il primo riguarda la convinzione, da lui espressa in piu’ sedi, che la storia dovesse indagare la "realta’ umana", perche’ suo principale obiettivo era capire i bisogni dell’uomo, bisogni che non avrebbero potuto certo essere colti osservandolo solo nella contingenza; il secondo afferisce alla capacita’ propria della storia di comprendere, di discernere il vero dal falso, di insegnare lo spirito critico, vera "pulizia dell’intelligenza" e quindi di permettere, finalmente, di orientare l’azione.

Scriveva ad esempio nel 1931, rispetto ad uno dei temi scottanti del periodo, il comunismo: "[tra] i potenti gruppi interessati a combattere il comunismo, ve n’e’ qualcuno che abbia avuto l’idea di studiare anzitutto obiettivamente questo movimento, che, prima di tutto, e’ un fatto? La dottrina o i miti sono semplici e chiari. Ma gli elementi umani, e i bisogno profondi, piu’ o meno inconsci, lo sono meno...

Ora, questo gusto per l’analisi umana, a grandi linee, cosi’ necessario all’azione, da dove attingerlo se non dalla storia - convenientemente compresa e insegnata?" (M. Bloch, Cultura storica e azione economica, "Ahes", 1931, IX, pp. 1-4, articolo ripreso in Storia e storici, testi riuniti a cura di Etienne Bloch, Einaudi, Torino 1997, p. 33).

E le "Annales", organo ne’ di una scuola ne’ di un partito, dirette da un medievista e un modernista, si occupavano infatti principalmente di storia contemporanea, cui fino alla seconda guerra mondiale vennero dedicati piu’ della meta’ degli articoli, trattando tutte le questioni all’ordine del giorno della politica e dell’economia: la grande depressione, il New Deal, i pieni quinquennali sovietici... E’ vero che in questo senso la ragion d’essere della rivista era essenzialmente politica: rivendicare il valore politico della disciplina storica che aveva senso solo se riusciva, al riparo dalle ingerenze delle ideologie, condotta la ricerca da storici di professione (piuttosto somiglianti, anche se mai lo avrebbero detto i due storici in questione, al "clerc" di Benda che ricerca giustizia e verita’ e che l’autore della Trahison aveva ritrovato, per esempio, nella purezza dell’azione di Zola), a contribuire alla coscienza politica della societa’: l’erudizione fine a se stessa, illuminante solo angusti archivi di documenti ammassati secondo l’ordine casuale del tempo, era il contrario della storia, sempre in cerca del "vivente" come, parafrasando le parole dello stesso Bloch, l’orco laddove sente odore di carne umana.

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Tuttavia, proporre un ruolo politico (nel senso etimologico) della storia, considerata in questi termini, non era in se’ una novita’, anzi si trattava di una tendenza tipica della storiografia francese per cui, almeno dai tempi di Bossuet, storia, memoria, politica e Nazione tendevano a coincidere in un tentativo sempre grandioso (basti anche solo pensare ad alcune pagine di Michelet) di delineare, trovare, cercare "la Francia". E, in effetti, nemmeno Bloch si sottrae al compito di spiegare e mostrare l’identita’ della Nazione. Quello che in Bloch, nondimeno, costituisce una piacevole sorpresa e un insegnamento ogni volta da imparare (ogni volta che si pensa alla storia), e’ la capacita’ di ritrovare, dietro le linee degli avvenimenti, la famigerata "realta’ umana", gli uomini con le loro necessita’, dietro le alleanze elettorali le speranze, se si tratta delle "foules" (come scrisse riferendosi al Fronte Popolare), di migliori condizioni di vita, dietro un trattato, un giuramento, una "carta" dell’epoca feudale, addirittura il "germe" della democrazia europea, l’idea di reciprocita’ del potere e il diritto di resistenza da far valere ancora, dopo secoli, nel 1939 (si tratta della conclusione de La societe’ feodale, pubblicata nel 1939-’40, in cui scrive relativamente al diritto di resistenza e alla reciprocita’ del potere: "Con cio’, per quanto duro sia stato tale regime [il feudalesimo] con gli umili, esso ha veramente lasciato in retaggio alle nostre civilta’ qualcosa di cui desideriamo ancora vivere").

Contribuire alla coscienza politica della societa’ significava insegnare e diffondere questo gusto, di cui aveva parlato, dell’analisi umana e non nutrire vanagloriosi sogni anacronistici o rinforzare la causa nazionale con uno sciovinismo a basso costo, come pure negli anni precedenti gli storici avevano fatto, scambiando l’emergenza nazionale per la causa cui la storia avrebbe dovuto, anima e corpo, votarsi: durante la prima guerra mondiale (e questo Bloch lo depreco’ piu’ volte nel corso della sua opera) gli storici avevano ceduto anch’essi alla causa dell’Union Sacree ed avevano baldanzosamente scritto delle "storie" in cui lo sviluppo delle vicende europee si svolgeva, fin dai tempi di Vercingetorige, sulla falsariga dello scontro tra i dispotici e militaristi e aberranti tedeschi e gli illuminati francesi faro dell’umanita’. Lucien Febvre, inaugurando la ripresa del ciclo accademico a Strasburgo, nell’Alsazia riconquistata, aveva dovuto iniziare la sua lezione con le parole: "Jamais l’histoire serve".

Gli storici, per Bloch, dovevano si’ porsi all’interno della societa’, "en signe de guerre", come aveva annotato in un carnet durante il primo conflitto mondiale riportando una frase di Renan ("Ce qu’on dit des paisibles etudes et des temples sereins de la science est un honnete lieu commun. Non, nous sommes poses en signe de guerre, et la paix n’est pas notre sort"; la citazione si trova in un carnet ancora inedito concessomi gentilmente dal professor Massimo Mastrogregori), ma per diffondere le "virtu’" della storia senza mettersi al servizio di una causa politica specifica.

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In verita’ poi lo stesso Bloch, con piu’ o meno successo, cerchera’ delle forme di intervento politico piu’ dirette, non perche’ col tempo venisse meno (questo non accadra’ mai) la sua fiducia verso questa forma cosi’ particolare di intendere il valore politico del mestiere di storico, ma perche’ piu’ volte gli eventi nel corso degli anni Trenta lo indussero quantomeno a pensare un impegno piu’ esplicito e immediato di quello che poteva essere condotto con le armi della storia. Senza addentrarci nelle riflessioni blochiane sulla politica francese (di cui precisa e documentata testimonianza e’ costituita sia dalla corrispondenza con Febvre - M. Bloch et L. Febvre, Correspondance, 3 tomes, Paris, Fayard, 1994-2003 - sia dall’opera La strana disfatta), si puo’ tracciare una linea, non diritta e non senza tentennamenti, che va dalla firma nel 1934 del manifesto che segno’ la nascita del Cvia (benche’ Bloch opponesse numerose e fondate riserve sulle analisi condotte dalla sinistra francese relativamente ai fatti del febbraio 1934 che videro un tentativo, fallito a meta’, di colpo di Stato), al rifiuto di presenziare in Austria, dopo l’Anschluss e proprio a causa della politica nazista, ad una cerimonia in onore di un collega, pur stimato, al numero speciale delle "Annales" dedicato al nazismo nel 1937, alla possibilita’, poi non realizzatasi, di candidarsi nel 1938 alla direzione dell’Ecole Normale Superieure, per accedere ad una posizione da cui indicare delle linee politiche chiare, alla decisione di arruolarsi, pur potendo essere esonerato, allo scoppio della seconda guerra mondiale (tra l’altro Bloch era stato da sempre un partigiano della fermezza nei confronti di Hitler, anche a costo della guerra), alla decisione, infine, di entrare nella Resistenza, nelle fila del movimento Franc-Tireur, dove lo ritroviamo col nome di M. Blanchard, poi Narbonne, per essere poi catturato, imprigionato e alla fine fucilato dai nazisti nel 1944.

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Ma nonostante questi "sconfinamenti", potremmo dire, nella politica piu’ diretta, la storia rimase sempre per Bloch il terreno in cui investire nella speranza che potesse indicare una direzione per l’avvenire; senza falsi anacronismi, come scriveva ne La strana disfatta, "il mondo appartiene a coloro che amano il nuovo". Eppure, nonostante questa professione di fede verso il futuro (e i giovani), affinche’ il futuro non fosse semplicemente atteso (o addirittura ostacolato invano, come pure qualcuno si ostinava a fare), ma anche preparato (come accadeva nel caso della Resistenza), occorreva la capacita’ di osservare gli uomini, di capirli attraverso un fecondo "va-et-vient" tra passato e presente: come si poteva avere la pretesa di capirli, gli uomini, se guardati solo "nelle loro reazioni dinanzi alle circostanze particolari di un momento"? Al contrario, lo storico, sa che "di cio’ che puo’ contribuire alla conoscenza del passato, niente merita di essere considerato inattuale: poiche’ i tempi trascorso ci offrono la sola esperienza grazie a cui possiamo sperare, un giorno, di conoscere meglio questa umanita’ di cui, in questo momento, vediamo solo l’incapacita’ di comprendersi e, di conseguenza, di condursi da sola...

Quanti errori storici all’origine dello spaventoso marasma in cui viviamo, dalla pace di Versailles, fino al razzismo!" (brano tratto da un testamento che Bloch scrisse nel 1938, in occasione di una mobilitazione parziale indetta a causa della crisi dei Sudeti e riportato in "Cahiers Marc Bloch", 1995, 2).

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Ed e’ cosi’ che ritorniamo all’incipit dell’Apologia della storia. A cosa serve la storia?

Non piu’ nel 1938, ma oramai con la Francia divisa e occupata insieme a gran parte dell’Europa e la Gran Bretagna assediata, Bloch pone la domanda e si risponde con parole che io trovo particolarmente toccanti (che meritano d’esser riportate, nonostante la lunghezza) e che sintetizzano tutta la volonta’ e la passione investite nel suo mestiere, perche’ sono una nuova dichiarazione di fede, appunto una apologie pour l’histoire, disciplina il cui senso viene compendiato da un unico proposito e un’unica parola, carica di speranza: comprendere. "Una parola, per dirla in breve, domina e illumina i nostri studi: comprendere. Non diciamo che il bravo storico e’ estraneo alle passioni: ha almeno quella. Parola, non nascondiamocelo, gravida di difficolta’, ma anche di speranza. Parola, soprattutto, carica di amicizia. Perfino nell’azione, noi giudichiamo troppo. E’ comodo gridare: al patibolo!

Noi non comprendiamo mai abbastanza. Chi e’ diverso da noi - straniero, avversario politico - passa quasi necessariamente per un malvagio. Anche per condurre le lotte inevitabili, un po’ di intelligenza delle anime sarebbe necessaria; a maggior ragione per evitarle, quando si e’ ancora in tempo. La storia, a condizione di rinunciare alle sue false arie da arcangelo, deve aiutarci a guarire da questo difetto. Essa e’ una vasta esperienza delle varieta’ umane, un lungo incontro tra gli uomini. La vita, cosi’ come la scienza, ha tutto da guadagnare dal fatto che questo incontro sia fraterno" (Apologie pour l’histoire ou metier d’historien, in. M. Bloch, L’histoire, la guerre, la Resistance, Paris, Gallimard, 2006, p. 950 - trad. di chi scrive).

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Eppure evidentemente qualcosa, in questo insegnare la storia, non era andato a buon fine, e in effetti sulle responsabilita’ che gli storici, per non aver "comunicato" abbastanza, per non essere stati in grado, non sufficientemente, di sortire impavidamente dall’uscio dei propri archivi, portavano, a piu’ riprese lo stesso Bloch si dilunga, raccontando anche della propria, personale, "cattiva coscienza".

Tuttavia, piu’ che sui sensi di colpa presunti di un’intera generazione, puo’ essere interessante soffermarsi su un altro aspetto.

Paradossalmente, nell’entre-deux-guerres, la storia era stata al centro di numerose polemiche intellettuali in cui la si accusava non, come sosteneva Bloch, di non essere riuscita ad evitare la catastrofe, ma di averla addirittura provocata.

Le citazioni al proposito si potrebbero sprecare; le riflessioni pero’ piu’ conosciute, incisive ed anche acute, per certi versi, si devono a Paul Valery. Gia’ nel 1919 aveva pronunciato l’oracolo: "Nous autres, Civilisations, nous savons maintenant que nous sommes mortelles", indicando nella memoria troppo carica dell’uomo europeo (ogni Nazione poteva nutrirsi degli eroici sogni del suo Napoleone o Carlo Magno) una delle principali cause dell’incapacita’ di relazionarsi al tempo presente. Queste parole, pronunciate come furono poco dopo la fine della prima guerra, erano state un po’ l’annuncio della nuova era che si stava spalancando per l’Europa, quella di un declino e di un’irrimediabile crisi degli ideali politici elaborati nel lungo corso della tradizione europea. La "crise de l’esprit" non era che una crisi delle categorie politiche, umane, economiche... oramai sorpassate e con cui tuttavia l’uomo si ostinava ad ingabbiare la sua contemporaneita’.

Anche la dittatura era per Valery, in un certo senso, una "crise de l’esprit": ogni uomo incapace di trovarsi nel mondo e di relazionarsi ad esso, privo del pensiero necessario alla comprensione, era "un dictateur a’ l’etat naissante".

Proprio all’inizio degli anni Trenta, Valery era stato piu’ esplicito: causa della crisi e’ la storia che riporta e radica continuamente l’uomo nel suo passato, sottraendolo, nutrito di sogni velleitari, al presente e al futuro in cui pure (suo malgrado o meno) e’ collocato: la storia era niente di meno che "il prodotto piu’ pericoloso che la chimica dell’intelletto abbia elaborato".

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E tuttavia, e’ proprio sul tono delle riflessioni di Valery, per quanto possa apparire strano, che Bloch si inserisce. Nel senso che, come la si volesse chiamare, crise de l’esprit, crise de civilisation (questa e’ l’espressione che diverse volte Bloch utilizza), restava innegabile (ed evidente soprattutto nella terza decade del secolo) l’inettitudine di tutta una classe politica della Terza Repubblica a gestire le relazioni internazionali, gli effetti della grande depressione, la riforma istituzionale che pure tutti invocavano. Si potrebbero riportare episodi di impasse per tutti i gusti, fallimentari tentativi di riforma, scacchi della politica estera, ma non e’ necessario poiche’ l’attenzione va focalizzata su quello che Valery chiamava esprit, cosi’ come sui valori fondanti la democrazia che avevano cessato di essere condivisi dalla Nazione.

Per dirla con Bloch, le classi dirigenti, i politici, i "borghesi" (parola che peraltro egli utilizza con precisione ma senza alcun afflato marxista, pur se indica in fin dei conti le classi dirigenti) erano non carichi di storia (con una memoria troppo carica di storia, come aveva scritto Valery), ma senza storia. Avevano scordato e cessato di studiare la storia della Francia, incapaci di comprendere la vitalita’ per il futuro della democrazia (e come avevano dimostrato i fatti, per l’esistenza della stessa Francia e dell’Europa) dei valori di solidarieta’ e fraternita’ rivoluzionaria che erano stati, nella storia, l’originale declinazione francese del concetto di liberta’.

Non si trattava di preferenze politiche; non era in discussione la destra o la sinistra, ma la solidarieta’ e la legittimita’ degli urti sociali che la Terza Repubblica aveva sancito anche da un punto di vista legislativo, con le leggi sindacali. L’immagine della Festa della Federazione (insieme alla cerimonia di Reims; e gia’ questo abbinamento meriterebbe una lunga digressione che non e’ il caso qui di affrontare), cosi’ come i richiami alla solidarieta’ come unico possibile collante della comunita’ nazionale, e’ una delle costanti nell’opera di Bloch e si potrebbero citare numerosi passaggi, dalle lettere, i carnets, La strana disfatta...

Ebbene, in Francia era successo qualcosa per cui una parte della Nazione aveva smesso non solo di credere alla solidarieta’, ma anche di riconoscere la legittimita’ delle aspirazioni, per esempio delle masse popolari, a migliori condizioni di vita oppure ad una piu’ piena partecipazione alla vita politica... i borghesi avevano smesso, senza tanti giri di parole, di apprezzare la democrazia: a questo Bloch dava il nome di "grande malinteso dei francesi".

Era accaduto, ad esempio, in occasione del Fronte Popolare, rispetto a cui i "borghesi" avevano tenuto un atteggiamento pregiudizialmente ostile, soprattutto in seguito alle grandi manifestazioni di gioia che attraversarono la Francia in concomitanza della vittoria elettorale e che solo uno sguardo ottuso pote’ scambiare per un tentativo rivoluzionario, piu’ o meno occultamente preparato dai "rossi" per gestire l’esistente.

Nel testo de La strana disfatta Bloch non risparmia, fondatamente e con un’analisi profonda e sferzante, nemmeno la sinistra, in particolare sindacalisti e Pcf, ma il comportamento della "borghesia" e’ da lui ritenuto, sopra di tutto, "inexcusable".

Anche se storicamente questa era stata, in Europa, la promotrice della democrazia, a partire dalla fine della prima guerra mondiale aveva smesso di credere nelle "virtù" di quello che aveva semplicemente interpretato come un sistema di governo tra gli altri (e, nel XIX secolo, quello che le consentiva la partecipazione).

Come aveva gia’ scritto Tocqueville, la democrazia era un cambiamento dello stato sociale impossibile da arrestare, era un "mondo", una nuova "umanita’", e invece la borghesia aveva tentato proprio questo: frenare l’inarrestabile e condannare attraverso le categorie del presente (comunismo/fascismo) un processo che invece andava compreso (compreso magari grazie ad un uso corretto dell’informazione storica) e che era stato il senso ultimo dell’ideologia repubblicana, ovvero la possibilita’ di riconciliazione. Ma la borghesia aveva disimparato a studiare seriamente, a "juger les valeurs" senza irretirsi nel conformismo imperante, ad informarsi e ad analizzare con spirito critico (altra conquista, per Bloch, della storia) le informazioni di cui veniva in possesso e dunque non era stata in grado di compiere nessuno sforzo di analisi umana per comprendere, nel ’36, la gioia delle ’foules au poing leve’" e in mancanza della comprensione le aveva condannate.

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Se abbiamo riportato sommariamente queste considerazioni di Bloch sul Fronte Popolare e la crisi della democrazia, cio’ si deve al fatto che indicano uno dei modi in cui, a suo avviso, la storia poteva essere utile a guidare l’azione politica.

Nessuno dei manifestanti del 1936 aveva in mente di fare la rivoluzione (e anzi era la destra che andava dicendo: "la revolution est a’ refaire", ma per scalzare il Fronte) e le richieste di aumenti salariali o di ferie pagate che furono all’ordine del giorno della politica, rispondevano ad un desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita, non solo legittimo, ma che stava anche nelle cose, nel processo storico. Se le classi dirigenti si fossero presa la briga di meditare i famosi "bisogni dell’uomo", se avessero avuto la pazienza e il gusto dell’"analisi umana" (tutte attitudini che Bloch considerava conquiste della storia), avrebbero compreso tutto questo e forse l’incontro tra le aspirazioni contrastanti nel paese, non sarebbe stato un urto, una disfatta della Nazione precedente quella militare, ma una mediazione fraterna o "une rencontre fraternelle".

Non bisogna cedere a particolari utopie per comprendere in questo caso Bloch, a cui il senso della realta’ non mancava di certo. Semplicemente, una comprensione, che solo la storia poteva dare della Francia (la Francia rivoluzionaria, la memoria repubblicana, la storia della Terza Repubblica...) e della democrazia (di cosa effettivamente fosse la democrazia, al di la’ della scheda elettorale messo nelle mani dell’operaio piuttosto che del contadino), avrebbe probabilmente impedito che la nazione si disgregasse fatalmente sotto i primi colpi delle dittature. Non come diceva Valery, il cui uomo era dittatore allo stato nascente perche’ inebriato da troppa storia. Per Bloch era, caso mai, dittatore per assenza della storia e delle sue virtu’, incapace di esercitare lo spirito critico, di giudicare le informazioni di cui veniva in possesso, di sottrarsi al conformismo del giudizio.

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La storia, come sappiamo, non e’ stata a lieto fine. Nel senso, almeno, che Bloch affido’ alla penna queste considerazioni in modo chiaro e compiuto, sistematico, solo dopo il 1940, lasciando alle ultime pagine de La strana disfatta il gia’ citato mea culpa degli storici per non averlo fatto prima e non riuscendo nemmeno a terminare l’Apologie.

Ed egli stesso si decise infine ad entrare nella Resistenza, per cercare altri modi, diversi da quelli dell’erudito, per ricomporre una storia, quella della Francia, che pareva essersi interrotta, anche se l’idea di abbandonare la storia per cercare indicazioni non lo sfiorava affatto. Convenientemente insegnata permetteva la comprensione, ma convenientemente studiata la si ritrovava abitata, perche’ era la storia della Francia e della Rivoluzione, da un progetto d’avvenire. Conclude infatti La strana disfatta con queste parole: "Hitler diceva, un giorno, a Rausching: ’Facciamo bene a speculare piu’ sui vizi che sulle virtu’ degli uomini. La Rivoluzione francese si richiamava alla virtu’. Sara’ meglio per noi fare il contrario’. Si perdonera’ a un Francese, cioe’ a un uomo civile - che e’ la stessa cosa - di preferire, a questo insegnamento, quello della Rivoluzione e di Montesquieu: ’In uno Stato popolare e’ necessaria una forza, che e’ la virtu’’".

2. DIANA NAPOLI: UN PROFILO DI MARC BLOCH

Marc Bloch nasce a Lione nel 1886. Trasferitasi la famiglia, di origini ebraiche, a Parigi per la nomina del padre, Gustave Bloch, storico dell’antichita’, all’Ens, anche Marc Bloch intraprende studi storici.

Conclude il percorso accademico all’Ens, poi ottiene una borsa di studio per trascorrere due semestri in Germania, soggiorno imprescindibile per l’enorme considerazione di cui godeva la scuola tedesca, in seguito un’altra borsa di tre anni della Fondazione Thiers e viene nel frattempo, avendo ottenuto anche l’agregation (potremmo tradurre con abilitazione) nominato professore di storia e geografia prima in un liceo di Montpellier e poi ad Amiens. Mobilitato in occasione della prima guerra mondiale (di cui ci lascera’ un carnet, in parte ancora inedito, e in seguito un prezioso saggio "Sulle false notizie di guerra", considerato da storici come Annette Becker e Stephane Audoin-Rouzeau come un vero anticipatore di tutta l’attuale impostazione storiografica sulla grande guerra - cfr, di questi due autori, La violenza, la crociata, il lutto, Einaudi, Torino 2002, in particolare l’introduzione), potra’ discutere la sua tesi (Re e servi, un capitolo di storia capetingia) di dottorato solo nel 1920. Terminata la guerra, viene anche incaricato del corso di storia medievale all’Universita’ di Strasburgo, nell’Alsazia appena riconquistata.

Gli anni Venti sono anni di intenso lavoro. Egli stesso, ne La strana disfatta, ammettera’ che dopo quattro anni di guerra erano tutti ansiosi di riprendere gli strumenti del mestiere, tralasciando forse (o non attribuendogli la dovuta importanza), l’evolversi della situazione politica. Per esempio, si rimproverera’, in quanto storico, di non aver a sufficienza protestato contro lo sciagurato trattato di Versailles. In ogni modo nel 1924 esce il suo libro (gros enfant, come lui stesso dira’) I re taumaturghi, uno studio sulla regalita’ medievale e in particolare sull’idea della sacralita’ regale, in Francia e in Inghilterra. Collabora a prestigiose riviste di storia e storiografia (la maggior parte dei suoi articoli e delle sue recensioni sono raccolti nei Melanges historiques) e soprattutto stringe amicizia col collega Lucien Febvre, docente di storia moderna, col quale fonda nel 1929 la rivista "Annales d’histoire economique et sociale". Negli anni Trenta oltre che allo studio, le energie di Bloch sono concentrate sullo sforzo di trasferirsi a Parigi, da dove sperava, sempre insieme a Febvre, di poter meglio contribuire al rinnovamento degli studi storici. Sperava di poter lavorare fianco a fianco con l’amico e, nella corrispondenza, non mancano espressioni come il desiderio di far prendere aria agli "ammuffiti ambienti accademici". In effetti Febvre riesce a trasferirsi gia’ nel 1932, ottenendo l’elezione al prestigioso College de France. Invano (anche a causa di pregiudizi antisemiti) Bloch tenta di raggiungere il collega al College gia’ nel 1933; dovra’ attendere il 1936 per ottenere una cattedra di storia economica alla Sorbona.

Gli anni Trenta costringono anche Bloch a confrontarsi in modo diretto con la situazione politica. Nel 1934, in occasione dei tragici avvenimenti del febbraio, Bloch si trova in Gran Bretagna, ma al suo ritorno firma il manifesto che segna la nascita del Comitato di vigilanza degli intellettuali antifascisti. Nel 1937 i due storici preparano un numero delle "Annales" interamente dedicato al fascismo e questo causa la rottura del contratto col loro editore, Colin, che pretende almeno un articolo favorevole al regime politico tedesco. Proprio questo conformismo (incapacita’ di "giudicare i valori", come si esprime altrove, insieme all’antisemitismo da "bon ton") e’ una delle ragioni del profondo malessere intellettuale di Bloch. Tuttavia non sono molte le prese di posizione politiche dirette. Nel 1938 si rifiuta di partecipare ad un cerimonia in onore di un collega austriaco,per non andare nell’Austria dell’Anschluss; pensa di potersi candidarealla direzione dell’Ens. Pero’ il tempo, cosi’ come lo srotolarsi drammatico della situazione europea, scorre. Sempre nel 1938 viene mobilitato in occasione della crisi dei Sudeti e scrive, durante i giorni di allerta, un testamento in cui oltre alle considerazioni sulla storia, esprime la volonta’ di veder pubblicata la sua ultima fatica, La societa’ feudale, libro al quale aveva lavorato per quasi tutto il decennio.

Il testo viene pubblicato, nelle sue due parti, nel 1939-1940 e, nonostante alcuni rilievi critici espressi da alcuni colleghi, Febvre in primis, rimane un affresco di straordinaria chiarezza sulla societa’ feudale (e sulle trasformazioni per cui un semplice elemento giuridico, com’era il contratto vassallatico-beneficiario, combinandosi con le mentalita’, i bisogni, le trasformazioni politiche, diventa una "societa’", appunto), imprescindibile punto di riferimento ancor oggi di tutti i medievisti e appassionati al tema.

Nel 1939 scoppia il secondo conflitto mondiale. Bloch, benche’ potesse essere esonerato, decide di combattere ugualmente e dunque ritorna nell’esercito col grado di capitano, grado che aveva acquisito durante la precedente guerra. L’armistizio lo coglie a Rennes, da dove riesce fortunosamente a sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi per poi rifugiarsi in un paesino della zona sud, dove si trovava la sua famiglia.

Impossibilitato dalle leggi dell’occupante a ritornare a Parigi e in pericolo anche per la pubblicazione dello Statuto degli ebrei (che vietava agli ebrei numerose professioni, compresa l’insegnamento, tranne pochissime eccezioni per meriti particolari resi alla patria), Bloch riesce, pur con molte difficolta’ (e per l’intercessione di un allievo del padre) a continuare l’insegnamento univeritario, prima a Clermont-Ferrand (dov’era stata trasferita l’Universita’ di Strasburgo), poi a Montpellier (dove partecipa all’organizzazione di Combat e collabora al Centre de Montpellier, un gruppo di studio tra quelli che, una volta unificati, daranno vita al Cge incaricato di progettare la Francia del dopoguerra). In un primo momento tenta di trasferirsi negli Stati Uniti, ma non riuscendo ad ottenere i visti per tutti i membri della sua famiglia (moglie, sei figli, piu’ la madre), rimane in Francia.

In questi anni un duro colpo per lui e’ costituito anche dalle vicende della rivista "Annales" che, in base allo statuto degli ebrei, deve cessare le pubblicazioni, a meno che Bloch non rinunci alla sua quota di proprieta’. Bloch finisce per cedere alle pressioni di Febvre e di altri colleghi, che considerano la rivista l’unico loro mezzo di espressione nella Parigi occupata. Bloch invece, al contrario, crede proprio che continuare a pubblicare sottomettendosi alla legislazione antisemita sia un cedimento morale inaccettabile. Ma alla fine concede, a malincuore, la sua parte di rivista (pur continuando a collaborare anonimamente). Anche se con Febvre vengono scambiate parole talvolta dure, l’amicizia tra i due non viene messa in discussione: e infatti proprio all’amico Bloch dedica l’opera che elabora in quegli anni: Apologia della storia o mestiere di storico.

Nel novembre 1942 i tedeschi invadono anche la zona sud. Bloch e’ minacciato da un ordine d’arresto, lascia Montpellier e si rifugia con la famiglia a Fougeres. Nel marzo 1943 entra a far parte del movimento partigiano Franc-Tireur e nel luglio dello stesso anno e’ nominato rappresentante del movimento nel direttivo regionale dei Mur. Partecipa alla redazione de "Les Cahiers politiques", organo del Cge, e infatti gli ultimi due numeri non vedono la luce proprio perche’ Bloch, che ne e’ il responsabile, viene arrestato. Il movimento Franc-Tireur faceva uscire un omonimo giornale clandestino, e due riviste: "Le Pere Duchesne" e "La Revue Libre", quest’ultima diretta proprio da Bloch e Altmann.

Arrestato l’8 marzo 1944 dai tedeschi, imprigionato e torturato a Montluc, e’ fucilato in un campo il 16 giugno a Saint-Didier-de-Formans.

Nel 1946 appare, per le edizioni del movimento della Resistenza Franc Tireur, la prima edizione del testo (rocambolescamente salvatosi) de La strana disfatta, che Bloch aveva composto di getto subito dopo l’armistizio (operando solo dei rintocchi negli anni successivi) e che costituisce una preziosissima testimonianza sul modo in cui venne condotta la campagna militare, un’analisi puntuale delle cause tecniche, morali e intellettuali della disfatta e ancora una riflessione della storia nella societa’, in un affresco della crisi della democrazia nella Francia dell’entre-deux-guerres rimasto a lungo, per profondita’ e acutezza, ineguagliato.

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Una bibliografia essenziale

La bibliografia sarebbe sterminata. Di seguito riportiamo solo l’ultima edizione o ristampa italiana di alcuni dei principali scritti di e su Bloch. Sono citati in lingua originale solo i testi che non sono stati tradotti.

a) Scritti di Marc Bloch: Monografie: I re taumaturghi, Torino, Einaudi, 2005; La societa’ feudale, Torino, Einaudi, 1999. Libri pubblicati dopo la morte: La strana disfatta, Torino, Einaudi, 1995; Apologia della storia o mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1998. Raccolte di scritti e articoli: Melanges historiques, Paris, Ehess, 1983; Storici e storia, Torino, Einaudi, 1998; Rois et servs, un chapitre d’histoire capetienne et autres ecrits sur le servage, Paris, La Boutique de l’histoire, 2004; La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Donzelli, 2004; I caratteri originali della storia rurale francese, Torino, Einaudi, 2006; Marc Bloch. L’histoire, la guerre, la Resistance, Paris, Gallimard, 2006 (contiene, oltre all’Apologia e La strana disfatta, numerosi articoli e contributi di Bloch relativi alla Grande Guerra, alla storia, alcuni scritti clandestini, testimonianze, foto...). Carteggi: Marc Bloch - Lucien Febvre: corrrespondance, Paris, Fayard, 1994-2003; Marc Bloch a’ Etienne Bloch, lettres de la drole de guerre, Paris, Les Cahiers de l’Ihtp, dec. 1991; Ecrire la societe’ feodale: lettres a’ Henri Berr 1924-1943, Paris, Imec Ed., 1992.

b) Scritti su Marc Bloch. Veramente i contributi sulla figura e l’opera di Bloch sono numerosissimi. Mi limito a proporre solo le principali monografie, di facile reperibilita’, alle quali (soprattutto quelle di Mastrogregori) si rimanda per la completezza dell’apparato bibliografico:
-  C. Fink, Marc Bloch. Biografia di un intellettuale, Firenze, La Nuova Italia, 1999 (ed. orig. 1989); U. Raulff, Ein Historiker im 20. Jahrhundert: Marc Bloch, Frankfurt, 1995 (Marc Bloch un historien au XX siecle, Maison de science de l’homme, 2005); O. Dumoulin Marc Bloch, Paris, Presses de Science Po, 2000; M. Mastrogregori, Il manoscritto interrotto di Marc Bloch, Pisa-Roma, 1995; Id, Introduzione a Bloch, Roma-Bari, Laterza, 2001; F. Touati, Marc Bloch et l’Angleterre, F Touati, Paris, La boutique de l’histoire, 2007.

3. ET COETERA

Diana Napoli, laureata in storia presso l’Universita’ degli studi di Milano, e’ attualmente volontaria presso il Centro per la nonviolenza di Brescia.

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Marc Bloch, iIllustre storico, nato a Lione nel 1886, docente universitario a Strasburgo e alla Sorbona, fondatore con Lucien Febvre delle "Annales d’histoire economique et sociale" che hanno cosi’ potentemente contribuito al rinnovamento della storiografia. Impegnato nella Resistenza, fu assassinato dai nazisti nel 1944. Opere di Marc Bloch: tra i suoi lavori segnaliamo almeno I re taumaturghi, La societa’ feudale, Apologia della storia, tutti editi da Einaudi. Opere su Marc Bloch: per un avvio cfr. Massimo Mastrogregori, Introduzione a Bloch, Laterza, Roma-Bari 2001.

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-  VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA, Numero 94 del 7 agosto 2007
-  Supplemento settimanale del martedi’
-  de "La nonviolenza e’ in cammino"
-  Direttore responsabile: Peppe Sini.
-  Redazione: strada S. Barbara 9/E,
-  01100 Viterbo,
-  tel. 0761353532,
-  e-mail: nbawac@tin.it

*[Ringraziamo Diana Napoli (per contatti: e-mail: mir.brescia@libero.it, sito: www.storiedellastoria.it) per questo saggio]


Marc BLOCH

L’idea di causa (1940)*

[...] Immaginiamo un uomo che cammini su un sentiero di montagna. Fa un passo falso e cade in un precipizio. Perché quell’incidente accadesse, ci volle il concorso di molti elementi determinanti. Quali, tra gli altri, la legge di gravità, la presenza di un rilievo risultante a sua volta da lunghe vicende geologiche, il tracciato di un sentiero destinato, per esempio, a collegare un villaggio ai suoi pascoli estivi. Sarà, dunque, perfettamente legittimo dire che, se le leggi della meccanica celeste fossero differenti, se l’evoluzione della terra fosse stata un’altra, se l’economia alpina non si fondasse sulla transumanza stagionale, la caduta non sarebbe avvenuta.

Se domandiamo però quale fu la causa, ciascuno risponderà: il passo falso. Non che questo antecedente sia stato più necessario perché l’avvenimento si verificasse. Molti altri lo erano nella stessa misura. Ma tra tutti, esso si distingue per parecchi caratteri che colpiscono: è stato l’ultimo a verificarsi; era il meno permanente, il più eccezionale nell’ordine generale del mondo; infine, in ragione proprio di questa minore generalità, il suo intervento sembra quello che più facilmente si sarebbe potuto evitare. Per queste ragioni, appare legato all’effetto con un vincolo più diretto, e noi non sfuggiamo alla sensazione che esso solo l’abbia veramente prodotto.

Agli occhi del senso comune che, parlando di causa, ha sempre difficoltà a liberarsi da un certo antropomorfismo, questo componente dell’ultimo istante, questo componente particolare e inopinato appare un po’ come l’artista che dà forma a una materia plastica già preparata. Il ragionamento storico, nella sua prassi abituale, non procede altrimenti [...]

-   Per continuare, cfr. al seguente link

* Marc Bolch, Apologia della storia o mestiere dello storico, Einaudi, Torino 1950.


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