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PAVEL FLORENSKIJ. LE PORTE REGALI - ICONOSTASI. Una recensione di Michele Dolz di una nuova e più completa versione dell’opera del pensatore russo - a cura di Federico La Sala

domenica 27 luglio 2008.
 

Il pensatore russo conduce in questo saggio una serrata polemica con la cultura occidentale dell’immagine sacra. Nell’iconostasi, che rappresenta le «porte regali» egli fonde i concetti teologici di santità, contemplazione e creaturalità con quelli estetici

Florenskij, il cielo in un’icona

Tradotto trent’anni fa da Elémire Zolla, ora questo testo fondamentale torna in una edizione verificata sulla versione russa del 1994 a partire dai manoscritti originali

di MICHELE DOLZ (Avvenire, 26.07.2008)

Siamo ben lungi dall’aver afferrato l’intera portata del pensiero di Pavel Florenskij. Intellettuale poliedrico come ben pochi nella storia, al punto che è diventato un luogo comune il paragone con Leonardo da Vinci, rappresenta forse la punta più alta della rinascita religioso-culturale russa che precedette la rivoluzione sovietica e che ad essa sopravvisse ancora per una manciata di anni in forma più o meno clandestina fino al brutale soffocamento. Dopo l’apertura degli archivi del Kgb si è appurato che Floresnkij venne fucilato l’8 dicembre 1937 dopo cinque anni d’internamento in vari lager siberiani.

Al mosaico Florenskij si aggiunge ora un’importante tessera con la nuova edizione del suo fondamentale saggio sull’icona. Più che aggiunta, questa tessera viene sostituita. Ben nota era, infatti, l’edizione di Adelphi del 1977, curata Elémire Zolla col titolo Le porte regali, libro che è stato di enorme importanza e che all’epoca fu tradotto a partire dai materiali disponibili.

Ora Giuseppina Giuliano appronta una nuova versione in base alla ricostruzione integrale del testo russo di Iconostasi pubblicato nel 1994. Sì, perché quest’opera, che l’autore non vide mai stampata, è un singolare puzzle di vari testi, a loro volta soggetti a una non facile storia critica. Per la prima volta in Italia, quindi, quel che si può ritenere il vero e completo scritto di Florenskij. Non solo: le ultime edizioni critiche russe delle altre opere del pensatore permettono di affinare la traduzione di alcuni termini, cosa di notevole importanza in un autore che ha impostato un suo sistema di pensiero con relativa, sottile terminologia.

Venendo ai contenuti, la prima avvertenza da fare è che conviene ricordare il contesto, quel movimento simbolista russo di rinascita all’alba del Novecento, che raggruppò artisti, poeti e filosofi ispirati al teorico della sofia, Vladimir Pavel Florenskij Solov’ëv, morto proprio nel 1900.

Sintesi assoluta di arte e religione, riscoperta dell’arte iconica antica, simbolismo di taglio mistico: ecco alcune chiavi per capire il pensiero di Florenskij sull’icona, come anche quello dei suoi compagni di avventura culturale che affrontarono lo stesso argomento. Iconostasi rimane ad ogni buon conto il pezzo forte.

Ora, è proprio questa vena simbolista a rendere ’difficile’ il discorso per una più pragmatica mentalità occidentale. E viceversa. Leggete questo passo: «La pittura sacra dell’Occidente, a iniziare dal Rinascimento, è stata una totale falsità artistica e, predicando a parole la somiglianza e la fedeltà alla realtà raffigurata, gli artisti, non avendo nessun rapporto con quella realtà che pretendevano e osavano raffigurare, non ritenevano necessario seguire nemmeno quelle scarse direttive della tradizione iconografica, cioè la conoscenza del mondo spirituale che aveva trasmesso loro la Chiesa cattolica».

Lo si direbbe mal informato e perfino ingiusto, se ci si fermasse qui. Continuiamo però a leggere: «La pittura d’icone è invece il fissarsi delle immagini celesti, l’addensarsi sulla tavola della viva nuvola di testimoni fumante attorno al trono».

Le icone, insomma, rendono accessibile il mondo celeste, specialmente ci permettono di vedere i santi, veri testimoni perché sono stati contemporaneamente nei due mondi, quello materiale e quello spirituale. L’iconostasi, che apparentemente nasconde l’altare, in realtà lo rivela attraverso l’immagine dei testimoni, altrimenti esso sarebbe invisibile per la troppa luce.

«L’icona è uguale alla visione celeste e non lo è: è la linea che contorna la visione». Ma c’è una reale identità di sostanza tra l’icona e la visione, come della finestra si può dire che è la stessa visione. Perciò Florenskij non fa alcuna fatica a maneggiare come cosa propria l’idealismo di uno Pseudo-Dionigi (per lui, san Dionigi Areopagita) e dei padri che scrissero intorno al Concilio di Nicea II. Il passaggio dall’immagine al prototipo è in questa visione qualcosa di talmente ovvio, per l’identità essenziale, da non meritare di soffermarsi più di tanto. E per ciò stesso il pittore d’icone deve partecipare alla ’visione’ con la santità di vita.

Ci vanno di mezzo concetti teologici come la santità, la creaturalità, la contemplazione, inscindibilmente intessuti con quelli estetici. Sarà complesso finché si vuole, ma non si può fare a meno di capirli se si desidera capire l’icona. E rincresce la banalità con la quale tante volte il nostro Occidente ha accolto le icone orientali. La loro stessa riproducibilità pone qualche domanda. Invece questa traduzione aiuta ad affinare: per esempio quando mette bene a fuoco la distinzione tra volto e sembiante («Abbiamo una quantità innumerevole di testimonianze della luminosità divina dei sembianti degli asceti»). C’è proprio da meditare, anche rimanendo entusiasticamente legati all’arte religiosa occidentale.

-  Pavel Florenskij

-  ICONOSTASI

-  Medusa. Pagine 160. Euro 14,80


Sul tema, in rete e nel sito, si cfr.:

-  CATTOLICESIMO E BERLUSCONISMO: LA FAMIGLIA CATTOLICA, UN’ICONA DEL DIO "MAMMONA"("Deus caritas est": Benedetto XVI, 2006), VENDUTA A "CARO-PREZZO" COME UN’ICONA DEL DIO-AMORE ("CHARITAS", "AGAPE") DI GESU’, GIUSEPPE, E MARIA.

-  L’ICONA, LA "CARITAS" ("RICCHEZZA"), E LA VERITA’: CHE FIGURA, E CHE AFFARI!!! Il Papa si inginocchia davanti alla “Sindone icona” (e non sente che la parola "Sindone" s’intona con la parola "Sindona"). Sul tema, chiarimenti di Armando Torno e una nota di Guido Vecchi sull’evento torinese


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