[...] Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in primo luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme psicopatologiche non originano nell’individuo isolato, ma nel tipo di interazione patologica che si instaura tra individui, in secondo luogo che è possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e dimostrare che è la comunicazione a produrre le interazioni patologiche [...]
Watzlawick, se le idee si ammalano
di Umberto Galimberti (la Repubblica, 04.04.2007)
Paul Watzlawick, morto ieri nella sua casa di Palo Alto in California all’età di 85 anni, è lo psicologo che meglio di tutti è riuscito a coniugare i problemi della psiche con quelli del pensiero e quindi a sollevare le tematiche psicologiche al livello che a loro compete, perché ad “ammalarsi” non è solo la nostra anima, ma anche le nostre idee che, quando sono sbagliate, intralciano e complicano la nostra vita rendendola infelice. E proprio Istruzioni per rendersi infelici, che Feltrinelli pubblicò nel 1984 facendo undici edizioni in due anni, è stato il libro che ha reso noto Watzlawick in Italia al grande pubblico.
Nato a Villach, in Austria, nel 1921, Watzlawick nel 1949 ha conseguito all’Università di Venezia la laurea in lingue moderne e filosofia. L’anno successivo prese a frequentare l’Istituto di Psicologia analitica di Zurigo dove nel 1954 conseguì il diploma di analista. Dal 1957 al 1960 ottenne la cattedra di psicoterapia presso l’Università di El Salvador e dal 1960 si trasferì al Mental Research Institute di Palo Alto dove lavorò con Don D. Jackson, Janet Helmick Beavin e Gregory Bateson, diventando il massimo studioso della pragmatica della comunicazione umana, delle teorie del cambiamento, del costruttivismo radicale e della teoria breve fondata sulla modificazione delle idee con cui ci costruiamo la nostra “immagine” del mondo, spesso dissonante con la “realtà” del mondo.
Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in primo luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme psicopatologiche non originano nell’individuo isolato, ma nel tipo di interazione patologica che si instaura tra individui, in secondo luogo che è possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e dimostrare che è la comunicazione a produrre le interazioni patologiche.
A un individuo può capitare infatti di trovarsi sottoposto a due ordini contraddittori, convogliati attraverso lo stesso messaggio che Watzlawick chiama “paradossale”. Se la persona non riesce a svincolarsi da questo doppio messaggio la sua risposta sarà un comportamento interattivo patologico, le cui manifestazioni siamo soliti chiamare “follia”. Questa analisi, ben descritta in Pragmatica della comunicazione umana non si limita a un’interpretazione dei meccanismi interattivi, ma scopre procedimenti pragmatici o comportamentali che consentono di intervenire nelle interazioni e di modificarle. “Paradossalmente” è proprio con l’iterazione di doppi messaggi o di messaggi paradossali, nonché con la “prescrizione del sintomo” e altri procedimenti di questo tipo che il terapeuta riesce a sbloccare situazioni nevrotiche o psicotiche apparentemente inespugnabili.
Partendo da queste premesse Watzlawick intende la terapia non come “guarigione”, ma come “cambiamento” a cui ha dedicato Il linguaggio del cambiamento, Il codino del Barone di Münchhausen e, con Giorgio Nardone L’arte del cambiamento. Secondo Watzlawick sono distinguibili due realtà, una delle quali è supposta oggettiva ed esterna, e un’altra che è il risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ogni persona deve sintetizzare queste due realtà ed è questa sintesi che determina convinzioni, pregiudizi, valutazioni e distorsioni dovute al fatto che il mondo della razionalità è controllato dall’emisfero cerebrale sinistro che ci consente di interpretare la realtà oggettiva in termini razionali secondo una logica metodologica. Ma questa è spesso in conflitto con l’attività dell’emisfero destro da cui nascono fantasie, sogni e idee che possono sembrare illogiche e assurde.
Il linguaggio della psicoterapia deve intervenire sull’emisfero destro perché in esso l’immagine del mondo è concepita ed espressa, e, mutandone la grammatica attraverso paradossi, spostamenti di sintomi, giochi verbali, prescrizioni, si determina il cambiamento dell’immagine del mondo che è alla base della sofferenza psichica.
La rivoluzione non è da poco, perché smentisce la persuasione comune secondo cui, a partire dalla nascita la realtà non può che essere “scoperta”. No, dice Watzlawick ne La realtà inventata. Il costruttivismo, che è alla base della sua concezione sostiene che ciò che noi chiamiamo realtà è un’interpretazione personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l’esperienza. La realtà non verrebbe quindi “scoperta”, ma “inventata”.
Da queste invenzioni nascono “stili di vita” che rendono ciechi non solo gli individui, ma interi sistemi relazionali umani (famiglia, aziende, sistemi sociali e politici) nei confronti di possibilità alternative. Con molti esempi Watzlawick mostra nei suoi libri come attraverso una nuova formulazione di vecchie immagini del mondo possano sorgere nuove “realtà”. E così la psicologia incomincia a respirare. Oggi a raccogliere questo respiro è la consulenza filosofica che spero annoveri presto Watzlawick tra i suoi precursori e, sulla sua traccia, approfondisca quella terapia delle idee che, inosservate dalla psicologia, sono spesso la causa delle sofferenze dell’anima.
Conseguì la laurea in Lingue moderne e Filosofia all’Università di Venezia per poi proseguire gli studi presso l’Istituto Carl Gustav Jung di Psicologia analitica di Zurigo. Dopo un periodo di insegnamento di Psicoterapia all’Università di El Salvador, dal 1960 ha il ruolo di ricercatore associato al Mental Research Institute di Palo Alto. Nel 1976 diventa professore associato all’Università di Stanford.
È il massimo studioso della pragmatica della comunicazione umana, delle teorie del cambiamento e del costruttivismo radicale. Figura di spicco dell’approccio sistemico e della terapia breve, si deve alle sue opere la diffusione dell’approccio allo studio della comunicazione e dei problemi umani della Scuola di Palo Alto.
Opere pubblicate
Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi (1971) - Insieme a Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson
Change: la formazione e la soluzione dei problemi (1974)
La realtà della realtà. Confusione, disinformazione, comunicazione (1976)
La prospettiva relazionale. I contributi del Mental research institute di Palo Alto dal 1965 al 1974 (1978)
La realtà inventata (1988)
Il codino del barone di Munchhausen. Ovvero: psicoterapia e realtà. Saggi e relazioni. (1991)
L’arte del cambiamento. Manuale di terapia strategica e ipnoterapia senza trance (1990)
America, istruzioni per l’uso (1993)
Istruzioni per rendersi infelici (1997)
Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico (1988)
L’arte del cambiamento. La soluzione dei problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi (1990) - Insieme a Giorgio Nardone
Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica (1999)
Wikipedia (ripresa parziale)
Sul tema, nel sito, si cfr.:
“COGLIONI”, DAVVERO !!!
LA PAROLA RUBATA
Una lettera aperta all’ ITALIA (e un omaggio agli intellettuali: Gregory Bateson, Paul Watzlawick, Jacques Lacan, Elvio Fachinelli).
di Federico La Sala *
L’ITALIA GIA’ DA TEMPO IN-TRAPPOLA-TA.................e noi - alla deriva - continuiamo a ’dormire’ , alla grande! "IO STO MENTENDO": UNA LETTERA APERTA SULL’USO E ABUSO ISTITUZIONALE DELL’ "ANTINOMIA DEL MENTITORE". Cara ITALIA
MI AUGURO CHE LE GIUNGA DA LONTANO IL MIO URLO: ITALIA, ITALIA, ITALIA, ITALIA, ITALIA, ITALIA, ITALIA! IL NOME ITALIA E’ STATO IN-GABBIA-TO NEL NOME DI UN SOLO PARTITO....E I CITTADINI E LE CITTADINE D’ITALIA ANCHE!!!
NON E’ LECITO CHE UN PARTITO FACCIA PROPRIO IL NOME DELLA CASA DI TUTTI I CITTADINI E DI TUTTE LE CITTADINE! FERMI IL GIOCO! APRA LA DISCUSSIONE SU QUESTO NODO ALLA GOLA DELLA NOSTRA VITA POLITICA E CULTURALE! NE VA DELLA NOSTRA STESSA IDENTITA’ E DIGNITA’ DI UOMINI E DONNE D’ITALIA!
Cosa sta succedendo in Italia? Cosa è successo all’Italia? Niente, non è successo niente?! Semplicemente, il nome Italia è stato ingabbiato dentro il nome di un solo PARTITO e noi, cittadini e cittadine d’ITALIA, siamo diventati tutti e tutte cret... ini e cret..ine. Epimenide il cretese dice: "Tutti i cretesi mentono". E, tutti i cretini e tutte le cretine di ’Creta’, sono caduti e cadute nella trappola del Mentitore.... e, imbambolati e imbambolate come sono, si divertono persino. Di chi la responsabilità maggiore?! Di noi stessi - tutti e tutte!
Le macchine da guerra mediatica funzionano a pieno regime. Altro che follia!: è logica di devastazione e presa del potere. La regola di funzionamento è l’antinomia politico-istituzionale del mentitore ("io mento"). Per posizione oggettiva e formale, non tanto e solo per coscienza personale, chi sta agendo attualmente da Presidente del Consiglio della nostra Repubblica non può non agire che così: dire e contraddire nello stesso tempo, confondere tutte le ’carte’ e ’giocare’ a tutti i livelli contemporaneamente da presidente della repubblica di (Forza) Italia e da presidente del consiglio di (Forza) Italia, sì da confondere tutto e tutti e tutte... e assicurare a se stesso consenso e potere incontrastato.
Se è vero - come ha detto qualcuno - che "considerare la politica come un’impresa pubblicitaria [trad.: un’impresa privata che mira a conquistare e occupare tutta l’opinione pubblica, fls] è un problema che riguarda tutto l’Occidente"(U. Eco), noi, in quanto cittadini e cittadine d’Italia, abbiamo il problema del problema, all’ennesima potenza e all’o.d.g.! E, per questo e su questo, sarebbe bene, utile e urgentissimo, che chi ha gli strumenti politici e giuridici (oltre che intellettuali, per togliere l’uso e l’abuso politico-istituzionale dell’antinomia del mentitore) decidesse quanto prima ... e non quando non c’è (o non ci sarà) più nulla da fare. Se abbiamo sbagliato - tutti e tutte, corriamo ai ripari. Prima che sia troppo tardi!!!
ITALIA! La questione del NOME racchiude tutti i problemi: appropriazione indebita, conflitto di interessi, abuso e presa di potere... in crescendo! Sonnambuli, ir-responsabili e conniventi, tutti e tutte (sia come persone sia come Istituzioni), ci siamo fatti rubare la parola-chiave della nostra identità e della nostra casa, e il ladro e il mentitore ora le sta contemporaneamente e allegramente negando e devastando e così, giocati tutti e tutte, ci sta portando dove voleva e vuole ... non solo alla guerra ma anche alla morte culturale, civile, economico-sociale e istituzionale! Il presidente di Forza Italia non è ...Ulisse e noi non siamo ... Troiani.
Non si può e non possiamo tollerare che il nome ITALIA sia di un solo partito... è la fine e la morte della stessa ITALIA!
La situazione politica ormai non è più riconducibile all’interno del ’gioco’ democratico e a un vivace e normale confronto fra i due poli, quello della maggioranza e quello della minoranza. Da tempo, purtroppo, siamo già fuori dall’orizzonte democratico! Il gioco è truccato! Cerchiamo di fermare il ’gioco’ e di ristabilire le regole della nostra Costituzione, della nostra Legge e della nostra Giustizia. Ristabiliamo e rifondiamo le regole della democrazia.
E siccome la cosa non riguarda solo l’Italia, ma tutto l’Occidente (e non solo), cerchiamo di non andare al macello e distruggerci a vicenda, ma di andare avanti .... e di venir fuori da questa devastante e catastrofica crisi. Io, da semplice cittadino di una ’vecchia’ Italia, penso che la logica della democrazia sia incompatibile con quella dei figli di "dio" e "mammasantissima" che si credono nello stesso tempo "dio, papa, e re" (non si sottovaluti la cosa: la questione è epocale e radicale, antropologica, teologica e politica - e riguarda anche le religioni e la stessa Chiesa cattolica) si danno da fare per occupare e devastare le Istituzioni! Non si può tornare indietro e dobbiamo andare avanti.... laici, cattolici, destra, sinistra, cittadini e cittadine - tutti e tutte, uomini e donne di buona volontà.
Allora facciamo che il gioco venga fermato e ... e che si apra il più ampio e diffuso dibattito politico e culturale - si ridia fiducia e coraggio all’ITALIA, e a tutti gli Italiani e a tutte le Italiane. E restituiamo il nome e la dignità all’ITALIA: a noi stessi e a noi stesse - in Italia e nel mondo...... cittadini e cittadine della Repubblica democratica d’Italia. Un semplice cittadino della nostra bella ITALIA!
Federico La Sala
NAPOLITANO= ITALIA ...
VIVA NAPOLITANO, VIVA L’ITALIA!!!
MORALITA’ E INTERESSE GENERALE QUASI PERSI, DOPO 15 ANNI DI ATTACCHI DA PARTE DI UN CITTADINO (E DEI SUOI SOSTENITORI) CHE SI E’ MESSO A FARE IL "PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA" E A GRIDARE CON TUTTI I SUOI POTERI MEDIATICI. "FORZA ITALIA". CON TUTTE LE CONSEGUENZE ...
L’ITALIA INTERA - DI DESTRA, DI SINISTRA, E DI CENTRO - TRUFFATA E BUTTATA NELLA INDECENZA CIVILE E SOCIALE, POLITICA E CULTURALE.
NAPOLITANO E SOLO NAPOLITANO E’ L’UNICO E LEGITTIMO DETENTORE DELLA PAROLA "ITALIA" - SOLO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA!!!
VIVA L’ITALIA, VIVA NAPOLITANO!!!
FEDERICO LA SALA
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La scoperta dell’esistenza di "trappole logiche" è uno dei risultati più importanti della Scuola di Palo Alto, una corrente della psicologia che, partendo dalle analisi di Gregory Bateson, studiava le patologie della psiche puntando l’attenzione sulle relazioni distorte
di Girolamo De Michele *
La scoperta dell’esistenza di "trappole logiche" è uno dei risultati più importanti della Scuola di Palo Alto, una corrente della psicologia che, partendo dalle analisi di Gregory Bateson, studiava le patologie della psiche puntando l’attenzione sulle relazioni distorte. Cos’è una trappola logica? Una struttura relazionale che non consente alcuna possibilità di sfuggire ad una relazione malformata. Ad esempio, la madre che regala due camicie al figlio, gli chiede quale delle due preferisce e, avuta risposta, commenta: l’altra proprio non ti piace, vero? Questa struttura può essere applicata alle relazioni interpersonali, ma anche a quelle tra gruppi o macro-gruppi: la psicologia del giocatore d’azzardo incapace di smettere di giocare, l’autopercezione dell’alcolista, le dinamiche della corsa agli armamenti sono tipiche situazioni nelle quali i soggetti, presi all’interno di doppi vincoli, non sono in grado di uscire dal contesto e reiterano la trappola qualunque decisione prendano. Questa struttura ci è utile per uscire dalle secche della questione dei "temi eticamente sensibili", brandita dal partito trasversale della reazione catto-integralista, braccio secolare di Joseph Ratzinger oggi come ieri (absit iniuria verbis) i gesuiti di Paolo IV.
Il tema sembra neutrale: da Binetti a Casini, chi se ne fa portatore afferma la rilevanza etica di alcuni temi sui quali la politica è chiamata a deliberare, o alternativamente a non deliberare per principio, giacché "sulla vita non si vota". Sono definiti "eticamente sensibili" temi che afferiscono in via prioritaria alla vita: l’associazione Scienza & Vita elenca «legge 194, linee guida legge 40, pillola del giorno dopo, pillola RU486, disabilità, testamento biologico, trattamento sociale e sanitario del fine vita, identità e genere». Questi temi vengono fatti discendere da una comprensione antropologica della vita e della persona presentata come autoevidente («la centralità acquisita dalla questione antropologica e dai temi eticamente sensibili nel dibattito pubblico italiano»), laddove si tratta dell’antropologia cattolica. La trappola logica scatta nel momento in cui il contraddittore è preso da un’apparente alternativa. Se rifiuta i temi elencati, viene accusato di mancanza di senso etico, di edonismo, di relativismo. Se invece li accetta, magari criticamente, implicitamente legittima l’esclusione, o la minore rilevanza etica, di altri temi dal campo dell’"eticamente sensibile". Un campo che secondo il pensiero catto-integralista va perimetrato in modo autorevole, distinguendo tra ciò che è fuori dal perimetro (ed è quindi negoziabile), ciò che è interno e non è negoziabile, e ciò che sta sul confine, in «una zona di chiaro-scuro che le sfide della tecnica oggi ci propongono in un modo che mai era stato preso in considerazione prima» (Paola Binetti).
Da qui, complice quell’equivoco di origine heideggeriana che consiste nel confondere la tecnica in quanto tale con la scienza, ed ambedue con la riflessione sulla scienza (epistemologia), si dà per scontato che «la tecnica non pensa» e si esclude per principio l’autorevolezza di qualsivoglia pensiero inficiato o compromesso col «modo di pensare tecnico», non importa se proveniente da medici, biologi, epistemologi, o anche filosofi che si relazionino con i nefasti esiti del vaso di Pandora scoperchiato da Galilei (Ratzinger). E si conclude, brachilogicamente (cioè omettendo di tematizzare la discutibilità del secondo passaggio) che l’unica autorità non può che essere quella del dottor Ratzinger, il quale (ancora Binetti) «da un lato pone la vita, la famiglia e l’educazione. Dall’altro le lotte di contrasto alla povertà, la solidarietà e la pace.
Quello che emerge è un panorama amplissimo perché ciò che è eticamente sensibile è anche il modo con cui lo si affronta. Dobbiamo stare molto attenti, c’è tanto margine su cui la nostra ragione può trovare lo spazio di condivisioni, poi c’è il valore soglia. Dobbiamo cercare di restare lontani da quel valore soglia». Degno di nota è l’uso di quella fallacia logica per la quale il rinvenimento di "una" autorità equivale all’identificazione dell’"unica" autorità: perché, su quali basi l’autorità dev’essere unica? Chi dice che non debbano misurarsi, anche conflittualmente, diverse istanze normative (una metafisica, una utilitaristica, una contrattuale, poniamo), tale per cui prevalga quella che esprime la maggiore potenza di essere?
Se si accetta questa delimitazione del campo della negoziabilità politica in ciò che è etico e ciò che non lo è, pare un’affermazione di senso comune dire che «le questioni etiche sono anche propriamente politiche e pertanto oggetto delle scelte partitiche e parlamentari e in quanto tali non sottraibili, in virtù del semplice ricorso alla libertà di coscienza, al confronto democratico che è costitutivamente pubblico».
Ma ragioniamo per assurdo. Chi potrebbe negare la rilevanza di temi quali la definizione di cosa è o non è vita o persona, o di quale sia l’essenza costitutiva dell’essere umano (se cioè la distinzione biologica di genere sia prevalente sulle aree di confine e sulle violazione dei confini tra generi)? Chi negherebbe che questioni meramente tecniche o amministrative, quali la facoltà di un comune di concedere la licenza a un outlet, la destinazione del tfr nei fondi pensione o le leggi contro le sevizie sugli animali siano temi "secondari" rispetto a quello sopra citati: talmente secondari da lasciarli al "libero gioco del mercato" (cioè a quel modo tecnico di pensare che sui temi etici si intende scongiurare)? Una decisione sulla RU486 o sulla legge 40 comporta la definizione di un centro - il tema in sé - e di una serie progressivamente ampliantesi di cerchi concentrici che si estendono fino a toccare domande quali: cos’è la vita?, cos’è una persona?; ed anche (con buona pace dell’asse teo-dem-com): cosa accade quando due vite esistono in un unico corpo? Può una persona pienamente formata essere privata dell’arbitrio sul proprio corpo in favore di un corpo ospite? Ancora più ampio: la vita è un concetto univoco, o esistono gradi e differenze? L’embrione è già in tutto e per tutto vita compiuta, o è vita di grado e dignità diversa dal corpo senziente e ben organizzato della madre (come sostenevano quei pericolosi laicisti di Tommaso d’Aquino, il cui pensiero è interamente dottrina della Chiesa, Maritain, maestro spirituale di Paolo VI, e papa Luciani)? In ogni caso, il carattere etico di questi interrogativi sembra risiedere nel fatto che a partire da esso non può darsi risposta che non implichi una risposta su che cos’è la vita nel più ampio senso biologico, e quali sono i rapporti tra i diversi viventi (esseri umani, embrioni, animali, ambiente, natura inorganica). Nulla a che vedere col semplice gesto di andare a fare shopping nell’outlet: qui, al massimo, si può tirare in ballo la vanità del vestire griffato, o eventualmente il bisogno, che colpisce anche i ceti cosiddetti medi, di una maggiore oculatezza nel bilancio familiare.
E invece Roberto Saviano ci ha mostrato come il circuito degli outlet si integra nell’economia "legale" gestita dal sistema-camorra; che questo sistema è intrecciato con quello dello sviluppo urbanistico e del circolo virtuoso/vizioso tra sviluppo, controllo camorristico dell’edilizia nazionale, produzione di profitti in nero e devastazione dell’ecosistema (ecomafia, devastazione del letto dei fiumi per il prelievo di sabbia, utilizzo di materiale contaminato nelle costruzioni, smaltimento al sud delle scorie radioattive delle virtuose regioni del nord); che tutto questo si intreccia con una rete di relazioni conflittuali che produce un deprezzamento del valore e della dignità dell’esistenza umana: nei termini di Habermas, una colonizzazione del mondo della vita da parte di enti quali denaro, potere, carisma. Ed ecco che un mero atto amministrativo quale la licenza di avvio di un’attività commerciale si allarga sino a richiedere una comprensione dell’intero ecosistema naturale e sociale, nei termini evocati a suo tempo da Bateson con la sua "ecologia della mente". È possibile una tale comprensione senza un radicamento nella dimensione etica?
Veniamo a un atto amministrativo "negoziabile" quale la composizione economica delle pensioni. Qui il cerchio si allarga non solo verso il diritto alla pari dignità della vita finalmente sottratta alla servitù del lavoro rispetto allo scambio tra salario e mercificazione della pienezza dell’essere umano (temi che svaporano nell’estatico "patto tra produttori", per criticare il quale basta rileggersi la critica di Gobetti all’interclassismo mazziniano), ma verso la costituzione stessa dell’essere sociale. Il lavoratore attirato all’interno della dinamica finanziaria del fondo pensione è infatti sottoposto ad un crescendo di apprensione, speranza, timore indotto dalle oscillazioni dei mercati, da cui intuisce dipendere il proprio futuro; e dalla deresponsabilizzazione etica, cioè dall’indifferenza verso il depauperamento di una parte del mondo causato dall’andamento delle borse dai quali dipende il proprio futuro. La finanziarizzazione dell’esistenza si prolunga sino alla società delle passioni tristi, all’interno della quale la percezione dell’altro in quanto straniero, migrante, diverso avviene secondo le modalità della paura e dell’aggressività: questioni sulle quali farebbe bene a riflettere quel centro veltroniano che ha in tempi recenti cercato di scavalcare la destra sul terreno della xenofobia e del razzismo. La stessa ontologia dell’essere sociale, cioè la risposta alla domanda "che cosa esiste?" (chi è quella figura sulla panchina del mio quartiere? un migrante abbrutito dalla stanchezza del lavoro? un feroce clandestino assetato di stupri? un essere umano portatore di inviolabili diritti e dignità?) si rivela non essere né la conseguenza né la causa, ma l’altra faccia della dimensione etica.
E che dire di leggi che vietano di infliggere sevizie agli animali? Una riflessione che parte dall’interrogativo "cos’è un animale?", ci insegna Deleuze riflettendo sui dipinti di Bacon (ma anche gli studi etologici) si allarga fino a comprendere il "divenire animale" come potenza di essere dentro di noi, fino a ridefinire il diritto umano come diritto che deve insistere sull’intero vivente, compreso quello non-umano (Martha Nussbaum): fino a comprendere il corpo che soffre come il luogo della dignità di questa potenza, dunque come luogo inviolabile, a fronte delle pretese di potestà sul corpo altrui che accomunano nella loro essenza gli anti-abortisti e i torturatori di Guantanamo
Un’etica fondata sulla dignità del vivente in quanto tale è dunque implicita in una apparentemente banale interrogazione sulla liceità di tagliare le unghie ai gatti, di organizzare combattimenti tra animali, di cacciare indiscriminatamente per il proprio piacere. E la sua pratica sembra produrre abitudini e costumi che favoriscono una pre-comprensione etica non solo dell’altro, ma anche del mondo: estendere i diritti oltre la persona umana prelude all’istituzione di diritti privi di soggetto personale, diritti il cui soggetto sono enti quali i mari, l’aria, l’ambiente. Cioè quella "conoscenza che illumina" tanto le relazioni umane quanto la natura, tanto spesso richiamata oggi da Roberta De Monticelli, di cui parlava Francesco d’Assisi. La stessa De Monticelli ci ricorda che anche la costruzione logica di un argomento è un fatto etico, perché etico, ancor più che logico o sintattico, è il fatto che ogni asserzione deve mostrare le condizioni della propria costruibilità ed eventualmente della propria confutabilità. Che, insomma, la correttezza logica è un fatto etico.
Eravamo partiti dall’ambigua definizione di "temi eticamente sensibili", e siamo arrivati a scoprire che probabilmente non ci sono temi più sensibili di altri, o valori più negoziabili di altri, perché nulla è fuori dal campo dell’etica. Ogni possibile ontologia al tempo stesso richiede e fonda una comprensione etica del mondo come luogo delle relazioni, delle azioni, delle continue deliberazioni tra mezzi e fini, tra intenzioni e risultati, tra azione e responsabilità. La tradizione del materialismo critico ha sempre frequentato questo interscambio di etica e ontologia: dalla natura relazionale e amorosa dell’atomismo lucreziano al rapporto strettissimo tra moltitudine e virtù politica in Machiavelli, dove questo rapporto è filtrato e continuamente ricreato dagli ordinamenti che esprimono la natura positiva della moltitudine, e al tempo stesso la ricreano; dalla sempre effettiva possibilità di rinegoziazione dei patti e degli ordinamenti in Spinoza, che radicalizza la democrazia olandese in direzione di un diritto secondo potenza (tanti più diritti ha la moltitudine, quanta più è la potenza conoscitiva di cui dispone) che per un verso esprime sul piano sociale la potenza liberatoria del soggetto che assottiglia le passioni tristi con la pratica della gioia, e simultaneamente crea le condizioni reali entro le quali il singolo può praticare la gioia piuttosto che la tristezza (ma diceva forse altra cosa il Dante del De Monarchia , quando poneva all’interno della città virtuosa e pacificata la possibilità di realizzare pienamente la natura di "compagnevole animale" della comunità degli uomini?). E il discorso potrebbe continuare, prolungandosi almeno, attraverso Marx, verso la saldatura tra la liberazione dalla servitù del lavoro alienante nella concretizzazione di un intelletto comune (il Marx del Capitale e dei Grundrisse ) e la natura dell’essere umano come essere indefinito che non è fine in sé, ma che crea il proprio fine e il proprio habitat nel porsi un obiettivo e trovare i mezzi per realizzarlo (il Marx dei Manoscritti del 1844 ); un Marx che apre già all’antropologia filosofica di Anders, dell’esistenzialismo, del post-strutturalismo francese.
In conclusione: perché dovremmo praticare questo terreno dove l’ontologia è fondata in quanto etica? Perché qui non vige quella distinzione tra temi etici e non etici che allude ad una politica come arte della negoziazione e del compromesso su ciò che è oltre il perimetro pre-definito: una distinzione che rimanda ad una naturale gerarchia di valori (l’etico, il non-etico, il quasi-etico sul limite) e che richiama, in modo presuntamente naturale, un’autorità che dall’alto del suo magistero si arroghi il diritto di perimetrare l’agire umano in modo normativo e non più negoziabile. Su questo terreno, l’essere umano è corpo spiritualizzato e spirito fatto materia; il desiderio è potenza di essere, non pulsione negativa; l’agire è creazione continua, non obbedienza servile; l’esistenza precede e genera l’essenza; l’altro è differenza che continuamente altera la mia natura, non rispecchiamento e riduzione dell’Alter-ego nell’Ego.
O il pensiero della sinistra si pone, nelle pratiche prima ancora che nelle riflessioni, su questo terreno costituente, o non so cosa la parola "sinistra" possa significare.
* Liberazione, 08/03/2008, p. 12.
IL CENTRO DI TERAPIA STRATEGICA
Istituto di Ricerca, Training e Attività Clinica
CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI AREZZO
È LIETO DI INVITARE LA S.V. ALLA GIORNATA DI STUDIO
“GUARDARSI DENTRO RENDE CIECHI”
In onore e in memoria di Paul Watzlawick (Villach, Austria, 25 luglio 1921 --- Palo Alto, Stati Uniti, 31 marzo 2007)
Lunedì 28 MAGGIO 2007 - Ore 10.00 - 17.30
SALA BORSA MERCI - Piazza Risorgimento, 23 Arezzo
INGRESSO LIBERO
Paul Watzlawick ha cessato di vivere ma non di esistere, continuando ad essere presente nell’affetto di chi l’ha conosciuto e nelle opere che ha lasciato. Il suo pensiero, fecondo per tutti gli studiosi, sarà portato avanti dal suo diretto allievo Giorgio Nardone, e dal nostro Istituto promotore di questa giornata di studi in suo onore.
Allego di seguito i Presenters dell’evento e una memoria scritta in suo onore.
Augurandomi che lei voglia partecipare con noi , saluto cordialmente,
M.Cristina Nardone
Managing Director C.T.S.
Chi era Paul Watzlawick
Lo psicologo che meglio di tutti è riuscito a coniugare i problemi della psiche con quelli del pensiero. (Umberto Galimberti, La Repubblica)
E’ stato il massimo studioso della pragmatica della comunicazione umana e delle teorie del cambiamento e del costruttivismo radicale. Figura di spicco dell’approccio sistemico e della teoria breve, ha lavorato presso il Mental Research Institute di Palo Alto e è stato professore emerito alla Stanford University. Ha fondato, insieme a Giorgio Nardone, il Centro di Terapia Strategica (C.T.S.) di Arezzo e vi ha collaborato dal 1987 sino alla sua scomparsa. Tra i suoi libri pubblicati in Italia ricordiamo: Istruzioni per rendersi infelici, Di bene in peggio, Pragmatica della comunicazione umana, Terapia breve strategica. Per Ponte alle Grazie ha pubblicato, insieme a Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, Ipnosi e terapie ipnotiche e con Giorgio Nardone, L’arte del cambiamento.
Durante la giornata sarà presentato il suo ultimo libro
"GUARDARSI DENTRO RENDE CIECHI",
a cura di Wendel Ray e Giorgio Nardone, Ponte alle Grazie EDITORE Milano; in libreria a giugno 2007,.
Il libro Questa “biografia del pensiero” di Paul Watzlawick è la sua ultima e preziosa eredità, destinata a chi conosce già da tempo il suo approccio alla soluzione dei problemi umani e anche a tutti quegli “spiriti liberi” che semplicemente cercano di migliorare la propria vita.
“GUARDARSI DENTRO RENDE CIECHI” In onore e in memoria di Paul Watzlawick (Villach, Austria, 25 luglio 1921 --- Palo Alto, Stati Uniti, 31 marzo 2007)
Lunedì 28 MAGGIO 2007 - Ore 10.00 - 17.30 SALA BORSA MERCI Piazza Risorgimento, 23 Arezzo
SARANNO PRESENTI
Prof. Camillo Brezzi, Assessore alla Cultura di Arezzo
Prof. Mariano Bianca,
Professore Università degli Studi di Siena, Facoltà di Lettere e Filosofia II (Arezzo). Dipartimento di Studi Storico-Sociali e Filosofici
Prof. Luigi Boscolo,
Direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia. Socio fondatore della S.I.P.R. di Roma e della S.I.R.T.S. di Milano. E’ stato membro della A.F.T.A. (American Family Therapy Association) e della A.A.M.F.T.(American Association for Mariage and Family Therapy), nonché del’ E.F.T.A. (Associazione Europea di Terapia della Famiglia).
Prof. Camillo Loriedo,
Direttore dell’Istituto Italiano di Psicoterapia Relazio¬nale. Professore e Psichiatria Scuola di Specializzazione in Psichiatria della Università \"La Sapienza\" di Roma.
Prof. Giorgio Nardone,
fondatore insieme a Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica di Arezzo. Psicologo e Psicoterapeuta, Direttore della Scuola di Specializzazione post-laurea in Psicoterapia Breve Strategica. Direttore scientifico della Scuola di formazione Manageriale in Comunicazione e Problem Solving Strategico di Arezzo e Milano. Coordinatore del Network Europeo di Psicoterapia Breve Strategica e Sistemica e della Rivista Europea di Psicoterapia Breve Strategica e Sistemica, inoltre Direttore della Collana \"Saggi di Terapia Breve\" Ponte alle Grazie Editore, Milano.
Prof. Patrizia Patrizi,
Professore straordinario di Psicologia sociale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Sassari. Membro del Consiglio tecnico-scientifico dell’Istituto Centrale di Formazione del Personale del Dipartimento per la Giustizia Minorile - Ministero della Giustizia. Membro del CIRMPA (Centro Interuniversitario per la Ricerca sulla genesi e lo sviluppo delle Motivazioni Prosociali e Antisociali) dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.
Prof. Pio Enrico Ricci Bitti,
Professore ordinario di Psicologia generale presso la Università degli Studi di Bologna. Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute; Dipartimento di Psicologia di Bologna
Prof. Alessandro Salvini,
Professore ordinario di Psicologia Clinica, Università di Padova, Facoltà di Psicologia; responsabile unità di ricerca di Psicologia Clinica e Psicoterapia per adulti del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova. Responsabile Scientifico della Scuola di specializzazione Istituto di Psicologia e Psicoterapia (IST) di Padova e Mestre.
Prof. Stanislao Smiraglia,
Psicologo sociale e del lavoro, psicoterapeuta ad indirizzo strategico.
Professore presso l\’Università degli studi di Cassino di Psicologia Sociale.
Prof. Saulo Sirigatti, Preside della Facoltà di psicologia Università di Firenze e Professore ordinario di Psicologia Clinica
Segreteria organizzativa: CENTRO DI TERAPIA STRATEGICA
Piazza S. Agostino 11, 52100 - Arezzo - Italia - tel. +39 0575 / 35 48 53 - 35 02 40 - fax +39 0575 / 35 02 77
www.centroditerapiastrategica.org www.problemsolvingstrategico.it
www.giorgionardone.it www.psicoterapiabrevestrategica.it www.bsst.org
in sua memoria dal sito http://www.centroditerapiastrategica.org/ita/paul%20memory.html
Paul Watzlawick, ha attraversato come una stella cometa la seconda metà del secolo scorso, illuminando con le sue idee, il suo lavoro e i suoi scritti intere generazioni di studiosi e professionisti, non solo nelle aree della psicologia, della psichiatria e della sociologia ma anche in campi lontani dalle scienze umane come l’economia e l’ingegneria o nelle scienze «pure» come la fisica e la biologia. I suoi studi sulla comunicazione e sul cambiamento travalicano, infatti, le barriere disciplinari e trovano applicazione in qualunque contesto ove siano coinvolte le relazioni dell’individuo con se stesso, con gli altri e con il mondo. La sua opera, come quella dei grandi filosofi, non si lascia limitare né dalle ideologie, né dai confini delle singole prospettive scientifiche: essa va oltre, sino alla radice del «come» l’essere umano costruisce, anzi, per dirla con le sue parole, inventa la sua realtà.
Sulla scia della sua luminosa stella, numerosi sono i pensatori e i professionisti che hanno avuto la possibilità di costruire il loro successo e la loro fama. Basti pensare che Watzlawick è l’unico autore tradotto in ottanta lingue differenti. La cosiddetta scuola di Palo Alto non sarebbe esistita senza la sua imponente figura e la sua capacità di sintetizzare il lavoro di eminenti studiosi, come Gregory Bateson o Don D. Jackson e Milton Erickson, in un unico e rigoroso modello teorico e applicativo.
D’altronde, per fare solo qualche esempio, il padre del costruttivismo Hein Von Foerster, amava dichiarare di essere una invenzione di Paul Watzlawick, nel senso che egli, senza il suo aiuto, non sarebbe diventato così noto e i suoi lavori non sarebbero stati così conosciuti. Lo stesso vale per Mara, Selvini, Palazzoli e la scuola di Milano di terapia sistemica, che devono a lui non solo l’ispirazione tecnica ma anche la diffusione nel mondo del loro lavoro. Nella stessa maniera per tutti coloro che si sono inseriti nella scia della cometa Watzlawick hanno potuto riflettere grazie alla sua luce e, spesso, senza nessun contatto diretto con lui. Era infatti sufficiente dichiarare di riferirsi alla scuola di Palo Alto per acquisire status di rispettabilità scientifica e professionale.
Tutto ciò vale anche per me poiché senza di lui probabilmente pochi avrebbero conosciuto il mio lavoro. Invece, grazie al libro L’arte del cambiamento scritto a quattro mani, mi sono ritrovato immediatamente sulla ribalta internazionale.
Il nostro “Centro di Terapia Strategica” di Arezzo se non fosse stato fondato con la sua attiva presenza non sarebbe mai divenuto il punto di riferimento per l’evoluzione della terapia breve e il problem solving strategico.
Ad ulteriore prova della grandezza della sua opera si pensi che Paul Watzlawick rappresenta anche uno degli autori più copiati: c’è stato anche chi, dopo averne copiato intere pagine per un suo articolo, senza ovviamente citare la fonte, è in seguito divenuto uno dei suoi più acerrimi detrattori.
Paul, essendo una persona tollerante e sempre capace di evitare conflitti - anche quando potevano apparire legittimi - in questo caso e in altri, invece di denunciare e svergognare pubblicamente il collega scorretto, semplicemente ha fatto notare direttamente e con stile la mala azione al colpevole, senza andare oltre. Il lettore può ben capire come voler sottolineare la rilevanza del contributo di quest’autore e pensatore richiederebbe un intero volume, inoltre i suo testi parlano del suo lavoro meglio di come potrebbe fare chiunque altro.
Per questo ho deciso di concludere questo commento finale ai suoi scritti selezionati in maniera non accademica ma personale. Ritengo che, avendo avuto l’onore e il piacere di condividere con Paul oltre quindici anni di collaborazione professionale e anche di relazione personale (insieme abbiamo tenuto oltre cinquanta workshop e conferenze in giro per il mondo, abbiamo scritto tre libri e contribuito ad altri due insieme agli amici Jeffrey Zeig e Camillo Loriedo) sia bello offrire al lettore, oltre alla sua opera, qualche aneddoto che pennelli la sua persona.
Egli, infatti, è stato non solo un Maestro di scienza e professione bensì anche un modello di stile e filosofia di vita.
Paul era un uomo di bella presenza, sobriamente elegante e capace di una sottile ironia, tanto irresistibilmente simpatico agli uomini quanto affascinante per le donne. Mai esibiva la sua condizione disponendosi umilmente con chiunque, con l’atteggiamento di chi è sempre pronto ad imparare qualcosa in più. Capace nelle relazioni interpersonali del gelo più rabbrividente così come del calore più confortante, ma sempre con stile impareggiabile.
Una volta, alla Sorbona di Parigi, durante una conferenza, un partecipante lo interruppe aggredendolo verbalmente perché le sue teorie andavano contro i fondamenti della psichiatria e della psicoanalisi. Egli, con estrema pacatezza gli rispose: « lei ha perfettamente ragione... dal suo punto di vista... »-, poi continuò a parlare tra gli applausi e il sorriso del pubblico. In un’altra occasione lo osservai dare del cibo «rubato in hotel» ai gatti randagi di una calle veneziana, lasciava che si avvicinassero come se fossero amici di un’altra vita. Giunti a Bologna da Roma a bordo della mia auto, Paul commentò la mia guida ironicamente, dichiarando che l’Italia doveva essersi accorciata. Giunti all’hotel che si chiamava «I tre vecchi » mi chiese dove fossero gli altri due. La sua ironia fu forse ancor più proverbiale: eravamo in attesa delle valigie all’aeroporto di Siviglia, la sua arrivò per prima e, ovviamente, la mia per ultima. Durante la tediosa attesa, sul nastro passò una valigia gigantesca ed egli commentò «è decisamente molto comoda perché se non trovi una camera in albergo puoi dormirci dentro».
Le sue attenzioni nei confronti delle persone a lui care non erano mai ostentate ma così delicate e puntuali da stupire ogni volta.
Pronto a cogliere la bellezza in ogni sua forma, dai colori delle colline toscane in primavera al fascino tremendo dei grattacieli sulla baia di Hong Kong al tramonto; dal rumore ancestrale delle onde del pacifico di Carmel alla musica sublime di Rachmaninov.
Infine, uno degli episodi che può descrivere al meglio la sua personalità e il suo stile è rappresentato da un sottile quanto potente insegnamento impartitomi molti anni fa durante un importante convegno. In questa occasione, per la prima volta dovevo presentare il metodo di terapia breve, messo a punto sotto la sua supervisione, per il trattamento dei disturbi fobico- ossessivi; per di più dovevo farlo di fronte a un’assise composta dai più importanti studiosi e specialisti del settore.
Ossessivamente avevo preparato la mia esposizione, riservando lo spazio alla dissertazione teorica, alla presentazione dei dati empirici e alla pratica clinica mediante delle videoregistrazioni che dimostrassero la reale efficacia della terapia anche a un pubblico di scettici ricercatori e colleghi. Sfortunatamente il tecnico video e audio della sala, nel provare il mio video, per errore ne aveva cancellato il contenuto. Mi accorsi di tutto ciò poco prima di cominciare la mia relazione. Come il lettore può ben capire non ero solo seccato e allibito per l’accaduto ma anche frustrato e piuttosto depresso prevedendo il sicuro insuccesso. Procedetti nella mia presentazione in maniera decisamente meno assertiva del solito e quando giunsi alla parte dimostrativa della tecnica, mi scusai con l’uditorio per il problema sopraggiunto: recitai, invece che mostrare il video, le trascrizioni, dichiarando i loro effetti. In maniera totalmente contraria alle mie previsioni il pubblico fu entusiasta e molte furono le dichiarazioni di apprezzamento per il lavoro presentato.
Paul, che tutto aveva osservato dal fondo della grande sala, si avvicinò a me e battendomi un mano sulla spalla disse: «finalmente oltre che bravo sei apparso umile e simpatico...» Oggi tutti hanno apprezzato la tua «debolezza» ed il tuo «errore»... Mai ho dimenticato questa sua lezione.
Oggi, a pochi giorni dalla sua morte, scrivendo queste righe sento ancor più la sua mancanza. Tuttavia sono contento perché, oltre a una vita intensa e piena di bellezza, egli ha avuto una morte felice accanto alla sua amata Vera. Ritengo che in questo caso valga davvero la seguente citazione: «quando perdi una persona davvero importante, piuttosto che pensare alla sfortuna di averla perduta pensa alla fortuna di averla avuta ».
Arezzo, aprile 2007
Giorgio Nardone