L’ EVANGELO ( "Charitas"), LA COSTITUZIONE ("Logos").... E IL "LOGO" DEL GRANDE MERCANTE ("DEUS CARITAS EST") SUL VATICANO

"CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?"(Nietzsche). La nuova "questione antropologica" costringe ad aprire il cerchio del naturalismo (e a smetterla con il "platonismo per il popolo", sia da parte fideistica sia da parte scientistica). Un intervento del cardinale Ruini, e la riproposizione ratzingeriana di un’apertura ... ancora senza uscita "dallo stato di minorità"!!!

LA "SACRA FAMIGLIA" DELLA GERARCHIA CATTOLICO-ROMANA E’ ZOPPA E CIECA: IL FIGLIO HA PRESO IL POSTO DEL PADRE DI GESU’ E DEL "PADRE NOSTRO" ... E CONTINUA A "GIRARE" IL SUO FILM PREFERITO, "IL PADRINO".
martedì 12 dicembre 2006.
 


LA QUESTIONE ANTROPOLOGICA

L’intervento del cardinale vicario di Roma al convegno promosso da Congregazione per l’Educazione cattolica e Pontificio Consiglio Giustizia e pace: «Le questioni poste dalla scienza non vanno ignorate, ma lette allargando oltre il riduzionismo i confini della ragione»

Ruini: «L’idea di uomo, frontiera globale»

«C’è un legame storico tra il riconoscimento della dignità di ogni persona e il cristianesimo» «In un mondo ormai policentrico è solo la fedeltà a questa radice a garantire il valore della libertà»

Cardinale Camillo Ruini

La «nuova questione antropologica», che in pratica riduce l’uomo ad un «semplice prodotto della natura», non può essere «ignorata» e nemmeno «ricacciata indietro». Va invece affrontata «con spirito positivo e con capacità critiche», secondo la linea tracciata da Benedetto XVI. Per questo il cardinale Camillo Ruini, intervenendo ieri alla Conferenza internazionale su «Università e Dottrina sociale della Chiesa», ha richiamato la necessità di valorizzare «il grande patrimonio dell’antropologia cristiana, teologica e filosofica», attualizzandolo e ripensandolo «in rapporto alle problematiche proprie» dell’oggi. In particolare, ha detto nella sua relazione - di cui qui sotto pubblichiamo ampi stralci - occorre mostrare «quanto sia problematica ogni riduzione della nostra intelligenza e libertà al funzionamento dell’organo cerebrale». La questione dell’uomo, infatti, «non è mai soltanto un problema oggettivo e razionale», ma investe tutta la persona e la sua vita. Inoltre, poiché tale questione «è nata in quel mondo che ha una sua essenziale matrice nel cristianesimo» e ha preso degli sviluppi che «possono mettere a rischio la fede cristiana stessa, insieme alle basi della nostra civiltà», Ruini ha auspicato che siano proprio «i popoli e le culture che hanno una loro fondamentale matrice nel cristianesimo» a dare un contributo fondamentale alla sua soluzione.

In particolare, secondo il presidente della Cei, è indispensabile ribadire «quella concezione della persona umana secondo cui chiunque abbia un volto umano possiede come tale la "dignità" e il "destino" di essere uomo». Compito tanto più importante, in un mondo secolarizzato come il nostro, in cui stanno emergendo «grandi e antiche civiltà, come quelle islamica, cinese e indiana, che tendono a ridimensionare il primato di cui negli ultimi secoli ha goduto l’Occidente». I popoli del cristianesimo, ha concluso Ruini, potranno affrontare «con speranza di successo» questo compito, «a condizione che abbiano coscienza delle proprie radici e cerchino di mantenere, o riacquistare, una genuina fedeltà» ai loro grandi principi dell’amore fraterno e della libertà. M.Mu.

L’elemento più nuovo e specifico che ha dato origine all’attuale questione antropologica è costituito dai recenti sviluppi scientifici e tecnologici che hanno dato all’uomo un nuovo potere di intervento su se stesso. Parafrasando la celebre XI tesi di Marx su Feuerbach, si può dire che non si tratta più soltanto di interpretare l’uomo, ma soprattutto di trasformarlo. Questa trasformazione però non avviene modificando i rapporti sociali ed economici, ma incidendo direttamente sulla realtà fisica e biologica del nostro essere, attraverso le tecnologie che stanno progressivamente appropriandosi dell’insieme del nostro corpo e in particolare dei processi della generazione umana, ma anche del funzionamento del nostro cervello. (...) Conviene soffermarci sull’interpretazione dell’uomo implicata in questi sviluppi. Non si tratta soltanto del rifiuto di quel dualismo antropologico che concepisce l’uomo come costituito da due sostanze, l’anima e il corpo, unite tra loro in forma soltanto accidentale. L’unità del nostro essere è qui affermata infatti in una maniera radicale e riduzionista, in quanto l’uomo stesso viene ricondotto alla sua sola dimensione corporea, in quella prospettiva naturalistica che il Concilio Vaticano II aveva già individuato riferendosi a coloro che considerano l’uomo «soltanto una particella della natura» (GS 14).

Una simile interpretazione ha dei precisi presupposti, anzitutto a livello teoretico, che non hanno alcun rapporto necessario con gli sviluppi delle scienze. Il primo di essi può individuarsi nella tendenza (...) a considerare anche l’uomo come un «oggetto», come tale conoscibile e «misurabile» attraverso le forme dell’indagine sperimentale. Tutto ciò è certamente lecito, anzi indispensabile per il progresso scientifico e tecnologico, con i grandi benefici che esso apporta, ad esempio nella cura delle malattie. Altra cosa è però dare spazio ad una specie di «scientismo di ritorno», che consideri questa come l’unica forma razionalmente valida di conoscenza del nostro essere, negando o dimenticando che l’uomo è anzitutto e irriducibilmente «soggetto», il quale, proprio nella sua soggettività, non può mai essere totalmente oggettivato e conosciuto attraverso le scienze empiriche. (...)

Arriviamo così a considerare un altro genere di correlazioni, e in certo senso di premesse, di un’interpretazione dell’uomo soltanto naturalistica: esse si pongono a livello pratico, della vita vissuta e dei modi di intenderla e indirizzarla. Sta infatti davanti a noi quel grande cambiamento dei costumi e dei comportamenti che è in atto ormai da molto tempo nei popoli che hanno la loro matrice storica nel cristianesimo. Esso riguarda, come ben sappiamo, in particolare i grandi temi della vita umana e della famiglia, ma non si limita in alcun modo a questi, abbracciando anche, ad esempio, il significato che assumono la ricerca della realizzazione di noi stessi o l’uso e il consumo dei beni di questo mondo. Si può dire che si è ormai consumato quell’approccio che ha trovato la sua espressione classica nella formula di Ugo Grozio, secondo la quale le norme fondamentali del diritto e dei comportamenti conserverebbero la loro validità etsi Deus non daretur, perché fondate nella nostra natura. Di fatto, a una prassi di vita che abbia un riferimento quanto meno implicito al cristianesimo sembra subentrarne sempre più (...) un’altra, caratterizzata dal «primato del corpo», cioè in concreto del nostro corpo, considerato come l’unica realtà per noi certa e importante. (...)

È molto interessante notare come un grande filosofo e storico del pensiero, Karl Löwith, nel libro che risale al 1941 «Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX», abbia scritto: (...) «L’immagine che sola fa dell’homo del mondo europeo un uomo è sostanzialmente determinata dall’idea che il cristiano ha di sé, quale immagine di Dio. L’affermazione che "noi tutti" siamo uomini è determinata quindi dall’umanità prodotta dal cristianesimo, in unione con lo stoicismo». Ho riportato questa pagina di Löwith perché essa mostra come vi sia un indubbio legame storico tra il riconoscimento della dignità e del destino proprio dell’uomo - e comune ad ogni uomo - e l’influenza del cristianesimo. Ciò non toglie che si tratti di riconoscere non qualcosa di estrinseco alla nostra realtà umana ed aggiunto ad essa dal cristianesimo, ma piuttosto qualcosa che fa parte del nostro essere, anche se il prenderne coscienza è avvenuto attraverso un complesso processo storico nel quale la fede cristiana ha giocato un ruolo determinante. (...)

È chiaro d’altronde come quell’interpretazione naturalistica dell’uomo che tende a collegarsi con la «nuova» questione antropologica sia decisamente incompatibile con la nostra fede, in quanto implica la negazione non solo della possibilità e del significato della vita oltre la morte ma anche, come dicevamo, della trascendenza del soggetto umano e quindi del suo essere ad immagine di Dio: in particolare di una sua intelligenza che non sia riconducibile alla conoscenza sensibile e della sua libertà, come capacità di scegliere radicata nell’essere dell’uomo stesso. Per conseguenza vengono a perdere il loro significato sia il peccato sia la redenzione attraverso la croce di Cristo.

Nello stesso tempo la «radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura» produce, come ha detto Benedetto XVI al Convegno di Verona il 19 ottobre scorso, «un autentico capovolgimento del punto di partenza» della cultura oggi dominante, «che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà». Proprio mentre si assiste alla radicalizzazione ed estremizzazione delle istanze, in sé legittime, della libertà personale, vengono infatti privati del loro fondamen to, e quindi della loro plausibilità, quel ruolo centrale e quella dignità specifica del soggetto umano (...) che costituiscono il punto di riferimento decisivo della nostra civiltà, sul piano filosofico ed etico, ma anche giuridico e politico, esistenziale e persino estetico. (...)

È evidente che la nuova questione antropologica non può essere ignorata e nemmeno ricacciata indietro (...). Si tratta piuttosto di affrontarla con spirito positivo e al contempo con capacità critiche, secondo quella linea che Benedetto XVI propone con forza e insistenza (...).

Questo «sì» si riferisce certamente anche alle scienze empiriche, che devono trovare in ambito cattolico forte sostegno e incoraggiamento. Si favorisce il loro genuino sviluppo proprio liberandole dagli «a priori» riduzionisti: in concreto questa liberazione riguarda, piuttosto che le scienze e le tecnologie in se stesse, le persone dei ricercatori, che sono coloro che possono essere direttamente condizionati da simili «a priori». (...) È di grande importanza che ci siano, e vengano adeguatamente formati e preparati, ricercatori il cui approccio culturale ed esistenziale sia appunto «largo» ed aperto, privo cioè di preclusioni nei confronti della trascendenza.

Più specificamente, una questione di rilievo determinante è quella dei rapporti tra scienze e filosofia, e - non senza la mediazione della filosofia - tra scienze e teologia. (...) Su tali basi, attraverso un lavoro convergente, potranno risultare più chiari i limiti della conoscenza empirica e la distinzione tra sapere scientifico e sapere filosofico, senza ignorare o negare però, ma al contrario incoraggiando quel rinnovato interesse che le grandi domande sull’uomo, sulla vita, sulla totalità dell’universo suscitano sempre più tra coloro che sono impegnati nella ricerca scientifica, per il fatto che proprio l’avanzare delle scienze stimola a porre problemi che debordano dai canoni metodologici delle scienze stesse (...).

È poi della più grande importan za tenere presente che la questione dell’uomo non è mai soltanto un problema oggettivo e razionale: in essa è in gioco infatti il soggetto umano come tale, con la sua intelligenza ma anche con la sua vita e con la sua libertà. Si verifica a questo proposito qualcosa di analogo a ciò che avviene quando si tratta di Dio: occorre cioè esaminare tali questioni, di suprema importanza, con tutto il rigore della nostra ragione, ma avendo al contempo sempre presente che un ruolo decisivo lo svolgono anche la nostra libertà e tutte quelle scelte in cui si concretizza l’orientamento della nostra esistenza. Meno che meno dunque, in campi come questi, vi è spazio per una pura «neutralità», ossia per una conoscenza soltanto oggettiva e non coinvolgente il soggetto. (...)

La conseguenza più rilevante di questo carattere globale della questione antropologica è che essa può essere affrontata positivamente soltanto attraverso un approccio multidisciplinare, che chiama in causa, con le scienze empiriche e con la filosofia e la teologia, la storia, il diritto, le lettere e le arti. Più radicalmente, non si tratta solo del convergere di diverse discipline, ma di un’autentica globalità, nella quale trovano spazio, insieme alle varie forme di conoscenza, il vissuto personale e sociale, con tutta la molteplicità dei rapporti e delle implicazioni che lo caratterizzano. Tra questi hanno un evidente rilievo sia le norme legislative, e in concreto la politica, sia le condizioni e gli interessi della vita sociale ed economica. In realtà, se esiste una possibilità concreta di «orientare» l’applicazione al soggetto umano delle nuove biotecnologie in modo da rispettare la sua specificità e dignità inalienabile, questa possibilità passa attraverso un grande lavoro e sforzo convergente, che dia forza effettiva a questa specificità dell’uomo nel contesto globale della nostra società e sia quindi in grado di influire realmente anche sull’operare dei ricercatori e degli specialisti.

È questo uno dei motivi per i quali diventa oggi sempre più necessaria quella collaborazione tra credenti in Cristo e persone comunque sollecite della conservazione e dello sviluppo, nell’attuale contesto storico, di un umanesimo autentico, della quale si è fatto promotore straordinariamente autorevole lo stesso Benedetto XVI. Egli ne ha offerto anche un solido fondamento storico e teoretico, particolarmente nel discorso pronunciato, ancora da cardinale, a Subiaco il 1° aprile 2005, nel quale ha proposto di capovolgere l’assioma etsi Deus non daretur e dire invece: «anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio - proseguiva - che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno». (...)

Il rapido sviluppo delle biotecnologie ha provocato un corrispondente sviluppo di quella nuova disciplina che va sotto il nome di bioetica. Essa ha l’importantissimo compito di fornire orientamenti e regole morali, in questo campo tanto delicato e nevralgico, all’agire degli scienziati e dei legislatori, ma anche delle singole persone e famiglie e finalmente della società nel suo complesso (...). In concreto la bioetica è segnata però da continue e profonde divergenze, che hanno la loro matrice nelle diverse filosofie e antropologie alle quali i suoi cultori fanno riferimento. Un esempio recentissimo è dato dalla proposta di sopprimere i neonati disabili formulata dal Collegio Reale degli Ostetrici e Ginecologi britannico in un documento indirizzato a una privata ma importante Commissione di Bioetica: questa proposta, per quanto aberrante, ha purtroppo una sua triste logica, dato che non è facile individuare una diff erenza sostanziale tra la soppressione dei neonati e quella, già ammessa in varie legislazioni, dei bambini non ancora nati ma già in grado di vivere anche al di fuori dell’utero materno. (...)

Oggi la questione antropologica assume sempre più una dimensione planetaria e quindi sul suo cammino influiscono ormai tutte le grandi tradizioni culturali e spirituali dell’umanità. Difficilmente però essa potrà imboccare quel percorso rispettoso della specificità e dignità umana che già abbiamo invocato se la spinta in questo senso non verrà anzitutto dal «mondo del cristianesimo», perché proprio in tale mondo è nata e ha preso forza quella concezione della persona umana (...) secondo il quale chiunque abbia un volto umano possiede come tale la «dignità» e il «destino» di essere uomo.

Siamo condotti così ad allargare il nostro sguardo a tematiche che potremmo definire «geopolitiche». Viviamo nel tempo della globalizzazione, ma anche dell’emergere ed affermarsi sulla scena mondiale di grandi e antiche civiltà, come quelle islamica, cinese e indiana, che tendono inevitabilmente a ridimensionare quel primato di cui negli ultimi secoli ha goduto l’Occidente. (...) In questo mondo tanto differenziato e al contempo sempre più policentrico le grandi questioni sociali e politiche sono, inseparabilmente, quella dello sviluppo e quella della pace, che nel secolo appena iniziato appare destinata ad assumere forme e dimensioni nuove e tutt’altro che facili.

Quei popoli e quelle culture che hanno una loro fondamentale matrice nel cristianesimo, e che costituiscono una parte assai rilevante del genere umano, presente sia pure in misura diversa in tutti i continenti, possiedono nel loro «codice genetico» i grandi principi dell’amore fraterno e della libertà. La loro capacità di incidenza storica è pertanto fondamentale, proprio in un mondo policentrico, per affrontare simili questioni con speranza di successo - nel quadro di un confronto interculturale destinato ad intensificarsi -, a condizione però che questi popoli abbiano coscienza delle proprie radici e cerchino di mantenere, o riacquistare, una genuina fedeltà a quei grandi principi. (...)

Benedetto XVI è intervenuto assai di recente su queste tematiche. (...) Nel discorso del 9 novembre, a conclusione dell’incontro con i vescovi della Svizzera, ha messo l’accento su una divaricazione che esiste nella sensibilità morale, specialmente delle nuove generazioni dell’Occidente: da una parte, le tematiche della pace e della giustizia per tutti appartengono certamente alla tradizione della Chiesa ma stanno diventando un insieme etico che ha grande forza e che «costituisce per molti la sostituzione o la successione della religione»; dall’altra parte la morale della vita e della famiglia viene colta in modo spesso assai controverso e in questo ambito l’annuncio della Chiesa «si scontra con una consapevolezza contraria della società». Superare una tale divaricazione, riconducendo entrambe queste dimensioni all’unità originaria dell’amore, che ha la sua sorgente in Dio e che deve trovare in noi piena e indivisa risposta, è anche la via per evidenziare e rendere concretamente efficaci i rapporti profondi che uniscono tra loro questione sociale e questione antropologica: si tratta certamente di una via ardua da percorrere, ma sappiamo che a chi confida in Dio nulla è impossibile, anche nella storia di oggi.

cardinale Camillo Ruini

* Avvenire, 18.11.2006, p. 17


In aperto dissenso con questa posizione (in fondo, atea e astuta - paradosso del politico mentitore), si cfr.

L’IDEOLOGIA CATTOLICO-FASCISTA DEL MAESTRO UNICO E L’ART. 7 DELLA COSTITUZIONE, UN BUCO NERO CHE DISTRUGGE L’ITALIA E LA STESSA CHIESA CATTOLICA.

-  LA SFIDA EDUCATIVA: IL CORAGGIO DI EDUCARE. DOPO ANNI DI DELIRIO MAMMONICO ("CARITAS") E BERLUSCONICO ("Forza Italia"), ARRIVA (come se Dio non esistesse) il «Rapporto-proposta sull’educazione» della Cei, di Bagnasco e di Ruini. Sull’argomento, una ’pagina’ di Sergio Belardinelli

-  LA "CHARTA CHARITATIS" (1115), LA "MAGNA CHARTA" (1215) E LA FALSA "CARTA" DELLA "DEUS CARITAS EST" (2006).

-  EV-ANGELO E "MALA-EDUCAZIONE"!!!

-  L’"URLO" DEL CARDINALE TETTAMANZI

-  IL PROGRAMMA DI KANT. LA QUESTIONE ANTROPOLOGICA

-  L’"URLO" DI DANTE

-  PER LA PACE E IL DIALOGO, QUELLO VERO...

-  SEGUIRE FRANCESCO

-  DIVENTARE "MAGGIORENNI" .

-  RI-COMINCIARE DAL "PRINCIPIO", E DIRE DI Sì ALLA VITA E AL SAPERE!!!

-  LA COSTITUZIONE, LA NOSTRA "BIBBIA CIVILE"


Messaggio per la giornata mondiale della pace 2007 (12 dicembre 2006)

La persona umana, cuore della Pace

1. All’inizio del nuovo anno, vorrei far giungere ai Governanti e ai Responsabili delle Nazioni, come anche a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, il mio augurio di pace. Lo rivolgo, in particolare, a quanti sono nel dolore e nella sofferenza, a chi vive minacciato dalla violenza e dalla forza delle armi o, calpestato nella sua dignità, attende il proprio riscatto umano e sociale. Lo rivolgo ai bambini, che con la loro innocenza arricchiscono l’umanità di bontà e di speranza e, con il loro dolore, ci stimolano a farci tutti operatori di giustizia e di pace. Proprio pensando ai bambini, specialmente a quelli il cui futuro è compromesso dallo sfruttamento e dalla cattiveria di adulti senza scrupoli, ho voluto che in occasione della Giornata Mondiale della Pace la comune attenzione si concentrasse sul tema: Persona umana, cuore della pace. Sono infatti convinto che rispettando la persona si promuove la pace, e costruendo la pace si pongono le premesse per un autentico umanesimo integrale. È così che si prepara un futuro sereno per le nuove generazioni.

La persona umana e la pace: dono e compito

2. Afferma la Sacra Scrittura: « Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò » (Gn 1,27). Perché creato ad immagine di Dio, l’individuo umano ha la dignità di persona; non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno, capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone. Al tempo stesso, egli è chiamato, per grazia, ad un’alleanza con il suo Creatore, a offrirgli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare al posto suo(1). In questa mirabile prospettiva, si comprende il compito affidato all’essere umano di maturare se stesso nella capacità d’amore e di far progredire il mondo, rinnovandolo nella giustizia e nella pace. Con un’efficace sintesi sant’Agostino insegna: « Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi »(2). È pertanto doveroso per tutti gli esseri umani coltivare la consapevolezza del duplice aspetto di dono e di compito.

3. Anche la pace è insieme un dono e un compito. Se è vero che la pace tra gli individui ed i popoli - la capacità di vivere gli uni accanto agli altri tessendo rapporti di giustizia e di solidarietà - rappresenta un impegno che non conosce sosta, è anche vero, lo è anzi di più, che la pace è dono di Dio. La pace è, infatti, una caratteristica dell’agire divino, che si manifesta sia nella creazione di un universo ordinato e armonioso come anche nella redenzione dell’umanità bisognosa di essere recuperata dal disordine del peccato. Creazione e redenzione offrono dunque la chiave di lettura che introduce alla comprensione del senso della nostra esistenza sulla terra. Il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, rivolgendosi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 5 ottobre 1995 , ebbe a dire che noi « non viviamo in un mondo irrazionale o privo di senso [...] vi è una logica morale che illumina l’esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli »(3). La trascendente “grammatica”, vale a dire l’insieme di regole dell’agire individuale e del reciproco rapportarsi delle persone secondo giustizia e solidarietà, è iscritta nelle coscienze, nelle quali si rispecchia il progetto sapiente di Dio. Come recentemente ho voluto riaffermare, « noi crediamo che all’origine c’è il Verbo eterno, la Ragione e non l’Irrazionalità »(4). La pace è quindi anche un compito che impegna ciascuno ad una risposta personale coerente col piano divino. Il criterio cui deve ispirarsi tale risposta non può che essere il rispetto della “grammatica” scritta nel cuore dell’uomo dal divino suo Creatore.

In tale prospettiva, le norme del diritto naturale non vanno considerate come direttive che si impongono dall’esterno, quasi coartando la libertà dell’uomo. Al contrario, esse vanno accolte come una chiamata a realizzare fedelmente l’universale progetto divino iscritto nella natura dell’essere umano. Guidati da tali norme, i popoli - all’interno delle rispettive culture - possono così avvicinarsi al mistero più grande, che è il mistero di Dio. Il riconoscimento e il rispetto della legge naturale pertanto costituiscono anche oggi la grande base per il dialogo tra i credenti delle diverse religioni e tra i credenti e gli stessi non credenti. È questo un grande punto di incontro e, quindi, un fondamentale presupposto per un’autentica pace.

Il diritto alla vita e alla libertà religiosa

4. Il dovere del rispetto per la dignità di ogni essere umano, nella cui natura si rispecchia l’immagine del Creatore, comporta come conseguenza che della persona non si possa disporre a piacimento. Chi gode di maggiore potere politico, tecnologico, economico, non può avvalersene per violare i diritti degli altri meno fortunati. È infatti sul rispetto dei diritti di tutti che si fonda la pace. Consapevole di ciò, la Chiesa si fa paladina dei diritti fondamentali di ogni persona. In particolare, essa rivendica il rispetto della vita e della libertà religiosa di ciascuno. Il rispetto del diritto alla vita in ogni sua fase stabilisce un punto fermo di decisiva importanza: la vita è un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità. Ugualmente, l’affermazione del diritto alla libertà religiosa pone l’essere umano in rapporto con un Principio trascendente che lo sottrae all’arbitrio dell’uomo. Il diritto alla vita e alla libera espressione della propria fede in Dio non è in potere dell’uomo. La pace ha bisogno che si stabilisca un chiaro confine tra ciò che è disponibile e ciò che non lo è: saranno così evitate intromissioni inaccettabili in quel patrimonio di valori che è proprio dell’uomo in quanto tale.

5. Per quanto concerne il diritto alla vita, è doveroso denunciare lo scempio che di essa si fa nella nostra società: accanto alle vittime dei conflitti armati, del terrorismo e di svariate forme di violenza, ci sono le morti silenziose provocate dalla fame, dall’aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni e dall’eutanasia. Come non vedere in tutto questo un attentato alla pace?

L’aborto e la sperimentazione sugli embrioni costituiscono la diretta negazione dell’atteggiamento di accoglienza verso l’altro che è indispensabile per instaurare durevoli rapporti di pace. Per quanto riguarda poi la libera espressione della propria fede, un altro preoccupante sintomo di mancanza di pace nel mondo è rappresentato dalle difficoltà che tanto i cristiani quanto i seguaci di altre religioni incontrano spesso nel professare pubblicamente e liberamente le proprie convinzioni religiose. Parlando in particolare dei cristiani, debbo rilevare con dolore che essi non soltanto sono a volte impediti; in alcuni Stati vengono addirittura perseguitati, ed anche di recente si sono dovuti registrare tragici episodi di efferata violenza. Vi sono regimi che impongono a tutti un’unica religione, mentre regimi indifferenti alimentano non una persecuzione violenta, ma un sistematico dileggio culturale nei confronti delle credenze religiose. In ogni caso, non viene rispettato un diritto umano fondamentale, con gravi ripercussioni sulla convivenza pacifica. Ciò non può che promuovere una mentalità e una cultura negative per la pace.

L’uguaglianza di natura di tutte le persone

6. All’origine di non poche tensioni che minacciano la pace sono sicuramente le tante ingiuste disuguaglianze ancora tragicamente presenti nel mondo. Tra esse particolarmente insidiose sono, da una parte, le disuguaglianze nell’accesso a beni essenziali, come il cibo, l’acqua, la casa, la salute; dall’altra, le persistenti disuguaglianze tra uomo e donna nell’esercizio dei diritti umani fondamentali. Costituisce un elemento di primaria importanza per la costruzione della pace il riconoscimento dell’essenziale uguaglianza tra le persone umane, che scaturisce dalla loro comune trascendente dignità. L’uguaglianza a questo livello è quindi un bene di tutti inscritto in quella “grammatica” naturale, desumibile dal progetto divino della creazione; un bene che non può essere disatteso o vilipeso senza provocare pesanti ripercussionidacuièmessaa rischio la pace. Le gravissime carenze di cui soffrono molte popolazioni, specialmente del Continente africano, sono all’origine di violente rivendicazioni e costituiscono pertanto una tremenda ferita inferta alla pace.

7. Anche la non sufficiente considerazione per la condizione femminile introduce fattori di instabilità nell’assetto sociale. Penso allo sfruttamento di donne trattate come oggetti e alle tante forme di mancanzadi rispetto per la loro dignità;penso anche - in contesto diverso - alle visioni antropologiche persistenti in alcune culture, che riservano alla donna una collocazione ancora fortemente sottomessa all’arbitrio dell’uomo, con conseguenze lesive per la sua dignitàdipersonaeper l’esercizio delle stesse libertà fondamentali. Non ci si può illudere che la pace sia assicurata finchénon siano superate anche queste formedidiscriminazione, che ledono la dignità personale, inscritta dal Creatore in ogni essere umano(5).

L’«ecologia della pace»

8.ScriveGiovanniPaoloIInella Lettera enciclica Centesimus annus: « Non solo la terra è stata data da Dio all’uomo, che deve usarla rispettando l’intenzione originariadibene, secondo la quale gli è stata donata; ma l’uomo è stato donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato »(6). È rispondendo a questa consegna, a lui affidata dal Creatore, che l’uomo, insieme ai suoi simili, può dar vita a un mondo di pace. Accanto all’ecologia della natura c’è dunque un’ecologia che potremmo dire “umana”, la quale a sua volta richiede un”‘ecologia sociale”. E ciò comporta che l’umanità, se ha a cuore la pace, debba tenere sempre più presenti le connessioni esistenti tra l’ecologia naturale, ossia il rispetto della natura, e l’ecologia umana. L’esperienza dimostra che ogni atteggiamento irrispettoso verso l’ambiente reca danni alla convivenza umana, e viceversa. Sempre più chiaramente emerge un nesso inscindibile tra la pace con il creato e la pace tra gli uomini. L’una e l’altra presuppongono la pace con Dio. La poesia-preghiera di San Francesco, nota anche come « Cantico di Frate Sole », costituisce un mirabile esempio - sempre attuale - di questa multiforme ecologia della pace.

9. Ci aiuta a comprendere quanto sia stretto questo nesso tra l’una ecologia e l’altra il problema ogni giorno più grave dei rifornimenti energetici. In questi anni nuove Nazioni sono entrate con slancio nella produzione industriale, incrementando i bisogni energetici. Ciò sta provocando una corsa alle risorse disponibili che non ha confronti con situazioni precedenti. Nel frattempo, in alcune regioni del pianeta si vivono ancora condizioni di grande arretratezza, in cui lo sviluppo è praticamente inceppato anche a motivo del rialzo dei prezzi dell’energia. Che ne sarà di quelle popolazioni? Quale genere di sviluppo o di non-sviluppo sarà loro imposto dalla scarsità di rifornimenti energetici? Quali ingiustizie e antagonismi provocherà la corsa alle fonti di energia? E come reagiranno gli esclusi da questa corsa? Sono domande che pongono in evidenza come il rispetto della natura sia strettamente legato alla necessità di tessere tra gli uomini e tra le Nazioni rapporti attenti alla dignità della persona e capaci di soddisfare ai suoi autentici bisogni. La distruzione dell’ambiente, un suo uso improprio o egoistico e l’accaparramento violento delle risorse della terra generano lacerazioni, conflitti e guerre, proprio perché sono frutto di un concetto disumano di sviluppo. Uno sviluppo infatti che si limitasse all’aspetto tecnico-economico, trascurando la dimensione morale-religiosa, non sarebbe uno sviluppo umano integrale e finirebbe, in quanto unilaterale, per incentivare le capacità distruttive dell’uomo.

Visioni riduttive dell’uomo

10. Urge pertanto, pur nel quadro delle attuali difficoltà e tensioni internazionali, impegnarsi per dar vita ad un’ecologia umana che favorisca la crescita dell’«albero della pace». Per tentare una simile impresa è necessario lasciarsi guidare da una visione della persona non viziata da pregiudizi ideologici e culturali o da interessi politici ed economici, che incitino all’odio e alla violenza. È comprensibile che le visioni dell’uomo varino nelle diverse culture. Ciò che invece non si può ammettere è che vengano coltivate concezioni antropologiche che rechino in se stesse il germe della contrapposizione e della violenza. Ugualmente inaccettabili sono concezioni di Dio che stimolino all’insofferenza verso i propri simili e al ricorso alla violenza nei loro confronti. È questo un punto da ribadire con chiarezza: una guerra in nome di Dio non è mai accettabile! Quando una certa concezione di Dio è all’origine di fatti criminosi, è segno che tale concezione si è già trasformata in ideologia.

11. Oggi, però, la pace non è messa in questione solo dal conflitto tra le visioni riduttive dell’uomo, ossia tra le ideologie. Lo è anche dall’indifferenza per ciò che costituisce la vera natura dell’uomo. Molti contemporanei negano, infatti, l’esistenza di una specifica natura umana e rendono così possibili le più stravaganti interpretazioni dei costitutivi essenziali dell’essere umano. Anche qui è necessaria la chiarezza: una visione « debole » della persona, che lasci spazio ad ogni anche eccentrica concezione, solo apparentemente favorisce la pace. In realtà impedisce il dialogo autentico ed apre la strada all’intervento di imposizioni autoritarie, finendo così per lasciare la persona stessa indifesa e, conseguentemente, facile preda dell’oppressione e della violenza.

Diritti umani e Organizzazioni internazionali

12. Una pace vera e stabile presuppone il rispetto dei diritti dell’uomo. Se però questi diritti si fondano su una concezione debole della persona, come non ne risulteranno anch’essi indeboliti? Si rende qui evidente la profonda insufficienza di una concezione relativistica della persona, quando si tratta di giustificarne e difenderne i diritti. L’aporia in tal caso è palese: i diritti vengono proposti come assoluti, ma il fondamento che per essi si adduce è solo relativo. C’è da meravigliarsi se, di fronte alle esigenze “scomode” poste dall’uno o dall’altro diritto, possa insorgere qualcuno a contestarlo o a deciderne l’accantonamento? Solo se radicati in oggettive istanze della natura donata all’uomo dal Creatore, i diritti a lui attribuiti possono essere affermati senza timore di smentita. Va da sé, peraltro, che i diritti dell’uomo implicano a suo carico dei doveri. Bene sentenziava, al riguardo, il mahatma Gandhi: « Il Gange dei diritti discende dall’Himalaia dei doveri ». È solo facendo chiarezza su questi presupposti di fondo che i diritti umani, oggi sottoposti a continui attacchi, possono essere adeguatamente difesi. Senza tale chiarezza, si finisce per utilizzare la stessa espressione, ‘diritti umani’ appunto, sottintendendo soggetti assai diversi fra loro: per alcuni, la persona umana contraddistinta da dignità permanente e da diritti validi sempre, dovunque e per chiunque; per altri, una persona dalla dignità cangiante e dai diritti sempre negoziabili: nei contenuti, nel tempo e nello spazio.

13. Alla tutela dei diritti umani fanno costante riferimento gli Organismi internazionali e, in particolare, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che con la Dichiarazione Universale del 1948 si è prefissata, quale compito fondamentale, la promozione dei diritti dell’uomo. A tale Dichiarazione si guarda come ad una sorta di impegno morale assunto dall’umanità intera. Ciò ha una sua profonda verità soprattutto se i diritti descritti nella Dichiarazione sono considerati come aventi fondamento non semplicemente nella decisione dell’assemblea che li ha approvati, ma nella natura stessa dell’uomo e nella sua inalienabile dignità di persona creata da Dio. È importante, pertanto, che gli Organismi internazionali non perdano di vista il fondamento naturale dei diritti dell’uomo. Ciò li sottrarrà al rischio, purtroppo sempre latente, di scivolare verso una loro interpretazione solo positivistica. Se ciò accadesse, gli Organismi internazionali risulterebbero carenti dell’autorevolezza necessaria per svolgere il ruolo di difensori dei diritti fondamentali della persona e dei popoli, principale giustificazione del loro stesso esistere ed operare.

Diritto internazionale umanitario e diritto interno degli Stati

14. A partire dalla consapevolezza che esistono diritti umani inalienabili connessi con la comune natura degli uomini, è stato elaborato un diritto internazionale umanitario, alla cui osservanza gli Stati sono impegnati anche in caso di guerra. Ciò purtroppo non ha trovato coerente attuazione, a prescindere dal passato, in alcune situazioni di guerra verificatesi di recente. Così, ad esempio, è avvenuto nel conflitto che mesi fa ha avuto per teatro il Libano del Sud, dove l’obbligo di proteggere e aiutare le vittime innocenti e di non coinvolgere la popolazione civile è stato in gran parte disatteso. La dolorosa vicenda del Libano e la nuova configurazione dei conflitti, soprattutto da quando la minaccia terroristica ha posto in atto inedite modalità di violenza, richiedono che la comunità internazionale ribadisca il diritto internazionale umanitario e lo applichi a tutte le odierne situazioni di conflitto armato, comprese quelle non previste dal diritto internazionale in vigore. Inoltre, la piaga del terrorismo postula un’approfondita riflessione sui limiti etici che sono inerenti all’utilizzo degli strumenti odierni di tutela della sicurezza nazionale. Sempre più spesso, in effetti, i conflitti non vengono dichiarati, soprattutto quando li scatenano gruppi terroristici decisi a raggiungere con qualunque mezzo i loro scopi. Dinanzi agli sconvolgenti scenari di questi ultimi anni, gli Stati non possono non avvertire la necessità di darsi delle regole più chiare, capaci di contrastare efficacemente la drammatica deriva a cui stiamo assistendo. La guerra rappresenta sempre un insuccesso per la comunità internazionale ed una grave perdita di umanità. Quando, nonostante tutto, ad essa si arriva, occorre almeno salvaguardare i principi essenziali di umanità e i valori fondanti di ogni civile convivenza, stabilendo norme di comportamento che ne limitino il più possibile i danni e tendano ad alleviare le sofferenze dei civili e di tutte le vittime dei conflitti(7).

15. Altro elemento che suscita grande inquietudine è la volontà, manifestata di recente da alcuni Stati, di dotarsi di armi nucleari. Ne è risultato ulteriormente accentuato il diffuso clima di incertezza e di paura per una possibile catastrofe atomica. Ciò riporta gli animi indietro nel tempo, alle ansie logoranti del periodo della cosiddetta « guerra fredda ». Dopo di allora si sperava che il pericolo atomico fosse definitivamente scongiurato e che l’umanità potesse finalmente tirare un durevole sospiro di sollievo. Quanto appare attuale, a questo proposito, il monito del Concilio Ecumenico Vaticano II: « Ogni azione bellica che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni con i loro abitanti è un crimine contro Dio e contro l’uomo, che deve essere condannato con fermezza e senza esitazione »(8). Purtroppo ombre minacciose continuano ad addensarsi all’orizzonte dell’umanità. La via per assicurare un futuro di pace per tutti è rappresentata non solo da accordi internazionali per la non proliferazione delle armi nucleari, ma anche dall’impegno di perseguire con determinazione la loro diminuzione e il loro definitivo smantellamento. Niente si lasci di intentato per arrivare, con la trattativa, al conseguimento di tali obiettivi! È in gioco il destino dell’intera famiglia umana!

La Chiesa a tutela della trascendenza della persona umana

16. Desidero, infine, rivolgere un pressante appello al Popolo di Dio, perché ogni cristiano si senta impegnato ad essere infaticabile operatore di pace e strenuo difensore della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti. Grato al Signore per averlo chiamato ad appartenere alla sua Chiesa che, nel mondo, è « segno e tutela della trascendenza della persona umana »(9), il cristiano non si stancherà di implorare da Lui il fondamentale bene della pace che tanta rilevanza ha nella vita di ciascuno. Egli inoltre sentirà la fierezza di servire con generosa dedizione la causa della pace, andando incontro ai fratelli, specialmente a coloro che, oltre a patire povertà e privazioni, sono anche privi di tale prezioso bene. Gesù ci ha rivelato che « Dio è amore » (1 Gv 4,8) e che la vocazione più grande di ogni persona è l’amore. In Cristo noi possiamo trovare le ragioni supreme per farci fermi paladini della dignità umana e coraggiosi costruttori di pace.

17. Non venga quindi mai meno il contributo di ogni credente alla promozione di un vero umanesimo integrale, secondo gli insegnamenti delle Lettere encicliche Populorum progressio e Sollicitudo rei socialis, delle quali ci apprestiamo a celebrare proprio quest’anno il 40o e il 20o anniversario. Alla Regina della Pace, Madre di Gesù Cristo « nostra pace » (Ef 2,14), affido la mia insistente preghiera per l’intera umanità all’inizio dell’anno 2007, a cui guardiamo - pur tra pericoli e problemi - con cuore colmo di speranza. Sia Maria a mostrarci nel Figlio suo la Via della pace, ed illumini i nostri occhi, perché sappiano riconoscere il suo Volto nel volto di ogni persona umana, cuore della pace!

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2006.

BENEDICTUS PP. XVI


(1) Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 357.

(2) Sermo 169, 11, 13: PL 38, 923.

(3) N. 3.

(4) Omelia all’Islinger Feld di Regensburg (12 settembre 2006).

(5) Cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo (31 maggio 2004), nn. 15-16.

(6) N. 38.

(7) A tale riguardo, il Catechismo della Chiesa Cattolica ha dettato criteri molto severi e precisi: cfr nn. 2307-2317. (8) Cost. past. Gaudium et spes, 80.

(9) Conc. Ecum. Vat. II, ibid. n. 76.


* Avvenire, 12.12.2006


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