elémire zolla
L’avventura di uno gnostico che collezionava segreti
Ritratto di un grande cultore del sapere, vorace divoratore di libri e di esperienze, capace di articolare e connettere in una «mappa dell’immaginale» imprevedibili costellazioni di senso. Parlava del suo metodo come di un processo di indagine nel quale si ritrovano congiunti il protagonista, l’oggetto e il mezzo della conoscenza, lungo un percorso di trasformazione interiore Una giornata di convegno alla Casa delle Letterature di Roma ricorderà oggi [29 nov., fls] Elémire Zolla
di Emanuele Trevi *
Un saggio dogon, detentore dell’antichissima sapienza medica e metafisica delle genti che abitano l’attuale Mali, ammette alla sua conversazione un giovane etnologo francese, Marcel Griaule, rivelandogli almeno parte del suo segreto fardello di conoscenze. Con gesto analogo, all’altro capo del mondo e all’interno di tutt’altra civiltà, ma forse in ossequio alle stesse leggi arcane che regolano le simpatie e gli incontri tra gli uomini, Alce Nero - il più celebre narratore-sciamano tra i Pellerossa d’America - accoglie nella sua capanna un altro uomo bianco, John Neihardt, investendolo dei frutti di una millenaria arte di spiegare il mondo, tessendo il racconto delle sue origini.
Altri esempi, ma non poi moltissimi in età moderna, potrebbero aggiungersi a questi due celebri, ma essi bastano e avanzano a Elémire Zolla per dare l’avvio all’avventura di una rivista, «Conoscenza religiosa», da lui diretta e pubblicata dalla Nuova Italia di Firenze tra il 1969 e il 1983, anno in cui chiuse, per insormontabili problemi finanziari, toccato il traguardo di sessantasette fascicoli. Ogni tanto se ne trovava qualcuno sulle bancarelle, di quei fascicoli, e di qualunque cosa trattassero si cacciavano volentieri i pochi spiccioli necessari a possederli - almeno fin quando le bancarelle custodivano tesori nascosti e sorprese capaci di aprire nuove strade, e non calendari e gadget per turisti.
Proposte per un itinerario
Oggi Grazia Marchianò, che pochi mesi fa ha dato alle stampe per Rizzoli una bella biografia di Zolla (Il conoscitore di segreti. Una biografia intellettuale), ha raccolto tutti gli scritti del grande studioso e, appunto, «conoscitore di segreti» torinese apparsi su «Conoscenza religiosa» (Conoscenza religiosa. Scritti 1969-1983, Edizioni di Storia e Letteratura, pp.830, euro 65,00).
Suddivisi in grandi aree tematiche, i testi di Zolla che compongono questo grosso e prezioso volume possono essere letti uno dietro l’altro, progressivamente immergendosi in un metodo e in un sapere tanto inimitabili quanto privi di quelle etichette accademiche buone solo ad addormentare e avvilire qualunque forma di ricerca e di entusiasmo conoscitivo. Oppure, come suggerisce la stessa curatrice, si potranno costruire degli itinerari personali, dettati dai propri interessi o semplicemente dall’istinto, che in questi casi va sempre ascoltato.
Personalmente, suggerirei ai lettori (e soprattutto ai più giovani) di indirizzarsi alla sezione Esoterismo e attaccare con la lettura del breve e fulminante Pinocchio e gli archetipi, per poi passare agli Usi dell’immaginazione (nella sezione dedicata a Teoria dell’immaginazione e simbologia). Ma un’altra accogliente porta d’accesso potrà essere fornita dalla formidabile arte del ritratto di Zolla, qui rappresentata da saggi tra cui John Ruskin come Goethe vittoriano, Grigori Rasputin, John Ronald Reuel Tolkien e Beowulf.
Una scorsa agli indici
Alla stolta arroganza dello specialista, che maschera col rigore disciplinare i suoi vuoti di sapere, Zolla oppone la pratica continua di una gaia scienza che fa vibrare i suoi contenuti (apparentemente inesauribili) a un segreto diapason che tutto connette, articola, assimila a impensate costellazioni di senso. Lo muove una voracità di libri ed esperienze rimasta proverbiale tra chi l’ha conosciuto di persona. Ma nello stesso tempo, quest’uomo dalla personalità così marcata sa bene che, in un progetto di «conoscenza» com’è il suo, non è né la fatica né l’eventuale gloria del singolo a contare. Ed ecco che gli indici di «Conoscenza religiosa», che occupano una ventina di pagine in fondo al volume, ne sono un complemento indispensabile.
Non è tanto il calibro degli studiosi e degli scrittori convocati da Zolla sui numeri monografici e su quelli miscellanei della rivista, a colpire. Certo, fa impressione, scorrendo questi indici, trovare affiancati i nomi di Henry Corbin e Cristina Campo, di Jorge Luis Borges e Marius Schneider, di Paul Radin e Attilio Bertolucci. Ma se l’importanza e il peso specifico di una rivista dipendesse meccanicamente dal prestigio dei suoi collaboratori, sarebbe difficile distinguere un’impresa come quella di «Conoscenza religiosa» da tante inutili produzioni patinate in cui in «grandi nomi» si ottengono semplicemente investendo un po’ di soldi.
Non è questo il caso: infatti, se la rivista diretta da Zolla è uno dei rari «miracoli segreti» della cultura italiana ancora tutto da scoprire, ciò si deve al fatto che, di numero in numero, quegli studiosi e quegli scrittori hanno collaborato a un’opera collettiva, dalle ambizioni latamente enciclopediche. Il benemerito editore che ne azzardasse oggi una ristampa anastatica (onore riservato a ben più inutili e discutibili testate) si troverebbe di fronte, per usare il lessico di Corbin, a una vera e propria mappa dell’immaginale.
Per smontare un pregiudizio
Ovviamente, l’immagine della totalità che Zolla e i suoi sodali intendono offrire alle poche centinaia di abbonati alla rivista, è arbitraria, e non può essere che tale. Quel che deve valere è l’avvertimento implicito nel celebre apologo di Borges: una mappa dell’Impero grande come l’Impero è una chimera inservibile, destinata a diventare carta straccia. Ogni forma di sapere onesta deve ammettere questo limite, e contare sull’unico compimento possibile, che consiste nell’estrema cura e attenzione dedicabile al particolare. E non è casuale che per certi collaboratori le pagine di «Conoscenza religiosa» abbiano rappresentato un laboratorio fondamentale, e l’occasione più propizia alla loro volontà di andare fino in fondo agli argomenti trattati.
Il caso più splendente e insieme commovente è quello di Cristina Campo, che oltre a poesie e traduzioni di grande livello sulla rivista aveva pubblicato le pagine in prosa che fanno da vertice a un inimitabile itinerario mistico, come il vertiginoso saggio «liturgico» intitolato Sensi soprannaturali, che oggi si legge nel suo volume titolato Gli imperdonabili.
E un altro esempio potrebbe essere costituito dal grande Marius Schneider, il coltissimo e geniale studioso dei rapporti tra teorie musicali e cosmogonie primitive, che collocò su «Conoscenza religiosa» moltissime delle sue sorprendenti scoperte. È venuto il momento di chiedersi, con mente sgombra di pregiudizi, quale sia il tipo di conoscenza perseguito da Zolla ed evocato fin dal titolo della sua rivista.
Nella cultura italiana, l’accusa di gnosticismo, a quanto pare, è rimasta grave come ai tempi dei Padri della Chiesa. Solo che, mentre quei primi polemisti cattolici hanno avuto almeno l’indiscutibile merito di tramandare, mentre le contestavano, le idee degli gnostici, nel lessico critico-giornalistico contemporaneo l’accusa di gnosticismo è priva di contenuti oggettivi, come un qualunque insulto, e può rivolgersi a molti e disparati bersagli. Nemmeno troppo paradossalmente, del resto, se si pensa appunto che già il termine evoca un’antica ruggine, sono spesso i polemisti e giornalisti cattolici, in questi tempi di richiamo orgoglioso e intollerante all’ortodossia, a sfoderare volentieri l’accusa di gnosticismo, molto più di quanto facciano gli intellettuali laici e di sinistra. Per loro, almeno, le scoperte di documenti antichissimi del cristianesimo, come quelli rinvenuti nel 1945 a Nag Hammadi, non costituiscono alcuna minaccia e non costringono a ripensare radicalmente articoli di fede mai sottoposti ad esame.
Fatto sta che lo gnostico, come ai tempi di Valentino e del Vangelo di verità, è e rimane una figura impopolare, un collettore di rancori. Cosa può replicare il seguace, o presunto seguace, di una forma di gnosi nel mondo di oggi? Indubbiamente, l’unico vero vantaggio di un autentico gnostico (quale fu Zolla) sta nel fatto che sa di cosa si parla, a differenza della quasi totalità dei suoi avversari. E dunque, a meno che non decida di rinchiudersi nella più sterile accezione dell’esoterismo, potrà formulare qualche definizione.
Se disdegna un facile proselitismo, scegliendosi una cerchia eletta di interlocutori, non per questo lo gnostico si avvale del segreto a scopo di seduzione o di sopraffazione, visto che né sedurre né sopraffare sono i suoi scopi. A proposito della gnosi, Zolla è limpido: «si tratta di un sapere nel quale chi conosce, ciò che è conosciuto e il mezzo di conoscenza sono congiunti». Gnostico da questo punto di vista è per esempio il mistico tedesco Angelo Silesio (che certo avrebbe respinto inorridito la definizione) quando, alla fine del suo poema, esorta se stesso e i suoi lettori, una volta stanchi di leggere, a diventare a loro volta «la scrittura e l’essere».
Questa gnosi, indubbiamente, è uno spazio metafisico - ma anche a proposito del particolare peso sematico che la nozione di «metafisica» ha per Zolla e i suoi collaboratori - bisogna chiarire di cosa si tratti per evitare genericità facilmente equivocabile.
Se è vero che nella gnosi convergono e si identificano chi conosce, ciò che è conosciuto e il mezzo di conoscenza, è anche vero che questa è tutt’altro che un’identità statica acquisita una volta per tutte. Alla staticità di questa idea si oppone, infatti, una nozione di metafisica come scienza delle trasformazioni interiori - dove «trasformarsi» è un sinonimo perfetto di «liberarsi».
È questo il senso di uno dei più bei saggi mai scritti da Zolla, il brevissimo e fulminante Pinocchio e gli archetipi. Dal legno del burattino alla capigliatura azzurra della fata, dall’asino al serpente, tutto il capolavoro di Collodi è saturo di archetipi. Ma l’aspetto più affascinante delle Avventure di un burattino non è la sua semplice armatura simbolica, ma l’esperienza interiore che permette a un lettore attento. Il libro infatti è anche pieno di «suggerimenti sottili» su come «attuare in sé» gli archetipi che vi si svelano.
È questo il punto essenziale, direi, dell’intera ermeneutica di Zolla, che alla statica di un testo, per usare una metafora abbastanza semplice, sovrappone sempre la sua essenziale dinamica. Non solo dunque la favola di Collodi ha un significato che corrisponde a un’individuabile costellazione di archetipi, ma insegna, a chi sappia coglierne i sottili suggerimenti, a «liberarsi da se stessi», a «rompere i propri limiti». Così come fanno, immersi in tutt’altra simbologia, i racconti celtici di Yeats. «Di operazioni interiori precise si tratta» - testimonia Zolla - «non di frasi graziose».
Alla fine della sua storia, in cui troppi interpreti prevenuti hanno voluto vedere il semplice affermarsi di una morale rassicurante e piccolo-borghese, il burattino diventato un bambino è, dice Zolla, un «liberato in vita». Che per uno gnostico, antico o moderno che sia, è l’unica liberazione davvero possibile, nulla essendo attuabile dopo la morte da parte di chi, ancora vivo, non ha saputo imboccare la strada interiore della sua trasformazione.
Una serie di accuse senza senso
Oso credere che Zolla sarebbe d’accordo con me se osservo, a sostegno della sua lettura di Collodi, che lo gnosticismo involontario dello scrittore toscano coincide perfettamente, in questo caso, con la più pura delle fonti gnostiche, il Vangelo di Filippo, dove a proposito della necessità di liberarsi da se stessi si afferma: «Se da vivi non ottengono la resurrezione, quando moriranno non otterranno nulla».
Che poi i «liberati in vita» siano e siano sempre stati (come probabilmente saranno) molto pochi, non è certo una colpa che si possa addossare a Zolla. È invece una evidenza alla quale non ci si può sottrarre e che coinvolge anche l’osservatore onesto, contraddistinto dal fatto di non sentirsi mai migliore degli altri. E dunque, quelle accuse di aristocraticismo, di settarismo, di «cultura di destra» che spesso aleggiano attorno a Zolla semplicemente non hanno senso.
Non è un caso che Zolla, pur riconoscendo la grandezza di un libro come Sulle scogliere di marmo, abbia sempre guardato con malcelato sospetto a Ernst Jünger, lui sì all’eterna ricerca di elette conventicole iniziatiche. Colpisce in Zolla, al contrario, la generosità con la quale ha sempre messo a disposizione i frutti del suo sapere, riflessa in una bibliografia imponente e labirintica. Leggendolo, può capitare molte volte di dissentire da questo o quel giudizio, ma al di là dei singoli contenuti del suo pensiero, ovviamente criticabili, l’aspetto più importante del suo lascito mi sembra consista in un metodo, praticabile anche a distanza o con diverse finalità. Zolla è stato uno dei sempre più rari cultori di un sapere come esperienza che ha radici fenomenologiche e più lontane premesse romantiche; perciò non cesserà mai di trovare forme adatte per trasmettersi e persone convinte della sua necessità.
Quel che nasce da un incontro
Torniamo a quella doppia immagine che apre il primo editoriale di «Conoscenza religiosa»: da una parte il saggio dogon Ogotemmêli che svela le sue cosmogonie a Griaule, e dall’altra Alce Nero che racconta le sue storie a Neihardt. Da quell’incontro nasceranno due libri tra i più importanti, due classici delle scienze umane: Dio d’acqua e Alce Nero parla. Ma se sono libri così grandi, è perché sono stati all’altezza dell’evento che li presuppone, e dei quali rappresentano un pallido riflesso: l’incontro tra diversi come trasmissione e iniziazione, insieme alla possibilità di metamorfosi che direttamente ne scaturisce. E dunque possibilità di gnosi, di metafisica. L’attività del «liberarsi da se stessi» comporta sia una grande capacità di solitudine, sia un’altrettanto spiccata capacità di relazione: e questa è solo una tra le tante feconde contraddizioni che scandiscono il ritmo dell’opera di Zolla e la storia della sua rivista «Conoscenza religiosa».
SCHEDA:
scheda
Incontri
Fra J.R. Tolkien e il tantrismo
Nato a Torino nel 1926, Elémire Zolla fu docente di letteratura inglese a Genova e poi di letteratura angloamericana a Roma, esplorando percorsi poco consueti della narrativa anglofona (fu tra l’altro fra coloro che diffusero l’opera di J.R.R. Tolkien in Italia). Studioso delle religioni e delle culture orientali, Zolla - morto a Montepulciano nel 2002 - approfondì la conoscenza di tradizioni dimenticate, dall’alchimia al tantrismo, al pensiero magico. Di lui e della raccolta dei suoi scritti apparsi su «Conoscenza religiosa» (nonché della biografia «Il conoscitore di segreti» a lui dedicata da Grazia Marchianò) si parlerà questo pomeriggio alla Casa delle Letterature di Roma nell’ambito della rassegna «Classici di domani» coordinata da Maria Ida Gaeta. Interverranno, oltre a Grazia Marchianò, Paolo Ricca, Silvia Ronchey e Emanuele Trevi
* il manifesto, 29.11.2006
INTERVISTA
"Il burattino framassone"
Zolla: la storia di un’iniziazione ispirata a Apuleio
a c. di Silvia Ronchey (La Stampa/Cultura, 27.02.2002)
"IL Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile". Elémire Zolla, l’intellettuale italiano più introdotto nei segreti di Pinocchio (si veda il suo Uscite dal mondo pubblicato da Adelphi), risponde da iniziato, scegliendo le parole con cautela quasi sacrale e lasciando al fondo un che di enigmatico, un’eco di mistero. "Un bambino che legga con tutto il cuore questo libro ne esce trasformato. Diventa un’altra persona di cui non è lecito parlare".
Che genere di altra persona?
"Una persona con una mentalità da martire. In quale altro libro si insegna al bambino a diffidare di tutte le autorità terrene? E chi altro può vivere disdegnando quasi completamente la giustizia umana?".
Forse lei dice "bambino" nell’accezione sacra per cui è "puer" il non iniziato.
"Ovviamente Pinocchio è la storia di un’iniziazione. Come le Metamorfosi di Apuleio. Ha presente le pagine finali? Il latino del grande retore diventa una lingua infantile quando narra l’epifania di Iside, la madre universale, colei che compare nei sogni se si sogna rettamente... Che poi in Collodi è la fata dai capelli turchini".
Un momento. Chi è la fata dai capelli turchini?
"È la prefigurazione della capra sullo scoglio nel mare in tempesta, che compare nel libro molto più tardi, e che pure ha il pelo azzurro".
Perché Collodi rappresenterebbe Iside come capra, oltre che come fata?
"Iside, nel mondo pagano, è la grande mediatrice, rappresentante di tutto il mondo animale, o meglio dell’indistinzione tra animale e umano".
In effetti in Apuleio il protagonista è trasformato in asino. Non vorrà dire che anche le orecchie d’asino di Pinocchio vengono di lì?
"Certo. Il che significa semplicemente che provengono dalla cultura di base della cerchia massonica cui Collodi apparteneva. Vede, una loggia di Firenze, al tempo di Collodi, non era luogo di modesta cultura. Certe letture erano comuni, elementari addirittura. La massoneria ferveva di una rinascita del pitagorismo antico, culminata poi in Arturo Reghini, grande scrittore e matematico in lite con Mussolini e con Evola".
Vuol dire che la letteratura antica era un codice?
"Era linguaggio elettivo per comunicare all’interno dell’ambiente massonico. E lì le cose su cui si posavano gli occhi si trasmutavano. C’è un passo di Marco Aurelio: "Ricordati che colui che tira i fili è questo Essere celato in noi, è Lui che suscita la nostra parola, la vita nostra, è Lui l’Uomo... Cosa ben più divina delle passioni che ci rendono simili a marionette e nient’altro". Si attaglia alla storia del burattino, ne è la chiave".
Ma allora "Pinocchio" è un libro per bambini o una parabola massonica?
"Entrambe le cose, è questo il miracolo. La semplicità della lingua toscana in Pinocchio nasce dal fatto che Collodi sta trasmettendo una verità esoterica è non può che esprimerla così, come la narrerebbe a un bambino. È il ritegno di chi sta parlando di cose indicibili che produce questo particolare linguaggio, in Collodi come in Apuleio".
In questa chiave esoterica, che significa il nome Pinocchio? e Lucignolo? e il Gatto e la Volpe?
"In latino pinocolus significa pezzetto di pino. Per un pagano è l’albero sempreverde che sfida la morte invernale. Lucignolo è un Lucifero miserello, a misura di puer, cioè di pre-iniziato, e il Gatto e la Volpe sono Legbà e Shù, grandi personaggi della mitologia africana che si ritrovano anche nel Vudù. Allora si leggeva, e di libri sul Vudù l’America di fine Ottocento era piena. Qualche massone d’oltreoceano poteva avere informato Collodi. La vita di loggia è molto strana, è segreta e piena di incontri".
Vuol dire che "Pinocchio" non può comprendersi del tutto senza conoscere la massoneria?
"No, voglio dire che Pinocchio continua un’antichissima tradizione sotterranea della letteratura italiana. In rapporto ai rituali massonici si chiarisce il significato della poesia medievale - Federico II, Dante e Cavalcanti - così come l’esoterismo della Rinascenza in tutti quei grandi che vissero l’integrazione di Bisanzio nella cultura occidentale ai tempi del concilio di Ferrara e Firenze e intorno a Enea Silvio Piccolomini, un grande gnostico: pensi alla lettera veramente esoterica che scrisse al sultano ottomano, al neopaganesimo di Pienza... Tutti, anche gli alti prelati sanno che dal culto di Iside deriva la Madonna, che la leggenda dei magi testimonia come l’atto fondante della cristianità sia l’innesto dello zoroastrismo, come può vedersi, proprio vicino a Pienza, nei rilievi della pieve di Corsignano!".
La prego, torni a "Pinocchio".
"Pinocchio, come dicevo, continua la lignée esoterica, gnostica, isiaca e neopagana, nel senso più spirituale, che è al centro della nostra letteratura".
Il che varrebbe a dire che la grande letteratura italiana è essenzialmente massonica?
"Varrebbe a dire che spesso noi italiani ci lamentiamo di non avere una letteratura all’altezza, ad esempio, di quella inglese o tedesca. Ma il fatto è che la nostra migliore letteratura, quella laica, è sotterranea e segreta, perché a differenza degli inglesi e dei tedeschi ha dovuto sottrarsi alla censura dell’ala meno illuminata e elitaria della cultura cattolica".
Silvia Ronchey